Elias Portolu di Grazia Deledda

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GRAZIA DELEDDA (1871- 1936) del prof. Luigi Gaudio

(fonti: Rosa Console e Michela Zucca dei Servizi Culturali)

Grazia Deledda fra verismo e decadentismo

Descrivendo la sua Sardegna, Grazia applica alla sua terra il giudizio di forte arretratezza e l’estremo realismo che abbiamo incontrato anche in Verga, tuttavia risente del clima culturale prevalente a cavallo tra ottocento e novecento, quando si diffonde la sensazione di vivere una dissoluzione irreversibile, una “decadenza”. Gli intellettuali spostano lo sguardo dal “reale” a ciò che è “individuale”ricercano oltre la fenomenologia dei fatti e delle apparenze una realtà più profonda, e non nutrono più alcuna fiducia nella scienza, che non può rendere la felicità alle anime in cui ella ha distrutto l’ingenua pace della consolazione offerta dalla tradizione.

Biografia:

Grazia Deledda nasce a Nuoro,in Sardegna, il 27 Settembre 1871, quinta di sette tra figli e figlie, in una famiglia benestante. Il padre, Giovanni Antonio Deledda, era un imprenditore e agiato possidente; fu poeta improvvisatore e sindaco di Nuoro nel 1892. La madre, Francesca Cambosu, era una donna religiosissima. In breve tempo, però, la fortuna della famiglia svanisce e cominciano problemi seri.

Dopo aver frequentato le elementari continua ad istruirsi privatamente da un parente della famiglia Deledda con il quale studia italiano, latino e francese.
Dovette studiare da privatista in quanto all’epoca alle donne non era concessa l’istruzione oltre le scuole elementari.

Importante per i primi anni della sua carriera è l’amicizia con Enrico Costa, archivista e storico che per primo ne comprese il talento.

Nel 1888, all’età di 17 anni invia a Roma alcuni suoi racconti ovvero “Sangue Sardo” e “Remigia Helder” i quali vengono pubblicati sulla rivista “L’ultima Moda” diretta da Epaminonda Provaglio. Sulla stessa rivista qualche anno dopo viene pubblicato anche il romanzo “Memorie di Fernanda”.

Nel 1890 viene pubblicato a puntate a Cagliari sul quotidiano “L’avvenire della Sardegna” il romanzo “Stella d’Oriente” e a Milano nello stesso anno un libro di novelle.

Durante la sua vita continua la collaborazione con le riviste sarde, ma anche nazionali.

Grazia Deledda  si dedica anche alla poesia e alla letteratura russa; questo particolare è esplicitato da una citazione di Tolstoj usata dalla Deledda come introduzione al saggio “Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna”.

Nel 1903 la pubblicazione di ELIAS PORTOLU la conferma come scrittrice e l’avvia ad una fortunata serie di romanzi ed opere teatrali.

Tra i romanzi ricordiamo anche “Cenere” che fu scelto anche come trama di un film, o ancora “Canne al vento”e l’ ”Edera”.

Le sue opere sono apprezzate anche dal  maggior esponente del Verismo, ovvero Verga, oltre che da altri scrittori più giovani.

Famosa però la polemica di Pirandello contro Palmiro Malesani, il marito di Grazia Deledda, giudicato un incapace dal drammaturgo. Pirandello, infatti, convinto che le donne debbano rimanere al proprio posto, prese in giro Palmiro nel romanzo “Suo marito”

Nel 1926 le viene conferito il

PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA (è l’unica scrittrice italiana ad averlo ricevuto).

Morì a causa di  un tumore al seno nel 1936 all’età di 55 anni.

Poetica. I suoi temi principali furono:

– MONDO SARDO: atmosfere e tradizioni di questa terra

– FATO: destino,questa forza superiore che sconfigge gli uomini

– AMORE, DOLORE E MORTE: queste tre parole sono collegate alla Colpa ed ai Sensi di Colpa causati spesso da indomite passioni che provocano effetti indesiderati e poco felici.

– IL BENE ED IL MALE: Deledda nei suoi testi sa che l’uomo molto spesso si trova in una condizione di scelta tendenzialmente tra queste due forze contrastanti. Inoltre,l’uomo è spesso tormentato perché sa che è limitato nelle sue azioni ma è libero nei suoi pensieri.

– SENTIMENTO RELIGIOSO: In situazioni avverse l’uomo può scegliere di allontanarsi dalla fede oppure gettarsi nel mistero di quest’ ultima.

Personaggi:

La scrittrice tenta di portare il lettore alla consapevolezza dell’esistenza del male, e ciò lo fa servendosi dei suoi personaggi i quali spesso soffrono fino alla fine del racconto o almeno fino a quando non ammettono di aver sbagliato, facendo i conti con ciò che poi dopo l’ammissione dovranno subire. Lei inoltre afferma che solo chi ha la consapevolezza dell’esistenza di Dio sfugge ad ogni forma di turbamento.

Lingua e stile:

Grazia Deledda dice in numerose interviste che le risulta molto difficile scrivere in lingua italiana in quanto questa le appare totalmente diversa dal sardo alla quale lei era abituata.

