Euripide e la responsabilità dell’uomo

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appunti della lezione del prof. Giuseppe Zanetto

a cura di Alissa Peron

Per ricevere senso un testo ha un uditorio ideale, che per la tragedia è la comunità cittadina.

Elemento e concetto importante nella mentalità greca è ananke = necessità, è una percezione del mondo e della vita umana: l’uomo quando nasce irrompe in una condizione che lo avviluppa in catene, una pista chiusa. Nel Prometeo incatenato la violenza dell’ananke si allarga agli immortali, l’arte è troppo più debole della necessità. Il timone del fato è tenuto dalle tre Parche e dalle Erinni, anche gli dei non possono sottrarsi ad esso. La potenza del destino, maggiore di quella di Zeus, si vede nel XVI canto dell’Iliade nell’episodio della morte di Sarpedone figlio di Zeus: costui come padre vorrebbe salvarlo ma sa che è uomo mortale e non può sfuggire al destino. L’idea di Ananke che governa gli uomini non è in contraddizione con la fede negli dei che sono gli esecutori del fato; c’è in Eschilo e Sofocle una fiducia in una preveggenza del destino che alla fine ricompensa i giusti e punisce le colpe dei malvagi, ma lasciano spazio ad una parte di responsabilità umana: nell’Orestea Agamennone deve essere ucciso per aver sacrificato Ifigenia e Clitennestra è il braccio della giustizia divina, ma Clitennestra commette una colpa perché uccide il marito e capo dell’oìkos e pecca di lussuria con Egisto; Oreste agisce spinto dall’oracolo di Apollo ma vi aderisce liberamente, dunque si merita la purificazione e l’assoluzione che subirà dopo. Nella prospettiva di Euripide l’azione può essere controllata dall’inizio alla fine ma in modo arbitrario, senza tener conto del comportamento degli uomini, senza alcuna dike di fondo; egli esaspera la meschinità degli dei superiori e lontani ma tanto meschini da non sapersi procurare rispetto. L’altro versante della tragedia è la reazione degli uomini all’incomprensibile asprezza dell’ananke, di dare un significato in termini umani a quella che sarebbe altrimenti assurdità dolorosa; la tragedia diventa analisi dell’uomo e delle sue categorie cognitive, gli uomini sono lasciati in una dimensione umana in cui mettere ordine, sarebbe infatti altrimenti un nonsenso.

Nell’Alcesti, la tragedia più antica di Euripide rappresentata nel 438, l’ananke è rappresentata dal dono di Apollo di prolungare la vita di Admeto, il più caro tra i mortali, se un altro uomo avesse accettato di morire in sua vece, compito che sarà assunto dalla moglie; è questa una capricciosa crudeltà senza apparente motivazione e Apollo è indifferente alle suppliche di Admeto di salvarlo e rimediare al suo male: il dio infatti li colpisce con questo apparente dono ma poi lascia soli gli sposi davanti ad Ananke. La prima parte del dramma rappresenta la reazione degli sposi che cercano un rimedio in termini umani all’assurdità di quanto sta accadendo; Alcesti nella patetica scena di addio chiede che Admeto non abbia altre donne e lo ottiene, e Admeto promette che la sua vita futura sarà in perpetua memoria della sposa perduta: l’amore che li unisce è tanto grande che la morte non li dividerà, gli uomini hanno modo di difendersi dall’ingiustizia divina. (È dolce vedere le persone care, anche solo di notte, nel breve tempo che il sogno concede). Il padre rimprovera ad Admeto l’incoerenza del suo comportamento e durante il funerale di Alcesti Admeto si rende conto che la decisione di alimentare la comunanza di affetti con Alcesti è impossibile, non è più marito ma vedovo. Admeto non si pente di aver accettato il sacrificio di Alcesti ma prende coscienza di non poter vincere l’Ananke con la forza degli affetti. Eracle poi si scontra con Thànatos, la morte, e ottiene la restituzione di Alcesti alla vita. Alcesti è una vera tragedia nonostante il lieto fine e gli aspetti satireschi: infatti è giocata su inconsapevolezza e finitudine umana, gli uomini non sono arbitri del loro destino ma dipendono da forze superiori.

