
Il capitolo quarto dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019
Capitolo settimo dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019đ Analisi del Capitolo VI de ‘I Promessi Sposi’
Il Capitolo VI è uno dei piĂš intensi e drammatici de I Promessi Sposi, incentrato su due momenti salienti: il confronto tra Fra Cristoforo e Don Rodrigo e la discussione sul “matrimonio a sorpresa” tra Renzo, Lucia e Agnese. Manzoni orchestra questi eventi con maestria, esplorando temi come la giustizia terrena e divina, la forza morale, la viltĂ e l’astuzia popolare, il tutto in un contesto di crescente tensione.
Il Confronto tra Fra Cristoforo e Don Rodrigo
La prima parte del capitolo è dominata dall’incontro-scontro tra il frate cappuccino e il nobile prepotente.
1. L’Atmosfera Tesa: La scena si apre con Don Rodrigo che riceve Fra Cristoforo con un tono arrogante: “In che posso ubbidirla?”. L’intento di Don Rodrigo è chiaro: intimidire il frate e stabilire la propria superioritĂ . Questo fare altezzoso, tuttavia, produce l’effetto opposto su Fra Cristoforo.
2. La Pazienza di Fra Cristoforo e la Missione Morale: Il frate, inizialmente titubante, si sente rinvigorito dall’arroganza di Don Rodrigo. Con “guardinga umiltĂ ”, ma con fermezza morale, chiede “un atto di giustizia” e “una caritĂ ”. Spiega che “uomini di mal affare” hanno usato il nome di Don Rodrigo per “impedire [al curato] di compire il suo dovere, e per soverchiare due innocenti”. Il frate invoca la coscienza e l’onore di Don Rodrigo, e gli ricorda che egli può “restituire al diritto la sua forza”. Questo rappresenta il tentativo della Chiesa di intercedere per gli umili e di richiamare i potenti al loro dovere morale.
3. L’Arroganza e le Provocazioni di Don Rodrigo: Don Rodrigo risponde con un cinismo tagliente, respingendo ogni ingerenza sul suo onore e sulla sua coscienza. Egli non vuole “predicatori in casa”, sottolineando il divario sociale e la sua percezione della giustizia come qualcosa di personale e al di fuori di ogni controllo esterno. Le sue accuse (“fare la spia in casa”) sono provocazioni dirette a minare l’autoritĂ morale del frate.
4. La Pazienza e lo Scoppio d’Ira di Fra Cristoforo: Fra Cristoforo, con grande sforzo, inghiotte le offese. Mostra il teschietto della sua corona, simbolo della fugacitĂ della vita e del giudizio divino, per richiamare Don Rodrigo a una giustizia superiore. Egli predice che verrĂ un giorno in cui Don Rodrigo “si penta di non avermi ascoltato”. L’offerta di Don Rodrigo di prendere Lucia “sotto la sua protezione” è la goccia che fa traboccare il vaso. La sua proposta è una chiara implicazione lasciva e una violazione di ogni moralitĂ . A questo punto, la pazienza del frate si esaurisce: “l’indegnazione… traboccò. Tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in que’ casi, fra Cristoforo valeva veramente per due.”
5. La Profezia e la Cacciata: Fra Cristoforo esplode in una veemente invettiva profetica, rimproverando Don Rodrigo di essere “abbandonato da Dio” e di aver “colmata la misura”. Con gli “occhi infiammati”, proclama che Lucia è “sotto la protezione di Dio” e lancia una minaccia (“VerrĂ un giorno….”) che riempie Don Rodrigo di un “lontano e misterioso spavento”. Il nobile, attonito, lo caccia in malo modo, definendolo “villano temerario, poltrone incappucciato”.
6. La Composta Resa del Frate: Le parole offensive di Don Rodrigo ripristinano l’antica abitudine di Fra Cristoforo alla sofferenza e al silenzio. Egli ritira la mano “placatamente” e si ricompone, accettando la cacciata con dignitĂ .
L’Incontro Col Vecchio Servitore
Appena uscito dalla sala, Fra Cristoforo incontra un vecchio servitore di Don Rodrigo, un uomo “di massime e di costume diverso interamente dal suo” padrone, che era stato al servizio del padre di Don Rodrigo, uomo di tutt’altra pasta.
- La Rivelazione Segreta: Il servitore, che ha “sentito tutto”, si avvicina furtivamente al frate e gli confida sottovoce di sapere “molte cose” e che c’è “qualcosa per aria di sicuro”. Nonostante la sua paura, sente il bisogno di “salvar l’anima mia”, offrendo di portare informazioni al convento.
