Il Canzoniere (Rerum Vulgarium Fragmenta)


di Francesco Petrarca

Rime in vita di Laura (1-53)

 

1

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core

in sul mio primo giovenile errore

quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono

fra le vane speranze e ‘l van dolore,

ove sia chi per prova intenda amore,

spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sí come al popol tutto

favola fui gran tempo, onde sovente

di me mesdesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,

e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente

che quanto piace al mondo è breve sogno.

 

2

Per fare una leggiadra sua vendetta

et punire in un dí ben mille offese,

celatamente Amor l’arco riprese,

come huom ch’a nocer luogo et tempo aspetta.

Era la mia virtute al cor ristretta

per far ivi et ne gli occhi sue difese,

quando ‘l colpo mortal là giú discese

ove solea spuntarsi ogni saetta.

Però, turbata nel primiero assalto,

non ebbe tanto né vigor né spazio

che potesse al bisogno prender l’arme,

overo al poggio faticoso et alto

ritrarmi accortamente da lo strazio

del quale oggi vorrebbe, et non pò, aitarme.

 

3

Era il giorno ch’al sol si scoloraro

per la pietà del suo factore i rai,

quando i’ fui preso, et non me ne guardai,

ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro.

Tempo non mi parea da far riparo

contra colpi d’Amor: però m’andai

secur, senza sospetto; onde i miei guai

nel commune dolor s’incominciaro.

Trovommi Amor del tutto disarmato

et aperta la via per gli occhi al core,

che di lagrime son fatti uscio et varco:

però al mio parer non li fu honore

ferir me de saetta in quello stato,

a voi armata non mostrar pur l’arco.

 

4

Que’ ch’infinita providentia et arte

mostrò nel suo mirabil magistero,

che crïò questo et quell’altro hemispero,

et mansüeto più Giove che Marte,

vegnendo in terra a ‘lluminar le carte

ch’avean molt’anni già celato il vero,

tolse Giovanni da la rete et Piero,

et nel regno del ciel fece lor parte.

Di sé nascendo a Roma non fe’ gratia,

a Giudea sí, tanto sovr’ogni stato

humiltate exaltar sempre gli piacque;

ed or di picciol borgo un sol n’à dato,

tal che natura e ‘l luogo si ringratia

onde sí bella donna al mondo nacque.

 

5

Quando io movo i sospiri a chiamar voi,

e ‘l nome che nel cor mi scrisse Amore,

LAUdando s’incomincia udir di fore

il suon de’ primi dolci accenti suoi.

Vostro stato REal, che ‘ncontro poi,

raddoppia a l’alta impresa il mio valore;

ma: TAci, grida il fin, ché farle honore

è d’altri homeri soma che da’ tuoi.

Cosí LAUdare et REverire insegna

la voce stessa, pur ch’altri vi chiami,

o d’ogni reverenza et d’onor degna:

se non che forse Apollo si disdegna

ch’a parlar de’ suoi sempre verdi rami

lingua mortal presumptüosa vegna.

6

Sí travïato è ‘l folle mi’ desio

a seguitar costei che ‘n fuga è volta,

et de’ lacci d’Amor leggiera et sciolta

vola dinanzi al lento correr mio,

che quanto richiamando più l’envio

per la secura strada, men m’ascolta:

né mi vale spronarlo, o dargli volta,

ch’Amor per sua natura il fa restio.

Et poi che ‘l fren per forza a sé raccoglie,

i’ mi rimango in signoria di lui,

che mal mio grado a morte mi trasporta:

sol per venir al lauro onde si coglie

acerbo frutto, che le piaghe altrui

gustando afflige più che non conforta.

 

7

La gola e ‘l sonno et l’otïose piume

ànno del mondo ogni vertú sbandita,

ond’è dal corso suo quasi smarrita

nostra natura vinta dal costume;

et è sí spento ogni benigno lume

del ciel, per cui s’informa humana vita,

che per cosa mirabile s’addita

chi vòl far d’Elicona nascer fiume.

Qual vaghezza di lauro, qual di mirto?

Povera et nuda vai philosophia,

dice la turba al vil guadagno intesa.

Pochi compagni avrai per l’altra via:

tanto ti prego più, gentile spirto,

non lassar la magnanima tua impresa.

 

8

A pie’ de’ colli ove la bella vesta

prese de le terrene membra pria

la donna che colui ch’a te ne ‘nvia

spesso dal somno lagrimando desta,

libere in pace passavam per questa

vita mortal, ch’ogni animal desia,

senza sospetto di trovar fra via

cosa ch’al nostr’andar fosse molesta.

Ma del misero stato ove noi semo

condotte da la vita altra serena

un sol conforto, et de la morte, avemo:

che vendetta è di lui ch’a ciò ne mena,

lo qual in forza altrui presso a l’extremo

riman legato con maggior catena.

 

9

Quando ‘l pianeta che distingue l’ore

ad albergar col Tauro si ritorna,

cade vertú da l’infiammate corna

che veste il mondo di novel colore;

et non pur quel che s’apre a noi di fore,

le rive e i colli, di fioretti adorna,

ma dentro dove già mai non s’aggiorna

gravido fa di sé il terrestro humore,

onde tal fructo et simile si colga:

così costei, ch’è tra le donne un sole,

in me movendo de’ begli occhi i rai

crïa d’amor penseri, atti et parole;

ma come ch’ella gli governi o volga,

primavera per me pur non è mai.

 

 

10

Glorïosa columna in cui s’appoggia

nostra speranza e ‘l gran nome latino,

ch’ancor non torse del vero camino

l’ira di Giove per ventosa pioggia,

qui non palazzi, non theatro o l’oggia,

ma ‘n lor vece un abete, un faggio, un pino

tra l’erba verde e ‘l bel monte vicino,

onde si scende poetando et poggia,

levan di terra al ciel nostr’intellecto;

e ‘l rosigniuol che dolcemente all’ombra

tutte le notti si lamenta et piagne,

d’amorosi penseri il cor ne ‘ngombra:

ma tanto bel sol tronchi, et fai imperfecto,

tu che da noi, signor mio, ti scompagne.

 

11

Lassare il velo o per sole o per ombra,

donna, non vi vid’io

poi che in me conosceste il gran desio

ch’ogni altra voglia d’entr’al cor mi sgombra.

Mentr’io portava i be’ pensier’ celati,

ch’ànno la mente desïando morta,

vidivi di pietate ornare il volto;

ma poi ch’Amor di me vi fece accorta,

fuor i biondi capelli allor velati,

et l’amoroso sguardo in sé raccolto.

Quel ch’i’ più desiava in voi m’è tolto:

sí mi governa il velo

che per mia morte, et al caldo et al gielo,

de’ be’ vostr’occhi il dolce lume ad’ombra.

 

12

Se la mia vita da l’aspro tormento

si può tanto schermire, et dagli affanni,

ch’i’ veggia per vertù de gli ultimi anni,

donna, de’ be’ vostr’occhi il lume spento,

e i cape’ d’oro fin farsi d’argento,

et lassar le ghirlande e i verdi panni,

e ‘l viso scolorir che ne’ miei danni

a llamentar mi fa pauroso et lento:

pur mi darà tanta baldanza Amore

ch’i’ vi discovrirò de’ mei martiri

qua’ sono stati gli anni, e i giorni et l’ore;

et se ‘l tempo è contrario ai be’ desiri,

non fia ch’almen non giunga al mio dolore

alcun soccorso di tardi sospiri.

