Apprendistato

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meno ideologia e più realismo

SCUOLA/ L’apprendistato a 15 anni è un’occasione, ma i benpensanti gridano allo scandalo
Il Sussidiario – 25 gennaio 2010
di Giuseppe Bertagna
Attualmente, a partire dai 16 anni, esistono tre tipi di apprendistato. Il primo è quello formativo. Riguarda l’esercizio del diritto dovere di istruzione e di formazione di tutti i ragazzi fino a 18 anni. I suoi vincoli di svolgimento e i suoi risultati formativi dovrebbero essere stabiliti e controllati dal ministero dell’istruzione. Il secondo tipo è l’apprendistato professionalizzante. Riguarda i giovani dai 19 ai 29 anni assunti in un lavoro che, causa anche la scuola frequentata, non sanno svolgere bene e che dovrebbero, perciò, essere messi nelle condizioni di imparare a svolgerlo in termini di qualità. Coinvolge soltanto il ministero del lavoro. Il terzo tipo è quello di alta formazione. Riguarda i giovani laureati specialistici che, in accordo con l’azienda, si specializzano in percorsi formativi di dottorato universitario per incrementare le proprie competenze superiori. Chiama in causa sia il ministero dell’università sia quello del lavoro.
Il primo, però, interessa percentuali da prefisso telefonico, per di più con due zeri prima della virgola in molte parti d’Italia. Ed è di solito considerato una sconfitta personale e sociale. I giovani ritenuti «meritevoli» dai mass media e dalla mentalità comune frequenterebbero infatti in prima istanza i licei, e poi a seguire, in una consolidata scala progressivamente discendente, gli istituti tecnici, gli istituti professionali e i corsi triennali di istruzione e formazione professionale delle regioni. Il secondo tipo di apprendistato fa la parte del leone anche perché le aziende possono godere di vantaggi fiscali e contributivi. Il terzo è non solo poco praticato, ma anche quasi sconosciuto. E l’accademia nazionale si guarda bene dal valorizzarlo, sebbene nel recente documento programmatico Italia 2020 dei ministri Sacconi e Gelmini sia additato come la risorsa formativa più strategica per la nostra competitività internazionale.
In una Repubblica che, articolo 1 della Costituzione, dovrebbe «essere fondata sul lavoro». In una civiltà il cui il libro fondativo, la Bibbia, si apre con un Dio che lavora e che, alla fine, si compiace di aver «fatto bene». In una storia, come la nostra, scandita dall’equiparazione tra preghiera e lavoro (san Benedetto); da un san Tommaso, da un Kant e da un don Bosco che qualificano le mani come «l’organo degli organi» dell’uomo; dalle straordinarie esperienze di unità tra teoria e pratica condotte nelle botteghe medievali e rinascimentali; dagli operai dell’Arsenale veneziano dai quali Galileo dichiara di aver imparato molto più che dai suoi sussiegosi colleghi dell’università di Padova; dall’Enciclopedia di Diderot e D’Alambert che aveva solo tre volumi teorici, ma ben venti dedicati ai mestieri e al lavoro, su su fino agli sconosciuti ma decisivi lavoratori che hanno perfezionato incrementalmente le tecniche di produzione che hanno autorizzato la prima, la seconda e le terza rivoluzione industriale, la