Caterina di Alberto Moravia

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Apprendimento cooperativo: qui sopra videolezione del professore su youtube in classe 1F 
Prepara tu la tua lezione: spiegherai in classe questo racconto di Moravia

Caterina di Alberto Moravia

Mi sposai a diciott’anni e tutto avrei potuto prevedere fuorché il cambiamento che più tardi doveva verificarsi nel carattere di Caterina. Allora era una ragazza scialba, con i capelli lisci e la riga in mezzo, con un viso senza espressione, né colori, pallido e regolare. Di bello aveva gli occhi, grandi, un po’ smorti, ma dolci. Nella persona non era ben fatta sebbene mi piacesse appunto perché era fatta in quel modo: con il petto forte, i fianchi larghi e per il resto, braccia, gambe, spalle, esili come di bambina. La sua qualità non era di esser bella, ma di essere dolce, e credo che proprio di questa dolcezza mi fossi innamorato. Questa dolcezza, chi non conobbe allora Caterina, non può capire che cosa fosse. Aveva gesti composti e raccolti che incantavano; mai una parola violenta, mai uno sguardo duro; e aveva una maniera di darmela sempre vinta, di rimettersi sempre alla mia volontà e di guardarmi sempre come per chiedere il mio permesso prima di fare qualsiasi cosa, che spesso perfino mi imbarazzava. Talvolta pensavo dentro di me: “Davvero non mi merito una donna come questa.” Era paziente, sottomessa, devota, piena di belle maniere e di grazia. La sua dolcezza era conosciuta in tutto il quartiere, tanto che al mercato le donne dicevano a mia madre: “Tuo figlio sposa una santa… beato lui.” Io, addirittura, l’avrei voluta un po’ meno dolce, pensate; e spesso le dicevo: “Caterina, non hai mai detto una parola dura, non hai mai fatto un gesto brusco in vita tua?”, così, scherzando, e quasi mi pareva che avrei desiderato vederla dire quella parola, fare quel gesto.

Ci sposammo e andammo ad abitare sopra mia madre, al vicolo del Cinque, dove c’erano certe soffitte che non servivano a nessuno. Mia madre abitava di sotto, a pianterreno avevamo il negozio di pane e pasta, e così lavoravamo e abitavamo tutti nella stessa casa. Per i primi due anni Caterina continuò ad essere così dolce come l’avevo conosciuta e forse anche di più, perché mi voleva bene e perché mi era grata di averla sposata, di averle dato una casa e di averla messa in una condizione migliore. Era dolce con me e con mia madre, ma era anche dolce da sola, quando nessuno la vedeva. Qualche volta, rientrando in casa, verso mezzogiorno, andavo in punta di piedi a guardarla che si muoveva in cucina, tra il fornello e il tavolo. E m’incantavo a osservarla mentre si muoveva per la cucina angusta, con certi passetti e certe mosse graziose, senza fretta, senza noia, accurata, diligente, silenziosa. Non pareva che fosse in cucina, a preparare il pranzo, ma in chiesa davanti all’altare. Allora entravo tutto ad un tratto e l’abbracciavo, e lei, dopo il bacio, mi diceva sorridendo: “Mi hai fatto paura.” con quella sua voce dolce che pareva un lamento.