 

13

Quando fra l’altre donne ad ora ad ora

Amor vien nel bel viso di costei,

quanto ciascuna è men bella di lei

tanto cresce ‘l desio che m’innamora.

I’ benedico il loco e ‘l tempo et l’ora

che sí alto miraron gli occhi mei,

et dico: Anima, assai ringratiar dêi

che fosti a tanto honor degnata allora.

Da lei ti v’èn l’amoroso pensero,

che mentre ‘l segui al sommo ben t’invia,

pocho prezando quel ch’ogni huom desia;

da lei vien l’animosa leggiadria

ch’al ciel ti scorge per destro sentero,

sí ch’i’ vo già de la speranza altero.

 

14

Occhi miei lassi, mentre ch’io vi giro

nel bel viso di quella che v’à morti,

pregovi siate accorti,

ché già vi sfida Amore, ond’io sospiro.

Morte pò chiuder sola a’ miei penseri

l’amoroso camin che gli conduce

al dolce porto de la lor salute;

ma puossi a voi celar la vostra luce

per meno obgetto, perché meno interi

siete formati, et di minor virtute.

Però, dolenti, anzi che sian venute

l’ore del pianto, che son già vicine,

prendete or a la fine

breve conforto a sí lungo martiro.

 

15

Io mi rivolgo indietro a ciascun passo

col corpo stancho ch’a gran pena porto,

et prendo allor del vostr’aere conforto

che ‘l fa gir oltra dicendo: Oimè lasso!

Poi ripensando al dolce ben ch’io lasso,

al camin lungo et al mio viver corto,

fermo le piante sbigottito et smorto,

et gli occhi in terra lagrimando abasso.

Talor m’assale in mezzo a’tristi pianti

un dubbio: come posson queste membra

da lo spirito lor viver lontane?

Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra

che questo è privilegio degli amanti,

sciolti da tutte qualitati humane?

 

16

Movesi il vecchierel canuto et biancho

del dolce loco ov’à sua età fornita

et da la famigliuola sbigottita

che vede il caro padre venir manco;

indi trahendo poi l’antiquo fianco

per l’extreme giornate di sua vita,

quanto più pò, col buon voler s’aita,

rotto dagli anni, et dal cammino stanco;

et viene a Roma, seguendo ‘l desio,

per mirar la sembianza di colui

ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:

cosí, lasso, talor vo cerchand’io,

donna, quanto è possibile, in altrui

la disïata vostra forma vera.

 

17

Piovonmi amare lagrime dal viso

con un vento angoscioso di sospiri,

quando in voi adiven che gli occhi giri

per cui sola dal mondo i’ son diviso.

Vero è che ‘l dolce mansüeto riso

pur acqueta gli ardenti miei desiri,

et mi sottragge al foco de’ martiri,

mentr’io son a mirarvi intento et fiso.

Ma gli spiriti miei s’aghiaccian poi

ch’i’ veggio al departir gli atti soavi

torcer da me le mie fatali stelle.

Largata alfin co l’amorose chiavi

l’anima esce del cor per seguir voi;

et con molto pensiero indi si svelle.

 

18

Quand’io son tutto vòlto in quella parte

ove ‘l bel viso di madonna luce,

et m’è rimasa nel pensier la luce

che m’arde et strugge dentro a parte a parte,

i’ che temo del cor che mi si parte,

et veggio presso il fin de la mia luce,

vommene in guisa d’orbo, senza luce,

che non sa ove si vada et pur si parte.

Cosí davanti ai colpi de la morte

fuggo: ma non sí ratto che ‘l desio

meco non venga come venir sòle.

Tacito vo, ché le parole morte

farian pianger la gente; et i’ desio

che le lagrime mie si spargan sole.

 

19

Son animali al mondo de sí altera

vista che ‘ncontra ‘l sol pur si difende;

altri, però che ‘l gran lume gli offende,

non escon fuor se non verso la sera;

et altri, col desio folle che spera

gioir forse nel foco, perché splende,

provan l’altra vertú, quella che ‘encende:

lasso, e ‘l mio loco è ‘n questa ultima schera.

Ch’i’ non son forte ad aspectar la luce

di questa donna, et non so fare schermi

di luoghi tenebrosi, o d’ ore tarde:

però con gli occhi lagrimosi e ‘nfermi

mio destino a vederla mi conduce;

et so ben ch’i’ vo dietro a quel che m’arde.

 

20

Vergognando talor ch’ancor si taccia,

donna, per me vostra bellezza in rima,

ricorro al tempo ch’i’ vi vidi prima,

tal che null’altra fia mai che mi piaccia.

Ma trovo peso non da le mie braccia,

né ovra da polir colla mia lima:

però l’ingegno che sua forza extima

ne l’operatïon tutto s’agghiaccia.

Più volte già per dir le labbra apersi,

poi rimase la voce in mezzo ‘l pecto:

ma qual sòn poria mai salir tant’alto?

 

Più volte incominciai di scriver versi:

ma la penna et la mano et l’intellecto

rimaser vinti nel primier assalto.

 

21

Mille fïate, o dolce mia guerrera,

per aver co’ begli occhi vostri pace

v’aggio proferto il cor; mâ voi non piace

mirar sí basso colla mente altera.

Et se di lui fors’altra donna spera,

vive in speranza debile et fallace:

mio, perché sdegno ciò ch’a voi dispiace,

esser non può già mai cosí com’era.

Or s’io lo scaccio, et e’ non trova in voi

ne l’exil’io infelice alcun soccorso,

né sa star sol, né gire ov’altri il chiama,

poria smarrire il suo natural corso:

che grave colpa fia d’ambeduo noi,

et tanto più de voi, quanto più v’ama.

 

22

A qualunque animale alberga in terra,

se non se alquanti ch’ànno in odio il sole,

tempo da travagliare è quanto è ‘l giorno;

ma poi che ‘l ciel accende le sue stelle,

qual torna a casa et qual s’anida in selva

per aver posa almeno infin a l’alba.

 

Et io, da che comincia la bella alba

a scuoter l’ombra intorno de la terra

svegliando gli animali in ogni selva,

non ò mai triegua di sospir’ col sole;

pur quand’io veggio fiammeggiar le stelle

vo lagrimando, et disïando il giorno.

 

Quando la sera scaccia il chiaro giorno,

et le tenebre nostre altrui fanno alba,

miro pensoso le crudeli stelle,

che m’ànno facto di sensibil terra;

et maledico il dí ch’i’ vidi ‘l sole,

e che mi fa in vista un huom nudrito in selva.

Non credo che pascesse mai per selva

sí aspra fera, o di nocte o di giorno,

come costei ch’i ‘piango a l’ombra e al sole;

et non mi stancha primo sonno od alba:

ché, bench’i’ sia mortal corpo di terra,

lo mi fermo desir vien da le stelle.

 

Prima ch’i’ torni a voi, lucenti stelle,

o torni giú ne l’amorosa selva,

lassando il corpo che fia trita terra,

vedess’io in lei pietà, che ‘n un sol giorno

può ristorar molt’anni, e ‘nanzi l’alba

puommi arichir dal tramontar del sole.

 

Con lei foss’io da che si parte il sole,

et non ci vedess’altri che le stelle,

sol una nocte, et mai non fosse l’alba;

et non se transformasse in verde selva

per uscirmi di braccia, come il giorno

ch’Apollo la seguia qua giú per terra.

 

Ma io sarò sotterra in secca selva

e ‘l giorno andrà pien di minute stelle

prima ch’a sí dolce alba arrivi il sole.

