Il Canzoniere (Rerum Vulgarium Fragmenta)


di Francesco Petrarca

Rime in vita di Laura (108-161)

108

Aventuroso più d’altro terreno,

ov’Amor vidi già fermar le piante

ver’ me volgendo quelle luci sante

che fanno intorno a sé l’aere sereno,

prima poria per tempo venir meno

un’imagine salda di diamante

che l’atto dolce non mi stia davante

del qual ò la memoria e ‘l cor sí pieno:

né tante volte ti vedrò già mai

ch’i’ non m’inchini a ricercar de l’orme

che ‘l bel pie’ fece in quel cortese giro.

Ma se ‘n cor valoroso Amor non dorme,

prega, Sennuccio mio, quand ‘l vedrai,

di qualche lagrimetta, o d’un sospiro.

 

109

Lasso, quante fïate Amor m’assale,

che fra la notte e ‘l dí son più di mille,

torno dov’arder vidi le faville

che ‘l foco del mio cor fanno immortale.

Ivi m’acqueto; et son condotto a tale,

ch’a nona, a vespro, a l’alba et a le squille

le trovo nel pensier tanto tranquille

che di null’altro mi rimembra o cale.

L’aura soave che dal chiaro viso

move col suon de le parole accorte

per far dolce sereno ovunque spira,

quasi un spirto gentil di paradiso

sempre in quell’aere par che mi conforte,

sí che ‘l cor lasso altrove non respira.

 

110

Persequendomi Amor al luogo usato,

ristretto in guisa d’uom ch’aspetta guerra,

che si provede, e i passi intorno serra,

de’ miei antichi pensier’ mi stava armato.

Volsimi, et vidi un’ombra che da lato

stampava il sole, et riconobbi in terra

quella che, se ‘l giudicio mio non erra,

era più degna d’immortale stato.

I’ dicea fra mio cor: Perché paventi?

Ma non fu prima dentro il penser giunto

che i raggi, ov’io mi struggo, eran presenti.

Come col balenar tona in un punto,

cosí fu’ io de’ begli occhi lucenti

et d’un dolce saluto inseme aggiunto.

 

111

La donna che ‘l mio cor nel viso porta,

là dove sol fra bei pensier’ d’amore

sedea, m’apparve; et io per farle honore

mossi con fronte reverente et smorta.

Tosto che del mio stato fussi accorta,

a me si volse in sí novo colore

ch’avrebbe a Giove nel maggior furore

tolto l’arme di mano, et l’ira morta.

I’ mi riscossi; et ella oltra, parlando,

passò, che la parola i’ non soffersi,

né ‘l dolce sfavillar degli occhi suoi.

Or mi ritrovo pien di sí diversi

piaceri, in quel saluto ripensando,

che duol non sento, né sentí’ ma’ poi.

 

112

Sennuccio, i’ vo’ che sapi in qual manera

tractato sono, et qual vita è la mia:

ardomi et struggo anchor com’io solia;

l’aura mi volve, et son pur quel ch’i’m’era.

Qui tutta humile, et qui la vidi altera,

or aspra, or piana, or dispietata, or pia;

or vestirsi honestate, or leggiadria,

or mansüeta, or disdegnosa et fera.

Qui cantò dolcemente, et qui s’assise;

qui si rivolse, et qui rattenne il passo;

qui co’ begli occhi mi trafisse il core;

qui disse una parola, et qui sorrise;

qui cangiò ‘l viso. In questi pensier’, lasso,

nocte et dí tiemmi il signor nostro Amore.

 

113

Qui dove mezzo son, Sennuccio mio,

(cosí ci foss’io intero, et voi contento),

venni fuggendo la tempesta e ‘l vento

c’ànno súbito fatto il tempo rio.

Qui son securo: et vo’ vi dir perch’io

non come soglio il folgorar pavento,

et perché mitigato, nonché spento,

né-micha trovo il mio ardente desio.

Tosto che giunto a l’amorosa reggia

vidi onde nacque l’aura dolce et pura

ch’acqueta l’aere, et mette i tuoni in bando,

Amor ne l’alma, ov’ella signoreggia,

raccese ‘l foco, et spense la paura:

che farrei dunque gli occhi suoi guardando?

 

114

De l’empia Babilonia, ond’è fuggita

ogni vergogna, ond’ogni bene è fori,

albergo di dolor, madre d’errori,

son fuggito io per allungar la vita.

Qui mi sto solo; et come Amor m’invita,

or rime et versi, or colgo herbette et fiori,

seco parlando, et a tempi migliori

sempre pensando: et questo sol m’aita.

Né del vulgo mi cal, né di Fortuna,

né di me molto, né di cosa vile,

né dentro sento né di fuor gran caldo.

Sol due persone cheggio; et vorrei l’una

col cor ver’ me pacificato humile,

l’altro col pie’, sí come mai fu, saldo.

 

115

In mezzo di duo amanti honesta altera

vidi una donna, et quel signor co lei

che fra gli uomini regna et fra li dèi;

et da l’un lato il Sole, io da l’altro era.

Poi che s’accorse chiusa da la spera

de l’amico più bello, agli occhi miei

tutta lieta si volse, et ben vorrei

che mai non fosse inver’ di me più fera.

Súbito in alleggrezza si converse

la gelosia che ‘n su la prima vista

per sí alto adversario al cor mi nacque.

A lui la faccia lagrimosa et trista

un nuviletto intorno ricoverse:

cotanto l’esser vinto li dispiacque.

 

116

Pien di quella ineffabile dolcezza

che del bel viso trassen gli occhi miei

nel dí che volentier chiusi gli avrei

per non mirar già mai minor bellezza,

lassai quel ch’i ‘più bramo; et ò sí avezza

la mente a contemplar sola costei,

ch’altro non vede, et ciò che non è lei

già per antica usanza odia et disprezza.

In una valle chiusa d’ogni ‘ntorno,

ch’è refrigerio de’ sospir’ miei lassi,

giunsi sol com Amor, pensoso et tardo.

Ivi non donne, ma fontane et sassi,

et l’imagine trovo di quel giorno

che ‘l pensier mio figura, ovunque io sguardo.

 

117

Se ‘l sasso, ond’è più chiusa questa valle,

di che ‘l suo proprio nome si deriva,

tenesse vòlto per natura schiva

a Roma il viso et a Babel le spalle,

i miei sospiri più benigno calle

avrian per gire ove lor spene è viva:

or vanno sparsi, et pur ciascuno arriva

là dov’io il mando, che sol un non falle.

Et son di là sí dolcemente accolti,

com’io m’accorgo, che nessun mai torna:

con tal diletto in quelle parti stanno.

Degli occhi è ‘l duol, che, tosto che s’aggiorna,

per gran desio de’ be’ luoghi a lor tolti,

dànno a me pianto, et a’ pie’ lassi affanno.

 

118

Rimansi a dietro il sestodecimo anno

de’ miei sospiri, et io trapasso inanzi

verso l’extremo; et parmi che pur dianzi

fosse ‘l principio di cotanto affanno.

L’amar m’è dolce, et util il mio danno,

e ‘l viver grave; et prego ch’egli avanzi

l’empia Fortuna, et temo no chiuda anzi

Morte i begli occhi che parlar mi fanno.

Or qui son, lasso, et voglio esser altrove;

et vorrei più volere, et più non voglio;

et per più non poter fo quant’io posso;

e d’antichi desir’ lagrime nove

provan com’io son pur quel ch’i’ mi soglio,

né per mille rivolte anchor son mosso.