- La Benemerenza Divina: Fra Cristoforo, vedendo in questo un segno della Provvidenza (“Ecco un filo, pensava, un filo che la provvidenza mi mette nelle mani”), lo benedice con sincera gratitudine. Questo episodio, seppur breve, è fondamentale: rappresenta un raggio di speranza e un segnale che il bene, pur celato e timoroso, non è del tutto assente nemmeno nella casa del male. Manzoni lascia al lettore il giudizio sull’opportunitĂ di tale “spionaggio”, ma il suo tono suggerisce che, in casi estremi, anche azioni moralmente ambigue possono avere un fine positivo.
Il “Matrimonio a Sorpresa” e la Coscienza di Lucia
Parallelamente agli eventi di Fra Cristoforo, Manzoni ci riporta alla casetta di Lucia, dove si discute del piano di Agnese.
1. Il Piano di Agnese: Dopo la partenza del frate, Agnese, con la sua astuzia popolare, propone una soluzione radicale per aggirare l’ostacolo di Don Abbondio: il “matrimonio a sorpresa”. Spiega la legge che vuole che il matrimonio sia valido se gli sposi, in presenza di due testimoni, pronunciano la formula (“questa è mia moglie”; “questo è mio marito”) davanti al curato, anche contro la sua volontĂ . Renzo è entusiasta, vedendovi una via d’uscita immediata e astuta. Lucia, invece, rimane piĂš perplessa.
2. La PragmaticitĂ di Renzo e l’Ingenuo Entusiasmo: Renzo, con il cervello “aguzzato” dalle tribolazioni, si lancia con entusiasmo nel piano. Si reca da Tonio, un conoscente in debito con Don Abbondio, proponendogli di saldare il debito in cambio del suo servizio come testimone. La scena all’osteria, con la descrizione della misera polenta e la cordialitĂ formale dei contadini, offre uno spaccato della vita del popolo. Tonio accetta la proposta, e coinvolge il fratello Gervaso, meno sveglio di lui, come secondo testimone. L’incontro è velato di segretezza e opportunismo, con promesse di cibo e vino.
3. La Ferma Opposizione di Lucia: Lucia è l’unica a opporsi strenuamente al piano. Le sue ragioni sono basate sulla sua profonda religiositĂ e integritĂ morale:
- Principio etico: “o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perchè non dirla al padre Cristoforo?”. Lucia percepisce il piano come un “imbroglio”, qualcosa di “non liscio”, che va contro il suo senso di onestĂ e il “timor di Dio”.
- Fiducia nella Provvidenza: “Io voglio esser vostra moglie… ma per la strada diritta, col timor di Dio, allâaltare. Lasciamo fare a Quello lassĂš. Non volete che sappia trovar Lui il bandolo dâaiutarci, meglio che non possiamo far noi, con tutte codeste furberie?”. Lucia incarna la fede pura che si affida a Dio, rifiutando ogni sotterfugio o inganno, anche se volto a un fine apparentemente buono.
- Contrasto con Agnese: Agnese, invece, è piĂš pragmatica (“Dio dice: aiutati, châio tâaiuto”) e meno scrupolosa, convinta che il fine giustifichi i mezzi e che anche il frate, nel suo cuore, sarebbe contento del risultato.
4. Il Ritorno del Frate e il Silenzio di Agnese: La discussione tra i tre si interrompe bruscamente con l’arrivo di Fra Cristoforo. Agnese ha solo il tempo di sussurrare a Lucia: “bada bene, ve’, di non dirgli nulla”. Questa ultima battuta sottolinea la divergenza di vedute e la volontĂ di Agnese di procedere con il piano a tutti i costi, anche celandolo al direttore spirituale di Lucia.
Conclusioni
Il Capitolo VI è un crocevia narrativo e tematico.
- Il conflitto Bene vs. Male: Il confronto tra Fra Cristoforo e Don Rodrigo è una rappresentazione simbolica della lotta tra la forza della fede e della moralitĂ e la prepotenza del potere terreno. La vittoria apparente di Don Rodrigo è minata dallo “spavento” interiore e dal “filo” di speranza offerto dal vecchio servitore.
- La “Giustizia” popolare: La soluzione del “matrimonio a sorpresa” mostra la capacitĂ del popolo di trovare espedienti legali per aggirare l’ingiustizia, ma anche i limiti morali di tali soluzioni.
- La purezza di Lucia: Lucia emerge come un personaggio di grande integritĂ morale, la cui fede non si piega alla convenienza o all’astuzia, fungendo da bussola etica per il lettore.
- La Provvidenza: Il capitolo si conclude con l’accenno alla Provvidenza divina che, attraverso il gesto del vecchio servitore, sembra offrire un inatteso aiuto, anche se il piano degli umili si rivelerĂ presto precario.
Il capitolo si chiude con un senso di suspense, poichĂŠ il destino dei promessi sposi è ancora incerto, diviso tra l’intervento del frate e il piano astuto ma moralmente ambiguo di Agnese e Renzo.