 

23

Nel dolce tempo de la prima etade,

che nascer vide et anchor quasi in herba

la fera voglia che per mio mal crebbe,

perché cantando il duol si disacerba,

canterò com’io vissi in libertade,

mentre Amor nel mio albergo a sdegno s’ebbe.

Poi seguirò sí come a lui ne ‘ncrebbe

troppo altamente, e che di ciò m’avvenne,

di ch’io son facto a molta gente exempio:

benché ‘l mio duro scempio

sia scripto altrove, sí che mille penne

ne son già stanche, et quasi in ogni valle

rimbombi il suon de’ miei gravi sospiri,

ch’aquistan fede a la penosa vita.

E se qui la memoria non m’aita

come suol fare, iscúsilla i martiri,

et un penser che solo angoscia dàlle,

tal ch’ad ogni altro fa voltar le spalle,

e mi face oblïar me stesso a forza:

ché tèn di me quel d’entro, et io la scorza.

I’ dico che dal dí che ‘l primo assalto

mi diede Amor, molt’anni eran passati,

sí ch’io cangiava il giovenil aspetto;

e d’intorno al mio cor pensier’ gelati

facto avean quasi adamantino smalto

ch’allentar non lassava il duro affetto.

Lagrima anchor non mi bagnava il petto

né rompea il sonno, et quel che in me non era,

mi pareva un miracolo in altrui.

Lasso, che son! che fui!

La vita el fin, e ‘l dí loda la sera.

Ché sentendo il crudel di ch’io ragiono

infin allor percossa di suo strale

non essermi passato oltra la gonna,

prese in sua scorta una possente donna,

ver’ cui poco già mai mi valse o vale

ingegno, o forza, o dimandar perdono;

e i duo mi trasformaro in quel ch’i’ sono,

facendomi d’uom vivo un lauro verde,

che per fredda stagion foglia non perde.

Qual mi fec’io quando primier m’accorsi

de la trasfigurata mia persona,

e i capei vidi far di quella fronde

di che sperato avea già lor corona,

e i piedi in ch’io mi stetti, et mossi, et corsi,

com’ogni membro a l’anima risponde,

diventar due radici sovra l’onde

non di Peneo, ma d’un più altero fiume,

e n’ duo rami mutarsi ambe le braccia!

Né meno anchor m’ agghiaccia

l’esser coverto poi di bianche piume

allor che folminato et morto giacque

il mio sperar che tropp’alto montava:

ché perch’io non sapea dove né quando

me ‘l ritrovasse, solo lagrimando

là ‘ve tolto mi fu, dí e nocte andava,

ricercando dallato, et dentro a l’acque;

et già mai poi la mia lingua non tacque

mentre poteo del suo cader maligno:

ond’io presi col suon color d’un cigno.

Cosí lungo l’amate rive andai,

che volendo parlar, cantava sempre

mercé chiamando con estrania voce;

né mai in sí dolci o in sí soavi tempre

risonar seppi gli amorosi guai,

che ‘l cor s’umilïasse aspro et feroce.

Qual fu a sentir? ché ‘l ricordar mi coce:

ma molto più di quel, che per inanzi

de la dolce et acerba mia nemica

è bisogno ch’io dica,

benché sia tal ch’ogni parlare avanzi.

Questa che col mirar gli animi fura,

m’aperse il petto, e ‘l cor prese con mano,

dicendo a me: Di ciò non far parola.

Poi la rividi in altro habito sola,

tal ch’i’ non la conobbi, oh senso humano,

anzi le dissi ‘l ver pien di paura;

ed ella ne l’usata sua figura

tosto tornando, fecemi, oimè lasso,

d’un quasi vivo et sbigottito sasso.

Ella parlava sí turbata in vista,

che tremar mi fea dentro a quella petra,

udendo: I’ non son forse chi tu credi.

E dicea meco: Se costei mi spetra,

nulla vita mi fia noiosa o trista;

a farmi lagrimar, signor mio, riedi.

Come non so: pur io mossi indi i piedi,

non altrui incolpando che me stesso,

mezzo tutto quel dí tra vivo et morto.

Ma perché ‘l tempo è corto,

la penna al buon voler non pò gir presso:

onde più cose ne la mente scritte

vo trapassando, et sol d’alcune parlo

che meraviglia fanno a chi l’ascolta.

Morte mi s’era intorno al cor avolta,

né tacendo potea di sua man trarlo,

o dar soccorso a le vertuti afflitte;

le vive voci m’erano interditte;

ond’io gridai con carta et con incostro:

Non son mio, no. S’io moro, il danno è vostro.

Ben mi credea dinanzi agli occhi suoi

d’indegno far cosí di mercé degno,

et questa spene m’avea fatto ardito:

ma talora humiltà spegne disdegno,

talor l’enfiamma; et ciò sepp’io da poi,

lunga stagion di tenebre vestito:

ch’a quei preghi il mio lume era sparito.

Ed io non ritrovando intorno intorno

ombra di lei, né pur de’ suoi piedi orma,

come huom che tra via dorma,

gittaimi stancho sovra l’erba un giorno.

Ivi accusando il fugitivo raggio,

a le lagrime triste allargai ‘l freno,

et lasciaile cader come a lor parve;

né già mai neve sotto al sol disparve

com’io sentí’ me tutto venir meno,

et farmi una fontana a pie’ d’un faggio.

Gran tempo humido tenni quel vïaggio.

Chi udí mai d’uom vero nascer fonte?

E parlo cose manifeste et conte.

L’alma ch’è sol da Dio facta gentile,

ché già d’altrui non pò venir tal gratia,

simile al suo factor stato ritene:

però di perdonar mai non è sacia

a chi col core et col sembiante humile

dopo quantunque offese a mercé v’ène.

Et se contra suo stile essa sostene

d’esser molto pregata, in Lui si specchia,

et fal perché ‘l peccar più si pavente:

ché non ben si ripente

de l’un mal chi de l’altro s’apparecchia.

Poi che madonna da pietà commossa

degnò mirarme, et ricognovve et vide

gir di pari la pena col peccato,

benigna mi redusse al primo stato.

Ma nulla à ‘l mondo in ch’uom saggio si fide:

ch’ancor poi ripregando, i nervi et l’ossa

mi volse in dura selce; et così scossa

voce rimasi de l’antiche some,

chiamando Morte, et lei sola per nome.

Spirto doglioso errante (mi rimembra)

per spel’unche deserte et pellegrine,

piansi molt’anni il mio sfrenato ardire:

et anchor poi trovai di quel mal fine,

et ritornai ne le terrene membra,

credo per più dolore ivi sentire.

I’ seguí’ tanto avanti il mio desire

ch’un dí cacciando sí com’io solea

mi mossi; e quella fera bella et cruda

in una fonte ignuda

si stava, quando ‘l sol più forte ardea.

Io, perché d’altra vista non m’appago,

stetti a mirarla: ond’ella ebbe vergogna;

et per farne vendetta, o per celarse,

l’acqua nel viso co le man’ mi sparse.

Vero dirò (forse e’ parrà menzogna)

ch’i’ sentí’ trarmi de la propria imago,

et in un cervo solitario et vago

di selva in selva ratto mi trasformo:

et anchor de’ miei can’ fuggo lo stormo.

