AMINTA


Torquato Tasso

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Dafne, Silvia

[DAFNE] Vorrai dunque pur, Silvia,

dai piaceri di Venere lontana

menarne tu questa tua giovinezza?

Né ‘l dolce nome di madre udirai,

5 né intorno ti vedrai vezzosamente

scherzar i figli pargoletti? Ah, cangia,

cangia, prego, consiglio,

pazzarella che sei.

[SILVIA] Altri segua i diletti de l’amore,

10 se pur v’è ne l’amor alcun diletto:

me questa vita giova, e ‘l mio trastullo

è la cura de l’arco e de gli strali;

seguir le fere fugaci, e le forti

atterrar combattendo; e, se non mancano

15 saette a la faretra, o fere al bosco,

non tem’io che a me manchino diporti.

[DAFNE] Insipidi diporti veramente,

ed insipida vita: e, s’a te piace,

è sol perché non hai provata l’altra.

20 Cos’ la gente prima, che già  visse

nel mondo ancora semplice ed infante,

stimò dolce bevanda e dolce cibo

l’acqua e le ghiande, ed or l’acqua e le ghiande

sono cibo e bevanda d’animali,

25 poi che s’è posto in uso il grano e l’uva.

Forse, se tu gustassi anco una volta

la millesima parte de le gioie

che gusta un cor amato riamando,

diresti, ripentita, sospirando:

30 “Perduto è tutto il tempo,

che in amar non si spende”.

O mia fuggita etate,

quante vedove notti,

quanti d’ solitari

35 ho consumati indarno,

che si poteano impiegar in quest’uso,

il qual più replicato è più soave!

Cangia, cangia consiglio,

pazzarella che sei,

40 ché ‘l pentirsi da sezzo nulla giova.

[SILVIA] Quando io dirò, pentita, sospirando,

queste parole che tu fingi ed orni

come a te piace, torneranno i fiumi,

a le lor fonti, e i lupi fuggiranno

45 da gli agni, e ‘l veltro le timide lepri,

amerà  l’orso il mare, e ‘l delfin l’alpi.

[DAFNE] Conosco la ritrosa fanciullezza:

qual tu sei, tal io fui: cos’ portava

la vita e ‘l volto, e cos’ biondo il crine,

50 e cos’ vermigliuzza avea la bocca,

e cos’ mista col candor la rosa

ne le guancie pienotte e delicate.

Era il mio sommo gusto (or me n’avveggio,

gusto di sciocca) sol tender le reti,

55 ed invescar le panie, ed aguzzare

il dardo ad una cote, e spiar l’orme

e ‘l covil de le fere: e, se talora

vedea guatarmi da cupido amante,

chinava gli occhi rustica e selvaggia,

60 piena di sdegno e di vergogna, e m’era

mal grata la mia grazia, e dispiacente

quanto di me piaceva altrui: pur come

fosse mia colpa e mia onta e mio scorno

l’esser guardata, amata e desiata.

65 Ma che non puote il tempo? e che non puote,

servendo, meritando, supplicando,

fare un fedele ed importuno amante?

Fui vinta, io te ‘l confesso, e furon l’armi

del vincitore umiltà , sofferenza,

70 pianti, sospiri, e dimandar mercede.

Mostrommi l’ombra d’una breve notte

allora quel che ‘l lungo corso e ‘l lume

di mille giorni non m’avea mostrato;

ripresi allor me stessa e la mia cieca

75 simplicitate, e dissi sospirando:

“Eccoti, Cinzia, il corno, eccoti l’arco,

ch’io rinunzio i tuoi strali e la tua vita”.

Cos’ spero veder ch’anco il tuo Aminta

pur un giorno domestichi la tua

80 rozza salvatichezza, ed ammollisca

questo tuo cor di ferro e di macigno.

Forse ch’ei non è bello? o ch’ei non t’ama?

o ch’altri lui non ama? o ch’ei si cambia

per l’amor d’altri? over per l’odio tuo?

85 forse ch’in gentilezza egli ti cede?