Nonostante ciò afferma sempre in queste interviste a noi pervenute che cerca in tutti i modi di riuscire a scrivere nel miglior modo possibile cercando dunque di evitare ogni regionalismo.

 

La preghiera notturna, da “Elias Portolu” cap. III

Tutti risero. Egli disse:

“Perché ridete voi, pezzenti morti di fame, cani rognosi, animali, che altro non siete? Ebbene, sì, mi farò prete: e cosa ci vuole? il latino lo so leggere. E spero di portare a voi tutti il viatico e di sotterrarvi morti di fame”.

“Anche a me, fratello mio?”, gridò Pietro.

“Sì, anche a te.”

E Maddalena:

“Anche a me?”.

“Anche a te!”, gridò Elias, inferocito. “E a te perché no? Perché sei una donna? Per me donne e uomini sono la stessa cosa, anzi le donne sono più spregevoli degli uomini.”

“Tutto questo non importa”, disse zio Portolu, che ascoltava con molta attenzione le parole d’Elias. “Torniamo all’argomento. Dunque tu ti faresti prete?”

“Pare così!”, gridò Elias versandosi da bere. “Bevete, bevete, versate, trinchiamo.”

Vennero colmati i bicchieri.

“Piano, piano”, gridò zio Portolu, fra l’allegria generale, “ragioniamo, prima di bere…”

“Chi non beve non è uomo, babbo mio”, disse Pietro, ripetendo l’assioma tante volte pronunziato da suo padre. Ma questi s’adirò sul serio, e più che gridando disse:

“Anche le bestie ragionano, figlio del diavolo! E tu rispetta tuo padre, e ringrazia la presenza di questi amici e di questa colomba, altrimenti ti darei tanti schiaffi quanti capelli hai sulla testa”.

“Bumh! Bumh! zio Portolu! Questo poi è troppo! Ad uno sposo parlare così!”

“Maddalena mia, io sono morto se non mi aiuti”, gridò Pietro ridendo.

“Colomba, aiutalo!”, disse zio Portolu con ironia; poi si volse di nuovo ad Elias e lo interrogò se davvero aveva parlato sul serio. Ma Elias beveva, rideva, gridava, e non rispose a tono, e l’annunzio del suo bizzarro disegno era già svanito fra la rumorosa allegria dei convitati.

Ma qualcuno l’aveva accolto con trepidanza: zia Annedda. Essa taceva, un po’ per compostezza, un po’ perché non riusciva ad intender bene quello che si diceva, ma guardava intorno con occhi attenti. Maddalena le avvicinava ogni tanto il viso all’orecchio, ripetendole questa o quell’altra cosa: zia Annedda assentiva col capo e sorrideva. Ah, se Elias avesse parlato sul serio! Ma era mai possibile? Un miracolo così grande! Ah, ma San Francesco poteva fare quello ed altri miracoli. Elias era ancor giovine, poteva studiare, poteva riuscire. Ed era quella la sua via, la via del Signore, perché se egli restava nel mondo era un giovine perduto. Zia Annedda pensava così, perché conosceva il suo figliuolo.

Un momento ch’ebbe tempo, ella entrò in chiesa per ringraziare il Santo dell’idea mandata ad Elias. Era notte; le lampade oscillavano davanti all’altare, spandendo ombre e luci tremule nella chiesa deserta: il gran Santo, cupo, pareva assopito tra i suoi fiori d’ogni mese. Zia Annedda s’inginocchiò, poi sedette in fondo alla chiesa, pregando. Il suo pensiero era sempre rivolto ad Elias: le pareva già di vedere il figliuolo sacerdote, le sembrava già di ricevere i doni di frumento, le anforette di vino turate con fiori, le torte e i gattòs [7] che gli amici avrebbero regalato al prete novello.

Mentre così sognava e pregava, vide entrar Maddalena. La giovinetta veniva a cercarla, le si accostò e le sedette accanto.

“Ah, siete qui!”, disse. “Vi cercavamo, ma io ho pensato subito ch’eravate qui.”

“Verrò fra poco.”

“Resto qui anch’io un poco.”

Tacquero. Dal cortile arrivavano confusi rumori, canti e melodie melanconiche, vibranti nella notte pura. Una voce armoniosa di tenore cantava in lontananza, tra il coro triste e cadenzato dell’accompagnamento vocale dei canti nuoresi. E quei canti nostalgici e sonori che parevano impregnati della solenne tristezza della brughiera, della notte, della solitudine, salivano, si spandevano, attraverso i rumori della folla riempiendo l’aria di fiori di sogni.

Maddalena ascoltava, presa da un senso profondo di tristezza. Or sì, or no, le pareva di riconoscere quella voce. Era Pietro? Era Elias? Non sapeva, non sapeva, ma quella voce e quel canto corale, sfumati nella notte, le davano una voluttà di tristezza quasi morbosa. E zia Annedda continuava nel suo sogno, nella sua preghiera, senza accorgersi che Maddalena le fremeva e palpitava accanto come davvero una colomba in amore.

