Dike figlia di Zeus

La concezione della giustizia nel dramma eschileo

appunti della lezione della prof.ssa Maria Pia Pattoni

a cura di Alissa Peron

Eschilo è stato definito il poeta di Dike per la centralità del tema della giustizia nelle sue tragedie. L’idea di giustizia fino a Platone coincide con l’idea del rispetto del limite: esistono confini (pèrata) nei quali ciascuno trova la misura (mètron) del lecito; ogni violazione di questi limiti è un atto di hybris. In Il XV 184 ss Poseidone accusa Zeus di hybris che definisce isòmoiron, con le stesse parti assegnate. Nelle Eumenidi di Eschilo c’è un superamento del limite da parte di Apollo come si vede dal dialogo con le Erinni: Apollo ha accolto un matricida nel suo tempio e questo per le Erinni è fonte di dolore. Le Erinni insistono su termini giuridici (giustizia, legge), si riferiscono all’antica suddivisione delle timaì mentre Poseidone in Omero si riferisce alla seconda che secondo il racconto di Esiodo è avvenuta dopo la titanomachia. In Omero c’è menzionata spesso Themis, divinità figlia di Urano e Gea dunque della prima generazione; indica la giustizia come rispetto dell’ordine naturale, appare come regola prima della convivenza. Zeus dopo la sua vittoria prende con sé kràtos e Bìa, la giustizia nella visione arcaica si sostanzia di forza e potere. Dike nasce da Zeus e Themis, sorella di Eirene ed Eunomìa, esse erano designate come le Ore; eunomìa compare in Omero per designare il retto comportamento degli uomini contrapposto all’hybris, gli dei si aggirano tra i mortali sotto le sembianze di stranieri per vedere hybrin ed eunomìen; la stessa immagine comparirà in Esiodo. Nel VI libro dell’Odissea Odisseo si chiede se gli uomini che abitano quella terra siano dìkaioi o àgrioi, la giustizia è vista come civilizzatrice. Negli Erga dike è nome comune contrapposto a hybris, Esiodo fissa uno Zeus che impone la legge agli uomini e fa in modo che venga rispettata: se la vergine Dike viene offesa si siede supplice al soglio di Zeus implorandone l’intervento. Per Esiodo tutta la comunità paga per la hybris dei capi o dei giudici, principio presente anche nell’Iliade. Il filone etico-didattico di Esiodo verrà poi ripreso da Solone ed Eschilo, per tutti c’è una responsabilità dell’uomo per le proprie colpe; già in Omero si vede il principio dello cthònos tòn theòn, la capacità degli dei di far male anche senza una colpa pregressa, indicata dal verbo àgamai. Accanto alla linea tradizionale dell’invidia nei confronti della prosperità umana se ne afferma un’altra esemplificata dalla lirica di Solone, secondo la quale se non si accompagna alla prosperità la saggezza ciò porta alla sazietà e dunque all’incontentabilità, che conduce alla dismisura e all’accecamento di Ate. La stessa catena di Solone è ripresa da Pindaro nel racconto del mito di Sione punito per aver desiderato di sedurre Era; Pindaro aggiunge che in Sione c’è stato un apprendimento, Sione girando sulla ruota invita gli uomini a ben ricambiare i benefici ricevuti. L’interesse di Pindaro per questa tematica affiora anche nella prima Olimpica del 476 a. C.: osserva a proposito di Tantalo che non seppe smaltire la grande fortuna che gli dei gli avevano dato di partecipare alle loro mense, come in Solone il punto di partenza è un mègas òlbos; si arriva all’ate e alla rovina di Tantalo, ma egli non impara dalla sofferenza: il tema didattico è aggiunto da Pindaro in conclusione dell’episodio come gnòme detta da un esterno. Nella terza istmica compare la concezione che se si vuole che ricchezze e fortuna durino bisogna evitare la sazietà. Negli anni intorno al 470 Pindaro era interessato alla tematica della colpa e della responsabilità dell’uomo e della punizione degli dei. Nei Persiani di Eschilo Dario attribuisce a Serse e alla sua giovanile audacia la responsabilità della sconfitta di Platea, pena commisurata alla gravità della colpa. A garanzia del rispetto del limite Eschilo pone lo stesso Zeus, garante di un ordine universale (Eumenidi); il dio Ade svolge sottoterra la stessa funzione. Eschilo dunque si pone sulla linea di Esiodo e Solone, ma il coro delle Eumenidi si inserisce anche la collaborazione attiva del dio all’accecamento dell’uomo: lo inganna e gli fa sembrare bene ciò che è male ed accelera così il realizzarsi di Ate, la divinità è ostile e maligna e affretta la rovina dell’uomo. Il concorso del Dio nella rovina di Serse appare nei Persiani dopo che lo stesso sovrano era stato definito isòstheos fòs; il coro inserisce l’immagine di Ate che inganna l’uomo e lo fa cadere nella rete della colpa; il dio prima irretisce il colpevole poi lo punisce impietosamente. Nella Niobe eschilea c’è l’invito a non offrire agli dei un pretesto per punire l’uomo evitando gli eccessi, un ignoto personaggio lo afferma con