Se tu sei figlia di Cidippe, a cui

fu padre il Dio di questo nobil fiume,

ed egli è figlio di Silvano, a cui

Pane fu padre, il gran Dio de’ pastori.

90 Non è men di te bella, se ti guardi

dentro lo specchio mai d’alcuna fonte,

la candida Amarilli; e pur ei sprezza

le sue dolci lusinghe, e segue i tuoi

dispettosi fastidi. Or fingi (e voglia

95 pur Dio che questo fingere sia vano)

ch’egli, teco sdegnato, al fin procuri

ch’a lui piaccia colei cui tanto ei piace:

qual animo fia il tuo? o con quali occhi

il vedrai fatto altrui? fatto felice

100 ne l’altrui braccia, e te schernir ridendo?

[SILVIA] Faccia Aminta di sé e de’ suoi amori

quel ch’a lui piace: a me nulla ne cale;

e, pur che non sia mio, sia di chi vuole;

ma esser non può mio, s’io lui non voglio;

105 né, s’anco egli mio fosse, io sarei sua.

[DAFNE] Onde nasce il tuo odio? [SILVIA] Dal suo amore.

[DAFNE] Piacevol padre di figlio crudele.

Ma quando mai dai mansueti agnelli

nacquer le tigri? o dai bei cigni i corvi?

110 O me inganni, o te stessa. [SILVIA] Odio il suo amore,

ch’odia la mia onestate, ed amai lui,

mentr’ei volse di me quel ch’io voleva.

[DAFNE] Tu volevi il tuo peggio: egli a te brama

quel ch’a sé brama. [SILVIA] Dafne, o taci, o parla

115 d’altro, se vuoi risposta. [DAFNE] Or guata modi!

guata che dispettosa giovinetta!

Or rispondimi almen: s’altri t’amasse,

gradiresti il suo amore in questa guisa?

[SILVIA] In questa guisa gradirei ciascuno

120 insidiator di mia virginitate,

che tu dimandi amante, ed io nimico.

[DAFNE] Stimi dunque nemico

il monton de l’agnella?

de la giovenca il toro?

125 Stimi dunque nemico

il tortore a la fida tortorella?

Stimi dunque stagione

di nimicizia e d’ira

la dolce primavera,

130 ch’or allegra e ridente

riconsiglia ad amare

il mondo e gli animali

e gli uomini e le donne? e non t’accorgi

come tutte le cose

135 or sono innamorate

d’un amor pien di gioia e di salute?

Mira là  quel colombo

con che dolce susurro lusingando

bacia la sua compagna.

140 Odi quell’usignuolo

che va di ramo in ramo

cantando: “Io amo, io amo”; e, se no ‘l sai,

la biscia lascia il suo veleno e corre

cupida al suo amatore;

145 van le tigri in amore;

ama il leon superbo; e tu sol, fiera

più che tutte le fere,

albergo gli dineghi nel tuo petto.

Ma che dico leoni e tigri e serpi,

150 che pur han sentimento? amano ancora

gli alberi. Veder puoi con quanto affetto

e con quanti iterati abbracciamenti

la vite s’avviticchia al suo marito;

l’abete ama l’abete, il pino il pino,

155 l’orno per l’orno e per la salce il salce

e l’un per l’altro faggio arde e sospira.

Quella quercia, che pare

s’ ruvida e selvaggia,

sent’anch’ella il potere

160 de l’amoroso foco; e, se tu avessi

spirto e senso d’amore, intenderesti

i suoi muti sospiri. Or tu da meno

esser vuoi de le piante,

per non esser amante?

165 Cangia, cangia consiglio,

pazzarella che sei.

[SILVIA] Or su, quando i sospiri

udirò de le piante,

io son contenta allor d’esser amante.

170 [DAFNE] Tu prendi a gabbo i miei fidi consigli

e burli mie ragioni? O in amore

sorda non men che sciocca! Ma va pure,

ché verrà  tempo che ti pentirai

non averli seguiti. E già  non dico

175 allor che fuggirai le fonti, ov’ora

spesso ti specchi e forse ti vagheggi,

allor che fuggirai le fonti, solo

per tema di vederti crespa e brutta;

questo averratti ben; ma non t’annuncio

180 già  questo solo, ché, bench’è gran male,

è però mal commune. Or non rammenti

ciò che l’altr’ieri Elpino raccontava,

il saggio Elpino a la bella Licori,

Licori ch’in Elpin puote con gli occhi

185 quel ch’ei potere in lei dovria col canto,

se ‘l dovere in amor si ritrovasse?