circostanza di questa incredibile sottovalutazione del possibile ruolo formativo dell’apprendistato dovrebbe parecchio impensierire. E dovrebbe impensierire per due ragioni. Anzitutto perché già oggi, dati Excelsior alla mano, non si trovano muratori, brasatori, montatori meccanici di precisione, idraulici ecc. (l’elenco è lunghissimo) non che «lavorino bene», come si deve, con intelligenza, cultura, orgoglio e responsabilità, «coordinandosi altrettanto bene» con gli altri professionisti, altri che oggi parlano sempre più sia in italiano sia in lingua straniera, ma anche che semplicemente «lavorino». In secondo luogo perché se un personaggio come Emmanuel Mounier sosteneva che «lavorare è fare uomini» significa che oggi stiamo «facendo troppo pochi uomini».
In questo contesto, potevano apparire il segno di una significativa inversione di tendenza due elementi. Il primo è l’emendamento approvato alla Camera in Commissione lavoro che autorizza l’inizio dell’apprendistato formativo non più dai 16 anni soltanto (come disposto dalla finanziaria del 2007), ma dai 15, come è sempre stato e come è in tutti i paesi avanzati. Il secondo è la raccomandazione al ministro Gelmini, espressa sempre alla Camera dalla Commissione istruzione e cultura in sede di approvazione dei decreti sulla riforma scolastica, circa l’opportunità di valorizzazione i «crediti acquisiti dagli studenti» in apprendistato al fine di trasformare sempre più questo istituto formativo in un percorso valido a tutti gli effetti per l’acquisizione di qualifiche, diplomi e diplomi superiori. Invece, niente.
Le reazioni del solito mainstream politico-sindacal-culturale gridano allo scandalo perché non «si vuole mandare» tutti i ragazzi obbligatoriamente alla scuola che abbiamo fino a 16 anni. Questo scandalo si potrebbe giustificare se il provvedimento che impediva l’apprendistato dai 15 ai 16 anni, approvato tre anni fa, avesse contribuito a diminuire il più alto tasso di dispersione scolastica che possiamo vantare nell’Europa a 27 per cento. Di più: se avesse anche solo contribuito ad abbassare il numeri dei disadattatati ai metodi di apprendimento scolastici. Niente. Anzi, oltre che aver reso inservibile l’apprendistato in diritto dovere, ha contribuito a peggiorare l’uno e l’altro indice. Cosicché ci troviamo con il 20% di espulsi dalla scuola a 16 anni e con l’80% di ragazzi che, alla stessa età, hanno almeno due insufficienze gravi e considerano, per loro, la scuola tutt’altro che la scholé che dovrebbe essere. E con «questa» scuola non si chiede a gran voce di provare a rendere più efficace sul piano formativo la possibile strada alternativa dell’apprendistato? Non si esige che il ministero dell’istruzione detti al più presto i livelli essenziali di prestazione che le aziende devono assicurare per rendere il lavoro un’altra via per l’apprendimento e la maturazione complessiva della personalità degli studenti dai 15 ai 18 anni? Non si chiede allo stesso ministero di chiarire subito come intende verificare i risultati di apprendimento non scolastici, ma comunque educativi dell’apprendistato? È davvero paradossale. E solo da noi poteva accadere una cosa del genere.