Canzon, i’ non fu’ mai quel nuvol d’oro

che poi discese in pretïosa pioggia,

sí che ‘l foco di Giove in parte spense;

ma fui ben fiamma ch’un bel guardo accense,

et fui l’uccel che più per l’aere poggia,

alzando lei che ne’ miei detti honoro:

né per nova figura il primo alloro

seppi lassar, ché pur la sua dolce ombra

ogni men bel piacer del cor mi sgombra.

 

24

Se l’onorata fronde che prescrive

l’ira del ciel, quando ‘l gran Giove tona,

non m’avesse disdetta la corona

che suole ornar chi poetando scrive,

i’era amico a queste vostre dive

le qua’ vilmente il secolo abandona;

ma quella ingiuria già l’unge mi sprona

da l’inventrice de le prime olive:

ché non bolle la polver d’Ethïopia

sotto ‘l più ardente sol, com’io sfavillo,

perdendo tanto amata cosa propia.

Cercate dunque fonte più tranquillo,

ché ‘l mio d’ogni liquor sostene inopia,

salvo di quel che lagrimando stillo.

 

25

Amor piangeva, et io con lui talvolta,

dal qual miei passi non fur mai lontani,

mirando per gli effecti acerbi et strani

l’anima vostra dei suoi nodi sciolta.

Or ch’al dritto camin l’à Dio rivolta,

col cor levando al cielo ambe le mani

ringratio lui che’ giusti preghi humani

benignamente, sua mercede, ascolta.

Et se tornando a l’amorosa vita,

per farvi al bel desio volger le spalle,

trovaste per la via fossati o poggi,

fu per mostrar quanto è spinoso calle,

et quanto alpestra et dura la salita,

onde al vero valor conven ch’uom poggi.

 

26

Più di me lieta non si vede a terra

nave da l’onde combattuta et vinta,

quando la gente di pietà depinta

su per la riva a ringratiar s’atterra;

né lieto più del carcer si diserra

chi ‘ntorno al collo ebbe la corda avinta,

di me, veggendo quella spada scinta

che fece al segnor mio sí lunga guerra.

Et tutti voi ch’Amor laudate in rima,

al buon testor de gli amorosi detti

rendete honor, ch’era smarrito in prima:

ché più gloria è nel regno degli electi

d’un spirito converso, et più s’estima,

che di novantanove altri perfecti.

 

27

Il successor di Karlo, che la chioma

co la corona del suo antiquo adorna,

prese à già l’arme per fiacchar le corna

a Babilonia, et chi da lei si noma;

e ‘l vicario de Cristo colla soma

de le chiavi et del manto al nido torna,

sí che s’altro accidente nol distorna,

vedrà Bologna, et poi la nobil Roma.

La mansüeta vostra et gentil agna

abbatte i fieri lupi: et cosí vada

chïunque amor legitimo scompagna.

Consolate lei dunque ch’anchor bada,

et Roma che del suo sposo si lagna,

et per Jesú cingete ormai la spada.

 

28

O aspectata in ciel beata et bella

anima che di nostra humanitade

vestita vai, non come l’altre carca:

perché ti sian men dure omai le strade,

a Dio dilecta, obedïente ancella,

onde al suo regno di qua giú si varca,

ecco novellamente a la tua barca,

ch’al cieco mondo ha già volte le spalle

per gir al miglior porto,

d’un vento occidental dolce conforto;

lo qual per mezzo questa oscura valle,

ove piangiamo il nostro et l’altrui torto,

la condurrà de’ lacci antichi sciolta,

per drittissimo calle,

al verace orïente ov’ella è volta.

Forse i devoti et gli amorosi preghi

et le lagrime sancte de’ mortali

son giunte inanzi a la pietà superna;

et forse non fur mai tante né tali

che per merito lor punto si pieghi

fuor de suo corso la giustitia eterna;

ma quel benigno re che ‘l ciel governa

al sacro loco ove fo posto in croce

gli occhi per gratia gira,

onde nel petto al novo Karlo spira

la vendetta ch’a noi tardata nòce,

sí che molt’anni Europa ne sospira:

cosí soccorre a la sua amata sposa

tal che sol de la voce

fa tremar Babilonia, et star pensosa.

Chïunque alberga tra Garona e ‘l monte

e ‘ntra ‘l Rodano e ‘l Reno et l’onde salse

le ‘nsegne cristianissime accompagna;

et a cui mai di vero pregio calse,

del Pireneo a l’ultimo orizonte

con Aragon lassarà vòta Hispagna;

Inghilterra con l’isole che bagna

l’Occeano intra ‘l Carro et le Colonne,

infin là dove sona

doctrina del sanctissimo Elicona,

varie di lingue et d’arme, et de le gonne,

a l’alta impresa caritate sprona.

Deh qual amor sí licito o sí degno,

qua’ figli mai, qua’ donne

furon materia a sí giusto disdegno?

Una parte del mondo è che si giace

mai sempre in ghiaccio et in gelate nevi

tutta lontana dal camin del sole:

là sotto i giorni nubilosi et brevi,

nemica natural-mente di pace,

nasce una gente a cui il morir non dole.

Questa se, più devota che non sòle,

col tedesco furor la spada cigne,

turchi, arabi et caldei,

con tutti quei che speran nelli dèi

di qua dal mar che fa l’onde sanguigne,

quanto sian da prezzar, conoscer dêi:

popolo ignudo paventoso et lento,

che ferro mai non strigne,

ma tutt’i colpi suoi commette al vento.

Dunque ora è ‘l tempo da ritrare il collo

dal giogo antico, et da squarciare il velo

ch’è stato avolto intorno agli occhi nostri,

et che ‘l nobile ingegno che dal cielo

per gratia tien’ de l’immortale Apollo,

et l’eloquentia sua vertú qui mostri

or con la lingua, or co’laudati incostri:

perché d’Orpheo leggendo et d’Amphïone

se non ti meravigli,

assai men fia ch’Italia co’ suoi figli

si desti al suon del tuo chiaro sermone,

tanto che per Jesú la lancia pigli;

che s’al ver mira questa anticha madre,

in nulla sua tentione

fur mai cagion sí belle o sí leggiadre.

Tu ch’ài, per arricchir d’un bel thesauro,

volte le antiche et le moderne carte,

volando al ciel colla terrena soma,

sai da l’imperio del figliuol de Marte

al grande Augusto che di verde lauro

tre volte trïumphando ornò la chioma,

ne l’altrui ingiurie del suo sangue Roma

spesse fïate quanto fu cortese:

et or perché non fia

cortese no, ma conoscente et pia

a vendicar le dispietate offese,

col figliuol glorïoso di Maria?

Che dunque la nemica parte spera

ne l’umane difese,

se Cristo sta da la contraria schiera?

Pon’ mente al temerario ardir di Xerse,

che fece per calcare i nostri liti

di novi ponti oltraggio a la marina;

et vedrai ne la morte de’ mariti

tutte vestite a brun le donne perse,

et tinto in rosso il mar di Salamina.

Et non pur questa misera rüina

del popol infelice d’orïente

victoria t’empromette,

ma Marathona, et le mortali strette

che difese il leon con poca gente,

et altre mille ch’ài ascoltate et lette:

Perché inchinare a Dio molto convene

le ginocchia et la mente,

che gli anni tuoi riserva a tanto bene.

Tu vedrai Italia et l’onorata riva,

canzon, ch’agli occhi miei cela et contende

non mar, non poggio o fiume,

ma solo Amor che del suo altero lume

più m’invaghisce dove più m’incende:

né Natura può star contra’l costume.