E ‘l raccontava udendo Batto e Tirsi

gran maestri d’amore, e ‘l raccontava

ne l’antro de l’Aurora, ove su l’uscio

190 è scritto: “Lungi, ah lungi ite, profani”.

Diceva egli, e diceva che glie ‘l disse

quel grande che cantò l’armi e gli amori,

ch’a lui lasciò la fistola morendo,

che là  giù ne lo ‘nferno è un nero speco,

195 là  dove essala un fumo pien di puzza

da le triste fornaci d’Acheronte;

e che quivi punite eternamente

in tormenti di tenebre e di pianto

son le femine ingrate e sconoscenti.

200 Quivi aspetta ch’albergo s’apparecchi

a la tua feritate;

e dritto è ben ch’il fumo

tragga mai sempre il pianto da quegli occhi,

onde trarlo giamai

205 non poté la pietate.

Segui, segui tuo stile,

ostinata che sei.

[SILVIA] Ma che fe’ allor Licori? e com’ rispose

a queste cose? [DAFNE] Tu de’ fatti propri

210 nulla ti curi, e vuoi saper gli altrui.

Con gli occhi gli rispose.

[SILVIA] Come risponder sol poté con gli occhi?

[DAFNE] Risposer questi con dolce sorriso,

volti ad Elpino: “Il core e noi siam tuoi;

215 tu bramar più non déi: costei non puote

più darti”. E tanto solo basterebbe

per intiera mercede al casto amante,

se stimasse veraci come belli

quegli occhi, e lor prestasse intera fede.

220 [SILVIA] E perché lor non crede? [DAFNE] Or tu non sai

ciò che Tirsi ne scrisse, allor ch’ardendo

forsennato egli errò per le foreste,

s’ ch’insieme movea pietate e riso

ne le vezzose ninfe e ne’ pastori?

225 Né già  cose scrivea degne di riso,

se ben cose facea degne di riso.

Lo scrisse in mille piante, e con le piante

crebbero i versi; e cos’ lessi in una:

“Specchi del cor, fallaci infidi lumi,

230 ben riconosco in voi gli inganni vostri:

ma che pro’, se schivarli Amor mi toglie?”

[SILVIA] Io qui trapasso il tempo ragionando,

né mi sovviene ch’oggi è ‘l d’ prescritto

ch’andar si deve a la caccia ordinata

235 ne l’Eliceto. Or, se ti pare, aspetta

ch’io pria deponga nel solito fonte

il sudore e la polve, ond’ier mi sparsi

seguendo in caccia una damma veloce,

ch’al fin giunsi ed ancisi. [DAFNE] Aspetterotti,

240 e forse anch’io mi bagnerò nel fonte.

Ma sino a le mie case ir prima voglio,

ché l’ora non è tarda, come pare.

Tu ne le tue m’aspetta ch’a te venga,

e pensa in tanto pur quel che più importa

245 de la caccia e del fonte; e, se non sai,

credi di non saper, e credi a’ savi.

 

SCENA SECONDA

Aminta, Tirsi

[AMINTA] Ho visto al pianto mio

risponder per pietate i sassi e l’onde,

e sospirar le fronde

ho visto al pianto mio;

5 ma non ho visto mai,

né spero di vedere,

compassion ne la crudele e bella,

che non so s’io mi chiami o donna o fera:

ma niega d’esser donna,

10 poiché nega pietate

a chi non la negaro

le cose inanimate.

