Fare rete non (solo) per fare soldi

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di Luigi Gaudio

Sembra che, a partire dalla legge sull’autonomia, e soprattutto dal Regolamento attuativo dell’autonomia scolastica (DPR n. 275 del 1999) sia diventato usuale, in Italia, fare reti scolastiche, al punto che cio’ che contraddistingue, in positivo, l’Italia rispetto ad altri paesi e’ propria questa propensione a “fare rete”, in un’ottica quindi scarsamente competitiva (come avviene invece in Inghilterra, dove le scuole sono in forte competizione fra loro).

Anche rispetto ad altri paesi, risulta singolare come le scuole italiane appartengano a diverse reti, fino ad eccessi (scuole che fanno parte di venti o più reti contemporaneamente).

Come si è detto all’inizio, questo è comunque un aspetto positivo, e rappresenta forse uno dei campi in cui ha più inciso la normativa sull’autonomia.

Tuttavia, c’è un risvolto della medaglia, che è il seguente: le scuole fanno rete spesso per fini utilitaristici, cioè per fini contingenti, quali l’organizzazione di un corso di aggiornamento, la preparazione di un progetto di formazione, per poter usufruire di un dato finanziamento, ecc…

Questo è particolarmente evidente al sud, dove fioccano i finanziamenti dovuti alla particolare situazione di difficoltà, che dovrebbero avere proprio il risultato di ovviare ai gap.

Mi riferisco ai PON (e ai POR, ma per la scuola vale soprattutto il discorso dei PON).

Come già detto in questo sito da Lucio Garofalo, in La moltiplicazione dei p.o.n. e dei pesci talvolta questo fenomeno di moltiplicazione di progetti (il progettificio) è tutt’altro che virtuoso.

Addirittura, il professor Angelo Paletta, intervenendo ad un seminario DISAL sulle reti, ha affermato che, al Sud, il fatto di appartenere a più reti scolastiche non migliora gli apprendimenti, anzi i livelli delle scuole che fanno “rete” per accaparrarsi determinati fondi sono inferiori rispetto a quelli di scuole meno collegate con altre.

La morale della favola è semplice: va bene far rete, e non è neanche da disprezzare, poiché indice di realismo e di condotta accorta, la capacità di attingere a fondi e finanziamenti, a condizione però che:

  1. non ci si fermi ad una operazione di facciata, che incide solo sulla bontà dell’immagine esterna della scuola, ma non sul cuore della mission della scuola stessa, che è l’imparare
  2. non ci si fermi ai meri aspetti economici, ma si vada più al profondo, nella convinzione che solo laddove si condividono dei valori, laddove si percepisce una tensione educativa comune, la scuola, al suo interno, anzitutto, e anche al suo esterno, afferma una identità e una ragione di essere.
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