I sindaci a vasto – di Giovanni Ghiselli

Sono andato a Vasto dove ho ascoltato i sindaci Flavio Tosi, Giuliano Pisapia, Luigi de Magistris, Leoluca Prlando, Marco Doria intervenuti il 23 settembre al VII incontro nazionale del partito di DiPietro. Moderava Corrado Formigli, il conduttore di Piazza pulita.

Riferirò aggiungendo un poco
di commento che in quella sede era riservato al moderatore. Si è parlato tanto
di partecipazione dei cittadini, di ascoltare le voci provenienti “dal basso”,
o dai “bassi”, ma non si è lasciato spazio al dibattito, ai
dissoi; lovgoi, a una logica aperta al contrasto.

De Magistris
è partito celebrando la propria abnegazione: ha rinunciato a emolumenti e
privilegi che poteva avere come magistrato, per mettersi al servizio della sua
città, un servizio totale e assoluto, tanto che  la maggior parte delle sere non poteva  cenare.
“Questo- ho pensato-“ ha
fatto bene non solo ai Partenopei ma pure a lui che è dimagrito guadagnandoci
in termini estetici”.
Comunque, nel suo discorso
risuonava la norma virtuosa sbandierata dall’oratoria politica greca: la
pratica del potere deve essere una “liturgia” un  servizio reso al bene pubblico, non
un’occasione di lucro privato. Una regola aurea.
Vediamola in letteratura
Seneca sostiene che il potere
è razionale e morale solo se esercitato al servizio dei sudditi: nelle Epistole a Lucilio  il maestro di Nerone già ripudiato dal
discepolo imperiale ricorda che nell’età dell’oro governare era compiere un
dovere, non esercitare un potere sovrano:” Officium erat imperare, non regnum” (90, 5).
Luogo simile  in I
Promessi sposi
  :”Ma egli,
persuaso in cuore di ciò che nessuno il quale professi cristianesimo può negar
con la bocca, non ci esser giusta superiorità d’uomo sopra gli uomini, se non
in loro servizio, temeva le dignità, e cercava di scansarle” (cap. XXII).
Concetto analogo si trova in Psicanalisi della società contemporanea  di E. Fromm:”Il capo non è soltanto la
persona tecnicamente più qualificata, come deve essere un dirigente, ma è anche
l’uomo che è un esempio, che educa gli altri, che li ama, che è altruista, che
li serve. Obbedire a un cosidetto capo senza queste qualità sarebbe una
viltà” (p. 299).
Il primo cittadino di Napoli
ha ravvisato dei segnali positivi nell’attuale crisi economica e morale: la
presenza di tante persone all’incontro nel quale si trovava, e l’attenzione di
molti giovani. “Ora-ha proseguito-la sfida è mettere insieme i movimenti e i
partiti che vogliono cambiare”. Il cambiamento in effetti è necessario: del
resto la metabolhv avviene comunque: noi stessi non potremmo nutrirci
senza metabolismi.
 Ricavo questa frase dalle riflessioni di un
uomo di grande potere: l’imperatore Marco Aurelio (161-180 d. C.).
De Magistris ha ridotto gli
sprechi e le spese in genere: ha eliminato le consulenze esterne, ha contenuto
gli stipendi degli amministratori dentro misure tutt’altro che laute rispetto
all’impegno richiesto e alla responsabilità dovuta: gli assessori prendono 2800
euro al mese.
Lui stesso arriva appena a
quattromila.
“C’è chi prende quattro volte
meno-ho pensato- e fa un lavoro che non gli piace, né gli dà la possibilità di
parlarne in pubblico gloriandosene, anzi se ne vergogna”.
Il sindaco partenopeo ha
concluso questo primo intervento ricordando “il grande cuore” e “la passione
civile” necessari per fare il suo lavoro bene come va fatto.
Poi ha parlato Giuliano Pisapia con toni più dimessi,
meno tribunizi.
Era pensoso e quasi delicato.  
Il sindaco di Milano si è
espresso contro i catastrofismi universali, i pessimismi assoluti e le denunce
generiche: non bisogna generalizzare quando si accusano i politici, ma fare
nomi e cognomi. Di fatto ci sono persone per bene da una parte e dall’altra.
Bisogna individuare i ladri e i  complici
del ladrocinio. Metterli a nudo con i loro lucri e distinguerli dagli onesti,
come lui stesso che, per fare un esempio, paga il biglietto se va a teatro, o
al cinema, o allo stadio. Il primo cittadino deve essere e dare un esempio di
probità e spirito di sacrificio.