[TIRSI] Pasce l’agna l’erbette, il lupo l’agne,

ma il crudo Amor di lagrime si pasce,

15 né se ne mostra mai satollo. [AMINTA] Ahi, lasso,

ch’Amor satollo è del mio pianto omai,

e solo ha sete del mio sangue; e tosto

voglio ch’egli e quest’empia il sangue mio

bevan con gli occhi. [TIRSI] Ahi, Aminta, ahi, Aminta,

20 che parli? o che vaneggi? Or ti conforta,

ch’un’altra troverai, se ti disprezza

questa crudele. [AMINTA] Ohimè, come poss’io

altri trovar, se me trovar non posso?

Se perduto ho me stesso, quale acquisto

25 farò mai che mi piaccia? [TIRSI] O miserello,

non disperar, ch’acquisterai costei.

La lunga etate insegna a l’uom di porre

freno ai leoni ed a le tigri ircane.

[AMINTA] Ma il misero non puote a la sua morte

30 indugio sostener di lungo tempo.

[TIRSI] Sarà  corto l’indugio: in breve spazio

s’adira e in breve spazio anco si placa

femina, cosa mobil per natura

più che fraschetta al vento e più che cima

35 di pieghevole spica. Ma, ti prego,

fa ch’io sappia più a dentro de la tua

dura condizione e de l’amore;

ché, se ben confessato m’hai più volte

d’amare, mi tacesti però dove

40 fosse posto l’amore. Ed è ben degna

la fedele amicizia ed il commune

studio de le Muse ch’a me scuopra

ciò ch’agli altri si cela. [AMINTA] Io son contento,

Tirsi, a te dir ciò che le selve e i monti

45 e i fiumi sanno, e gli uomini non sanno.

Ch’io sono omai s’ prossimo a la morte,

ch’è ben ragion ch’io lasci chi ridica

la cagion del morire, e che l’incida

ne la scorza d’un faggio, presso il luogo

50 dove sarà  sepolto il corpo essangue;

s’ che talor passandovi quell’empia

si goda di calcar l’ossa infelici

co ‘l piè superbo, e tra sé dica: “È questo

pur mio trionfo”; e goda di vedere

55 che nota sia la sua vittoria a tutti

li pastori paesani e pellegrini

che quivi il caso guidi; e forse (ahi, spero

troppo alte cose) un giorno esser potrebbe

ch’ella, commossa da tarda pietate,

60 piangesse morto chi già  vivo uccise,

dicendo: “Oh pur qui fosse, e fosse mio!”

Or odi. [TIRSI] Segui pur, ch’io ben t’ascolto,

e forse a miglior fin che tu non pensi.

[AMINTA] Essendo io fanciulletto, s’ che a pena

65 giunger potea con la man pargoletta

a cà´rre i frutti dai piegati rami

degli arboscelli, intrinseco divenni

de la più vaga e cara verginella

che mai spiegasse al vento chioma d’oro.

70 La figliuola conosci di Cidippe

e di Montan, ricchissimo d’armenti,

Silvia, onor de le selve, ardor de l’alme?

Di questa parlo, ahi lasso; vissi a questa

cos’ unito alcun tempo, che fra due

75 tortorelle più fida compagnia

non sarà  mai, né fue.

Congiunti eran gli alberghi,

ma più congiunti i cori;

conforme era l’etate,

80 ma ‘l pensier più conforme;

seco tendeva insidie con le reti

ai pesci ed agli augelli, e seguitava

i cervi seco e le veloci damme:

e ‘l diletto e la preda era commune.

85 Ma, mentre io fea rapina d’animali,

fui non so come a me stesso rapito.

A poco a poco nacque nel mio petto,

non so da qual radice,

com’erba suol che per se stessa germini,

90 un incognito affetto,

che mi fea desiare

d’esser sempre presente

a la mia bella Silvia;

e bevea da’ suoi lumi

95 un’estranea dolcezza,

che lasciava nel fine

un non so che d’amaro;

sospirava sovente, e non sapeva

la cagion de’ sospiri.

100 Cos’ fui prima amante ch’intendessi

che cosa fosse Amore.

Ben me n’accorsi al fin: ed in qual modo,

ora m’ascolta, e nota. [TIRSI] È da notare.