Dopo due anni di matrimonio fu chiaro che Caterina non poteva avere figli. Dico questo, così bruscamente, ma la certezza non la raggiungemmo che per gradi. Volevamo un figlio e, quando non venne, anzitutto ne discutemmo non so quanto in famiglia, quindi ci facemmo coraggio e andammo da un primo medico, poi da un secondo, e poi da un terzo e poi Caterina fece certe cure molto costose e alla fine capimmo che non serviva a nulla. Io dissi: “Pazienza… non è colpa di nessuno… è il destino” e per un momento sembrò che anche Caterina si rassegnasse. Ma non sempre si fa quello che si vuole: forse lei voleva rassegnarsi, ma non poté. In quel tempo cominciò, infatti, a cambiare carattere. Forse le cambiò il fisico prima del morale, facendosi duri gli occhi un tempo così dolci, inclinandosi in giù la bocca con due segni cattivi e sottili agli angoli, diventandole aspra la voce che prima era come un canto; ma, forse, lei cercava di controllarsi e io, come avviene, mi accorsi che il morale era cambiato, perché il fisico faceva la spia. Prima, comunque, cessò semplicemente di esser dolce; poi, in seguito, si fece ostile, aggressiva, rabbiosa. Cominciò a darmi quelle risposte che levano il fiato: “Se ti piace è così, se non ti piace è lo stesso;” “non seccarmi;” “ma va’ al diavolo;” “lasciami perdere.” Le prime volte pareva lei stessa sorpresa di parlare a quel modo; ma col tempo si lasciò andare e non disse quasi più altro. Per ogni nonnulla prese a sbattere le porte: in casa mia tutte le porte non facevano che sbattere e a me sembrava ogni volta di ricevere uno schiaffo in faccia. Un tempo mi chiamava con quelle parolette affettuose che dicono le donne quando vogliono bene: caro, amore, tesoro; ma adesso, altro che parolette: “Imbecille, scemo, stupido, ignorante” era il meno che potesse dirmi. Non ammetteva di essere contraddetta e, prima ancora di udire l’obiezione, mi dava del cretino: “Sta’ zitto, sei un cretino, non capisci nulla.” Quando, poi, non c’era alcun motivo di litigare, allora mi provocava. Aveva certe raffinatezze di cattiveria che, se non fossero state offensive, mi avrebbero meravigliato tanto erano ricercate e sottili. Sapeva trovare, come si dice, il punto debole: e non valeva che io pensassi dentro di me: “Stringo i denti, non parlo, faccio l’indifferente”, lei sapeva sempre dire qualche cosa che penetrava sotto la pelle e mi faceva saltare. Adesso tirava fuori la mia famiglia che, a sentir lei, era mondezza mentre lei era la figlia di un impiegato, per la verità uno scrivanello morto di fame del comune; adesso si attaccava al fisico e, siccome ho un occhio che non ci vede e in luogo della pupilla ho una macchia come di sangue coagulato, diceva storcendo la bocca: “Non venirmi accanto… il tuo occhio mi fa schifo… sembra un uovo marcio.” Ora si sa che non c’è nulla di peggio, per offendere, che prendersela con la famiglia o con il fisico. E io, infatti, perdevo la pazienza e incominciavo a urlare. Allora, lei, con un pallido sorriso pieno di fiele, diceva: “Vedi che urli… con te non si può parlare… urli sempre… non te l’hanno insegnata l’educazione?” Insomma non mi restava che andarmene; e così facevo. Uscivo e andavo a passeggiare solo sul lungotevere, pieno di rabbia e di tristezza.

Eppure non l’odiavo, anzi mi faceva compassione, perché capivo che era più forte di lei e che la prima a soffrirne era lei. Era la natura che la travagliava a quel modo e la metteva fuori di sé, e questo si vedeva soprattutto nel suo modo di camminare e di guardare: cupido, inquieto, ansioso, avido, rabbioso, come di bestia che cerchi invano qualche cosa. Nella sua voce, quando mi rispondeva male, più che stizza e antipatia, c’era come un ringhio di animale che soffra e non sa perché soffre e se la prende con gli altri che non ne hanno colpa. Il sospetto che il cambiamento di carattere fosse dovuto alla mancanza di figli mi fu confermato da sua madre che, un giorno che mi lamentavo, mi raccontò che Caterina, da bambina, non faceva che cullare bambole e voleva sempre far da mamma ai fratellini più piccoli. Poi, più grande, si era sviluppata al modo che ho detto, proprio come una donna che dovesse fare molti figli; e lei lo sapeva e ci contava. Ma i figli non erano venuti e lei, suo malgrado, ci perdeva la testa.

Andammo avanti così cinque anni. Gli affari andavano bene, la bottega prosperava, ma io ero infelice e sentivo che non vivevo più. Caterina, poi, era peggiorata e non mi parlava più, si può dire, che per ringhi e insulti. Adesso la gente del vicinato non diceva più che mi ero sposato una santa; tutti sapevano che invece di una santa mi ero messo in casa un diavolo. La mamma, poveretta, cercava di consolarmi dicendo che poteva darsi che un giorno questo figlio venisse e Caterina tornasse dolce come un tempo; ma io ero scettico e vedendola girare per la casa, la faccia protesa in avanti, cupida e cattiva, mi veniva paura e pensavo dentro di me che un giorno o l’altro, proprio come un cane che si rivolti e morda il padrone, lei mi avrebbe ammazzato. Intanto non vedevo la fine di questa storia e quando me ne andavo solo a passeggiare sul lungotevere e guardavo il fiume che scorreva, pensavo: “Ho venticinque anni… sono ancora un ragazzo, per così dire… eppure la mia vita è finita e per me non c’è più speranza… sono condannato a vivere tutta la vita mia accanto a un demonio.” Sapevo che non potevo separarmi da lei perché le volevo bene e perché non aveva che me al mondo, ma sapevo pure che rimanere con lei voleva dire non vivere più. A questi pensieri mi veniva una malinconia forte e quasi quasi mi sarei buttato nel fiume.

