Alla luna di Giacomo Leopardi

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Analisi del testo Alla luna di Giacomo Leopardi

O graziosa l’una, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.                    5
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
O mia diletta l’una. E pur mi giova                      10
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,                          15
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

GIACOMO  LEOPARDI  E  ALLA LUNA”

BIOGRAFIA

Giacomo Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, nelle Marche. IL padre, il conte Monaldo è autoritario e severo; la madre, la marchesa Adelaide Antici, religiosa in modo ossessivo, si mostra con i figli esigente ed oppressiva. L’infanzia del poeta è, perciò, molto infelice, priva di affetti e di giochi. Si dedica però agli studi con straordinaria passione, rivelando doti prodigiose. Impara il latino, il greco, l’ebraico, l’inglese e lo spagnolo. Scrive numerose opere tra cui una Storia dell’astronomia. L’impegno nello studio è tale da compromettere la sua già debole salute: si aggrava la scogliosi che lo rende deforme e una malattia agli occhi per qualche tempo gli impedisce la lettura. Nel 1819, spinto da una grande insofferenza per il suo ambiente familiare e per il soffocante clima culturale di Recanati, progetta di fuggire ma il tentativo non riesce: segue un periodo di grave depressione e di angosciosa solitudine. Nel 1822 il padre gli permette di trasferirsi a Roma presso uno zio. Il soggiorno è però deludente poiché Leopardi non trova, come invece sperava, persone di grande cultura e di nobili ideali. Dopo solo sei mesi ritorna a Recanati dove rimane fino al 1825; poi si trasferisce a Milano, Bologna, Firenze e Pisa ed infine ritorna nella casa paterna. Nel 1830 si stabilisce a Firenze dove vive l’amore infelice per Fanny Targioni Tozzetti e strige amicizia con il napoletano Antonio Ranieri. Nel 1833 si trasferisce a Napoli; in quella città muore nel 1837, e lì è sepolto. 

LE OPERE

Tra le sue opere ricordiamo:

lo Zibaldone: il diario che Leopardi scrive dal 1817 al 1832; il poeta quasi giornalmente vi annota i suoi pensieri e i suoi appunti sugli argomenti più disparati: considerazioni filosofiche e letterarie, riflessioni sulla lingua, giudizi storici, considerazioni personali.

le Operette morali (1823-1824):  un’opera filosofica in cui Leopardi illustra la sua concezione pessimistica della vita, nel linguaggio della prosa poetica; alcune sono in forma di dialogo tra due personaggi (es. Dialogo di un folletto e di uno gnomo, Dialogo della Natura e di un’anima).

i Canti:  il libro dei canti, così intitolato dal poeta nell’edizione del 1831, raccoglie:

  • Alcune Canzoni: le più note sono quelle di argomento patriottico in cui Leopardi si attribuisce la missione di richiamare gli italiani all’azione per cambiare le tristi condizioni della loro patria.
  • Gli Idilli: un gruppo di poesie tra cui Alla Luna. Leopardi chiama Idilli queste sue poesie poiché esse prendono spunto da un elemento del paesaggio anche se diventano poi immagini che evocano degli stati d’animo.
  • i Grandi Idilli: sono poesie come gli idilli con l’unica differenza di essere più lunghe.

I TEMI

La poesia di Leopardi è tutta pervasa dall’ ansia verso l’infinito e dominata dal conflitto tra sogni e realtà, che genera sentimenti di inquietudine e angoscia. Il tema ricorrente nelle sue opere è il dolore: secondo lui il dolore è una condizione certa della vita umana; l’uomo sin dalla nascita è destinato all’infelicità. La nascita, la sofferenza e la morte non hanno un perché e l’angoscia dell’esistenza sarebbe intollerabile se l’uomo non si confortasse con le illusioni: l’amore, la giovinezza, la fede in Dio.

Altri temi presenti nella poesia leopardiana sono quelli della memoria, dello scorrere inesorabile del tempo, della nostalgia e del rimpianto.

ALLA LUNA

O graziosa l’una, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.                      5
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta l’una. E pur mi giova                         10
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,                         15
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

PARAFRASI

Oh leggiadra l’una, io mi ricordo che, un anno fa, venivo a guardarti pieno d’angoscia sopra questo colle: E tu brillando sovrastavi su quella selva, come fai ora, che tutta la rischiari. Ma ai miei occhi il tuo volto appariva velato, offuscato e tremolante a causa delle lacrime che mi bagnavano gli occhi, perché la mia vita era piena di dolore, piena di tormenti e continua ad esserlo né cambia mai, o mia diletta l’una. Eppure mi fa bene ricordare e raccontare il mio dolore. Oh com’è gradito negli anni della giovinezza, quando davanti c’è ancora tanta  speranza  e breve il corso della memoria, ricordare gli eventi passati, sebbene(il ricordo) sia doloroso, e le sofferenze durino ancora e ci facciano soffrire.

