Didattica a distanza: “L’è tutto sbagliato, l’é tutto da rifare”

La pandemia ha reso inagibile l’ambiente scolastico; le lezioni non si sono interrotte grazie alle nuove tecnologie dell’informazione: lo sviluppo del programma ministeriale è avvenuto regolarmente.

E’ un episodio di una storia cominciata negli anni 1980 quando la ministra Franca Falcucci diede il via al Piano Nazionale per l’introduzione dell’Informatica nella scuola.
Furono gestiti piani d’aggiornamento: i docenti partecipanti, ritornati nei loro istituti, avrebbero dovuto avvicinare alla cultura informatica i loro colleghi.
Avrebbero dovuto presentare lo scenario aperto dalla tecnologia che, definito, analizzato e modellato un problema [algoritmo] affronta la comunicazione verso lo strumento di calcolo [codifica].
Un itinerario formativo che trovava il suo ancoraggio nei metodi di ricerca, tipici delle diverse discipline.
Un itinerario formativo che avrebbe dovuto innescare un processo volto al coordinamento degli insegnamenti per la conquista della finalità del sistema scolastico: la facilitazione dell’inserimento dei giovani in contesti dinamici e complessi.

L’iniziativa non ha avuto successo: il sapere del libro di testo non è stato affiancato dai problemi che l’hanno generato e dai metodi utilizzati per la sua scoperta.

Oggi, come allora, ci si è concentrati sullo strumento, sul digitale, per perpetuare la tradizionale didattica trasmissiva.

Una scelta conservatrice, efficace in ambienti statici.

Il Ministero non ha prestato la dovuta attenzione alla regressione anzi, l’ha condivisa, come dimostra la sovrascrittura al piano per l’informatica. La nuova denominazione è: Piano Nazionale Scuola Digitale.