Una notte, rincasando solo, quasi senza pensarci, discesi giù per una di quelle scalette puzzolenti che portano al greto del Tevere e, scelto un punto in ombra sotto l’arcata del ponte, mi tolsi la giacca, la ripiegai e la posai in terra, quindi scrissi un biglietto, così al buio e lo misi sulla giacca. Il biglietto diceva: “Mi ammazzo a causa di mia moglie” e seguiva la firma. Si era al principio dell’inverno e il Tevere era gonfio da far paura, scuro, pieno di rami e di detriti, freddo come la bocca di una grotta; sul punto di saltarci dentro, mi venne paura e incominciai a piangere. Sempre piangendo rifeci la strada indietro sul greto, salii la scaletta, corsi a casa. Andai difilato nella camera da letto, presi Caterina per un braccio che giа dormiva, e la destai dicendo: “Vieni con me.” Lei questa volta era spaventata, e mi seguì senza fiatare. Forse credette che volessi ammazzarla perché alla scaletta si dibatté un poco. Ma era buio e non c’era nessuno e io con la forza la costrinsi a scendere. Camminammo sul greto lei avanti e io dietro, in maniche di camicia e farsetto; sotto il ponte le mostrai la giacca, e preso il biglietto, glielo diedi e dissi: “Ecco quello che mi facevi fare… ma perché, Caterina, sei così cambiata?… eri così dolce… ora sei un diavolo… perché?” A queste parole anche lei tutto ad un tratto si mise a piangere e piangendo mi abbracciò e ripeteva che d’ora in poi si sarebbe controllata; poi mi aiutò a infilare la giacca e tornammo a casa. Ho raccontato questa storia per dire quanto fossi disperato. Ma Caterina non si corresse, al contrario; anzi da allora prese a canzonarmi per non aver avuto il coraggio di ammazzarmi.

Era il 1943. Ai primi bombardamenti, la mamma decise che avremmo chiuso bottega e saremmo andati al suo paese, Vall’ecorsa, in Ciociaria. Caterina, al solito, voleva e non voleva, e in quei giorni mi fece proprio disperare. Finalmente partimmo su un camion che andava a prendere farina e altra roba di borsa nera. Sedevamo tutti su certe panchette del camion, sotto il sole che ardeva, con le valigie ai piedi. Corremmo un pezzo e dopo Frosinone ci trovammo in aperta campagna, lontani dalle montagne, tra i campi mietuti e ispidi. Per il gran caldo mi ero quasi addormentato quando, tutto ad un tratto, il camion si ferma di botto, e il camionista grida: “Un aeroplano… tutti nel fossato.” L’aeroplano non si vedeva; ma si udiva molto vicino la voce del motore, rabbiosa, metallica, deragliante, punteggiata di scoppietti rauchi; c’era una fila di pioppi e altri alberi folti, la voce del motore veniva di lа, l’aeroplano era dietro quegli alberi. Io dissi a Caterina: “Presto… andiamo giù.” Ma lei alzò le spalle e rispose cattiva: “Io resto qui.”

“Ma vieni” insistei; “vuoi morire?”

“Non m’importa di morire.” Questa risposta mi arrivò che ero giа in terra; poi corsi al fossato e subito dopo l’aeroplano oscurò il cielo sopra di noi e il fracasso del motore si scatenò come una tempesta e tra il fracasso udii la grandinata della mitragliera, che sparava: il camion stava fermo in mezzo alla strada, con Caterina seduta e sulla strada la mitraglia sollevava tante nuvolette di polvere che si allontanavano. L’aeroplano era passato, era scomparso dietro gli alberi adesso si alzava e si allontanava, simile a una libellula bianca, nel cielo infuocato; e il camion stava sempre fermo con Caterina seduta, tutta sola. Allora corsi al camion chiamando Caterina; ma lei non rispose, saltai sul camion e vidi che era morta.

Così a venticinque anni fui vedovo, con tutta la vita davanti a me, vasta e aperta, come l’avevo sognata quando passeggiavo solo sul lungotevere. Ma avevo voluto bene a Caterina e per molti anni non mi consolai. Pensavo che spinta dalla natura che la tormentava, lei aveva desiderato e cercato qualche cosa che lei stessa non sapeva; e siccome questa cosa non l’aveva trovata, era diventata cattiva, ma senza volontà, innocentemente; e alla fine, invece della cosa che cercava, aveva incontrato la morte. E tutto questo era avvenuto senza che noi potessimo far niente: lei era cambiata ed era morta per cause che non dipendevano da lei; io avevo sofferto ed ero stato liberato dalla sofferenza per le stesse cause. E la dolcezza che mi era tanto piaciuta, lei l’aveva avuta in dono come la cattiveria e la morte.

da “Racconti romani”

Audio Lezioni su Alberto Moravia del prof. Gaudio

Ascolta “Alberto Moravia” su Spreaker.

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