Or movi, non smarrir l’altre compagne,

ché non pur sotto bende

alberga Amor, per cui si ride et piagne.

 

29

Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi

non vestí donna unquancho

né d’or capelli in bionda treccia attorse,

sí bella com’è questa che mi spoglia

d’arbitrio, et dal camin de libertade

seco mi tira, sí ch’io non sostegno

alcun giogo men grave.

Et se pur s’arma talor a dolersi

l’anima a cui vien mancho

consiglio, ove ‘l martir l’adduce in forse,

rappella lei da la sfrenata voglia

súbita vista, ché del cor mi rade

ogni delira impresa, et ogni sdegno

fa ‘l veder lei soave.

Di quanto per Amor già mai soffersi,

et aggio a soffrir ancho,

fin che mi sani ‘l cor colei che ‘l morse,

rubella di mercé, che pur l’envoglia,

vendetta fia, sol che contra Humiltade

Orgoglio et Ira il bel passo ond’io vegno

non chiuda et non inchiave.

Ma l’ora e ‘l giorno ch’io le luci apersi

nel bel nero et nel biancho

che mi scacciâr di là dove Amor corse,

novella d’esta vita che m’ addoglia

furon radice, et quella in cui l’etade

nostra si mira, la qual piombo o legno

vedendo è chi non pave.

Lagrima dunque che da gli occhi versi

per quelle, che nel mancho

lato mi bagna chi primier s’accorse,

quadrella, dal voler mio non mi svoglia,

ché ‘n giusta parte la sententia cade:

per lei sospira l’alma, et ella è degno

che le sue piaghe lave.

Da me son fatti i miei pensier’ diversi:

tal già, qual io mi stancho,

l’amata spada in se stessa contorse;

né quella prego che però mi scioglia,

ché men son dritte al ciel tutt’altre strade

et non s’aspira al glorïoso regno

certo in più salda nave.

Benigne stelle che compagne fersi

al fortunato fianco

quando ‘l bel parto giú nel mondo scórse!

ch’è stella in terra, et come in lauro foglia

conserva verde il pregio d’onestade,

ove non spira folgore, né indegno

vento mai che l’aggrave.

So io ben ch’a voler chiuder in versi

suo laudi, fôra stancho

chi più degna la mano a scriver porse:

qual cella è di memoria in cui s’accoglia

quanta vede vertú, quanta beltade,

chi gli occhi mira d’ogni valor segno,

dolce del mio cor chiave?

Quando il sol gira, Amor più caro pegno,

donna, di voi non ave.

 

30

Giovene donna sotto un verde lauro

vidi più biancha et più fredda che neve

non percossa dal sol molti et molt’anni;

e ‘l suo parlare, e ‘l bel viso, et le chiome

mi piacquen sí ch’i’ l’ò dinanzi agli occhi,

ed avrò sempre, ov’io sia, in poggio o ‘n riva.

Allor saranno i miei pensier a riva

che foglia verde non si trovi in lauro;

quando avrò queto il core, asciutti gli occhi,

vedrem ghiacciare il foco, arder la neve:

non ò tanti capelli in queste chiome

quanti vorrei quel giorno attender anni.

Ma perché vola il tempo, et fuggon gli anni,

sí ch’a la morte in un punto s’arriva,

o colle brune o colle bianche chiome,

seguirò l’ombra di quel dolce lauro

per lo più ardente sole et per la neve,

fin che l’ultimo dí chiuda quest’occhi.

Non fur già mai veduti sí begli occhi

o ne la nostra etade o ne’ prim’anni,

che mi struggon cosí come ‘l sol neve;

onde procede lagrimosa riva

ch’Amor conduce a pie’ del duro lauro

ch’à i rami di diamante, et d’òr le chiome.

I’ temo di cangiar pria volto et chiome

che con vera pietà mi mostri gli occhi

l’idolo mio, scolpito in vivo lauro:

ché s’al contar non erro, oggi à sett’anni

che sospirando vo di riva in riva

la notte e ‘l giorno, al caldo ed a la neve.

Dentro pur foco, et for candida neve,

sol con questi pensier’, con altre chiome,

sempre piangendo andrò per ogni riva,

per far forse pietà venir negli occhi

di tal che nascerà dopo mill’anni,

se tanto viver pò ben cólto lauro.

L’auro e i topacii al sol sopra la neve

vincon le bionde chiome presso agli occhi

che menan gli anni miei sí tosto a riva.

 

31

Questa anima gentil che si diparte,

anzi tempo chiamata a l’altra vita,

se lassuso è quanto esser dê gradita,

terrà del ciel la più beata parte.

S’ella riman fra ‘l terzo lume et Marte,

fia la vista del sole scolorita,

poi ch’a mirar sua bellezza infinita

l’anime degne intorno a lei fien sparte.

Se si posasse sotto al quarto nido,

ciascuna de le tre saria men bella,

et essa sola avria la fama e ‘l grido;

nel quinto giro non habitrebbe ella;

ma se vola più alto, assai mi fido

che con Giove sia vinta ogni altra stella.

 

32

Quanto più m’avicino al giorno extremo

che l’umana miseria suol far breve,

più veggio il tempo andar veloce et leve,

e ‘l mio di lui sperar fallace et scemo.

I’ dico a’ miei pensier’: Non molto andremo

d’amor parlando omai, ché ‘l duro et greve

terreno incarco come frescha neve

si va struggendo; onde noi pace avremo:

perché co llui cadrà quella speranza

che ne fe’ vaneggiar sí lungamente,

e ‘l riso e ‘l pianto, et la paura et l’ira;

sí vedrem chiaro poi come sovente

per le cose dubbiose altri s’avanza,

et come spesso indarno si sospira.

 

33

Già fiammeggiava l’amorosa stella

per l’orïente, et l’altra che Giunone

suol far gelosa nel septentrïone,

rotava i raggi suoi lucente et bella;

levata era a filar la vecchiarella,

discinta et scalza, et desto avea ‘l carbone,

et gli amanti pungea quella stagione

che per usanza a lagrimar gli appella:

quando mia speme già condutta al verde

giunse nel cor, non per l’usata via,

che ‘l sonno tenea chiusa, e ‘l dolor molle;

quanto cangiata, oimè, da quel di pria!

Et parea dir: Perché tuo valor perde?

Veder quest’occhi anchor non ti si tolle.

 

34

Apollo, s’anchor vive il bel desio

che t’infiammava a le thesaliche onde,

et se non ài l’amate chiome bionde,

volgendo gli anni, già poste in oblio:

dal pigro gielo et dal tempo aspro et rio,

che dura quanto ‘l tuo viso s’asconde,

difendi or l’onorata et sacra fronde,

ove tu prima, et poi fu’ invescato io;

et per vertú de l’amorosa speme,

che ti sostenne ne la vita acerba,

di queste impressïon l’aere disgombra;

sí vedrem poi per meraviglia inseme

seder la donna nostra sopra l’erba,

et far de le sue braccia a se stessa ombra.

 

35

Solo et pensoso i più deserti campi

vo mesurando a passi tardi et lenti,

et gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio human l’arena stampi.

Altro schermo non trovo che mi scampi

dal manifesto accorger de le genti,

perché negli atti d’alegrezza spenti

di fuor si legge com’io dentro avampi:

sí ch’io mi credo omai che monti et piagge

et fiumi et selve sappian di che tempre

sia la mia vita, ch’è celata altrui.

Ma pur sí aspre vie né sí selvagge

cercar non so ch’Amor non venga sempre

ragionando con meco, et io co llui.