Testo del sesto capitolo dei Promessi Sposi

CAPITOLO VI.
Â
In che posso ubbidirla? â disse don Rodrigo, piantandosi in piedi nel mezzo della sala. Il suono delle parole era tale; ma il modo con cui eran proferite, voleva dir chiaramente, bada a chi sei davanti, pesa le parole, e sbrigati.
Per dar coraggio al nostro fra Cristoforo, non câera mezzo piĂš sicuro e piĂš spedito, che prenderlo con maniera arrogante. Egli che stava sospeso, cercando le parole, e facendo scorrere tra le dita le ave marie della corona che teneva a cintola, come se in qualcheduna di quelle sperasse di trovare il suo esordio; a quel fare di don Rodrigo, si sentĂŹ subito venir sulle labbra piĂš parole del bisogno. Ma pensando quanto importasse di non guastare i fatti suoi o, ciò châera assai piĂš, i fatti altrui, corresse e temperò le frasi che gli si eran presentate alla mente, e disse, con guardinga umiltĂ : â vengo a proporle un atto di giustizia, a pregarla dâuna caritĂ . Certâuomini di mal affare hanno messo innanzi il nome di vossignoria illustrissima, per far paura a un [p. 102 modifica]povero curato, e impedirgli di compire il suo dovere, e per soverchiare due innocenti. Lei può, con una parola, confonder coloro, restituire al diritto la sua forza, e sollevar quelli a cui è fatta una cosĂŹ crudel violenza. Lo può; e potendolo… la coscienza, lâonore… â
âLei mi parlerĂ della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei. In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne son io, e io solo; e che chiunque ardisce entrare a parte con me di questa cura, lo riguardo come il temerario che lâoffende. â
Fra Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cercava di tirare al peggio le sue, per volgere il discorso in contesa, e non dargli luogo di venire alle strette, sâimpegnò tanto piĂš alla sofferenza, risolvette di mandar giĂš qualunque cosa piacesse allâaltro di dire, e rispose subito, con un tono sommesso: â se ho detto cosa che le dispiaccia, è stato certamente contro la mia intenzione. Mi corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene; ma si degni ascoltarmi. Per amor del cielo, per quel Dio, al cui cospetto dobbiam tutti comparire… â e, cosĂŹ dicendo, aveva preso tra le dita, e metteva davanti agli occhi del suo accigliato ascoltatore il teschietto di legno attaccato alla sua corona, â non sâostini a negare una giustizia cosĂŹ facile, e cosĂŹ dovuta a deâ poverelli. Pensi che Dio ha sempre gli occhi sopra di loro, e che le loro grida, i loro gemiti sono ascoltati lassĂš. Lâinnocenza è potente al suo… â

â Eh, padre! â interruppe bruscamente don Rodrigo: â il rispetto châio porto al suo abito è grande: ma se qualche cosa potesse farmelo dimenticare, sarebbe il vederlo indosso a uno che ardisse di venire a farmi la spia in casa. â
Questa parola fece venir le fiamme sul viso del frate: il quale però, col sembiante di chi inghiottisce una medicina molto amara, riprese: â lei non crede che un tal titolo mi si convenga. Lei sente in cuor suo, che il passo châio fo ora qui, non è nè vile nè spregevole. Mâascolti, signor don Rodrigo; e voglia il cielo che non venga un giorno in cui si penta di non avermi ascoltato. Non voglia metter la sua gloria… qual gloria, signor don Rodrigo! qual gloria dinanzi agli uomini! E dinanzi a Dio! Lei può molto quaggiĂš; ma… â
â Sa lei, â disse don Rodrigo, interrompendo, con istizza, ma non senza qualche raccapriccio, â sa lei che, quando mi viene lo schiribizzo di sentire una predica, so benissimo andare in chiesa, come fanno gli altri? Ma in casa mia! Oh! â e continuò, con un sorriso forzato di scherno: â lei mi tratta da piĂš di quel che sono. Il predicatore in casa! Non lâhanno che i principi. â
â E quel Dio che chiede conto ai principi della parola che fa loro sentire, nelle loro regge; quel Dio le usa ora un tratto di misericordia, mandando un suo ministro, indegno e miserabile, ma un suo ministro, a pregar per una innocente… â
â In somma, padre, â disse don Rodrigo, facendo atto dâandarsene, â io non so quel che lei voglia dire: non capisco altro se non che ci devâessere qualche fanciulla che le preme molto. Vada a far le sue confidenze a chi le piace; e non si prenda la libertĂ dâinfastidir piĂš a lungo un gentiluomo.