 

119

Una donna più bella assai che ‘l sole,

et più lucente, et d’altrettanta etade,

con famosa beltade,

acerbo anchor mi trasse a la sua schiera.

Questa in penseri, in opre et in parole

(però ch’è de le cose al mondo rade),

questa per mille strade

sempre inanzi mi fu leggiadra altera.

Solo per lei tornai da quel ch’i’ era,

poi ch’i’ soffersi gli occhi suoi da presso;

per suo amor m’er’io messo

a faticosa impresa assai per tempo:

tal che, s’i’arrivo al disïato porto,

spero per lei gran tempo

viver, quand’altri mi terrà per morto.

Questa mia donna mi menò molt’anni

pien di vaghezza giovenile ardendo,

sí come ora io comprendo,

sol per aver di me più certa prova,

mostrandomi pur l’ombra o ‘l velo o’ panni

talor di sé, ma ‘l viso nascondendo;

et io, lasso, credendo

vederne assai, tutta l’età mia nova

passai contento, e ‘l rimembrar mi giova,

poi ch’alquanto di lei veggi’or più inanzi.

I’dico che pur dianzi

qual io non l’avea vista infin allora,

mi si scoverse: onde mi nacque un ghiaccio

nel core, et èvvi anchora,

et sarà sempre fin ch’i’ le sia in braccio.

Ma non me ‘l tolse la paura o ‘l gielo

che pur tanta baldanza al mio cor diedi

ch’i’ le mi strinsi a’ piedi

per più dolcezza trar de gli occhi suoi;

et ella, che remosso avea già il velo

dinanzi a’ miei, mi disse: – Amico, or vedi

com’io son bella, et chiedi

quanto par si convenga agli anni tuoi. –

– Madonna – dissi – già gran tempo in voi

posi ‘l mio amor, ch’i’ sento or sí infiammato,

ond’a me in questo stato

altro voler o disvoler m’è tolto. –

Con voce allor di sí mirabil’ tempre

rispose, et con un volto

che temer et sperar mi farà sempre:

– Rado fu al mondo fra cosí gran turba

ch’udendo ragionar del mio valore

non si sentisse al core

per breve tempo almen qualche favilla;

ma l’adversaria mia che ‘l ben perturba

tosto la spegne, ond’ogni vertú more

et regna altro signore

che promette una vita più tranquilla.

De la tua mente Amor, che prima aprilla,

mi dice cose veramente ond’io

veggio che ‘l gran desio

pur d’onorato fin ti farà degno;

et come già se’ de’ miei rari amici,

donna vedrai per segno

che farà gli occhi tuoi via più felici. –

I’ volea dir: – Quest’è impossibil cosa -;

quand’ella: – Or mira – et leva’ gli occhi un poco

in più riposto loco –

donna ch’a pochi si mostrò già mai. –

Ratto inchinai la fronte vergognosa,

sentendo novo dentro maggior foco;

et ella il prese in gioco,

dicendo: – I’ veggio ben dove tu stai.

Sí come ‘l sol con suoi possenti rai

fa súbito sparire ogni altra stella,

cosí par or men bella

la vista mia cui maggiore luce preme.

Ma io però da’ miei non ti diparto,

ché questa et me d’un seme,

lei davanti et me poi, produsse un parto. –

Ruppesi intanto di vergogna il nodo

ch’a la mia lingua era distretto intorno

su nel primiero scorno,

allor quand’io del suo accorger m’accorsi;

e ‘ncominciai: – S’egli è ver quel ch’i’ odo,

beato il padre, et benedetto il giorno

ch’à di voi il mondo adorno,

et tutto ‘l tempo ch’a vedervi io corsi;

et se mai da la via dritta mi torsi,

duolmene forte, assai più ch’i’ non mostro;

ma se de l’esser vostro

fossi degno udir più, del desir ardo. –

Pensosa mi rispose, et cosí fiso

tenne il suo dolce sguardo

ch’al cor mandò co le parole il viso:

– Sí come piacque al nostro eterno padre,

ciascuna di noi due nacque immortale.

Miseri, a voi che vale?

Me’ v’era che da noi fosse il defecto.

Amate, belle, gioveni et leggiadre

fummo alcun tempo: et or siam giunte a tale

che costei batte l’ale

per tornar a l’anticho suo ricetto;

i’ per me sono un’ombra. Et or t’ò detto

quanto per te sí breve intender puossi. –

Poi che i pie’ suoi fur mossi,

dicendo: – Non temer ch’i’ m’allontani -,

di verde lauro una ghirlanda colse,

la qual co le sue mani

intorno intorno a le mie tempie avolse.

Canzon, chi tua ragion chiamasse obscura,

di’: – Non ò cura, perché tosto spero

ch’altro messaggio il vero

farà in più chiara voce manifesto.

I’ venni sol per isvegliare altrui,

se chi m’impose questo

non m’inganò, quand’io partí’ da lui. –

 

120

Quelle pietose rime in ch’io m’accorsi

di vostro ingegno et del cortese affecto,

ebben tanto vigor nel mio conspetto

che ratto a questa penna la man porsi

per far voi certo che gli extremi morsi

di quella ch’io con tutto ‘l mondo aspetto

mai non sentí’, ma pur senza sospetto

infin a l’uscio del suo albergo corsi;

poi tornai indietro, perch’io vidi scripto

di sopra ‘l limitar che ‘l tempo anchora

non era giunto al mio viver prescritto,

bench’io non vi legessi il dí né l’ora.

Dunque s’acqueti omai ‘l cor vostro afflitto,

et cerchi huom degno, quando sí l’onora.

 

121

Or vedi, Amor, che giovenetta donna

tuo regno sprezza, et del mio mal non cura,

et tra duo ta’ nemici è sí secura.

Tu se’ armato, et ella in treccie e ‘n gonna

si siede, et scalza, in mezzo i fiori et l’erba,

ver’ me spietata, e ‘n contra te superba.

I’ son pregion; ma se pietà anchor serba

l’arco tuo saldo, et qualch’una saetta,

fa di te et di me, signor, vendetta.

 

122

Dicesette anni à già rivolto il cielo

poi che ‘mprima arsi, et già mai non mi spensi;

ma quando aven ch’al mio stato ripensi,

sento nel mezzo de le fiamme un gielo.

Vero è ‘l proverbio, ch’altri cangia il pelo

anzi che ‘l vezzo, et per lentar i sensi

gli umani affecti non son meno intensi:

ciò ne fa l’ombra ria del grave velo.

Oïme lasso, e quando fia quel giorno

che, mirando il fuggir degli anni miei,

esca del foco, et di sí lunghe pene?

Vedrò mai il dí che pur quant’io vorrei

quel’aria dolce del bel viso adorno

piaccia a quest’occhi, et quanto si convene?

 

123

Quel vago impallidir che ‘l dolce riso

d’un’amorosa nebbia ricoperse,

con tanta maiestade al cor s’offerse

che li si fece incontr’a mezzo ‘l viso.

Conobbi allor sí come in paradiso

vede l’un l’altro, in tal guisa s’aperse

quel pietoso penser ch’altri non scerse:

ma vidil’ io, ch’altrove non m’affiso.

Ogni angelica vista, ogni atto humile

che già mai in donna ov’amor fosse apparve,

fôra uno sdegno a lato a quel ch’i’ dico.