 

36

S’io credesse per morte essere scarco

del pensiero amoroso che m’atterra,

colle mie mani avrei già posto in terra

queste mie membra noiose, et quello incarco;

ma perch’io temo che sarrebbe un varco

di pianto in pianto, et d’una in altra guerra,

di qua dal passo anchor che mi si serra

mezzo rimango, lasso, et mezzo il varco.

Tempo ben fôra omai d’avere spinto

l’ultimo stral la dispietata corda

ne l’altrui sangue già bagnato et tinto;

et io ne prego Amore, et quella sorda

che mi lassò de’ suoi color’ depinto,

et di chiamarmi a sé non le ricorda.

 

37

Sí è debile il filo a cui s’attene

la gravosa mia vita

che, s’altri non l’aita,

ella fia tosto di suo corso a riva;

però che dopo l’empia dipartita

che dal dolce mio bene

feci, sol una spene

è stato infin a qui cagion ch’io viva,

dicendo: Perché priva

sia de l’amata vista,

mantienti, anima trista;

che sai s’a miglior tempo ancho ritorni

et a più lieti giorni,

o se ‘l perduto ben mai si racquista?

Questa speranza mi sostenne un tempo:

or vien mancando, et troppo in lei m’attempo.

Il tempo passa, et l’ore son sí pronte

a fornire il vïaggio,

ch’assai spacio non aggio

pur a pensar com’io corro a la morte:

a pena spunta in orïente un raggio

di sol, ch’a l’altro monte

de l’adverso orizonte

giunto il vedrai per vie lunghe et distorte.

Le vite son sí corte,

sí gravi i corpi et frali

degli uomini mortali,

che quando io mi ritrovo dal bel viso

cotanto esser diviso,

col desio non possendo mover l’ali,

poco m’avanza del conforto usato,

né so quant’io mi viva in questo stato.

Ogni loco m’atrista ov’io non veggio

quei begli occhi soavi

che portaron le chiavi

de’ miei dolci pensier’, mentre a Dio piacque;

et perché ‘l duro exil’io più m’aggravi,

s’io dormo o vado o seggio,

altro già mai non cheggio,

et ciò ch’i’ vidi dopo lor mi spiacque.

Quante montagne et acque,

quanto mar, quanti fiumi

m’ascondon que’ duo lumi,

che quasi un bel sereno a mezzo ‘l die

fer le tenebre mie,

a ciò che ‘l rimembrar più mi consumi,

et quanto era mia vita allor gioiosa

m’insegni la presente aspra et noiosa!

Lasso, se ragionando si rinfresca

quel’ ardente desio

che nacque il giorno ch’io

lassai di me la miglior parte a dietro,

et s’Amor se ne va per lungo oblio,

chi mi conduce a l’ésca,

onde ‘l mio dolor cresca?

Et perché pria tacendo non m’impetro?

Certo cristallo o vetro

non mostrò mai di fore

nascosto altro colore,

che l’alma sconsolata assai non mostri

più chiari i pensier’ nostri,

et la fera dolcezza ch’è nel core,

per gli occhi che di sempre pianger vaghi

cercan dí et nocte pur chi glien’appaghi.

Novo piacer che ne gli umani ingegni

spesse volte si trova,

d’amar qual cosa nova

più folta schiera di sospiri accoglia!

Et io son un di quei che ‘l pianger giova;

et par ben ch’io m’ingegni

che di lagrime pregni

sien gli occhi miei sí come ‘l cor di doglia;

et perché a cciò m’invoglia

ragionar de’ begli occhi,

né cosa è che mi tocchi

o sentir mi si faccia cosí a dentro,

corro spesso, et rïentro,

colà donde più largo il duol trabocchi,

et sien col cor punite ambe le luci,

ch’a la strada d’Amor mi furon duci.

Le treccie d’òr che devrien fare il sole

d’invidia molta ir pieno,

e ‘l bel guardo sereno,

ove i raggi d’Amor sí caldi sono

che mi fanno anzi tempo venir meno,

et l’accorte parole,

rade nel mondo o sole,

che mi fer già di sé cortese dono,

mi son tolte; et perdono

più lieve ogni altra offesa,

che l’essermi contesa

quella benigna angelica salute

che ‘l mio cor a vertute

destar solea con una voglia accesa:

tal ch’io non penso udir cosa già mai

che mi conforte ad altro ch’a trar guai.

Et per pianger anchor con più diletto,

le man’ bianche sottili

et le braccia gentili,

et gli atti suoi soavemente alteri,

e i dolci sdegni alteramente humili,

e ‘l bel giovenil petto,

torre d’alto intellecto,

mi celan questi luoghi alpestri et feri;

et non so s’io mi speri

vederla anzi ch’io mora:

però ch’ad ora ad ora

s’erge la speme, et poi non sa star ferma,

ma ricadendo afferma

di mai non veder lei che ‘l ciel honora,

ov’alberga Honestade et Cortesia,

et dov’io prego che ‘l mio albergo sia.

Canzon, s’al dolce loco

la donna nostra vedi,

credo ben che tu credi

ch’ella ti porgerà la bella mano,

ond’io son sí lontano.

Non la toccar; ma reverente ai piedi

le di’ ch’io sarò là tosto ch’io possa,

o spirto ignudo od uom di carne et d’ossa.

 

38

Orso, e’ non furon mai fiumi né stagni,

né mare, ov’ogni rivo si disgombra,

né di muro o di poggio o di ramo ombra,

né nebbia che ‘l ciel copra e ‘l mondo bagni,

né altro impedimento, ond’io mi lagni,

qualunque più l’umana vista ingombra,

quanto d’un vel che due begli occhi ad’ombra,

et par che dica: Or ti consuma et piagni.

Et quel lor inchinar ch’ogni mia gioia

spegne o per humiltate o per argoglio,

cagion sarà che ‘nanzi tempo i’ moia.

Et d’una bianca mano ancho mi doglio,

ch’è stata sempre accorta a farmi noia,

et contra gli occhi miei s’è fatta scoglio.

 

39

Io temo sí de’ begli occhi l’assalto

ne’ quali Amore et la mia morte alberga,

ch’i’ fuggo lor come fanciul la verga,

et gran tempo è ch’i’ presi il primier salto.

Da ora inanzi faticoso od alto

loco non fia, dove ‘l voler non s’erga

per no scontrar chî miei sensi disperga

lassando come suol me freddo smalto.

Dunque s’a veder voi tardo mi volsi

per non ravvicinarmi a chi mi strugge,

fallir forse non fu di scusa indegno.

Più dico, che ‘l tornare a quel ch’uom fugge,

e ‘l cor che di paura tanta sciolsi,

fur de la mia fede non leggier pegno.

 

40

S’Amore o Morte non dà qualche stroppio

a la tela novella ch’ora ordisco,

et s’io mi svolvo dal tenace visco,

mentre che l’un coll’altro vero accoppio,

i’ farò forse un mio lavor sí doppio

tra lo stil de’ moderni e ‘l sermon prisco,

che, paventosamente a dirlo ardisco,

infin a Roma n’udirai lo scoppio.

Ma però che mi mancha a fornir l’opra

alquanto de le fila benedette

ch’avanzaro a quel mio dilecto padre,

perché tien’ verso me le man’ sí strette,

contra tua usanza? I’ prego che tu l’opra,

e vedrai rïuscir cose leggiadre.

