
Italo Calvino
27 Gennaio 2019
Vincenzo Cardarelli
27 Gennaio 2019
Questa poesia è probabilmente il congedo più famoso della poesia italiana del secondo Novecento.
Questo testo dà il titolo all’intera raccolta del 1965, Congedo del viaggiatore cerimonioso, e che Caproni costruisce come un’unica, lunghissima metafora ferroviaria: la vita come un viaggio in treno, la morte come la stazione d’arrivo, gli altri passeggeri di scompartimento come l’umanità intera con cui si è condivisa l’esistenza. Prima di entrare nel merito dell’analisi vale la pena di ricordare, per chi userà questo materiale con gli studenti, che qui Caproni porta alle estreme conseguenze quello che è forse il suo procedimento più caratteristico: prendere un’immagine quotidiana, dimessa, quasi banale — un viaggiatore che tira giù la valigia dalla reticella perché sta per scendere — e caricarla di tutto il peso metafisico dell’esistenza, senza mai alzare il tono, senza mai ricorrere a un lessico solenne.
Parafrasi
Il poeta si rivolge ai compagni di scompartimento dicendo che è arrivato il momento di prepararsi a scendere: non conosce l’orario preciso dell’arrivo, non sa quante fermate restino prima della sua, eppure alcuni segnali inequivocabili, percepiti quasi per sentito dire, gli fanno capire che presto dovrà lasciare quel luogo condiviso. Chiede scusa per il disturbo che questo movimento comporta e ringrazia sinceramente i compagni di viaggio per la bella compagnia avuta fin dalla partenza: avrebbe voluto continuare ancora a lungo la conversazione, ma così deve essere. Non sa dire dove sarà destinato dopo il trasferimento, sente però che porterà con sé il ricordo di quei compagni anche nella nuova sede, mentre già intravede dal finestrino, attraverso la foschia umida della nebbia, il disco rosso del segnale che indica la sua stazione. Si congeda dunque, non riuscendo a nascondere, sia pure in modo lieve, un certo turbamento: era davvero piacevole stare seduti l’uno di fronte all’altro, scambiarsi le sigarette, raccontarsi storie anche un po’ inventate pur di intrattenersi, fino a confidarsi cose che in altre circostanze non si sarebbero mai osato rivelare nemmeno per errore. Si interrompe poi per scusarsi ancora, questa volta per l’ingombro della valigia, pesante nonostante contenga in realtà ben poco, tanto che lui stesso si chiede perché mai l’abbia portata con sé e a cosa gli servirà una volta giunto a destinazione; eppure la porta comunque, se non altro per abitudine, per rispettare una consuetudine. Chiede permesso per passare nel corridoio con quel bagaglio, e una volta sistemato si sente più libero. Riprende allora il filo del discorso: era bello stare insieme, chiacchierare, certo, non sono mancati piccoli litigi, come è naturale che accada, e ci si è anche detestati su qualche punto, trattenendosi dal litigare apertamente solo per educazione; ma tutto questo, dice, non ha più importanza, e ripete ancora una volta, con sincera gratitudine, il ringraziamento per la bella compagnia. Passa quindi ai congedi individuali, rivolti a figure-tipo che rappresentano altrettante dimensioni dell’esperienza umana: il dottore, con il suo eloquio dotto e abbondante; la ragazzina magra, con il suo lieve odore d’infanzia, di cortile scolastico e di prato, e il colorito appena acceso del volto; il militare, o forse marinaio, in terra come in cielo e in mare, destinatario di un congedo che riguarda insieme la pace e la guerra; e infine il sacerdote, a cui aveva scherzosamente chiesto se il poeta possedesse davvero la fede nel vero Dio. Il congedo si allarga infine a categorie astratte: il sapere, l’amore, la stessa religione. Ormai il treno è arrivato a destinazione: sentendo stridere più forte il freno, il poeta saluta definitivamente i compagni di viaggio con un semplice addio, dichiarando di essere giunto a una disperazione che definisce calma, priva di spavento. Scende, augurando a chi resta un buon proseguimento del viaggio.