Chinava a terra il bel guardo gentile,

et tacendo dicea, come a me parve:

Chi m’allontana il mio fedele amico?

 

124

Amor, Fortuna et la mia mente, schiva

di quel che vede e nel passato volta,

m’affligon sí, ch’io porto alcuna volta

invidia a quei che son su l’altra riva.

Amor mi strugge ‘l cor, Fortuna il priva

d’ogni conforto, onde la mente stolta

s’adira et piange: et cosí in pena molta

sempre conven che combattendo viva.

Né spero i dolci dí tornino indietro,

ma pur di male in peggio quel ch’avanza;

et di mio corso ò già passato ‘l mezzo.

Lasso, non di diamante, ma d’un vetro

veggio di man cadermi ogni speranza,

et tutti miei pensier’ romper nel mezzo.

 

125

Se ‘l pensier che mi strugge,

com’è pungente et saldo,

cosí vestisse d’un color conforme,

forse tal m’arde et fugge,

ch’avria parte del caldo,

et desteriasi Amor là dov’or dorme;

men solitarie l’orme

fôran de’ miei pie’ lassi

per campagne et per colli,

men gli occhi ad ognor molli,

ardendo lei che come un ghiaccio stassi,

et non lascia in me dramma

che non sia foco et fiamma.

Però ch’Amor mi sforza

et di saver mi spoglia,

parlo in rime aspre, et di dolcezza ignude:

ma non sempre a la scorza

ramo, né in fior, né ‘n foglia

mostra di for sua natural vertude.

Miri ciò che ‘l cor chiude

Amor et que’ begli occhi,

ove si siede a l’ombra.

Se ‘l dolor che si sgombra

aven che ‘n pianto o in lamentar trabocchi,

l’un a me nòce et l’altro

altrui, ch’io non lo scaltro.

Dolci rime leggiadre

che nel primiero assalto

d’Amor usai, quand’io non ebbi altr’arme,

chi verrà mai che squadre

questo mio cor di smalto

ch’almen com’io solea possa sfogarme?

Ch’aver dentro a lui parme

un che madonna sempre

depinge et de lei parla:

a voler poi ritrarla

per me non basto, et par ch’io me ne stempre.

Lasso, cosí m’è scorso

lo mio dolce soccorso.

Come fanciul ch’a pena

volge la lingua et snoda,

che dir non sa, ma ‘l più tacer gli è noia,

così ‘l desir mi mena

a dire, et vo’ che m’oda

la dolce mia nemica anzi ch’io moia.

Se forse ogni sua gioia

nel suo bel viso è solo,

et di tutt’altro è schiva,

odil tu, verde riva,

e presta a’ miei sospir’ sí largo volo,

che sempre si ridica

come tu m’eri amica.

Ben sai che sí bel piede

non tocchò terra unquancho

come quel dí che già segnata fosti;

onde ‘l cor lasso riede

col tormentoso fiancho

a partir teco i lor pensier’ nascosti.

Cosí avestú riposti

de’ be’ vestigi sparsi

anchor tra’ fiori et l’erba,

che la mia vita acerba,

lagrimando, trovasse ove acquetarsi!

Ma come pò s’appaga

l’alma dubbiosa et vaga.

Ovunque gli occhi volgo

trovo un dolce sereno

pensando: Qui percosse il vago lume.

Qualunque herba o fior colgo

credo che nel terreno

aggia radice, ov’ella ebbe in costume

gir fra le piagge e ‘l fiume,

et talor farsi un seggio

fresco, fiorito et verde.

Cosí nulla se ‘n perde,

et più certezza averne fôra il peggio.

Spirto beato, quale

se’, quando altrui fai tale?

O poverella mia, come se’ rozza!

Credo che tel conoschi:

rimanti in questi boschi.

 

126

Chiare, fresche et dolci acque,

ove le belle membra

pose colei che sola a me par donna;

gentil ramo ove piacque

(con sospir’ mi rimembra)

a lei di fare al bel fiancho colonna;

herba et fior’ che la gonna

leggiadra ricoverse

co l’angelico seno;

aere sacro, sereno,

ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:

date udïenza insieme

a le dolenti mie parole extreme.

S’egli è pur mio destino

e ‘l cielo in ciò s’adopra,

ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,

qualche gratia il meschino

corpo fra voi ricopra,

et torni l’alma al proprio albergo ignuda.

La morte fia men cruda

se questa spene porto

a quel dubbioso passo:

ché lo spirito lasso

non poria mai in più riposato porto

né in più tranquilla fossa

fuggir la carne travagliata et l’ossa.

Tempo verrà anchor forse

ch’a l’usato soggiorno

torni la fera bella et mansüeta,

et là ‘v’ella mi scorse

nel benedetto giorno,

volga la vista disïosa et lieta,

cercandomi; et, o pietà!,

già terra in fra le pietre

vedendo, Amor l’inspiri

in guisa che sospiri

sí dolcemente che mercé m’impetre,

et faccia forza al cielo,

asciugandosi gli occhi col bel velo.

Da’ be’ rami scendea

(dolce ne la memoria)

una pioggia di fior’ sovra ‘l suo grembo;

et ella si sedea

humile in tanta gloria,

coverta già de l’amoroso nembo.

Qual fior cadea sul lembo,

qual su le treccie bionde,

ch’oro forbito et perle

eran quel dí a vederle;

qual si posava in terra, et qual su l’onde;

qual con un vago errore

girando parea dir: – Qui regna Amore. –

Quante volte diss’io

allor pien di spavento:

Costei per fermo nacque in paradiso.

Cosí carco d’oblio

il divin portamento

e ‘l volto e le parole e ‘l dolce riso

m’aveano, et sí diviso

da l’imagine vera,

ch’i’ dicea sospirando:

Qui come venn’io, o quando?;

credendo d’esser in ciel, non là dov’era.

Da indi in qua mi piace

questa herba sí, ch’altrove non ò pace.

Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,

poresti arditamente

uscir del boscho, et gir in fra la gente.

 

127

In quella parte dove Amor mi sprona

conven ch’io volga le dogliose rime,

che son seguaci de la mente afflicta.

Quai fien ultime, lasso, et qua’ fien prime?

Collui che del mio mal meco ragiona

mi lascia in dubbio, sí confuso ditta.

Ma pur quanto l’istoria trovo scripta

in mezzo ‘l cor (che sí spesso rincorro)

co la sua propria man de’ miei martiri,

dirò, perché i sospiri

parlando àn triegua, et al dolor soccorro.

Dico che, perch’io miri

mille cose diverse attento et fiso,

sol una donna veggio, e ‘l suo bel viso.

Poi che la dispietata mia ventura

m’à dilungato dal maggior mio bene,

noiosa, inexorabile et superba,

Amor col rimembrar sol mi mantene:

onde s’io veggio in giovenil figura

incominciarsi il mondo a vestir d’erba,

parmi vedere in quella etate acerba

la bella giovenetta, ch’ora è donna;

poi che sormonta riscaldando il sole,

parmi qual esser sòle,

fiamma d’amor che ‘n cor alto s’endonna;

ma quando il dí si dole

di lui che passo passo a dietro torni,

veggio lei giunta a’ suoi perfecti giorni.