[AMINTA] A l’ombra d’un bel faggio Silvia e Filli

105 sedean un giorno, ed io con loro insieme,

quando un’ape ingegnosa, che, cogliendo

sen’ giva il mel per que’ prati fioriti,

a le guancie di Fillide volando,

a le guancie vermiglie come rosa,

110 le morse e le rimorse avidamente:

ch’a la similitudine ingannata

forse un fior le credette. Allora Filli

cominciò lamentarsi, impaziente

de l’acuta puntura:

115 ma la mia bella Silvia disse: “Taci,

taci, non ti lagnar, Filli, perch’io

con parole d’incanti leverotti

il dolor de la picciola ferita.

A me insegnò già  questo secreto

120 la saggia Aresia, e n’ebbe per mercede

quel mio corno d’avolio ornato d’oro”.

Cos’ dicendo, avvicinò le labra

de la sua bella e dolcissima bocca

a la guancia rimorsa, e con soave

125 susurro mormorò non so che versi.

Oh mirabili effetti! Sent’ tosto

cessar la doglia, o fosse la virtute

di que’ magici detti, o, com’io credo,

la virtù de la bocca,

130 che sana ciò che tocca.

Io, che sino a quel punto altro non volsi

che ‘l soave splendor degli occhi belli,

e le dolci parole, assai più dolci

che ‘l mormorar d’un lento fiumicello

135 che rompa il corso fra minuti sassi,

o che ‘l garrir de l’aura infra le frondi,

allor sentii nel cor novo desire

d’appressare a la sua questa mia bocca;

e fatto non so come astuto e scaltro

140 più de l’usato (guarda quanto Amore

aguzza l’intelletto!) mi sovvenne

d’un inganno gentile, co ‘l qual io

recar potessi a fine il mio talento:

ché, fingendo ch’un’ape avesse morso

145 il mio labro di sotto, incominciai

a lamentarmi di cotal maniera,

che quella medicina, che la lingua

non richiedeva, il volto richiedeva.

La semplicetta Silvia,

150 pietosa del mio male,

s’offr’ di dar aita

a la finta ferita, ahi lasso, e fece

più cupa e più mortale

la mia piaga verace,

155 quando le labra sue

giunse a le labra mie.

Né l’api d’alcun fiore

coglion s’ dolce il mel ch’allora io colsi

da quelle fresche rose,

160 se ben gli ardenti baci,

che spingeva il desire a inumidirsi,

raffrenò la temenza

e la vergogna, o felli

più lenti e meno audaci.

165 Ma mentre al cor scendeva

quella dolcezza mista

d’un secreto veleno,

tal diletto n’avea

che, fingendo ch’ancor non mi passasse

170 il dolor di quel morso,

fei s’ ch’ella più volte

vi replicò l’incanto.

Da indi in qua andò in guisa crescendo

il desire e l’affanno impaziente

175 che, non potendo più capir nel petto,

fu forza che scoppiasse; ed una volta

che in cerchio sedevam ninfe e pastori,

e facevamo alcuni nostri giuochi,

ché ciascun ne l’orecchio del vicino

180 mormorando diceva un suo secreto,

“Silvia,” le dissi “io per te ardo, e certo

morrò, se non m’aiti.” A quel parlare

chinò ella il bel volto, e fuor le venne

un improviso, insolito rossore

185 che diede segno di vergogna e d’ira;

né ebbi altra risposta che un silenzio,

un silenzio turbato e pien di dure

minaccie. Indi si tolse, e più non volle

né vedermi né udirmi. E già  tre volte

190 ha il nudo mietitor tronche le spighe,

ed altretante il verno ha scossi i boschi

de le lor verdi chiome; ed ogni cosa

tentata ho per placarla, fuor che morte.

Mi resta sol che per placarla io mora;

195 e morrò volontier, pur ch’io sia certo

ch’ella o se ne compiaccia, o se ne doglia:

né so di tai due cose qual più brami.

Ben fora la pietà  premio maggiore

a la mia fede, e maggior ricompensa

200 a la mia morte; ma bramar non deggio

cosa che turbi il bel lume sereno

agli occhi cari, e affanni quel bel petto.