Analisi
Dal punto di vista metrico e formale il componimento resta fedele a quella che è la cifra costante di Caproni fin dagli esordi: versi brevi, prevalentemente settenari e ottonari, legati da un fitto sistema di rime e assonanze in -are che percorre l’intero testo come un ritornello sommesso (cominciare, valigia, lasciare, disturbo, compagnia), a creare quella musicalità cantabile, quasi filastroccante, che è insieme la sua firma stilistica e il suo modo di addomesticare, senza per questo attenuarlo, il peso del contenuto. La sintassi imita volutamente il parlato: frasi brevi, incisi fra parentesi, interruzioni, richieste di scusa che spezzano il discorso proprio come farebbe un viaggiatore reale colto da un improvviso senso di imbarazzo di fronte a compagni che sta per lasciare. È un procedimento che rientra in pieno in quell’anti-intellettualismo programmatico di cui Caproni fece sempre vanto, la scelta di una parola povera, priva di ogni artificio appariscente, capace però di caricarsi di una densità di significato del tutto sproporzionata rispetto alla sua semplicità apparente.
La struttura allegorica è scandita con precisione quasi teatrale: prima il congedo collettivo, rivolto a tutti i compagni di scompartimento indistintamente, poi, nella sezione finale, una sequenza di congedi individuali rivolti a figure che funzionano come vere e proprie personificazioni — il dottore e la sua “faconda dottrina”, la ragazzina con il suo profumo di infanzia, il militare sospeso fra pace e guerra, il sacerdote e la sua domanda, insieme seria e scherzosa, sulla fede. Sono, questi ultimi versi, un vero campionario dell’esperienza umana: il sapere, l’amore giovanile, la guerra, la religione, condensati ciascuno in un’immagine fulminea e mai didascalica. La chiusa, con quella “disperazione calma, senza sgomento”, condensa in un ossimoro perfetto tutta la tenuta stilistica del testo: la disperazione, parola fortissima, viene addolcita e resa sopportabile dall’aggettivo che la accompagna, in un equilibrio che è insieme retorico ed esistenziale.
Commento
Quello che rende questo congedo un testo cruciale per comprendere l’intera parabola caproniana è proprio la capacità di trattare il tema più grande e più temuto — la morte, la fine del viaggio, l’ignoto della destinazione — con il tono di chi sta semplicemente cambiando scompartimento. Non c’è retorica funebre, non c’è patetismo: c’è, semmai, un understatement British per temperamento, quasi un pudore educato di fronte all’ineluttabile, che si esprime attraverso le buone maniere del viaggiatore cerimonioso del titolo — chi si scusa per il disturbo, chi ringrazia per la compagnia, chi chiede permesso per passare col proprio ingombro. È lo stesso understatement con cui Caproni, in tutta la sua opera, avvicina i grandi interrogativi metafisici: l’assenza di Dio, evocata qui attraverso la domanda scherzosa del sacerdote più che attraverso un’invocazione solenne, diventa un’ulteriore tappa di un elenco di congedi che comprende, sullo stesso piano, l’amore, il sapere e la fede, senza gerarchie, senza enfasi.
Colpisce, in questo senso, l’inciso della valigia pesante e vuota di senso, quella valigia che il poeta si chiede perché mai abbia portato con sé e che pure continua a trascinare per pura consuetudine: è forse l’immagine più efficace di tutto il componimento, perché in poche righe racchiude il senso dell’intera esistenza umana come un bagaglio che si porta avanti per abitudine, senza sapere bene a cosa servirà, e che tuttavia non si può abbandonare. È un’immagine che dialoga da vicino con la riflessione, tipicamente caproniana, sulla vanità dello sforzo umano di dare un senso alla propria storia — la stessa che attraversa già Il passaggio d’Enea — e che qui trova forse la sua formulazione più compiuta e più memorabile, proprio perché affidata non a un simbolo aulico ma a un oggetto della vita di ogni giorno.
Testo della poesia
Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure 5
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io 10
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto 15
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento 20
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo 25
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere, 30
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare, 35
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare 40
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. E’ una valigia pesante
anche se non contiene gran che: 45
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare, 50
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare. Ecco.
Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare). 55
Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale 60
anche questo- odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno 65
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te ragazzina 70
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare 75
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io 80
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione. 85
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, son certo: io 90
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.
Audio Lezioni su Giorgio Caproni del prof. Gaudio
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