STRUTTURA

Questo idillio è formato da un’ unica strofa composta da 16 versi endecasillabi sciolti. Vi sono vari enjambements (v. 1-2-4-6-7-8-10-11-12-13) che rendono il ritmo estremamente fluido e pervaso da una segreta musicalità. Questi enjambements mettono in posizione di rilievo, alla fine o all’inizio del verso, le parole chiave del brano: rammento, colle, selva, pianto, luci per occhi, travagliosa, ricordanza, noverar l’etate del mio dolore, tempo giovanil, speme. Nella poesia viene usata libertà metrica e è presente una rima interna: nebuloso-tremulo. Si può dividere in due parti principali (v. 1-10, v. 11-16). Tale suddivisione è evidenziata dalla frase “O mia diletta l’una” che oltre a sottolineare i caratteri di questa dolce immagine, chiude circolarmente l’idillio. La prima è a sua volta divisa in due sezioni riguardanti lo spazio e il tempo. Lo spazio viene rappresentato dalla selva illuminata e dalla Luna che dall’alto illumina tutto con una luce ovattata e lattiginosa. Il tempo invece viene inteso come il tempo presente che suscita il ricordo del tempo passato; fra i due momenti sembra non esserci frattura: è trascorso un anno ma non è cambiato nulla, il dolore è sempre lo stesso.

ANALISI

La poesia “Alla Luna” scritta nel 1820, fa parte dei piccoli idilli. In questo idillio il poeta affida ad una “graziosa l’una” l’essenza del suo animo in una condizione di grande pessimismo e dolore. Quando un dolore ci affligge, quando non si è appagati da ciò che la vita ha offerto, quando il nulla sembra pendere sull’anima, la speranza è l’unico valore che fa risorgere ed innalzare dalle depressioni dell’esistenza; ma quando gli anni portano via con sé anche l’ultimo barlume di speranza, il dolore è dolore, e nulla lo può attenuare. Ed è per questo che solo il ricordo dell’età giovanile si può insinuare dell’animo di chi non ha più la forza di sperare, di attendere le gioie che verranno e di trarre dall’attesa il proprio attimo di felicità. “Alla Luna” è per tale motivo un’opera che rappresenta l’infinita vanità del tutto, spegne la speranza e rende il ricordo disperazione per il presente. Il poeta si rifugia sul monte Tabor, su quel colle che a lui dava la percezione dell’infinito, per lasciarsi accarezzare dal ricordo del tempo in cui era convinto che il domani sarebbe stato migliore. La Luna è una donna graziosa e diletta, come una madre, che s’inchina ad alleviare il pianto umano, dolce e lenitrice di dolore, scende a rischiarare la selva, a ridare nuovo vigore alla luce degli occhi del poeta velati dal pianto. Dolcezza e pacatezza sono gli attributi dello stile del piccolo idillio, lì dove c’è il ricordo, una l’una che è madre, lo stile non può che rispondere con lievi ed ovattate atmosfere. Dal punto di vista fonico, colpisce il ricorrere frequente della consonante “l”: (l’una-volge-colle-allor-selva-nebuloso-tremuolo-dolore-diletta), che ricrea un’atmosfera d’intimità e di pacato raccoglimento. Si notano inoltre varie “n” che immergono il poeta e il lettore nella quieta della notte e del ricordo. Ai versi della notte si aggiungono i versi della speranza nel ricordo, in cui si nota un ricorrere di “a” (ricordanza-noverar-etate). Il lessico è pervaso da termini che fonicamente e semanticamente esprimono la pace che il poeta assapora nel perdersi nelle atmosfere del passato. Trova spazio in tali versi la poetica della ricordanza con i verbi di memoria (mi rammento-rimembrar-noverar). Vi sono aggettivi (graziosa-nebuloso-tremulo-travagliosa) che non soffocano l’immaginazione del poeta, cosicché anche l’infinito è accessibile ai suoi sensi; quindi gli attributi considerarti mancano di concretezza e plasticità. Vi sono  inoltre numerosi aggettivi possessivi che indicano l’intimità e la confidenza tra l’io e la Luna. Dalla descrizione degli stati d’animo del poeta si giunge alla riflessione sul valore del ricordo della gioventù. Il passaggio è brusco: una cesura separa le due parti, che sono comunque poste in continuità dalla congiunzione “e”, che apre la seconda sezione dell’idillio e dalla sinalefe (l’una). Quindi la struttura è unitaria, tant’è che ciascun periodo si apre con una preposizione congiuntiva: ma, e, oh, o; così anche la sintassi è alquanto lineare, un’altra immagine retorica è data dall’identificazione della l’una con la madre del poeta, metafora che esprime il senso profondo della psiche leopardiana.

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Audio Lezioni su Giacomo Leopardi del prof. Gaudio

Ascolta “Giacomo Leopardi” su Spreaker.

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