 

SCUOLA/ Più sgravi fiscali per gli apprendisti, i ragazzi si aiutano così
Il Sussidiario – 26 gennaio 2010
di Dario Odifreddi
Il dibattito che in questi giorni si è scatenato sul tema dell’apprendistato a 15 anni mostra come un approccio ideologico genera solo sterili contrapposizioni. Una posizione è quella della cultura dominante che negli ultimi 40 anni ha demonizzato l’impresa e, in parte, la formazione professionale. Il paradigma prevalente considerava la scuola (unica, statale e liceizzata) ambito educativo e di crescita della persona, mentre la professione e il lavoro erano una mera risposta alle esigenze delle imprese; quindi esse portavano a una disumanizzazione dell’individuo in cui non si esplicava alcun percorso educativo e per questo motivo era meglio che si accedesse al lavoro il più tardi possibile.
A questa posizione, anche per reazione, oggi rischia di contrapporsene una nuova che considera i percorsi educativi una perdita di tempo e l’impresa l’unico ambito di crescita reale della persona.
Entrambi gli approcci mostrano di non saper guardare alla realtà; vi sono infatti oggi esperienze di alternanza scuola lavoro (normalmente nate in modo sussidiario) di grande successo, che recuperano molti adolescenti portandoli fuori dalla dispersione scolastica e accompagnandoli all’inserimento lavorativo; in tutte queste esperienze si è stabilita un’alleanza forte tra sistemi educativi e imprese. Il caso numericamente più eclatante è quello dei percorsi triennali di qualifica della formazione professionale attivati con successo in alcune regioni (in particolare Piemonte, Veneto, Lombardia) in cui si è passati in 5 anni da 30mila a 150mila utenti portando un notevole contributo alla lotta contro la dispersione.
Certo ne restano ancora altrettanti che sono fuori da ogni percorso educativo o lavorativo, ma questo è dovuto al fatto che molte regioni non hanno attivato questa possibilità e che il governo ha abbassato le già scarse risorse disponibili, infatti la prima cosa da fare è ripristinare i 40 milioni di euro storicamente erogati dal ministero dell’Istruzione ai percorsi triennali della formazione professionale, ma tagliati per l’anno 2009 e non previsti nella finanziaria 2010. Oltre a questi percorsi strutturati vi sono poi molte realtà, a cavallo tra l’accoglienza e la formazione, che dimostrano una straordinaria capacità di recuperare le persone più in difficoltà; percorsi personalizzati di accoglienza, orientamento e formazione divengono in queste esperienze fattore decisivo dell’accompagnamento dei giovani adolescenti al lavoro.
I nostri giovani, accanto al problema di introdursi al mondo del lavoro, oggi hanno la necessità di accedervi con un bagaglio di conoscenze e competenze adeguato; in tal senso una buona formazione di base è la vera garanzia di una formazione per tutto l’arco della vita. In fondo già Adam Smith ne La Ricchezza delle Nazioni affermava che se il leggere lo scrivere e il far di conto erano necessari per produrre bene semplici spilli, si doveva rinvigorire non poco per corrispondere alle modalità produttive tipiche delle nuova società industriale. Figuriamoci oggi.
Quindi, da un lato, se la vita non ha lavoro uno conosce meno se stesso, smarrisce il senso del vivere, tende a smarrire il senso del perché vive, dall’altro occorre che la persona sia dotata di un bagaglio che gli permetta di poter stare stabilmente nel mondo del lavoro assecondandone le inevitabili e rapide mutazioni.
In tale contesto va affrontato il tema dell’emendamento Cazzola all’art. 48 del dlgs 10/09/ 2003, che prevede che l’obbligo di istruzione, di cui all’art. 1, comma 622, della legge 296 del 27/12/2006, e successive modificazioni, si assolve anche nei percorsi di apprendistato per l’espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione.
Anzitutto va analizzata la grande diversità presente nel paese. Al Sud infatti vi sono tassi di dispersione più alti, l’istituto dell’apprendistato è utilizzato molto poco ed è scarsamente presente il sistema della formazione iniziale. Al Nord, pur essendovi un ancora ridotto utilizzo dell’istituto e della formazione professionale per gli apprendisti, è iniziato come descritto un cammino di sperimentazioni interessanti.
In secondo luogo è del tutto evidente che soprattutto per le imprese più piccole vi è una grande difficoltà nel sostenere in modo totalmente autonomo percorsi di crescita delle conoscenze e delle competenze, tant’è che l’apprendistato è largamente utilizzato per i vantaggi (certamente giusti) connessi ai minori oneri per l’impresa.
La nostra proposta, soprattutto per l’apprendistato in diritto dovere rivolto agli adolescenti è dunque quella di una grande alleanza tra l’impresa e i sistemi educativi; alleanza che richiede da parte del governo di favorire una maggior strutturazione dei sistemi formativi, premiando le eccellenze in essi presenti. Al contempo occorre sostenere le imprese in questa responsabilità anche attraverso forme innovative di sgravi fiscali e di destrutturazione dei salari per gli apprendisti in obbligo di istruzione.
L’alleanza che auspichiamo nasce dalla certezza che l’educazione è innanzitutto l’esito di una passione per l’altro che parte dalla comunicazione di ciò che si ama; una passione in questo caso a introdurre l’adolescente alla realtà totale, valorizzando e sollecitando la sua libertà affinché diventi consapevole delle proprie capacità e dell’ampiezza dei desideri che il suo cuore esprime. L’educazione cosi concepita è fattore dello sviluppo della persona, ma anche del sistema economico e chiama quindi in causa la responsabilità di tutti gli attori, invitandoci a superare quelle rigidità ideologiche che sono alla base di molti dei problemi del nostro paese e che bloccano lo stesso sviluppo.
Ben venga dunque qualsiasi analisi e ogni tentativo innovativo, ma l’analisi non può prescindere dall’esperienza e da una attenta valutazione dei fatti. Se non saremmo capaci di questo l’esito inevitabile sarà la marginalizzazione di un pezzo importante delle nuove generazioni.