allusione alla tracotanza della stessa Niobe. Nell’Agamennone si introduce il ruolo di Peithò che con la sua subdola azione spinge l’uomo alla colpa, è una riflessione analoga a quella dei Persiani. Eschilo dunque prende posizione contro chi accusa gli dei di indifferenza: gli dei hanno a cuore la punizione dei malvagi e svolgono funzione educatrice; dà rilievo alla funzione dell’apprendimento, carica didattica che i critici hanno messo in relazione con la tensione politica di Atene dopo il 480, Atene appariva in crescita e nel suo sviluppo la responsabilità era comune. Zeus è iniziatore e garante della legge del tò pàthei màthos, che si realizza anche se gli uomini non si accorgono e non lo vogliono, azione coercitiva degli dei che esercitano con violenza la loro pur benefica funzione di comando. Nei Persiani e nell’Agamennone compare l’immagine della bilancia della giustizia, nei Persiani retta dal demone, nell’Agamennone da Dike; il coro afferma che a chi soffre viene dato come contrappeso l’apprendimento. Per un gioco paretimologico Eschilo intende Dike come diòs chòra ovvero figlia vergine, il coro durante l’uccisione di Clitemestra ribadisce la propria fiducia nel mantenimento dell’ordine. Eschilo non pare interessato al concetto di eunomìa, mentre Eirene è esclusa perché non pertinente con i drammi e non in accordo con la visione politica propugnata da Eschilo: costui condanna le guerre intestine ma ammette quelle esterne, in linea con la politica di Atene di quel tempo. Nel secondo stasimo dell’Agamennone il coro portavoce del poeta associa giustizia e povertà: è contrario al punto di vista arcaico-tradizionale che faceva derivare l’hybris dall’olbon, doveva essere determinata da un atto di empietà; nell’antistrofe seguente proclama la positività dell’essere di modeste condizioni, la grande ricchezza non basta da sola ma predispone all’hybris. Eschilo si serve di una metafora navale, per salvarsi si può gettare in mare una parte del carico e difendere le ricchezze acquisite giustamente, si richiama il principio delfico del medèn àgan. Segue un elogio dell’agricoltura, il commercio è attività potenzialmente pericolosa. Quanto alla ricostruzione drammaturgica Eschilo fa leva sul conflitto di diverse concezioni di Dike prima della ricomposizione finale: prima della nascita del tribunale istituito da Atena ogni ingiustizia è risposta ad un’altra, giusti contrapposti ad ingiusti: la stessa spedizione di Troia è vista come un atto di giustizia, con questa guerra Zeus fa pagare a Paride la violazione del diritto di ospitalità. Nell’ultimo coro delle Coefore vengono messi in parallelo l’atto di giustizia che cade sui Priamidi con la coppia degli atridi giustizieri e la coppia Oreste e Pilade venuti ora a ristabilire la giustizia. Ma vi è antinomia, dubbi sulla legittimità del comportamento di Agamennone a partire dal sacrificio di Ifigenia: viene definito dal coro atto empio, impuro e sacrilego, prima era stato definito thèmis anche se doloroso. La guerra si conclude con la più grave empietà del saccheggio dei templi di Troia ed Eschilo accenna due volte a questo antefatto mitico: Clitemestra afferma che se i Greci conquistatori rispetteranno gli dei non saranno conquistati a loro volta, e il discorso dell’araldo prova che di Troia non si è salvato nulla: è questo un presagio dei disastri cui i Greci e soprattutto Agamennone andarono incontro nel viaggio di ritorno. Anche l’esercito persiano di Serse si macchia della colpa di distruggere i templi dei nemici e per lui la pena sarà la sconfitta. Il primo stasimo, iniziato con la rievocazione della colpa di Paride e l’affermazione di una guerra giusta, si conclude con la colpa di Agamennone in conseguenza di quella stessa guerra: per Clitemestra la morte di Agamennone è giusta e così per Egisto che la vede come vendetta del banchetto di Tieste, ingiusta per Apollo; duplicità di chiave di lettura anche del matricidio, giusto per Elettra Oreste e il coro, la corifea dissipa gli scrupoli di Elettra e la invita a ripagare male con male, atto non considerato empio. Dike è vista come legge del contraccambio, Elettra per la corifea deve invocare l’intervento di un dikefòros, un giustiziere. L’antinomia verrà risolta nelle Eumenidi, le Erinni da una parte sono divinità ctonie mostruose, nel corso del dramma si presentano come ministre di Dike e nel secondo stasimo enunciano principi di giustizia e coincidono con l’operato di Zeus: Eschilo si muove progressivamente verso la ricomposizione finale, in alcuni passaggi non rispondendo ad Apollo, ad esempio quando egli difende l’istituzione matrimoniale; Eschilo non discute alcuni capisaldi istituzionali. All’uso della bìa si sostituisce peithò,persuasione positiva che porta alla riconciliazione tra divinità e tra le antinomie precedenti.