Ma ecco, improvvisamente, i pensieri delle due donne sospesero il loro corso; un uomo entrava e si avanzava con passo incerto verso l’altare. Era la figura che occupava tutta l’anima loro: Elias. Elias s’inginocchiò sui gradini dell’altare, con la berretta gettata sull’omero destro, e cominciò a picchiarsi il petto, la testa, e a gemere sordamente. La luce rossastra oscillante della lampada lo illuminava dall’alto, dando un lucido riflesso sui suoi capelli; ma egli non pensava che potessero vederlo e continuava nel suo fervore doloroso a gemere e picchiarsi il petto e la fronte.

Le due donne guardavano, trattenendo il respiro, e zia Annedda si sentiva quasi felice del dolore di suo figlio.

“Egli si pente d’essersi ubriacato”, pensava, “egli fa buoni propositi: che voi siate benedetto, San Francesco mio, piccolo San Francesco mio.”

“Vieni, usciamo, egli potrebbe vederci e vergognarsi”, disse sommessamente a Maddalena, tirandola fuori della chiesa.

“Cosa ha Elias?”, domandò Maddalena, turbata.

“Si pente dello stravizio fatto; egli è molto devoto, figliuola mia.”

“Ah!”

“Qualche volta è impetuoso, ma è un giovine di coscienza, figliuola mia. Ah, molto di coscienza.”

“Ah!”

“Sì, molto di coscienza, figliuola mia. Egli può essere indotto alla tentazione, perché tu sai che il diavolo è sempre all’erta intorno a noi, ma Elias sa combatterlo e morrebbe prima di commettere un peccato mortale. A volte la tentazione lo vince in piccole cose, come oggi; tu hai veduto come si è ubriacato e come ha parlato male; ma poi egli si pente amaramente.”

“Ah!”, disse Maddalena per la terza volta; e non sapeva perché, ma si sentiva gli occhi arsi dalle lagrime.

Attraversarono il cortile e rientrarono nella cumbissia, dove zio Portolu, Pietro e gli amici, seduti per terra attorno al focolare, cantavano e giuocavano. Maddalena sedette nella penombra, accanto al finestrino, seria e composta più del solito; Pietro le andò vicino e la guardò intensamente.

“Sei seria, Maddalena. Perché? Hai veduto Elias? Ti ha detto qualche cosa?”

“No, non l’ho veduto.”

“È di malumore, Elias. Lascialo dire, sai, non badargli; egli tratta tutti così.”

“Ma non m’importa!”, ella esclamò con vivacità. “Eppoi egli non mi disse nulla di scortese.”

“Eppoi tu sei prudente! Non è vero che sei prudente?”, disse Pietro tutto carezzevole, passandole una mano sulle spalle.

“Lasciami!”, diss’ella di cattiva maniera. “Va e gioca.”

“No, io resto qui, Maddalena.”

“Va!”

“No!”

“Zio Portolu, dite a vostro figlio che ritorni a giuocare.”

“Pietro, figlio mio, lascia in pace la colomba. Vieni qui, subito! O vuoi che mi alzi col bastone e mi faccia obbedire?”

Pietro riprese il suo posto,

“Eh, eh, la vecchia volpe si fa obbedire!”, disse qualcuno.

Maddalena si volse tutta verso la finestra, e guardò di fuori, col pensiero ben lontano dalla scena rumorosa che le si svolgeva alle spalle, i begli occhi smarriti in un triste sogno. Era una notte tiepida, velata; la luna navigava verso il sud, in un lago di argentei vapori: i cespugli neri della brughiera, sfumati su sfondi cinerei, odoravano più del solito.

Maddalena pensava ad Elias; ed ecco, per la seconda volta, quasi evocata dalla inconscia suggestione di lei, la figura di Elias le sorse davanti. Egli passò sotto la finestra; s’allontanò in quel chiarore vaporoso di luna. Dove andava? Dove andava egli? Maddalena sentì un fiotto di lagrime salire agli occhi e un fremito percorrerle le viscere e gonfiarle la gola.

Avrebbe voluto gettarsi dalla finestra, correr dietro ad Elias, e avvolgerlo e soffocarlo con la sua passione. Ma egli sparve, lontano, ed ella ingoiò segretamente le sue lagrime. Elias aveva fatto il suo voto, aveva detto mentalmente a suo fratello:

“Dormi contento, Pietro, fratello mio; ella è tua, e se anche venisse a gettarmisi fra le braccia, io la respingerei”.

Sfumati i vapori del vino, egli si sentiva forte, e dopo la crisi che lo aveva trascinato ai piedi del Santo, quasi allegro. Tutti i disperati progetti che fermentati dai liquori e dagli sguardi di Maddalena, gli avevano turbinato quel giorno nel cervello – l’idea di farsi prete, l’idea di chieder in isposa la figlia del priore – tutto era svaporato con l’ebbrezza. Ora si sentiva calmo, non solo, ma anche un po’ vergognoso di quanto aveva pensato e detto durante quella giornata torbida.

Andò a guardare i cavalli, che pascolavano tranquilli alla luna, li fece abbeverare, poi ritornò verso la chiesa.

Audio Lezioni sulla Letteratura del novecento del prof. Gaudio

Ascolta “Letteratura del novecento” su Spreaker.

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