In ramo fronde, over vïole in terra,

mirando a la stagion che ‘l freddo perde,

et le stelle miglior’ acquistan forza,

ne gli occhi ò pur le vïolette e ‘l verde

di ch’era nel principio de mia guerra

Amor armato, sí ch’anchor mi sforza,

et quella dolce leggiadretta scorza

che ricopria le pargolette membra

dove oggi alberga l’anima gentile

ch’ogni altro piacer vile

sembiar mi fa: sí forte mi rimembra

del portamento humile

ch’allor fioriva, et poi crebbe anzi agli anni,

cagion sola et riposo de’ miei affanni.

Qualor tenera neve per li colli

dal sol percossa veggio di lontano,

come ‘l sol neve, mi governa Amore,

pensando nel bel viso più che humano

che pò da l’unge gli occhi miei far molli,

ma da presso gli abbaglia, et vince il core:

ove fra ‘l biancho et l’aurëo colore,

sempre si mostra quel che mai non vide

occhio mortal, ch’io creda, altro che ‘l mio;

et del caldo desio,

che, quando sospirando ella sorride,

m’infiamma sí che oblio

nïente aprezza, ma diventa eterno,

né state il cangia, né lo spegne il verno.

Non vidi mai dopo nocturna pioggia

gir per l’aere sereno stelle erranti,

et fiammeggiar fra la rugiada e ‘l gielo,

ch’i’ non avesse i begli occhi davanti

ove la stancha mia vita s’appoggia,

quali io gli vidi a l’ombra di un bel velo;

et sí come di lor bellezze il cielo

splendea quel dí, così bagnati anchora

li veggio sfavillare, ond’io sempre ardo.

Se ‘l sol levarsi sguardo,

sento il lume apparir che m’innamora;

se tramontarsi al tardo,

parmel veder quando si volge altrove

lassando tenebroso onde si move.

Se mai candide rose con vermiglie

in vasel d’oro vider gli occhi miei

allor allor da vergine man colte,

veder pensaro il viso di colei

ch’avanza tutte l’altre meraviglie

con tre belle excellentie in lui raccolte:

le bionde treccie sopra ‘l collo sciolte,

ov’ogni lacte perderia sua prova,

e le guancie ch’adorna un dolce foco.

Ma pur che l’òra un poco

fior’ bianchi et gialli per le piaggie mova,

torna a la mente il loco

e ‘l primo dí ch’i’ vidi a l’aura sparsi

i capei d’oro, ond’io sí súbito arsi,

Ad una ad una annoverar le stelle,

e ‘n picciol vetro chiuder tutte l’acque,

forse credea, quando in sí poca carta

novo penser di ricontar mi nacque

in quante parti il fior de l’altre belle,

stando in se stessa, à la sua luce sparta

a ciò che mai da lei non mi diparta:

né farò io; et se pur talor fuggo,

in cielo e’n terra m’ha rachiuso i passi,

perch’agli occhi miei lassi

sempre è presente, ond’io tutto mi struggo.

Et cosí meco stassi,

ch’altra non veggio mai, né veder bramo,

né ‘l nome d’altra né sospir’ miei chiamo.

Ben sai, canzon, che quant’io parlo è nulla

al celato amoroso mio pensero,

che dí et nocte ne la mente porto,

solo per cui conforto

in cosí lunga guerra ancho non pèro:

ché ben m’avria già morto

la lontananza del mio cor piangendo,

ma quinci da la morte indugio prendo.

 

128

Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,

piacemi almen che ‘ miei sospir’ sian quali

spera ‘l Tevero et l’Arno,

e ‘l Po, dove doglioso et grave or seggio.

Rettor del cielo, io cheggio

che la pietà che Ti condusse in terra

Ti volga al Tuo dilecto almo paese.

Vedi, Segnor cortese,

di che lievi cagion’ che crudel guerra;

e i cor’, che ‘ndura et serra

Marte superbo et fero,

apri Tu, Padre, e ‘ntenerisci et snoda;

ivi fa che ‘l Tuo vero,

qual io mi sia, per la mia lingua s’oda.

Voi cui Fortuna à posto in mano il freno

de le belle contrade,

di che nulla pietà par che vi stringa,

che fan qui tante pellegrine spade?

perché ‘l verde terreno

del barbarico sangue si depinga?

Vano error vi lusinga:

poco vedete, et parvi veder molto,

ché ‘n cor venale amor cercate o fede.

Qual più gente possede,

colui è più da’ suoi nemici avolto.

O diluvio raccolto

di che deserti strani

per inondar i nostri dolci campi!

Se da le proprie mani

questo n’avene, or chi fia che ne scampi?

Ben provide Natura al nostro stato,

quando de l’Alpi schermo

pose fra noi et la tedesca rabbia;

ma ‘l desir cieco, e ‘ncontr’al suo ben fermo,

s’è poi tanto ingegnato,

ch’al corpo sano à procurato scabbia.

Or dentro ad una gabbia

fiere selvagge et mansüete gregge

s’annidan sí che sempre il miglior geme:

et è questo del seme,

per più dolor, del popol senza legge,

al qual, come si legge,

Mario aperse sí ‘l fianco,

che memoria de l’opra ancho non langue,

quando assetato et stanco

non più bevve del fiume acqua che sangue.

Cesare taccio che per ogni piaggia

fece l’erbe sanguigne

di lor vene, ove ‘l nostro ferro mise.

Or par, non so per che stelle maligne,

che ‘l cielo in odio n’aggia:

vostra mercé, cui tanto si commise.

Vostre voglie divise

guastan del mondo la più bella parte.

Qual colpa, qual giudicio o qual destino

fastidire il vicino

povero, et le fortune afflicte et sparte

perseguire, e ‘n disparte

cercar gente et gradire,

che sparga ‘l sangue et venda l’alma a prezzo?

Io parlo per ver dire,

non per odio d’altrui, né per disprezzo.

Né v’accorgete anchor per tante prove

del bavarico inganno

ch’alzando il dito colla morte scherza?

Peggio è lo strazio, al mio parer, che ‘l danno;

ma ‘l vostro sangue piove

più largamente, ch’altr’ira vi sferza.

Da la matina a terza

di voi pensate, et vederete come

tien caro altrui che tien sé cosí vile.

Latin sangue gentile,

sgombra da te queste dannose some;

non far idolo un nome

vano senza soggetto:

ché ‘l furor de lassú, gente ritrosa,

vincerne d’intellecto,

peccato è nostro, et non natural cosa.

Non è questo ‘l terren ch’i’ toccai pria?

Non è questo il mio nido

ove nudrito fui sí dolcemente?

Non è questa la patria in ch’io mi fido,

madre benigna et pia,

che copre l’un et l’altro mio parente?

Perdio, questo la mente

talor vi mova, et con pietà guardate

le lagrime del popol doloroso,

che sol da voi riposo

dopo Dio spera; et pur che voi mostriate

segno alcun di pietate,

vertú contra furore

prenderà l’arme, et fia ‘l combatter corto:

ché l’antiquo valore

ne gli italici cor’ non è anchor morto.

Signor’, mirate come ‘l tempo vola,

et sí come la vita

fugge, et la morte n’è sovra le spalle.

Voi siete or qui; pensate a la partita:

ché l’alma ignuda et sola

conven ch’arrive a quel dubbioso calle.

Al passar questa valle

piacciavi porre giú l’odio et lo sdegno,

v’ènti contrari a la vita serena;

et quel che ‘n altrui pena

tempo si spende, in qualche acto più degno

o di mano o d’ingegno,

in qualche bella lode,

in qualche honesto studio si converta:

cosí qua giú si gode,

et la strada del ciel si trova aperta.

