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Quello che ogni persona che vive o lavora in un edificio dovrebbe sapere davvero sull’uso e le tipologie degli estintori
Esiste un oggetto che praticamente tutti hanno visto centinaia di volte nella loro vita — appeso al muro di un corridoio scolastico, sistemato in un angolo di un ufficio, fissato accanto alla porta di un supermercato — e che la stragrande maggioranza delle persone non saprebbe usare nel momento in cui ce ne fosse davvero bisogno. L’estintore è uno di quegli strumenti che la familiarità visiva ha reso invisibili: lo vediamo così spesso che abbiamo smesso di vederlo, e questa cecità abitudinaria può avere conseguenze serie in quei pochi minuti — a volte quei pochi secondi — in cui un principio di incendio potrebbe essere domato prima di diventare qualcosa che nessun estintore portatile può più affrontare.
Eppure la logica dell’estintore è straordinariamente elegante nella sua semplicità: interrompere almeno uno dei tre vertici del triangolo del fuoco prima che la reazione a catena si autosostenga. Raffreddare, soffocare, o interrompere chimicamente la combustione — l’estintore fa esattamente questo, con agenti diversi a seconda di ciò che sta bruciando. E proprio qui sta il punto che più spesso viene trascurato: non esiste l’estintore universale nel senso di uno strumento ugualmente efficace su qualsiasi tipo di incendio. Esistono estintori progettati per specifiche classi di fuoco, e usare l’agente estinguente sbagliato su un incendio può non solo essere inefficace ma può aggravare la situazione in modo drammatico.
Le classi di fuoco: perché non tutti gli incendi sono uguali
Prima di parlare degli estintori, bisogna parlare di ciò che bruciano, perché è la natura del combustibile a determinare quale agente estinguente sia appropriato. La normativa europea — recepita in Italia attraverso le norme UNI EN — classifica gli incendi in sei categorie, identificate da lettere dell’alfabeto che compaiono sui pannelli degli estintori e che hanno un significato preciso.
La classe A comprende i fuochi di materiali solidi, generalmente di natura organica, che bruciano formando braci: legno, carta, tessuti, paglia, plastica di alcuni tipi. Sono gli incendi più comuni in assoluto, quelli che si incontrano nelle abitazioni, nelle scuole, negli uffici, negli archivi. La classe B riguarda invece i liquidi infiammabili e i solidi che fondono diventando liquidi: benzina, gasolio, alcool, vernici, solventi, cere. Questi incendi hanno caratteristiche molto diverse dai precedenti: il liquido tende a spandersi, e con esso le fiamme, rendendo l’intervento più complesso.
La classe C è quella dei gas infiammabili — metano, propano, butano, idrogeno — e rappresenta una categoria che richiede particolare attenzione perché in molti casi la cosa più saggia da fare non è tentare di spegnere le fiamme ma interrompere l’afflusso di gas alla fonte, poiché spegnere la fiamma senza chiudere il gas può creare una nube esplosiva. La classe D comprende i metalli combustibili — magnesio, sodio, potassio, titanio, alluminio in polvere — una categoria rara nell’esperienza comune ma presente in certi contesti industriali e di ricerca, dove richiede agenti estinguenti molto specifici che non si trovano negli estintori standard.
La classe F, introdotta più di recente rispetto alle altre, riguarda gli incendi di oli e grassi da cucina ad alta temperatura — fritture, friggitrici, padelle surriscaldate — e costituisce un caso a sé, perché questo tipo di incendio risponde in modo peculiare agli agenti estinguenti tradizionali. Infine, la lettera E non identifica propriamente una classe di fuoco ma indica la presenza di rischio elettrico: non è il materiale che brucia, ma la tensione presente nell’impianto che condiziona la scelta dell’agente estinguente, escludendo categoricamente quelli conduttori come l’acqua.
Gli estintori a polvere: i più diffusi, non sempre i più adatti
L’estintore a polvere è di gran lunga il più comune negli ambienti di lavoro italiani, e non a caso: è versatile, relativamente economico, efficace su classi di fuoco diverse e non richiede condizioni particolari di conservazione della temperatura. La polvere — che è tipicamente una miscela a base di bicarbonato di sodio, bicarbonato di potassio o fosfato monoammonico, a seconda della formulazione — agisce principalmente interrompendo la reazione chimica a catena della combustione, neutralizzando i radicali liberi che alimentano il fuoco. In questo senso, l’estintore a polvere attacca il quarto vertice del tetraedro del fuoco, quello che i modelli più recenti hanno aggiunto al triangolo tradizionale.