 

41

Quando dal proprio sito si rimove

l’arbor ch’amò già Phebo in corpo humano,

sospira et suda a l’opera Vulcano,

per rinfrescar l’aspre saette a Giove:

il qual or tona, or nevicha et or piove,

senza honorar più Cesare che Giano;

la terra piange, e ‘l sol ci sta lontano,

che la sua cara amica ved’altrove.

Allor riprende ardir Saturno et Marte,

crudeli stelle, et Orïone armato

spezza a’ tristi nocchier’ governi et sarte;

Eolo a Neptuno et a Giunon turbato

fa sentire, et a noi, come si parte

il bel viso dagli angeli aspectato.

 

42

Ma poi che ‘l dolce riso humile et piano

più non asconde sue bellezze nove,

le braccia a la fucina indarno move

l’antiquissimo fabbro ciciliano,

ch’a Giove tolte son l’arme di mano

temprate in Mongibello a tutte prove,

et sua sorella par che si rinove

nel bel guardo d’Apollo a mano a mano.

Del lito occidental si move un fiato,

che fa securo il navigar senza arte,

et desta i fior’ tra l’erba in ciascun prato.

Stelle noiose fuggon d’ogni parte,

disperse dal bel viso inamorato,

per cui lagrime molte son già sparte.

 

43

Il figliuol di Latona avea già nove

volte guardato dal balcon sovrano,

per quella ch’alcun tempo mosse invano

i suoi sospiri, et or gli altrui commove.

Poi che cercando stanco non seppe ove

s’albergasse, da presso o di lontano,

mostrossi a noi qual huom per doglia insano,

che molto amata cosa non ritrove.

Et cosí tristo standosi in disparte,

tornar non vide il viso, che laudato

sarà s’io vivo in più di mille carte;

et pietà lui medesmo avea cangiato,

sí che’ begli occhi lagrimavan parte:

però l’aere ritenne il primo stato.

 

44

Que’che ‘n Tesaglia ebbe le man’ sí pronte

a farla del civil sangue vermiglia,

pianse morto il marito di sua figlia,

raffigurato a le fatezze conte;

e ‘l pastor ch’a Golia ruppe la fronte,

pianse la ribellante sua famiglia,

et sopra ‘l buon Saúl cangiò le ciglia,

ond’assai può dolersi il fiero monte.

Ma voi che mai pietà non discolora,

et ch’avete gli schermi sempre accorti

contra l’arco d’Amor che ‘ndarno tira,

mi vedete straziare a mille morti:

né lagrima però discese anchora

da’ be’ vostr’occhi, ma disdegno et ira.

 

45

Il mio adversario in cui veder solete

gli occhi vostri ch’Amore e ‘l ciel honora,

colle non sue bellezze v’innamora

più che ‘n guisa mortal soavi et liete.

Per consiglio di lui, donna, m’avete

scacciato del mio dolce albergo fora:

misero exil’io, avegna ch’i’ non fôra

d’abitar degno ove voi sola siete.

Ma s’io v’era con saldi chiovi fisso,

non devea specchio farvi per mio danno,

a voi stessa piacendo, aspra et superba.

Certo, se vi rimembra di Narcisso,

questo et quel corso ad un termino vanno,

benché di sí bel fior sia indegna l’erba.

 

46

L’oro et le perle e i fior’ vermigli e i bianchi,

che ‘l verno devria far languidi et secchi,

son per me acerbi et velenosi stecchi,

ch’io provo per lo petto et per li fianchi.

Però i dí miei fien lagrimosi et manchi,

ché gran duol rade volte aven che ‘nvecchi:

ma più ne colpo i micidiali specchi,

che ‘n vagheggiar voi stessa avete stanchi.

Questi poser silentio al signor mio,

che per me vi pregava, ond’ei si tacque,

veggendo in voi finir vostro desio;

questi fuor fabbricati sopra l’acque

d’abisso, et tinti ne l’eterno oblio,

onde ‘l principio de mia morte nacque.

 

47

Io sentia dentr’al cor già venir meno

gli spirti che da voi ricevon vita;

et perché natural-mente s’aita

contra la morte ogni animal terreno,

largai ‘l desio, ch’i teng’or molto a freno,

et misil per la via quasi smarrita:

però che dí et notte indi m’invita,

et io contra sua voglia altronde ‘l meno.

Et mi condusse, vergognoso et tardo,

a riveder gli occhi leggiadri, ond’io

per non esser lor grave assai mi guardo.

Vivrommi un tempo omai, ch’al viver mio

tanta virtute à sol un vostro sguardo;

et poi morrò, s’io non credo al desio.

 

48

Se mai foco per foco non si spense,

né fiume fu già mai secco per pioggia,

ma sempre l’un per l’altro simil poggia,

et spesso l’un contrario l’altro accense,

Amor, tu che’ pensier’ nostri dispense,

al qual un’alma in duo corpi s’appoggia,

perché fai in lei con disusata foggia

men per molto voler le voglie intense?

Forse sí come ‘l Nil d’alto caggendo

col gran suono i vicin’ d’intorno assorda,

e ‘l sole abbaglia chi ben fiso ‘l guarda,

cosí ‘l desio che seco non s’accorda,

ne lo sfrenato obiecto vien perdendo,

et per troppo spronar la fuga è tarda.

 

49

Perch’io t’abbia guardato di menzogna

a mio podere et honorato assai,

ingrata lingua, già però non m’ài

renduto honor, ma facto ira et vergogna:

ché quando più ‘l tuo aiuto mi bisogna

per dimandar mercede, allor ti stai

sempre più fredda, et se parole fai,

son imperfecte, et quasi d’uom che sogna.

Lagrime triste, et voi tutte le notti

m’accompagnate, ov’io vorrei star solo,

poi fuggite dinanzi a la mia pace;

et voi sí pronti a darmi angoscia et duolo,

sospiri, allor traete lenti et rotti:

sola la vista mia del cor non tace.

 

50

Ne la stagion che ‘l ciel rapido inchina

verso occidente, et che ‘l dí nostro vola

a gente che di là forse l’aspetta,

veggendosi in lontan paese sola,

la stancha vecchiarella pellegrina

raddoppia i passi, et più et più s’affretta;

et poi cosí soletta

al fin di sua giornata

talora è consolata

d’alcun breve riposo, ov’ella oblia

la noia e ‘l mal de la passata via.

Ma, lasso, ogni dolor che ‘l dí m’adduce

cresce qualor s’invia

per partirsi da noi l’eterna luce.

Come ‘l sol volge le ‘nfiammate rote

per dar luogo a la notte, onde discende

dagli altissimi monti maggior l’ombra,

l’avaro zappador l’arme riprende,

et con parole et con alpestri note

ogni gravezza del suo petto sgombra;

et poi la mensa ingombra

di povere vivande,

simili a quelle ghiande,

le qua’ fuggendo tutto ‘l mondo honora.

Ma chi vuol si rallegri ad ora ad ora,

ch’i’ pur non ebbi anchor, non dirò lieta,

ma riposata un’hora,

né per volger di ciel né di pianeta.

Quando vede ‘l pastor calare i raggi

del gran pianeta al nido ov’egli alberga,

e ‘nbrunir le contrade d’orïente,

drizzasi in piedi, et co l’usata verga,

lassando l’erba et le fontane e i faggi,

move la schiera sua soavemente;

poi lontan da la gente

o casetta o spel’unca

di verdi frondi ingiuncha:

ivi senza pensier’ s’adagia et dorme.