Canzone, io t’ammonisco

che tua ragion cortesemente dica,

perché fra gente altera ir ti convene,

et le voglie son piene

già de l’usanza pessima et antica,

del ver sempre nemica.

Proverai tua ventura

fra’ magnanimi pochi a chi ‘l ben piace.

Di’ lor: – Chi m’assicura?

I’ vo gridando: Pace, pace, pace. –

 

129

Di pensier in pensier, di monte in monte

mi guida Amor, ch’ogni segnato calle

provo contrario a la tranquilla vita.

Se ‘n solitaria piaggia, o rivo, o fonte,

se ‘nfra duo poggi siede ombrosa valle,

ivi s’acqueta l’alma sbigottita;

et come Amor l’envita,

or ride, or piange, or teme, or s’assecura;

e ‘l volto che lei segue ov’ella il mena

si turba et rasserena,

et in un esser picciol tempo dura;

onde a la vista huom di tal vita experto

diria: Questo arde, et di suo stato è incerto.

Per alti monti et per selve aspre trovo

qualche riposo: ogni habitato loco

è nemico mortal degli occhi miei.

A ciascun passo nasce un penser novo

de la mia donna, che sovente in gioco

gira ‘l tormento ch’i’ porto per lei;

et a pena vorrei

cangiar questo mio viver dolce amaro,

ch’i’ dico: Forse anchor ti serva Amore

ad un tempo migliore;

forse, a te stesso vile, altrui se’ caro.

Et in questa trapasso sospirando:

Or porrebbe esser vero? or come? or quando?

Ove porge ombra un pino alto od un colle

talor m’arresto, et pur nel primo sasso

disegno co la mente il suo bel viso.

Poi ch’a me torno, trovo il petto molle

de la pietate; et alor dico: Ahi, lasso,

dove se’ giunto! et onde se’ diviso!

Ma mentre tener fiso

posso al primo pensier la mente vaga,

et mirar lei, et oblïar me stesso,

sento Amor sí da presso,

che del suo proprio error l’alma s’appaga:

in tante parti et sí bella la veggio,

che se l’error durasse, altro non cheggio.

I’ l’ò più volte (or chi fia che mi ‘l creda?)

ne l’acqua chiara et sopra l’erba verde

veduto viva, et nel tronchon d’un faggio

e ‘n bianca nube, sí fatta che Leda

avria ben detto che sua figlia perde,

come stella che ‘l sol copre col raggio;

et quanto in più selvaggio

loco mi trovo e ‘n più deserto lido,

tanto più bella il mio pensier l’ad’ombra.

Poi quando il vero sgombra

quel dolce error, pur lí medesmo assido

me freddo, pietra morta in pietra viva,

in guisa d’uom che pensi et pianga et scriva.

Ove d’altra montagna ombra non tocchi,

verso ‘l maggiore e ‘l più expedito giogo

tirar mi suol un desiderio intenso;

indi i miei danni a misurar con gli occhi

comincio, e ‘ntanto lagrimando sfogo

di dolorosa nebbia il cor condenso,

alor ch’i’ miro et penso,

quanta aria dal bel viso mi diparte

che sempre m’è sí presso et sí lontano.

Poscia fra me pian piano:

Che sai tu, lasso! forse in quella parte

or di tua lontananza si sospira.

Et in questo penser l’alma respira.

Canzone, oltra quell’alpe

là dove il ciel è più sereno et lieto

mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,

ove l’aura si sente

d’un fresco et odorifero laureto.

Ivi è ‘l mio cor, et quella che ‘l m’invola;

qui veder pôi l’imagine mia sola.

 

130

Poi che ‘l camin m’è chiuso di Mercede,

per desperata via son dilungato

da gli occhi ov’era, i’ non so per qual fato,

riposto il guidardon d’ogni mia fede.

Pasco ‘l cor di sospir’, ch’altro non chiede,

e di lagrime vivo a pianger nato:

né di ciò duolmi, perché in tale stato

è dolce il pianto più ch’altri non crede.

Et sol ad una imagine m’attegno,

che fe’ non Zeusi, o Prasitele, o Fidia,

ma miglior mastro, et di più alto ingegno.

Qual Scithia m’assicura, o qual Numidia,

s’anchor non satia del mio exsilio indegno,

cosí nascosto mi ritrova Invidia?

 

131

Io canterei d’amor sí novamente

ch’al duro fiancho il dí mille sospiri

trarrei per forza, et mille alti desiri

raccenderei ne la gelata mente;

e ‘l bel viso vedrei cangiar sovente,

et bagnar gli occhi, et più pietosi giri

far, come suol chi de gli altrui martiri

et del suo error quando non val si pente;

et le rose vermiglie in fra le neve

mover da l’òra, et discovrir l’avorio

che fa di marmo chi da presso ‘l guarda;

e tutto quel per che nel viver breve

non rincresco a me stesso, anzi mi glorio

d’esser servato a la stagion più tarda.

 

132

S’amor non è, che dunque è quel ch’io sento?

Ma s’egli è amor, perdio, che cosa et quale?

Se bona, onde l’effecto aspro mortale?

Se ria, onde sí dolce ogni tormento?

S’a mia voglia ardo, onde ‘l pianto e lamento?

S’a mal mio grado, il lamentar che vale?

O viva morte, o dilectoso male,

come puoi tanto in me, s’io no ‘l consento?

Et s’io ‘l consento, a gran torto mi doglio.

Fra sí contrari v’ènti in frale barca

mi trovo in alto mar senza governo,

sí lieve di saver, d’error sí carca

ch’i’ medesmo non so quel ch’io mi voglio,

et tremo a mezza state, ardendo il verno.

 

133

Amor m’à posto come segno a strale,

come al sol neve, come cera al foco,

et come nebbia al vento; et son già roco,

donna, mercé chiamando, et voi non cale.

Da gli occhi vostri uscío ‘l colpo mortale,

contra cui non mi val tempo né loco;

da voi sola procede, et parvi un gioco,

il sole e ‘l foco e ‘l vento ond’io son tale.

I pensier’ son saette, e ‘l viso un sole,

e ‘l desir foco; e ‘nseme con quest’arme

mi punge Amor, m’abbaglia et mi distrugge;

et l’angelico canto et le parole,

col dolce spirto ond’io non posso aitarme,

son l’aura inanzi a cui mia vita fugge.

 

134

Pace non trovo, et non ò da far guerra;

e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;

et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra;

et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.

Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,

né per suo mi riten né scioglie il laccio;

et non m’ancide Amore, et non mi sferra,

né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.

Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;

et bramo di perir, et cheggio aita;

et ò in odio me stesso, et amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;

egualmente mi spiace morte et vita:

in questo stato son, donna, per voi.

 

135

Qual più diversa et nova

cosa fu mai in qual che stranio clima,

quella, se ben s’estima,

più mi rasembra: a tal son giunto, Amore.

Là onde il dí v’èn fore,

vola un augel che sol senza consorte

di volontaria morte

rinasce, et tutto a viver si rinova.

Cosí sol si ritrova

lo mio voler, et cosí in su la cima

de’ suoi alti pensieri al sol si volve,

et cosí si risolve,

et cosí torna al suo stato di prima:

arde, et more, et riprende i nervi suoi,

et vive poi con la fenice a prova.