[TIRSI] È possibil però che, s’ella un giorno

udisse tai parole, non t’amasse?

205 [AMINTA] Non so, né ‘l credo; ma fugge i miei detti

come l’aspe l’incanto. [TIRSI] Or ti confida,

ch’a me dà  il cuor di far ch’ella t’ascolti.

[AMINTA] O nulla impetrerai, o, se tu impetri

ch’io parli, io nulla impetrerò parlando.

210 [TIRSI] Perché disperi s’? [AMINTA] Giusta cagione

ho del mio disperar, che il saggio Mopso

mi predisse la mia cruda ventura,

Mopso ch’intende il parlar degli augelli

e la virtù de l’erbe e de le fonti.

215 [TIRSI] Di qual Mopso tu dici? di quel Mopso

c’ha ne la lingua melate parole,

e ne le labra un amichevol ghigno,

e la fraude nel seno, ed il rasoio

tien sotto il manto? Or su, sta di bon core,

220 ché i sciaurati pronostichi infelici,

ch’ei vende a’ mal accorti con quel grave

suo supercil’io, non han mai effetto:

e per prova so io ciò che ti dico;

anzi da questo sol ch’ei t’ha predetto

225 mi giova di sperar felice fine

a l’amor tuo. [AMINTA] Se sai cosa per prova,

che conforti mia speme, non tacerla.

[TIRSI] Dirolla volontieri. Allor che prima

mia sorte mi condusse in queste selve,

230 costui conobbi, e lo stimava io tale

qual tu lo stimi; in tanto un d’ mi venne

e bisogno e talento d’irne dove

siede la gran cittade in ripa al fiume,

ed a costui ne feci motto; ed egli

235 cos’ mi disse: “Andrai ne la gran terra,

ove gli astuti e scaltri cittadini

e i cortigian malvagi molte volte

prendonsi a gabbo, e fanno brutti scherni

di noi rustici incauti; però, figlio,

240 va su l’avviso, e non t’appressar troppo

ove sian drappi colorati e d’oro,

e pennacchi e divise e foggie nove;

ma sopra tutto guarda che mal fato

o giovenil vaghezza non ti meni

245 al magazzino de le ciancie: ah fuggi,

fuggi quell’incantato alloggiamento”.

“Che luogo è questo?” io chiesi; ed ei soggiunse:

“Quivi abitan le maghe, che incantando

fan traveder e traudir ciascuno.

250 Ciò che diamante sembra ed oro fino,

è vetro e rame; e quelle arche d’argento,

che stimeresti piene di tesoro,

sporte son piene di vesciche bugge.

Quivi le mura son fatte con arte,

255 che parlano e rispondono ai parlanti;

né già  rispondon la parola mozza,

com’Eco suole ne le nostre selve,

ma la replican tutta intiera intiera:

con giunta anco di quel ch’altri non disse.

260 I trespidi, le tavole e le panche,

le scranne, le lettiere, le cortine,

e gli arnesi di camera e di sala

han tutti lingua e voce: e gridan sempre.

Quivi le ciancie in forma di bambine

265 vanno trescando, e se un muto v’entrasse,

un muto ciancerebbe a suo dispetto.

Ma questo è ‘l minor mal che ti potesse

incontrar: tu potresti indi restarne

converso in selce, in fera, in acqua, o in foco:

270 acqua di pianto, e foco di sospiri”.

Cos’ diss’egli; ed io n’andai con questo

fallace antiveder ne la cittade;

e, come volse il Ciel benigno, a caso

passai per là  dov’è ‘l felice albergo.

275 Quindi uscian fuor voci canore e dolci

e di cigni e di ninfe e di sirene,

di sirene celesti; e n’uscian suoni

soavi e chiari; e tanto altro diletto,

ch’attonito godendo ed ammirando,

280 mi fermai buona pezza. Era su l’uscio,

quasi per guardia de le cose belle,

uom d’aspetto magnanimo e robusto,

di cui, per quanto intesi, in dubbio stassi

s’egli sia miglior duce o cavaliero;

285 che, con fronte benigna insieme e grave,

con regal cortesia invitò dentro,

ei grande e ‘n pregio, me negletto e basso.