La polvere ABC — denominazione che indica la compatibilità con le classi A, B e C — è la formulazione più diffusa ed è quella che si trova nella maggior parte degli estintori portatili installati nelle scuole, negli uffici, nei condomini. È efficace su una gamma ampia di combustibili, e questo la rende la scelta di default in molti contesti. Ma ha anche limiti significativi che è importante conoscere. La polvere è altamente corrosiva per le apparecchiature elettroniche e meccaniche di precisione: usare un estintore a polvere in una sala server, in un laboratorio di elettronica, in un ambiente con strumenti ottici o musicali di valore significa, nella migliore delle ipotesi, dover sostituire tutto ciò che è stato raggiunto dalla nube. Riduce la visibilità in modo drastico nel momento dell’uso, complicando l’evacuazione. E la bonifica dell’ambiente dopo l’intervento è un’operazione lunga e costosa.
Nei contesti scolastici, dove si trovano laboratori di informatica, strumentazione audiovisiva, archivi storici, biblioteca — tutti ambienti nei quali l’estintore a polvere potrebbe causare danni collaterali enormi — è fondamentale che la valutazione del rischio incendio prenda in considerazione l’adeguatezza del tipo di estintore installato, e non si limiti a verificare la presenza di qualsiasi estintore.
Gli estintori a CO₂: per i fuochi di classe B ed elettrici
L’anidride carbonica — CO₂ — è un agente estinguente che lavora principalmente per soffocamento: viene rilasciata in fase gassosa e sostituisce l’ossigeno nell’ambiente circostante il fuoco, portando la concentrazione di comburente al di sotto della soglia necessaria per sostenere la combustione. È un agente pulito — non lascia residui, non danneggia le apparecchiature — ed è elettricamente non conduttivo, il che lo rende ideale per gli incendi in presenza di apparecchiature sotto tensione.
Il CO₂ è la scelta di elezione per i locali con apparecchiature elettroniche di valore: sale server, cabine regia, laboratori di informatica, archivi digitali. È efficace anche sugli incendi di classe B. Ha però una limitazione importante: essendo più leggero dell’aria, tende a disperdersi rapidamente negli ambienti aperti o ventilati, perdendo efficacia. Funziona molto meglio in spazi confinati. Inoltre, il getto di CO₂ a temperatura bassissima — l’anidride carbonica viene compressa allo stato liquido nel cilindro e si espande raffreddandosi enormemente al momento dell’erogazione — può causare ustioni da freddo se il trombone eroga a contatto diretto con la pelle: questo è uno degli aspetti pratici che la formazione all’uso degli estintori deve assolutamente includere.
Un’altra caratteristica del CO₂ che spesso viene trascurata nella formazione: la sua efficacia sugli incendi di classe A è molto limitata. Non raffredda la brace abbastanza da impedire la riaccensione, e l’effetto soffocante cessa nel momento in cui il gas si disperde. Per questo motivo, in un incendio di materiali solidi, l’estintore a CO₂ può sembrare che abbia funzionato — le fiamme si spengono — e poi il fuoco si riattiva, a volte con rapidità sorprendente.
Gli estintori a schiuma: efficaci sui liquidi, attenti all’acqua
Gli estintori a schiuma meccanica — che lavorano combinando acqua e un agente schiumogeno — sono particolarmente efficaci sugli incendi di classe B, quelli dei liquidi infiammabili. La schiuma forma uno strato fisico sulla superficie del liquido che brucia, impedendo ai vapori di raggiungere l’ossigeno e allo stesso tempo raffreddando la superficie. È un doppio meccanismo di azione — soffocamento e raffreddamento simultanei — che rende la schiuma molto efficace su questo tipo di incendio.
Sono però estintori che non possono essere usati in presenza di impianti elettrici sotto tensione, perché l’acqua che contengono è conduttrice. E non vanno usati sugli incendi di classe F — oli da cucina ad alta temperatura — perché il contatto tra l’acqua della schiuma e l’olio surriscaldato può provocare una violenta reazione di vaporizzazione esplosiva, proiettando olio incandescente in tutte le direzioni. È uno degli errori più pericolosi che si possano fare in cucina davanti a una padella in fiamme, e vale la pena conoscerlo anche per chi non ha responsabilità formali in materia di sicurezza.
Gli estintori a water mist e gli agenti puliti: il futuro della protezione
Negli ambienti dove la protezione delle apparecchiature è prioritaria e dove la sicurezza delle persone presenti è una variabile critica, stanno guadagnando terreno due categorie di estintori che meritano attenzione. I sistemi a water mist — nebbia d’acqua ultrafine — usano goccioline d’acqua di dimensioni microscopiche che, grazie alla loro superficie di contatto enormemente estesa rispetto al volume, raffreddano il fuoco e i vapori con un’efficienza molto superiore all’acqua tradizionale, pur usando una quantità d’acqua molto minore. La nebbia è sufficientemente fine da non essere conduttrice in senso pratico, il che li rende utilizzabili in presenza di apparecchiature elettriche.