Così
fa la protagonista dell’Antigone di Brecht  che si propone come tale tipo paradigmatico in
antitesi a Creonte il quale le domanda:”Di’ dunque perché sei così
ostinata”. E la ragazza risponde:”Solo per dare un esempio”.
Il
potere del resto secondo la figlia di Edipo è una specie di droga che asseta di
sé:”Perché chi beve il potere/Beve acqua salsa, non può smettere, e
seguita/Per forza a bere”.
Quindi
ha parlato Flavio Tosi, che proviene dall’altra parte politica ma ha in
comune con i colleghi una cosa che conta più del partito, anzi per molti più di
tutto: il potere.
Il
sindaco di Verona ha insistito sulla necessità di ridurre le spese per
preservare i servizi. Del resto i servizi costano. Un accenno ai ladroni di
Roma ha fatto intendere che bisogna controllare certi personaggi della casta:
“qualcuno che sta a Roma- ha detto -non ha capito quali sono le condizioni del
paese”. Sì, ma chi farà i controlli? quis custodiet ipsos/custodes ?[1].
L’indignazione popolare, forse.
Poi
è stata la volta di Marco Doria.
 Il sindaco di Genova ha propugnato un
cambiamento di stile nel senso del rigore e della sobrietà. Parlava con garbo
sapiente, cosciente di sé.
In
effetti lo stile Trimalcionesco di certi rappresentanti della regione Lazio e
di tanti altri, le loro feste porcine, disonorano tutta la classe politica e
suscitano indignazione. Costoro dovrebbero rappresentare  dei contromodelli ed essere additati come
tali.
Questi
convegni devono costituire un’occasione per una correzione, un raddrizzamento
della classe politica.
I
luoghi del privilegio più sfacciato sono i consigli regionali, non quelli
comunali dove un assessore prende 2800 euro al mese, ha continuato il primo
cittadino di Genova.
Se
il pubblico avesse potuto parlare, avrei replicato che io dopo 41 anni di
insegnamento nelle scuole medie, nei licei e all’Università,  ne prendo 1840.
E
ho passato la vita studiando per avere cose belle da raccontare a chi mi
ascoltava, per interessarli e invogliarli a studiare, ad amare il bello con
semplicità e il bene senza mollezza.
Comunque
Doria ha uno stile tutt’altro che ignobile: non recitava, o per lo meno
recitava bene: senza enfasi, senza toni patetici né altri atteggiamenti
istrionici .
Anche
lui ha ridotto le spese, per esempio azzerando il servizio taxi agli assessori.
Inoltre ha combattuto l’assenteismo introducendo l’appello e il contrappello
nel consiglio comunale. “Sono misure di valore etico e simbolico più che altro”,
ha riconosciuto.
Le
misure ulteriori dovranno essere strutturali, e intanto, si devono dare segni
di trasparenza e dire ai cittadini la verità che, aggiungo è, con parola greca,
ajlhvqeia,
non latenza, non nascondimento. Il sindaco di Genova ha lasciato un’impressione
di autenticità con il suo pathos trattenuto e con la concretezza delle poche
cose che ha detto.
Non
latente, anzi evidentissimo è stato invece il pathos di Leoluca Orlando.
Forse anche autentico, non simulato. Un pathos certamente non dissimulato.
 Il sindaco di Palermo ha esordito dicendo che si
sentiva stressato ma anche ringiovanito. “Meno male”, ho pensato.
Poi
ha denunciato un deficit culturale a causa del quale la ricchezza è diventato
l’idolo più venerato. Le nuove chiese, i nuovi templi sono le banche le quali
raccolgono denaro accumulato in tutti i modi, anche con spargimento di sangue.
Il culto del denaro porta al nichilismo, alla caduta di tutti i valori. Ora
conta solo il mostro obeso della ricchezza che annienta perfino il lavoro, dal
momento che l’accumulo di denaro più grande e dispotico, quello che comanda
davvero, deriva non dalla produzione di beni ma dalle speculazioni finanziarie.
Il sindaco di Palermo parlava in modo molto accorato e coinvolgeva il pubblico.
Queste
le parole. Per quanto riguarda i fatti, nella sua città intende valorizzare un
patrimonio immobiliare sotto utilizzato.
E
non vuole privatizzare i servizi pubblici, non vuole lasciare che la mafia
metta le mani sui beni comuni come l’acqua. Lui ci ha messo la faccia, una
faccia non piccola, e non può deludere i tanti, tantissimi che lo hanno votato.