 

18-24enni: uno su cinque si accontenta della licenza media (e meno)

Tuttoscuola – 24 gennaio 2010

Il dibattito e le polemiche sulla proposta del ritorno all’apprendistato precoce e alla modifica dell’obbligo di istruzione non può non richiamare l’attenzione sull’elevato numero di giovani che ancora oggi concludono precocemente il loro percorso scolastico e formativo, con competenze minime o inadeguate per entrare a pieno titolo nella società della conoscenza.

Dal rapporto del novembre scorso della Commissione europea sul percorso dei Paesi dell’Unione verso gli obiettivi di Lisbona (prorogati dal 2010 al 2020) emerge un quadro poco confortante dei nostri giovani circa gli abbandoni precoci.

Dalla rilevazione di Eurostat risulta infatti che nel 2008 la percentuale di 18-24enni con la sola licenza di I grado (o meno) e che non frequentano percorsi di istruzione/formazione è stata del 14,9% nella media dei Paesi UE (era quasi due punti in percentuale superiore nel 2000).

L’Italia ha fatto registrare una percentuale di abbandoni precoci del 19,7% (cioè quasi un giovane su cinque). Può consolare il fatto che nel 2000 la percentuale era ancora più alta: 25,1% (cioè abbandonava in anticipo qualsiasi percorso formativo un giovane ogni quattro).

Se si guarda, però, agli altri Paesi europei, ci si accorge che sono quasi tutti in situazione migliore della nostra. Peggio dell’Italia sono la Spagna, il Portogallo e Malta.

Per il 2020 la Commissione europea ha rideterminato l’obiettivo da raggiungere fissando la percentuale di abbandoni precoci dei 18-24enni al 10% al massimo.

Croazia, Polonia, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania e Finlandia hanno già raggiunto quell’obiettivo; molti altri Paesi sono prossimi a raggiungerlo. L’Italia è praticamente a metà strada. C’è ancora molto da fare per dimezzare quella percentuale poco confortante.  

 

Un 15enne ogni otto lascia la scuola anzitempo
Tuttoscuola – 24 gennaio 2010

Il ministro del Welfare Sacconi, per giustificare la sua proposta di ritorno all’apprendistato per i 15enni, ha parlato di 126 mila giovanissimi “dispersi”, cioè usciti completamente dal sistema di istruzione o di formazione. A cosa si riferiva?
In base ai dati ufficiali pubblicati dal ministero dell’istruzione, dopo il primo anno di corso nei diversi istituti statali di istruzione secondaria superiore, si disperdono annualmente, senza arrivare al secondo anno, complessivamente dai 72 mila agli 80 mila ragazzi.
Nell’ultimo quinquennio, in questo modo, si sono dispersi circa 395 mila ragazzi (12,7%) che solo in minima parte sono passati ai corsi sperimentali di formazione professionale.
Il tasso di dispersione scolastica dopo il primo anno di corso è però molto differenziato sul territorio.
Le regioni virtuose nell’ultimo quinquennio sono state il Molise (dispersione del 6,4%), la Basilicata (8%), il Friuli-Venezia Giulia (8,1%), l’Umbria e le Marche (8,4%).
Le regioni, invece, con il più alto tasso di dispersione complessiva nell’ultimo quinquennio dopo il primo di corso, sono state la Campania (16,5%) e la Sicilia (15,8%).
Con una dispersione complessiva nell’ultimo quinquennio superiore alla media nazionale si trovano anche la Sardegna, la Lombardia e il Piemonte.
Tra i diversi tipi di istituto i professionali hanno fatto registrare un tasso complessivo di dispersione nell’ultimo quinquennio del 18,9% dal primo al secondo anno di corso.
Gli istituti tecnici hanno registrato una dispersione del 14,3%; l’istruzione artistica il 13,6%.
Nei licei scientifici e classici nell’ultimo quinquennio c’è stato un tasso di dispersione nel passaggio dal primo al secondo anno del 6,9%.

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