Una petra è sí ardita

là per l’indico mar, che da natura

tragge a sé il ferro e ‘l fura

dal legno, in guisa che ‘ navigi affonde.

Questo prov’io fra l’onde

d’amaro pianto, ché quel bello scoglio

à col suo duro argoglio

condutta ove affondar conven mia vita:

cosí l’alm’à sfornita

(furando ‘l cor che fu già cosa dura,

et me tenne un, ch’or son diviso et sparso)

un sasso a trar più scarso

carne che ferro. O cruda mia ventura,

che ‘n carne essendo, veggio trarmi a riva

ad una viva dolce calamita!

Né l’extremo occidente

una fera è soave et queta tanto

che nulla più, ma pianto

et doglia et morte dentro agli occhi porta:

molto convene accorta

esser qual vista mai ver’ lei si giri;

pur che gli occhi non miri,

l’altro puossi veder securamente.

Ma io incauto, dolente,

corro sempre al mio male, et so ben quanto

n’ò sofferto, et n’aspetto; ma l’engordo

voler ch’è cieco et sordo

sí mi trasporta, che ‘l bel viso santo

et gli occhi vaghi fien cagion ch’io pèra,

di questa fera angelica innocente.

Surge nel mezzo giorno

una fontana, e tien nome dal sole,

che per natura sòle

bollir le notti, e ‘n sul giorno esser fredda;

e tanto si raffredda

quanto ‘l sol monta, et quanto è più da presso.

Cosí aven a me stesso,

che son fonte di lagrime et soggiorno:

quando ‘l bel lume adorno

ch’è ‘l mio sol s’allontana, et triste et sole

son le mie luci, et notte oscura è loro,

ardo allor; ma se l’oro

e i rai veggio apparir del vivo sole,

tutto dentro et di for sento cangiarme,

et ghiaccio farme, cosí freddo torno.

Un’altra fonte à Epiro,

di cui si scrive ch’essendo fredda ella,

ogni spenta facella

accende, et spegne qual trovasse accesa.

L’anima mia, ch’offesa

anchor non era d’amoroso foco,

appressandosi un poco

a quella fredda, ch’io sempre sospiro,

arse tutta: et martiro

simil già mai né sol vide, né stella,

ch’un cor di marmo a pietà mosso avrebbe;

poi che ‘nfiammata l’ebbe,

rispensela vertú gelata et bella.

Cosí più volte à ‘l cor racceso et spento:

i’ ‘l so che ‘l sento, et spesso me ‘nadiro.

Fuor tutti nostri lidi,

ne l’isole famose di Fortuna,

due fonti à: chi de l’una

bee, mor ridendo; et chi de l’altra, scampa.

Simil fortuna stampa

mia vita, che morir poria ridendo,

del gran piacer ch’io prendo,

se nol temprassen dolorosi stridi.

Amor, ch’anchor mi guidi

pur a l’ombra di fama occulta et bruna,

tacerem questa fonte, ch’ognor piena,

ma con più larga vena

veggiam, quando col Tauro il sol s’aduna:

cosí gli occhi miei piangon d’ogni tempo,

ma più nel tempo che madonna vidi.

Chi spïasse, canzone

quel ch’i’ fo, tu pôi dir: Sotto un gran sasso

in una chiusa valle, ond’esce Sorga,

si sta; né chi lo scorga

v’è, se no Amor, che mai nol lascia un passo,

et l’immagine d’una che lo strugge,

ché per sé fugge tutt’altre persone.

 

136

Fiamma dal ciel su le tue treccie piova,

malvagia, che dal fiume et da le ghiande

per l’altrui impoverir se’ ricca et grande,

poi che di mal oprar tanto ti giova;

nido di tradimenti, in cui si cova

quanto mal per lo mondo oggi si spande,

de vin serva, di lecti et di vivande,

in cui Luxuria fa l’ultima prova.

Per le camere tue fanciulle et vecchi

vanno trescando, et Belzebub in mezzo

co’ mantici et col foco et co li specchi.

Già non fustú nudrita in piume al rezzo,

ma nuda al vento, et scalza fra gli stecchi:

or vivi sí ch’a Dio ne venga il lezzo.

 

137

L’avara Babilonia à colmo il sacco

d’ira di Dio, e di vitii empii et rei,

tanto che scoppia, ed à fatti suoi dèi

non Giove et Palla, ma Venere et Bacco.

Aspectando ragion mi struggo et fiacco;

ma pur novo soldan veggio per lei,

lo qual farà, non già quand’io vorrei,

sol una sede, et quella fia in Baldacco.

Gl’idoli suoi sarranno in terra sparsi,

et le torre superbe, al ciel nemiche,

e i suoi torrer’ di for come dentro arsi.

Anime belle et di virtute amiche

terranno il mondo; et poi vedrem lui farsi

aurëo tutto, et pien de l’opre antiche.

 

138

Fontana di dolore, albergo d’ira,

scola d’errori, et templo d’eresia,

già Roma, or Babilonia falsa et ria,

per cui tanto si piange et si sospira;

o fucina d’inganni, o pregion dira,

ove ‘l ben more, e ‘l mal si nutre et cria,

di vivi inferno, un gran miracol fia

se Cristo teco alfine non s’adira.

Fondata in casta et humil povertate,

contra’ tuoi fondatori alzi le corna,

putta sfacciata: et dove ài posto spene?

Ne gli adúlteri tuoi? ne le mal nate

richezze tante? Or Constantin non torna;

ma tolga il mondo tristo che ‘l sostene.

 

139

Quanto più disïose l’ali spando

verso di voi, o dolce schiera amica,

tanto Fortuna con più visco intrica

il mio volare, et gir mi face errando.

Il cor che mal suo grado a torno mando,

è con voi sempre in quella valle aprica,

ove ‘l mar nostro più la terra implica;

l’altrier da lui partimmi lagrimando.

I’ da man manca, e’ tenne il camin dritto;

i’ tratto a forza, et e’ d’Amore scorto;

egli in Ierusalem, et io in Egipto.

Ma sofferenza è nel dolor conforto;

ché per lungo uso, già fra noi prescripto,

il nostro esser insieme è raro et corto.

 

140

Amor, che nel penser mio vive et regna

e ‘l suo seggio maggior nel mio cor tene,

talor armato ne la fronte v’ène,

ivi si loca, et ivi pon sua insegna.

Quella ch’amare et sofferir ne ‘nsegna

e vòl che ‘l gran desio, l’accesa spene,

ragion, vergogna et reverenza affrene,

di nostro ardir fra se stessa si sdegna.

Onde Amor paventoso fugge al core,

lasciando ogni sua impresa, et piange, et trema;

ivi s’asconde, et non appar più fore.

Che poss’io far, temendo il mio signore,

se non star seco infin a l’ora extrema?

Ché bel fin fa chi ben amando more.

 

141

Come talora al caldo tempo sòle

semplicetta farfalla al lume avezza

volar negli occhi altrui per sua vaghezza,

onde aven ch’ella more, altri si dole:

cosí sempre io corro al fatal mio sole

degli occhi onde mi v’èn tanta dolcezza

che ‘l fren de la ragion Amor non prezza,

e chi discerne è vinto da chi vòle.

E veggio ben quant’elli a schivo m’ànno,

e so ch’i’ ne morrò veracemente,

ché mia vertú non pò contra l’affanno;

ma sí m’abbaglia Amor soavemente,

ch’i’ piango l’altrui noia, et no ‘l mio danno;

et cieca al suo morir l’alma consente.