A
questo punto Formigli ha fatto una domanda su Grillo.
Doria ha risposto ad alcune
critiche che gli sono state mosse dal suo scatenato concittadino  a proposito dell’Iren..
Il
sindaco-marchese rosso ha detto, senza agitazione, senza inerzia e senza
finzione, che tali aziende sono frutto di un’aggregazione di molte componenti
diverse e che un risanamento  richiede
tanto tempo.
Tra
parentesi: marchese rosso potrebbe essere un ossimoro vivente, invece è un
ossimoro apparente, perché un nobile non può non essere comunista.
E’
alla plebe trimalcionesca degli schiavi arricchiti che il comunismo ripugna.
Non essere comunisti infatti significa essere egoisti e nobiltà non è altro che
favorire la vita: la propria e quella del prossimo. E pure quella del lontano.
De Magistris ha ribadito che i cittadini
chiedono efficienza e trasparenza, fatti, non chiacchiere. A Napoli è
necessario eliminare i subappalti affidati a ditte riconducibili alla camorra.
La sua giunta ha già conseguito risultati visibili: nelle strade non c’è più la
famigerata spazzatura  grazie alla
raccolta differenziata porta a porta. Non ci sono discariche né inceneritori
vicini alla città. Al Movimento a 5 stelle il primo cittadino partenopeo ha
contrapposto quello arancione dei sindaci che deve infiammare la passione
democratica. Bisogna creare dei luoghi di incontro e coinvolgere tutte le
persone per bene, compresi tanti moderati che vogliono un cambiamento nel senso
della chiarezza e dell’onestà. Per cambiare le politiche liberiste è necessario
vincere le elezioni. E’ pure necessaria una rivoluzione culturale che rivaluti
l’essere al posto dell’avere.
Ma
i nuovi Trimalcioni, ho pensato, hanno la stessa visione del mondo di quelli
del basso impero: “habes, habeberis[2],
e hanno i mezzi di comunicazione per rendere popolare e paradigmatica tale
visione del mondo priva di buon gusto e di carità. Credo che la rivoluzione
culturale necessiti di una propaganda educativa capillare: la paideia è fatta di parole diffuse,
ascoltate, esemplificate con azioni coerenti.
I
cittadini devono uscire dalle case e riappropriarsi  degli spazi pubblici, ha continuato De
Magistris.
Intanto
il lungomare di Napoli è stato liberato dalle automobili  e dotato di piste ciclabili. La vendita di
biciclette è schizzata in alto. I Napoletani possono pedalare e passeggiare
tranquillamente in quel luogo ameno, incontrarsi, conoscersi, abbracciarsi. “Ci
possono togliere tutto, ma non la gioia di vivere” ha detto testualmente il
sindaco che poi ha concluso questo intervento ricco di pathos e non privo di
logos con una profezia degna della Sibilla  di Cuma, quasi una sua compaesana: il
capitalismo dovrà riformarsi o imploderà poiché la sua crisi non è momentanea
ma strutturale.
Subito
dopo Pisapia ha rilanciato la palla del movimento arancione che dovrebbe
promuovere una “rivoluzione gentile”.
A noi
ex sessantottini che con ingenuità giovanile, seguendo una moda, e un poco
celiando, cantavamo We want mister Mao
for president of the world, when the red revolution comes
, il presidente in pectore nostro aveva insegnato che
“una rivoluzione non è un pranzo di gala” e forse anche questo sindaco
illuminato, all’epoca masticava tale quotation
dal libretto rosso, ma ora, per carità, i tempi sono cambiati e anche io
parteggio per la gentilezza, addirittura per la delicatezza. Il fatto è che i
ragazzi della generazione di Pisapia e mia hanno visto, e presofferto tutto,
quasi come il Tiresia di T. S. Eliot[3].
La
rivoluzione gentile dunque deve partire dal basso, devono esserci primarie
serie, bisogna suscitare entusiasmo.
A
Milano ci sarà il grande evento epocale dell’Expo che offrirà occasioni.
Io
temo anche a tante speculazioni. Spero che Pisapia non perda l’occasione di non
avallarle.
Formigli  poi ha dato la parola a Tosi,  facendo notare che sul palco c’era un sindaco
della lega, mentre mancava uno del PD. Applausi del pubblico.
Il
primo cittadino di Verona ha commentato la sua presenza non del tutto allineata
con gli organizzatori, dicendo che i sindaci hanno problemi analoghi cui danno
soluzioni simili, anche se vengono da partiti diversi.