Gli agenti puliti gassosi — come HFC-227ea o FK-5-1-12, già menzionati nell’articolo sul triangolo del fuoco — sono progettati per interrompere chimicamente la reazione a catena senza lasciare residui, senza danneggiare le apparecchiature e senza ridurre in modo significativo la concentrazione di ossigeno dell’ambiente, il che li rende sicuri per le persone presenti. Sono però costosi, e la loro applicazione rimane prevalentemente nei sistemi fissi installati in ambienti critici piuttosto che negli estintori portatili di uso comune.
Come si usa davvero un estintore: il metodo PASS
Sapere che tipo di estintore usare è necessario ma non sufficiente. Bisogna anche saperlo usare, e questo è l’aspetto che la formazione obbligatoria tende a trattare in modo più superficiale. La sequenza operativa corretta è sintetizzata dall’acronimo inglese PASS — Pull, Aim, Squeeze, Sweep — che nella pratica significa: estrarre la spilla di sicurezza, puntare il getto alla base delle fiamme (non alle fiamme stesse, un errore comunissimo), premere la leva di erogazione, e muovere il getto da un lato all’altro con un movimento regolare a ventaglio.
Puntare alla base delle fiamme — non alle fiamme — è il principio fondamentale che distingue un uso efficace da uno inefficace. Le fiamme sono visibili perché sono lì, e l’istinto porta a dirigere il getto verso di esse. Ma le fiamme sono la manifestazione della combustione, non la sua sede: la sede è la superficie del combustibile che brucia, ed è lì che l’agente estinguente deve essere applicato per interrompere la reazione. Spruzzare sulla parte alta delle fiamme è come cercare di spegnere una candela soffiando sulla cima della fiamma anziché alla base dello stoppino.
C’è poi una considerazione che dovrebbe sempre precedere l’uso dell’estintore, e che la formazione non ripete mai abbastanza: un estintore portatile è uno strumento per i principi di incendio, non per gli incendi sviluppati. Se il fuoco ha già coinvolto un’area significativa, se c’è fumo denso, se le vie di uscita sono minacciate, la cosa giusta da fare è uscire, allertare i soccorsi, e non tentare di intervenire. Questo non è un segno di vigliaccheria: è la scelta razionalmente corretta, perché un estintore portatile ha un contenuto che si esaurisce in pochi secondi — mediamente tra i sei e i trenta secondi di erogazione effettiva, a seconda della capacità — e un incendio sviluppato lo supera abbondantemente.
Manutenzione e segnaletica: la prevenzione che si vede ogni giorno
Un estintore che non è stato revisionato nei tempi previsti è, dal punto di vista operativo, peggio di nessun estintore: crea una falsa sicurezza. La normativa italiana — il D.P.R. 151/2011 e le norme UNI 9994 — prescrive controlli periodici con cadenze precise: una sorveglianza visiva semestrale, una manutenzione ordinaria annuale da parte di tecnici qualificati, e revisioni complete a intervalli più lunghi che prevedono lo svuotamento, l’ispezione interna del cilindro, la ricarica con agente estinguente fresco e la verifica di tutti i componenti. Il cartellino appeso all’estintore non è burocrazia: è la traccia documentale di questi controlli, e un estintore senza cartellino aggiornato è un estintore di cui non si conosce lo stato reale.
La segnaletica di sicurezza che indica la posizione degli estintori — il pittogramma con il simbolo dell’estintore su sfondo rosso, posizionato in modo visibile e illuminato o fotoluminescente — non è anch’essa un adempimento formale: è la condizione affinché, nel momento in cui serve, chiunque si trovi nell’edificio sappia dove andare a cercare lo strumento. In un edificio scolastico, dove ogni anno arrivano alunni nuovi e dove i genitori entrano per colloqui e assemblee, dove si svolgono eventi aperti al pubblico, la visibilità della segnaletica di sicurezza è una responsabilità che riguarda direttamente il dirigente scolastico come datore di lavoro.
Conclusione: la competenza come forma di rispetto verso chi condivide lo spazio
Conoscere gli estintori — le loro tipologie, i loro limiti, come si usano, dove si trovano e quando non è il caso di usarli — non è una competenza tecnica riservata ai responsabili della sicurezza o ai Vigili del Fuoco. È una conoscenza di base che ogni adulto che vive e lavora in un edificio condiviso dovrebbe possedere, con lo stesso livello di naturalezza con cui sa come chiamare il 118 o come aprire una porta di emergenza.
Nelle scuole, questa conoscenza ha una dimensione in più: il dirigente, i docenti, il personale ATA non sono solo lavoratori che devono essere formati in quanto tali. Sono anche adulti di riferimento per centinaia di bambini e ragazzi che, in caso di emergenza, guarderanno loro per capire cosa fare. La competenza, in quel momento, non è solo una tutela per se stessi: è una forma profonda di responsabilità verso chi ci è affidato.
Videocorso DSGA, Dirigenti scolastici e tecnici, Docenti, Antincendio e Sicurezza
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