 

142

A la dolce ombra de le belle frondi

corsi fuggendo un dispietato lume

che’nfin qua giú m’ardea dal terzo cielo;

et disgombrava già di neve i poggi

l’aura amorosa che rinova il tempo,

et fiorian per le piagge l’erbe e i rami.

Non vide il mondo sí leggiadri rami,

né mosse il vento mai sí verdi frondi

come a me si mostrâr quel primo tempo:

tal che, temendo de l’ardente lume,

non volsi al mio refugio ombra di poggi,

ma de la pianta più gradita in cielo.

Un lauro mi difese allor dal cielo,

onde più volte vago de’ bei rami

da po’ son gito per selve et per poggi;

né già mai ritrovai tronco né frondi

tanto honorate dal supremo lume

che non mutasser qualitate a tempo.

Però più fermo ognor di tempo in tempo,

seguendo ove chiamar m’udia dal cielo

e scorto d’un soave et chiaro lume,

tornai sempre devoto ai primi rami

et quando a terra son sparte le frondi

et quando il sol fa verdeggiar i poggi.

Selve, sassi, campagne, fiumi et poggi,

quanto è creato, vince et cangia il tempo:

ond’io cheggio perdono a queste frondi,

se rivolgendo poi molt’anni il cielo

fuggir disposi gl’ invescati rami

tosto ch’incominciai di veder lume.

Tanto mi piacque prima il dolce lume

ch’i’ passai con diletto assai gran poggi

per poter appressar gli amati rami:

ora la vita breve e ‘l loco e ‘l tempo

mostranmi altro sentier di gire al cielo

et di far frutto, non pur fior’ et frondi.

Altr’amor, altre frondi et altro lume,

altro salir al ciel per altri poggi

cerco, ché n’é ben tempo, et altri rami.

 

143

Quand’io v’odo parlar sí dolcemente

com’Amor proprio a’ suoi seguaci instilla,

l’acceso mio desir tutto sfavilla,

tal che ‘nfiammar devria l’anime spente.

Trovo la bella donna allor presente,

ovunque mi fu mai dolce o tranquilla

ne l’habito ch’al suon non d’altra squilla

ma di sospir’ mi fa destar sovente.

Le chiome a l’aura sparse, et lei conversa

indietro veggio; et cosí bella riede

nel cor, come colei che tien la chiave.

Ma ‘l soverchio piacer, che s’atraversa

a la mia lingua, qual dentro ella siede

di mostrarla in palese ardir non ave.

 

144

Né così bello il sol già mai levarsi

quando ‘l ciel fosse più de nebbia scarco,

né dopo pioggia vidi ‘l celeste arco

per l’aere in color’ tanti varïarsi,

in quanti fiammeggiando trasformarsi,

nel dí ch’io presi l’amoroso incarco,

quel viso al quale, et son nel mio dir parco,

nulla cosa mortal pote aguagliarsi.

I’ vidi Amor che ‘ begli occhi volgea

soave sí, ch’ogni altra vista oscura

da indi in qua m’incominciò apparere.

Segnuccio, i’ ‘l vidi, et l’arco che tendea,

tal che mia vita poi non fu secura,

et è sí vaga ancor del rivedere.

 

145

Pommi ove ‘l sole occide i fiori et l’erba,

o dove vince lui il ghiaccio et la neve;

ponmi ov’è ‘l carro suo temprato et leve,

et ov’è chi ce ‘l rende, o chi ce ‘l serba;

ponmi in humil fortuna, od in superba,

al dolce aere sereno, al fosco et greve;

ponmi a la notte, al dí lungo ed al breve,

a la matura etate od a l’acerba;

ponmi in cielo, od in terra, od in abisso,

in alto poggio, in valle ima et palustre,

libero spirto, od a’ suoi membri affisso;

ponmi con fama oscura, o con illustre:

sarò qual fui, vivrò com’io son visso,

continüando il mio sospir trilustre.

 

146

O d’ardente vertute ornata et calda

alma gentil chui tante carte vergo;

o sol già d’onestate intero albergo,

torre in alto valor fondata et salda;

o fiamma, o rose sparse in dolce falda

di viva neve, in ch’io mi specchio e tergo;

o piacer onde l’ali al bel viso ergo,

che luce sovra quanti il sol ne scalda:

del vostro nome, se mie rime intese

fossin sí l’unge, avrei pien Tyle et Battro,

la Tana e ‘l Nilo, Athlante, Olimpo et Calpe.

Poi che portar nol posso in tutte et quattro

parti del mondo, udrallo il bel paese

ch’Appennin parte, e ‘l mar circonda et l’Alpe.

 

147

Quando ‘l voler che con duo sproni ardenti,

et con un duro fren, mi mena et regge

trapassa ad or ad or l’usata legge

per far in parte i miei spirti contenti,

trova chi le paure et gli ardimenti

del cor profondo ne la fronte legge,

et vede Amor che sue imprese corregge

folgorar ne’ turbati occhi pungenti.

Onde, come collui che ‘l colpo teme

di Giove irato, si ritragge indietro:

ché di gran temenza gran desire affrena.

Ma freddo foco et paventosa speme

de l’alma che traluce come un vetro

talor sua dolce vista rasserena.

 

148

Non Tesin, Po, Varo, Adige et Tebro,

Eufrate, Tigre, Nilo, Hermo, Indo et Gange,

Tana, Histro, Alpheo, Garona, e ‘l mar che frange,

Rodano, Hibero, Ren, Sena, Albia, Era, Hebro;

non edra, abete, pin, faggio, o genebro,

poria ‘l foco allentar che ‘l cor tristo ange,

quant’un bel rio ch’ad ognor meco piange,

co l’arboscel che ‘n rime orno et celebro.

Questo un soccorso trovo tra gli assalti

d’Amore, ove conven ch’armato viva

la vita che trapassa a sí gran salti.

Cosí cresca il bel lauro in fresca riva,

et chi ‘l piantò pensier’ leggiadri et alti

ne la dolce ombra al suon de l’acque scriva.

 

149

Di tempo in tempo mi si fa men dura

l’angelica figura e ‘l dolce riso,

et l’aria del bel viso

e degli occhi leggiadri meno oscura.

Che fanno meco omai questi sospiri

che nascean di dolore

et mostravan di fore

la mia angosciosa et desperata vita?

S’aven che ‘l volto in quella parte giri

per acquetare il core,

parmi vedere Amore

mantener mia ragion, et darmi aita:

né però trovo anchor guerra finita,

né tranquillo ogni stato del cor mio,

ché più m’arde ‘l desio,

quanto più la speranza m’assicura.

 

150

– Che fai alma? che pensi? avrem mai pace?

avrem mai tregua? od avrem guerra eterna? –

– Che fia di noi, non so; ma, in quel ch’io scerna,

a’ suoi begli occhi il mal nostro non piace. –

– Che pro, se con quelli occhi ella ne face

di state un ghiaccio, un foco quando inverna? –

– Ella non, ma colui che gli governa. –

– Questo ch’è a noi, s’ella s’el vede, et tace? –

– Talor tace la lingua, e ‘l cor si lagna

ad alta voce, e ‘n vista asciutta et lieta,

piange dove mirando altri non ‘l vede. –

– Per tutto ciò la mente non s’acqueta,

rompendo il duol che ‘n lei s’accoglie et stagna,

ch’a gran speranza huom misero non crede.