Problema
del resto, provblhma[4], è un ostacolo che va
trasformato in una occasione, come insegnava pochi giorni fa Remo Bodei al
festival della filosofia di Modena .  I
sindaci sono espressioni della fiducia di una città poiché vengono eletti
direttamente dal popolo. Tutti e cinque i primi cittadini presenti qui sul
palco, ha detto il sindaco scaligero, sono accomunati da una positiva volontà
di cambiamento. D’altra parte  gli onesti
e i ladri ci sono, e sono ripugnanti, tanto a destra quanto a sinistra.
Ai
sindaci non è permesso essere ladri, non a lungo, in quanto vengono controllati
dal voto dei loro concittadini.
“Ci
vorrebbe l’ostracismo” ho pensato “con cui la democrazia diretta degli Ateniesi
poteva cacciare un capo indegno, o anche solo malvoluto, da un momento all’altro.
Qui a volte bisogna aspettare anni per esautorare un farabutto insediatosi nel
potere”.
Tosi
non vuole entrare nei vertici del potere nazionale: il ruolo pù bello è quello
del sindaco che viene eletto dalla gente e con la gente rimane in contatto. A una
domanda su Formigoni, Tosi ha risposto che il governatore della Lombardia è
condannabile sul piano etico, mentre la rilevanza penale deve essere stabilita
dalla magistratura. Comunque se il pio Celeste venisse rieletto lui, il sindaco
di Verona, non ne sarebbe contento.
Se
l’è cavata così.
Quindi
ha ripreso la parola Orlando che ha proclamato la necessità di una
svolta. “I partiti tradizionali sono morti-ha detto- e il governo Monti
costituisce la loro sepoltura”. “Senza elogio funebre- ho pensato- anzi, quasi
con un biasimo sulla tomba, una damnatio
memoriae
.  
Il
partito di ciascuno dei sindaci è la sua città. Il partito di Leoluca Orlando è
Palermo: il 74 per cento dei Palermitani ha votato per lui ridicolizzando i risultati
elettorali  dei partiti, anche del suo. E
allora: il partito del premier nazionale deve essere l’Italia.
Il
sindaco siciliano ha rivendicato alcune sue opere meritorie: la
pedonalizzazione di Mondello e il fatto che il comune di Palermo si è
costituito parte civile contro le sospettate trattative fra Stato e mafia.
“Il
modo migliore per opporsi a un nemico è non comportarsi come lui”, ho pensato
ricordando di nuovo Marco Aurelio[5],
con qualche adattamento alla fattispecie.
Formigli ha chiesto ancora
dei pareri sul tribuno Grillo
.
De Magistris, il più tribunizio dei
sindaci,  ha risposto che il Movimento a
5  stelle fa bene al paese. Grillo magari
sbaglia a non confrontarsi con altri, a non dialogare. Comunque ha successo
poiché costituisce un’alternativa all’ammucchiata dei liberisti. Il sindaco di
Napoli ha aggiunto che non vuole assolutamente il ritorno di Monti in quanto
lui, Luigi de Magistris, è contrario alle privatizzazioni come è contrario ai
poteri forti dei finanzieri e delle mafie.
Orlando ha aggiunto: “ Grillo è il
termometro che misura la febbre del paese. Dobbiamo apprezzare i mondi vitali,
e tra questi ci sono le persone che votano per Grillo”.
Nella
letteratura spesso la febbre, la contaminazione del paese viene attaccata dal
capo malato alla terra. Talora perfino al cielo.
 Faccio un paio di esempi
NellOedipus
di Seneca,
il protagonista si accusa dicendo “fecimus coelum nocens ( v.36), abbiamo reso colpevole il cielo. Nel
 Macbeth,
un nobile scozzese, Lennox, riferisce quanto si dice sia avvenuto nella notte
dell’assassinio del re:”some say the earth was feverous, and did shake
(II, 3), la terra era febbricitante e ha tremato. 
 Quindi un altro nobile, Ross, fuori dal
castello del delitto fa notare a un vecchio che il cielo, quasi sconvolto dal
misfatto umano (as troubled with man’s act), minaccia la sua scena
sanguinosa, e il giorno è buio come la notte. Infatti, risponde l’old man:”
‘Tis unnatural, Even like the deed that ‘ s done” (II, 4), è
innaturale, come l’azione che è stata perpetrata.
Sono seguiti altri interventi. Se questi
riferiti sopra vi bastano, potete smettere di leggere.