Ahi crudo Amor, ma tu allor più mi ‘nforme

a seguir d’una fera che mi strugge,

la voce e i passi et l’orme,

et lei non stringi che s’appiatta et fugge.

E i naviganti in qualche chiusa valle

gettan le menbra, poi che ‘l sol s’asconde,

sul duro legno, et sotto a l’aspre gonne.

Ma io, perché s’attuffi in mezzo l’onde,

et lasci Hispagna dietro a le sue spalle,

et Granata et Marroccho et le Colonne,

et gli uomini et le donne

e ‘l mondo et gli animali

aquetino i lor mali,

fine non pongo al mio obstinato affanno;

et duolmi ch’ogni giorno arroge al danno,

ch’i’ son già pur crescendo in questa voglia

ben presso al decim’anno,

né poss’indovinar chi me ne scioglia.

Et perché un poco nel parlar mi sfogo,

veggio la sera i buoi tornare sciolti

da le campagne et da’ solcati colli:

i miei sospiri a me perché non tolti

quando che sia? perché no ‘l grave giogo?

perché dí et notte gli occhi miei son molli?

Misero me, che volli

quando primier sí fiso

gli tenni nel bel viso

per iscolpirlo imaginando in parte

onde mai né per forza né per arte

mosso sarà, fin ch’i’ sia dato in preda

a chi tutto diparte!

Né so ben ancho che di lei mi creda.

Canzon, se l’esser meco

dal matino a la sera

t’à fatto di mia schiera,

tu non vorrai mostrarti in ciascun loco;

et d’altrui loda curerai sí poco,

ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio

come m’à concio ‘l foco

di questa viva petra, ov’io m’appoggio.

 

51

Poco era ad appressarsi agli occhi miei

la luce che da l’unge gli abbarbaglia,

che, come vide lei cangiar Thesaglia,

cosí cangiato ogni mia forma avrei.

Et s’io non posso transformarmi in lei

più ch’i’ mi sia (non ch’a mercé mi vaglia),

di qual petra più rigida si ‘ntaglia

pensoso ne la vista oggi sarei,

o di diamante, o d’un bel marmo biancho,

per la paura forse, o d’un dïaspro,

pregiato poi dal vulgo avaro et scioccho;

et sarei fuor del grave giogo et aspro,

per cui i’ ò invidia di quel vecchio stancho

che fa con le sue spalle ombra a Marroccho.

 

52

Non al suo amante più Dïana piacque,

quando per tal ventura tutta ignuda

la vide in mezzo de le gelide acque,

ch’a me la pastorella alpestra et cruda

posta a bagnar un leggiadretto velo,

ch’a l’aura il vago et biondo capel chiuda,

tal che mi fece, or quand’egli arde ‘l cielo,

tutto tremar d’un amoroso gielo.

 

53

Spirto gentil, che quelle membra reggi

dentro le qua’ peregrinando alberga

un signor valoroso, accorto et saggio,

poi che se’ giunto a l’onorata verga

colla qual Roma et i suoi erranti correggi,

et la richiami al suo antiquo vïaggio,

io parlo a te, però ch’altrove un raggio

non veggio di vertú, ch’al mondo è spenta,

né trovo chi di mal far si vergogni.

Che s’aspetti non so, né che s’agogni,

Italia, che suoi guai non par che senta:

vecchia, otïosa et lenta,

dormirà sempre, et non fia chi la svegli?

Le man’ l’avess’io avolto entro’ capegli.

Non spero che già mai dal pigro sonno

mova la testa per chiamar ch’uom faccia,

sí gravemente è oppressa et di tal soma;

ma non senza destino a le tue braccia,

che scuoter forte et sollevarla ponno,

è or commesso il nostro capo Roma.

Pon’ man in quella venerabil chioma

securamente, et ne le treccie sparte,

sí che la neghittosa esca del fango.

I’ che dí et notte del suo strazio piango,

di mia speranza ò in te la maggior parte:

che se ‘l popol di Marte

devesse al proprio honore alzar mai gli occhi,

parmi pur ch’a’ tuoi dí la gratia tocchi.

L’antiche mura ch’anchor teme et ama

et trema ‘l mondo, quando si rimembra

del tempo andato e ‘n dietro si rivolve,

e i sassi dove fur chiuse le membra

di ta’ che non saranno senza fama,

se l’universo pria non si dissolve,

et tutto quel ch’una ruina involve,

per te spera saldar ogni suo vitio.

O grandi Scipïoni, o fedel Bruto,

quanto v’aggrada, s’egli è anchor venuto

romor là giú del ben locato officio!

Come cre’ che Fabritio

si faccia lieto, udendo la novella!

Et dice: Roma mia sarà anchor bella.

Et se cosa di qua nel ciel si cura,

l’anime che lassú son citadine,

et ànno i corpi abandonati in terra,

del lungo odio civil ti pregan fine,

per cui la gente ben non s’assecura,

onde ‘l camin a’ lor tecti si serra:

che fur già sí devoti, et ora in guerra

quasi spel’unca di ladron’ son fatti,

tal ch’a’ buon’ solamente uscio si chiude,

et tra gli altari et tra le statue ignude

ogni impresa crudel par che se tratti.

Deh quanto diversi atti!

Né senza squille s’incommincia assalto,

che per Dio ringraciar fur poste in alto.

Le donne lagrimose, e ‘l vulgo inerme

de la tenera etate, e i vecchi stanchi

ch’ànno sé in odio et la soverchia vita,

e i neri fraticelli e i bigi e i bianchi,

coll’altre schiere travagliate e ‘nferme,

gridan: O signor nostro, aita, aita.

Et la povera gente sbigottita

ti scopre le sue piaghe a mille a mille,

ch’Anibale, non ch’altri, farian pio.

Et se ben guardi a la magion di Dio

ch’arde oggi tutta, assai poche faville

spegnendo, fien tranquille

le voglie, che si mostran sí ‘nfiammate,

onde fien l’opre tue nel ciel laudate.

Orsi, lupi, leoni, aquile et serpi

ad una gran marmorea colomna

fanno noia sovente, et a sé danno.

Di costor piange quella gentil donna

che t’à chiamato a ciò che di lei sterpi

le male piante, che fiorir non sanno.

Passato è già più che ‘l millesimo anno

che ‘n lei mancâr quell’anime leggiadre

che locata l’avean là dov’ell’era.

Ahi nova gente oltra misura altera,

irreverente a tanta et a tal madre!

Tu marito, tu padre:

ogni soccorso di tua man s’attende,

ché ‘l maggior padre ad altr’opera intende.

Rade volte adiven ch’a l’alte imprese

fortuna ingiurïosa non contrasti,

ch’agli animosi fatti mal s’accorda.

Ora sgombrando ‘l passo onde tu intrasti,

famisi perdonar molt’altre offese,

ch’almen qui da se stessa si discorda:

però che, quanto ‘l mondo si ricorda,

ad huom mortal non fu aperta la via

per farsi, come a te, di fama eterno,

che puoi drizzar, s’i’ non falso discerno,

in stato la più nobil monarchia.

Quanta gloria ti fia

dir: Gli altri l’aitâr giovene et forte;

questi in vecchiezza la scampò da morte.

Sopra ‘l monte Tarpeio, canzon, vedrai

un cavalier, ch’Italia tutta honora,

pensoso più d’altrui che di se stesso.

Digli: Un che non ti vide anchor da presso,

se non come per fama huom s’innamora,

dice che Roma ognora

con gli occhi di dolor bagnati et molli

ti chier mercé da tutti sette i colli.