 

151

Non d’atra et tempestosa onda marina

fuggío in porto già mai stanco nocchiero,

com’io dal fosco et torbido pensero

fuggo ove ‘l gran desio mi sprona e ‘nchina.

Né mortal vista mai luce divina

vinse, come la mia quel raggio altero

del bel dolce soave bianco et nero,

in che i suoi strali Amor dora et affina.

Cieco non già, ma pharetrato il veggo;

nudo, se non quanto vergogna il vela;

garzon con ali: non pinto, ma vivo.

Indi mi mostra quel ch’a molti cela,

ch’a parte a parte entro a’ begli occhi leggo

quant’io parlo d’Amore, et quant’io scrivo.

 

152

Questa humil fera, un cor di tigre o d’orsa,

che ‘n vista humana e ‘n forma d’angel v’ène,

in riso e ‘n pianto, fra paura et spene

mi rota sí ch’ogni mio stato inforsa.

Se ‘n breve non m’accoglie o non mi smorsa,

ma pur come suol far tra due mi tene,

per quel ch’io sento al cor gir fra le vene

dolce veneno, Amor, mia vita è corsa.

Non pò più la vertú fragile et stanca

tante varïetati omai soffrire,

che ‘n un punto arde, agghiaccia, arrossa e ‘nbianca.

Fuggendo spera i suoi dolor’ finire,

come colei che d’ora in hora manca:

ché ben pò nulla chi non pò morire.

 

153

Ite, caldi sospiri, al freddo core,

rompete il ghiaccio che Pietà contende,

et se prego mortale al ciel s’intende,

morte o mercé sia fine al mio dolore.

Ite, dolci penser’, parlando fore

di quello ove ‘l bel guardo non s’estende:

se pur sua asprezza o mia stella n’offende,

sarem fuor di speranza et fuor d’errore.

Dir se pò ben per voi, non forse a pieno,

che ‘l nostro stato è inquïeto et fosco,

sí come ‘l suo pacifico et sereno.

Gite securi omai, ch’Amor v’èn vosco;

et ria fortuna pò ben venir meno,

s’ai segni del mio sol l’aere conosco.

 

154

Le stelle, il cielo et gli elementi a prova

tutte lor arti et ogni extrema cura

poser nel vivo lume, in cui Natura

si specchia, e ‘l Sol ch’altrove par non trova.

L’opra è sí altera, sí leggiadra et nova

che mortal guardo in lei non s’assecura:

tanta negli occhi bei for di misura

par ch’Amore et dolcezza et gratia piova.

L’aere percosso da’ lor dolci rai

s’infiamma d’onestate, et tal diventa,

che ‘l dir nostro e ‘l penser vince d’assai.

Basso desir non è ch’ivi si senta,

ma d’onor, di vertute: or quando mai

fu per somma beltà vil voglia spenta?

 

155

Non fur ma’ Giove et Cesare sí mossi,

a folminar collui, questo a ferire,

che Pietà non avesse spente l’ire,

e lor de l’usate arme ambeduo scossi.

Piangea madonna, e ‘l mio signor ch’i’ fossi

volse a vederla, et i suoi lamenti a udire,

per colmarmi di doglia et di desire,

et ricercarmi le medolle et gli ossi.

Quel dolce pianto mi depinse Amore,

anzi scolpío, et que’ detti soavi

mi scrisse entro un diamante in mezzo ‘l core;

ove con salde ed ingegnose chiavi

ancor torna sovente a trarne fore

lagrime rare et sospir’ lunghi et gravi.

 

156

I’ vidi in terra angelici costumi

et celesti bellezze al mondo sole,

tal che di rimembrar mi giova et dole,

ché quant’io miro par sogni, ombre et fumi;

et vidi lagrimar que’ duo bei lumi,

ch’àn fatto mille volte invidia al sole;

et udí’ sospirando dir parole

che farian gire i monti et stare i fiumi.

Amor, Senno, Valor, Pietate, et Doglia

facean piangendo un più dolce concento

d’ogni altro che nel mondo udir si soglia;

ed era il cielo a l’armonia sí intento

che non se vedea in ramo mover foglia,

tanta dolcezza avea pien l’aere e ‘l vento.

 

157

Quel sempre acerbo et honorato giorno

mandò sí al cor l’imagine sua viva

che ‘ngegno o stil non fia mai che ‘l descriva,

ma spesso a lui co la memoria torno.

L’atto d’ogni gentil pietate adorno,

e ‘l dolce amaro lamentar ch’i’ udiva,

facean dubbiar, se mortal donna o diva

fosse che ‘l ciel rasserenava intorno.

La testa òr fino, et calda neve il volto,

hebeno i cigli, et gli occhi eran due stelle,

onde Amor l’arco non tendeva in fallo;

perle et rose vermiglie, ove l’accolto

dolor formava ardenti voci et belle;

fiamma i sospir’, le lagrime cristallo.

 

158

Ove ch’i’ posi gli occhi lassi o giri

per quetar la vaghezza che gli spinge,

trovo chi bella donna ivi depinge

per far sempre mai verdi i miei desiri.

Con leggiadro dolor par ch’ella spiri

alta pietà che gentil core stringe:

oltra la vista, agli orecchi orna e ‘nfinge

sue voci vive et suoi sancti sospiri.

Amor e ‘l ver fur meco a dir che quelle

ch’i’ vidi, eran bellezze al mondo sole,

mai non vedute più sotto le stelle.

Né sí pietose et sí dolci parole

s’udiron mai, né lagrime sí belle

di sí belli occhi uscir vide mai ‘l sole.

 

159

In qual parte del ciel, in quale idea

era l’exempio, onde Natura tolse

quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse

mostrar qua giú quanto lassú potea?

Qual nimpha in fonti, in selve mai qual dea,

chiome d’oro sí fino a l’aura sciolse?

quando un cor tante in sé vertuti accolse?

benché la somma è di mia morte rea.

Per divina bellezza indarno mira

chi gli occhi de costei già mai non vide

come soavemente ella gli gira;

non sa come Amor sana, et come ancide,

chi non sa come dolce ella sospira,

et come dolce parla, et dolce ride.

 

160

Amor et io sí pien’ di meraviglia

come chi mai cosa incredibil vide,

miriam costei quand’ella parla o ride

che sol se stessa, et nulla altra, simiglia.

Dal bel seren de le tranquille ciglia

sfavillan sí le mie due stelle fide,

ch’altro lume non è ch’infiammi et guide

chi d’amar altamente si consiglia.

Qual miracolo è quel, quando tra l’erba

quasi un fior siede, over quand’ella preme

col suo candido seno un verde cespo!

Qual dolcezza è ne la stagione acerba

vederla ir sola co i pensier’ suoi inseme,

tessendo un cerchio a l’oro terso et crespo!

 

161

O passi sparsi, o pensier’ vaghi et pronti,

o tenace memoria, o fero ardore,

o possente desire, o debil core,

oi occhi miei, occhi non già, ma fonti!

O fronde, honor de le famose fronti,

o sola insegna al gemino valore!

O faticosa vita, o dolce errore,

che mi fate ir cercando piagge et monti!

O bel viso ove Amor inseme pose

gli sproni e ‘l fren ond’el mi punge et volve,

come a lui piace, et calcitrar non vale!

O anime gentili et amorose,

s’alcuna à ‘l mondo, et voi nude ombre et polve,

deh ristate a veder quale è ‘l mio male.