Anche l’Ippolito è un dramma costruito sul capriccio divino, la vicenda è controllata da Afrodite e Artemide che se ne dividono gli estremi; Afrodite afferma nel prologo di aver disposto che Fedra si innamorasse di Ippolito per vendicare l’indifferenza di costui al suo amore. Artemide si manifesta nel finale per spiegare ad Ippolito morente e Teseo i motivi di quanto è successo. Le due dee sono preoccupate della propria regalità, oscenamente fredde, indifferenti ai sentimenti degli uomini. Euripide si ispira ad un modello iliadico in cui gli dei sono altrettanto vendicativi. Su questo sfondo di indifferenza divina si svolge la vicenda tutta umana di Fedra e Ippolito, anche le scelte di costoro si riveleranno velleitarie come quelle di Admeto: Fedra vorrebbe conservare la propria virtù ma cede alle lusinghe della nutrice e architetta un piano irrealizzabile. Ippolito è caratterizzato da castità esasperata che arriva alla misoginia, per lui le donne sono malvage e un peso per la famiglia: il padre se ne sbarazza dopo aver sborsato la dote, il marito per assecondarle dilapida il patrimonio. Ippolito respinge le lusinghe della nutrice e Fedra decide di suicidarsi ma allo stesso tempo si mostra meschina quanto Afrodite affermando che Ippolito dividerà il suo dramma. Teseo, dopo aver pianto Fedra come la migliore delle spose, maledice il figlio senza averlo ascoltato. In questa tragedia secondo un’interpretazione l’assurdità con cui si muovono gli dei dimostra l’inconsistenza della loro natura, dunque Euripide vorrebbe lanciare un messaggio critico nei confronti della religiosità nazionale incongrua ad un senso di giustizia e coerenza superiore; tuttavia si rischia di modernizzare eccessivamente, quest’interpretazione appare anacronistica e lontana da quelle che erano le intenzioni del poeta. Per i Greci il mito è verità, Ippolito è personaggio chiave della religiosità greca: a Trezene in Argolide, città legata ad Atene da rapporti culturali e politici e da cui proverrebbe Teseo, era una sorta di eroe titolare di un tempio nello stesso recinto in cui si trova un tempio di Apollo; alla vigilia delle nozze le vergini sacrificavano una ciocca di capelli in un rito di passaggio, il suo culto era legato a quello di Afrodite kataskopìa ovvero che guarda. Anche ad Atene i culti erano associati: il santuario di Afrodite Pandemos sorgeva sul fianco meridionale dell’acropoli e accanto si trovava la tomba di Ippolito. La vicenda del dramma è costruita su una situazione volutamente paradossale, la figura di Ippolito ostile ad Afrodite e dedito al culto di Artemide non corrisponde alla vera religiosità greca e il pubblico ne è cosciente; Ippolito condanna Afrodite come se non si comportasse da dea, la stessa Fedra vorrebbe mostrarsi fedele ai propri principi ma alla prova dei fatti si lascia condizionare; le scelte degli uomini insomma sono contraddittorie, confuse e devianti.