Oh che sentii? che vidi allora? I’ vidi

celesti dee, ninfe leggiadre e belle,

290 novi Lini ed Orfei; ed oltre ancora,

senza vel, senza nube, e quale e quanta

a gl’immortali appar, vergine Aurora

sparger d’argento e d’or rugiade e raggi;

e fecondando illuminar d’intorno

295 vidi Febo, e le Muse, e fra le Muse

Elpin seder accolto; ed in quel punto

sentii me far di me stesso maggiore,

pien di nova virtù, pieno di nova

deitade, e cantai guerre ed eroi,

300 sdegnando pastoral ruvido carme.

E se ben poi (come altrui piacque) feci

ritorno a queste selve, io pur ritenni

parte di quello spirto; né già  suona

la mia sampogna umil come soleva,

305 ma di voce più altera e più sonora

emula de le trombe, empie le selve.

Udimmi Mopso poscia, e con maligno

guardo mirando, affascinommi; ond’io

roco divenni, e poi gran tempo tacqui:

310 quando i pastor credean ch’io fossi stato

visto dal lupo, e ‘l lupo era costui.

Questo t’ho detto, acciò che sappi quanto

il parlar di costui di fede è degno;

e déi bene sperar, sol perché ei vuole

315 che nulla speri. [AMINTA] Piacemi d’udire

quanto mi narri. A te dunque rimetto

la cura di mia vita. [TIRSI] Io n’avrò cura.

Tu fra mezz’ora qui trovar ti lassa.

[CORO] O bella età  de l’oro,

320 non già  perché di latte

sen’ corse il fiume e stillò mele il bosco;

non perché i frutti loro

dier da l’aratro intatte

le terre, e gli angui errar senz’ira o tosco;

325 non perché nuvol fosco

non spiegò allor suo velo,

ma in primavera eterna,

ch’ora s’accende e verna,

rise di luce e di sereno il cielo;

330 né portò peregrino

o guerra o merce agli altrui lidi il pino;

ma sol perché quel vano

nome senza soggetto,

quell’idolo d’errori, idol d’inganno,

335 quel che dal volgo insano

onor poscia fu detto,

che di nostra natura ‘l feo tiranno,

non mischiava il suo affanno

fra le liete dolcezze

340 de l’amoroso gregge;

né fu sua dura legge

nota a quell’alme in libertate avvezze,

ma legge aurea e felice

che natura scolp’: “S’ei piace, ei lice”.

345 Allor tra fiori e linfe

traen dolci carole

gli Amoretti senz’archi e senza faci;

sedean pastori e ninfe

meschiando a le parole

350 vezzi e susurri, ed ai susurri i baci

strettamente tenaci;

la verginella ignude

scopria sue fresche rose,

ch’or tien nel velo ascose,

355 e le poma del seno acerbe e crude;

e spesso in fonte o in lago

scherzar si vide con l’amata il vago.

Tu prima, Onor, velasti

la fonte dei diletti,

360 negando l’onde a l’amorosa sete;

tu a’ begli occhi insegnasti

di starne in sé ristretti,

e tener lor bellezze altrui secrete;

tu raccogliesti in rete

365 le chiome a l’aura sparte;

tu i dolci atti lascivi

festi ritrosi e schivi;

ai detti il fren ponesti, ai passi l’arte;

opra è tua sola, o Onore,

370 che furto sia quel che fu don d’Amore.

E son tuoi fatti egregi

le pene e i pianti nostri.

Ma tu, d’Amore e di Natura donno,

tu domator de’ Regi,

375 che fai tra questi chiostri,

che la grandezza tua capir non ponno?

Vattene, e turba il sonno

agl’illustri e potenti:

noi qui, negletta e bassa

380 turba, senza te lassa

viver ne l’uso de l’antiche genti.

Amiam, ché non ha tregua

con gli anni umana vita, e si dilegua.

Amiam, ché ‘l Sol si muore e poi rinasce:

385 a noi sua breve luce

s’asconde, e ‘l sonno eterna notte adduce.