Ancora troppo vasto e ingovernabile

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il fenomeno della mobilità docenti, che di fatto limita la possibilità di programmazione e di rapporto delle istituzioni scolastiche con il territotorio

La mobilità dei docenti italiani: smentiti i luoghi comuni

I numeri e le ragioni di un fenomeno che in Italia ha spesso carattere patologico, con riflessi negativi sulla continuità didattica

Fondazione Giovanni Agnelli, . ottobre 2009

Mobilita docenti. Grafici.

Mobilita docenti. Testo

La Fondazione Agnelli ha anticipato i risultati di uno studio scaricabile dal sito sulla mobilità dei docenti italiani. Il lavoro di ricerca, condotto a partire da dati del Miur relativi all’a.s. 2009-10 e ai due anni precedenti, andrà a fare parte del Rapporto sulla scuola in Italia 2010, che la Fondazione pubblicherà all’inizio del prossimo anno dagli Editori Laterza.

All’inizio di ogni anno scolastico un insegnante su quattro non lavora più nella scuola dove lavorava l’anno precedente. Questa eccessiva mobilità del corpo docente italiano è dannosa per la continuità didattica e ha probabilmente effetti negativi sulla qualità degli apprendimenti dei ragazzi. Il fenomeno riguarda tanto gli insegnanti a tempo determinato (precari la cui destinazione è decisa ogni anno dal punteggio in graduatoria) quanto gli insegnanti di ruolo, che possono chiedere il trasferimento a un’altra scuola, ma, talvolta, sono costretti a chiederlo dai meccanismi del sistema scolastico.

Un’analisi approfondita della mobilità degli insegnanti – chi e quanti si muovono, e dove vanno – porta, tuttavia, a conclusioni per certi versi inattese, smentendo alcuni luoghi comuni, ad esempio, quello degli intensi flussi di ‘ritorno’ da Nord a Sud degli insegnanti meridionali.

La mobilità degli insegnanti, in effetti, riguarda per oltre il 95% movimenti all’interno della stessa regione, mentre – nell’anno scolastico appena iniziato – su 72.000 trasferimenti di insegnanti di ruolo, meno di 700 (dunque, meno dell’1% del totale) sono stati coloro che si sono mossi una regione del Nord per andare in una del Sud.

Difficile attribuire a questi flussi una significativa responsabilità dei disagi della discontinuità didattica nelle nostre scuole. Le ragioni del problema, che è reale e preoccupa, vanno perciò ricercate altrove. E precisamente nei meccanismi di carriera e di reclutamento del personale docente, da cui dipende più della metà della mobilità: burocratici, rigidi, ma soprattutto privi per l’insegnante di qualsiasi incentivo – di carriera o retributivo – a rimanere in una scuola in cui ha lavorato bene. In una parola, superati.

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