L’Eracle viene spesso utilizzato per la lettura di Euripide come tragico razionalista e laico contrapposto ad Eschilo e Sofocle tragici devoti. Eracle, dopo aver fatto giustizia uccidendo il tiranno Lico che minacciava di morte i suoi, ha uno scatto di follia causato da Era ed uccide la moglie e i figli, ed avrebbe ucciso il padre Anfitrione se Atena non l’avesse tramortito; una volta sveglio riacquista il senno e va incontro alla purificazione. Eracle maledice gli dei, Era e il vero padre Zeus che egli ripudia perché non l’ha saputo né voluto proteggere, e si dice deciso a considerarsi figlio del padre putativo Anfitrione; tra un padre divino e uno mortale sceglie quest’ultimo. Teseo dimostra ad Eracle la sua amicizia e lo induce a continuare a vivere perché ha ancora molto da dare; Eracle sa che in quanto tali gli dei non hanno bisogno di nulla. Questo dramma sarebbe un inno alla dimensione umana della vita, solo gli uomini possono davvero darci qualcosa; è difficile però giudicare, gli dei greci non vanno osservati secondo i nostri parametri: gli dei sono l’unica entità in grado di assicurare una forma di giustizia per la civiltà greca; la tragedia del resto è tra le altre cose un gesto di religiosità. Eracle compare nel finale del Filottete di Sofocle per convincere l’amico Filottete a raccogliere la sua eredità e tornare a Troia e alla dimensione eroica: egli era renitente per il rancore per i compagni che l’avevano tradito, ma Eracle gli ricorda che così si vuole e gli cita come esempio le sue stesse sventure: le sofferenze che ha patito sono il prezzo da pagare per ciò che sta per compiersi e non sono state insensate. Eracle dopo la sua morte sale all’Olimpo e diventa un dio amato dal popolo, più vicino all’umano rispetto ad altri come Apollo che è il dio lontano, dell’incommensurabilità: non dice, ma dà segni; altra divinità compagna dell’umano è Ermes. La scena di Eracle che esce con Teseo ripudiando il suo sangue non è un’apertura ad un orizzonte positivo: anch’egli sbaglia e si smarrisce nelle sue scelte. Euripide apparentemente apre uno spazio grandissimo alla responsabilità umana, alla risposta libera degli uomini, ma alla fine rivela quanto l’uomo lasciato a se stesso non sia in grado di costruire un senso alla propria vita. Perciò anche la tragedia di Euripide è religiosa in quanto fa riflettere sulla finitudine umana.

Nota: la giustizia è diseguaglianza, unicuique suum tribuere, oggi come nella tragedia arcaica. Per i Greci la giustizia rispetta i valori in ultima analisi, e i testi letterari focalizzano personaggi e figure particolari che poi rimandano al principio generale; perché il cerchio si chiuda per un personaggio è necessario che un altro subisca un’ingiustizia.

La tragedia è una drammatizzazione del mito e in quanto tale produce un paradosso: il mito è una verità accaduta in un passato remoto, in un certo senso atemporale ma innegabile e che può essere solo accettato. La tragedia rappresenta il mito nella realtà fittizia del teatro come se accadesse sotto gli occhi dello spettatore, mette insieme passato e presente: gli spettatori ne conoscono l’esito e condividono una sorta di privilegio divino, come gli dei assistono alle vicende umane sapendo già come si concluderanno. Ciò che per i personaggi è vita vissuta momento per momento, per gli spettatori è qualcosa di già accaduto; la tragedia si realizza in ciò che produce nella coscienza dello spettatore che si interroga su se stesso, sul fatto che anche lui si affanna nella sua esistenza per qualcosa che è già scritto. Il conflitto tragico è quello che si determina nella coscienza dello spettatore, almeno secondo Del Corno; in alcune tragedie come Antigone e Medea il conflitto è rappresentato anche sulla scena, ma in altre come l’Edipo re ciò non avviene, mentre il conflitto è sempre presente per lo statuto stesso della tragedia nell’animo dello spettatore. Egli, vedendo personaggi che credendo di vivere sono vissuti e subiscono la vita mentre pensano di interpretarla, non può non chiedersi se ciò non valga anche per lui.

Monito: distingui la suggestione che ti può dare la tragedia secondo la tua enciclopedia culturale e quella ricerca di senso secondo quella degli antichi; in questo secondo caso è difficile pensare che Euripide volesse realmente criticare la religiosità del tempo se si pensa all’enciclopedia culturale greca.

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