Aule vuote e conti in rosso

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Ogni campanile vuole il suo ateneo ma poi nessuno segue le lezioni

Raffaello Masci, La Stampa 24.2.2009

ROMA
Sono venti le università che spendono quasi per intero il finanziamento statale (detto fondo di finanziamento ordinario, in sigla Ffo) solo per pagare il personale, mentre la legge vuole che questa quota non possa superare il 90%. Tra queste ci sono Firenze, Siena, Pisa, LAquila, che sono quasi alla bancarotta, e lo sono ormai da anni, tantè che gli attuali rettori stanno facendo i salti mortali per evitare la catastrofe.
Poi, beninteso, ci sono anche 19 atenei particolarmente virtuosi, che non vogliono finire nel calderone e per questo hanno fatto lobbing unendosi nell’associazione Aquis. Tra questi ci sono Verona, Roma 3, il Politecnico di Milano, l’università di Salerno, eccetera. In totale rappresentano il 40% della popolazione studentesca.
Tuttavia il ministero nel rifare i conti, ha dovuto rilevare sprechi e leggerezze allarmanti, verificatesi soprattutto negli ultimi 7-8 anni. Le università sono diventate 94, cioè il 30% in più di quante fossero negli anni Novanta. Ma ogni campanile di qualche peso ha voluto la sua sede, e così si sono moltiplicate le «succursali». Totale: 327 sedi, spesso piccolissime. Il tutto per dare cattedre e cadreghini ai professori: 13.232 i posti messi a concorso negli ultimi sei anni ma, con il sistema della doppia abilitazione, i vincitori si sono moltiplicati per due: 26.004. Costo aggiuntivo di questo scherzetto, 300 milioni di euro.
D’altronde alla domanda «lei, professore, cosa insegna? » si può rispondere in 177 mila modi diversi. Fenomeno, questo, solo italiano. Le materie pletoriche sono state distribuite in 5.500 corsi di laurea diversi, il doppio della media europea. Qualcuno, almeno, ci va a frequentarli? Non sempre: il corso di laurea in scienze religiose dell’università di Firenze, per esempio, ha zero iscritti; 37 ne hanno uno solo. E così 327 facoltà (ciascuna delle quali con più corsi, un preside, un consiglio, eccetera, eccetera) ha meno di 15 iscritti.
Alla parola «sprechi», brandita come minaccia, i 94 rettori delle università italiane sobbalzano. Una breve scheda, diffusa dalla Crui (la conferenza dei capi degli atenei), ricorda che la finanziaria triennale ha decretato lacrime e sangue, con un finanziamento ridotto di 63,5 milioni per il 2009, 190 per il 2010, 316 per l’anno successivo e via aumentando, fino a meno 455 per il 2013. Inoltre la copertura dellesenzione dellIci sulla prima casa è stata trovata con un taglio di altri 460 milioni a pesare sempre sui bilanci delle università. A conti fatti – lamentano i rettori – dal 2009 al 2011 i tagli ammontano a quasi il 10% (da 6.8 miliardi a poco più di 6).
Nel gennaio scorso una contestata legge del ministro Gelmini ha cercato di fare ordine: ha assegnato 500 milioni (pari al 7% del Ffo) alle università «virtuose», 135 milioni per le borse di studio, 65 milioni per gli all’oggi e i servizi agli studenti, ma ha subordinato il tutto ad una valutazione rigorosa dei risultati. Ora tutto questo è largamente condiviso, ma solo sulla carta. Per vedere se si tradurrà nella realtà, bisognerà attendere che alcune delle costose sedi periferiche vengano effettivamente chiuse. E questo, con le amministrative e le europee alle porte, non potrà essere neppure vagamente accennato, fino a giugno. Poi vai a capire.

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