Doria ha escluso che l’esperienza di un sindaco
sia trasportabile a livello nazionale. Per il governo dell’Italia nel 2013 si
andrà a votare ed è auspicabile che vinca il centrosinistra. Lui si è schierato
e dovranno farlo anche gli altri.
E’ giusto, necessario e possibile cambiare,
ma bisognerà farlo con gentilezza, senza alzare la voce. La mutazione dovrà
forse essere una danza più che una lotta. Ci vorrà anche della fantasia per
immaginare e formulare i contenuti. Certamente non pensare solo alla crescita
del PIL. Ma ci vogliono anche concretezza e realismo: si dovranno presentare
proposte praticabili.
Pisapia ha replicato dicendo che bisogna costruire
una coalizione vasta ma con steccati a destra. Comunque una coalizione in grado
di governare, diversa da quella di Romano Prodi. Per quanto riguarda la vexata quaestio delle coppie
omosessuali, il sindaco di Milano è favorevole alla loro facoltà di adottare.
Tosi ha ribattuto che la nostra Costituzione
prevede che la famiglia sia costituita da un uomo e da una donna e prima di
concedere il matrimonio ai gay si deve rivedere la legge fondamentale dello
Stato.
Poi ha ripreso la parola de Magistris. I sindaci possono colmare
le lacune legislative. A Napoli si è data la cittadinanza onoraria ai figli
degli immigrati, se nati a Napoli.
Lui è favorevole a tutti legami di affetto
e di amore poiché l’amore è il legame universale, l’amore muove il sole e le
altre stelle[6]. E
dunque: “
omnia vincit Amor, et nos cedamus amori[7].
Orlando ha ricordato che a Palermo c’è il registro
delle unioni di fatto e che i figli sono di chi li fa crescere. Anche questo
sindaco crede nella legge dell’amore, da cristiano non clericale poiché il
clericalismo è un insulto alla sua fede cristiana.
Un’altra visione del mondo non ignobile, in
effetti quella dei Vangeli degli apostoli di Cristo..
Ma era già passato mezzogiorno e Formigli ha chiesto una risposta secca a
questa domanda: “che cosa si può fare che Monti non ha fatto?”
Orlando: una bella patrimoniale sui grandi
patrimoni
Doria: la patrimoniale, poi un taglio alle spese
militari e a quelle politiche
Tosi: una patrimoniale ben fatta e un taglio
delle spese che si può ottenere con la mobilità degli impiegati pubblici
mandando quelli in esubero dove ce n’è carenza.
Pisapia: taglio delle spese militari e
patrimoniale
de
Magistris
: abolire ogni
legge ad personam,  fare una
patrimoniale, ridurre le spese militari.
 In
questa eletta schiera di sindaci, ciascuno è stato bravo a suo modo, ma alla
fine erano, più o meno, tutti d’accordo.
“ Sono d’accordo con loro su tante cose, ma
l’evasione fiscale?” Mi ha fatto mia sorella Margherita, lì presente.
Ad
impossibilia nemo tenetur
“, ho risposto. Forse per eliminare quella ci
vorrà la rabbia della gente disoccupata e affamata, l’assalto ai forni e altre
cose del genere. Se aumenta o persiste questo accentramento della ricchezza
nelle mani di pochi, questi, sempre di meno, non riusciranno più a tenere
buoni, a rimbecillire, o ad ammazzare, a mettere in galera la massa dei senza
lavoro, dei senza scuola, dei senza casa, dei disperati. Allora il furore,
figlio prediletto del Caos, darà la spallata finale a questo sistema morente. 
Giovanni Ghiselli g.ghiselli@tin.it

[1] Chi  controllerà gli stessi controllori? Giovenale,  Satire
VI,  347-348.
[2] Il
motto dei liberti del Satyricon può
essere una sentenza dello stesso Trimalchione:” credite mihi: assem
habeas, assem valeas; habes, habeberis
” (77), credetemi, hai un asse,
vali un asse; hai, sarai considerato.
[3] Cfr. The
Waste Land
:243: And I Tiresias have
foresuffered all
.
[4] Cfr, probavllw, “getto davanti”
[5] Cfr. a[risto~
trovpo~ tou` ajmuvnesqai  to; mh;
ejxomoiu`sqau, A se stesso VI, 6.
[6] Cfr. Dante, Paradiso, XXXIII, 145, l’ultimo verso
del poema cui hanno posto mano cielo e terra.
[7] Virgilio,
Ecloga X, v. 69, tutto vince Amore e
noi all’Amore cediamo.