Al moversi di don Rodrigo, il nostro frate gli sâera messo davanti, ma con gran rispetto; e, alzate le mani, come per supplicare e per trattenerlo ad un punto, rispose ancora: â la mi preme, è vero, ma non piĂš di lei; son due anime che, lâuna e lâaltra, mi premon piĂš del mio sangue. Don Rodrigo! io non posso far altro per lei, che pregar Dio; ma lo farò ben di cuore. Non mi dica di no: non voglia tener nellâangoscia e nel terrore una povera innocente. Una parola di lei può far tutto. â
âEbbene,â disse don Rodrigo, âgiacchĂŠ lei crede châio possa far molto per questa persona; giacchè questa persona le sta tanto a cuore….â
âEbbene? â riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale lâatto e il contegno di don Rodrigo non permettevano dâabbandonarsi alla speranza che parevano annunziare quelle parole.
âEbbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le mancherĂ piĂš nulla, e nessuno ardirĂ dâinquietarla, o châio non son cavaliere.â
A siffatta proposta, lâindegnazione del frate, rattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti queâ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: lâuomo vecchio si trovò dâaccordo col nuovo; e, in queâ casi, fra Cristoforo valeva veramente per due. âLa vostra protezione!â esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sullâanca, alzando la sinistra con lâindice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: âla vostra protezione! Ă meglio che abbiate parlato cosĂŹ, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo piĂš.â
âCome parli, frate?….â
âParlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può piĂš far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho piĂš bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili.â
âCome! in questa casa….!â
âHo compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrĂ riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel châio vi prometto. VerrĂ un giorno….â
Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentĂŹ intonare una predizione, sâaggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento.
Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dellâinfausto profeta, gridò: â escimi di tra’ piedi, villano temerario, poltrone incappucciato. â

Queste parole cosĂŹ chiare acquietarono in un momento il padre Cristoforo. Allâidea di strapazzo e di villania, era, nella sua mente, cosĂŹ bene, e da tanto tempo, associata lâidea di sofferenza e di silenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito dâira e dâentusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella dâudir tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse dâaggiungere. Onde, ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò il capo, e rimase immobile, come, al cader del vento, nel forte della burrasca, un albero agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e riceve la grandine come il ciel la manda.
â Villano rincivilito! â proseguĂŹ don Rodrigo: â tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno aâ tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo.â CosĂŹ dicendo, additò, con impero sprezzante, un uscio in faccia a quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, e se nâandò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo di battaglia.
Quando il frate ebbe serrato lâuscio dietro a sĂŠ, vide nellâaltra stanza dove entrava, un uomo ritirarsi pian piano, strisciando il muro, come per non esser veduto dalla stanza del colloquio; e riconobbe il vecchio servitore châera venuto a riceverlo alla porta di strada. Era costui in quella casa, forse da quarantâanni, cioè prima che nascesse don Rodrigo; entratovi al servizio del padre, il quale era stato tuttâunâaltra cosa. Morto lui, il nuovo padrone, dando lo sfratto a tutta la famiglia, e facendo brigata nuova, aveva però ritenuto quel servitore, e per esser giĂ vecchio, e perchè, sebben di massime e di costume diverso interamente dal suo, compensava però questo difetto con due qualitĂ : unâalta opinione della dignitĂ della casa, e una gran pratica del cerimoniale, di cui conosceva, meglio dâogni altro, le piĂš antiche tradizioni, e i piĂš minuti particolari. In faccia al signore, il povero vecchio non si sarebbe mai arrischiato dâaccennare, non che dâesprimere la sua disapprovazione di ciò che vedeva tutto il giorno: appena ne faceva qualche esclamazione, qualche rimprovero tra i denti aâ suoi colleghi di servizio; i quali se ne ridevano, e prendevano anzi piacere qualche volta a toccargli quel tasto, per fargli dir di piĂš che non avrebbe voluto, e per sentirlo ricantar le lodi dellâantico modo di vivere in quella casa. Le sue censure non arrivavano agli orecchi del padrone che accompagnate dal racconto delle risa che se nâeran fatte; dimodochè riuscivano anche per lui un soggetto di scherno, senza risentimento. Neâ giorni poi dâinvito e di ricevimento, il vecchio diventava un personaggio serio e dâimportanza.
Il padre Cristoforo lo guardò, passando, lo salutò, e seguitava la sua strada; ma il vecchio se gli accostò misteriosamente, mise il dito alla bocca, e poi, col dito stesso, gli fece un cenno, per invitarlo a entrar con lui in un andito buio. Quando furon lĂŹ, gli disse sotto voce: – padre, ho sentito tutto, e ho bisogno di parlarle.
â Dite presto, buon uomo. â
â Qui no: guai se il padrone sâavvede… Ma io so molte cose; e vedrò di venir domani al convento. â
â Câè qualche disegno? â
â Qualcosa per aria câè di sicuro: giĂ me ne son potuto accorgere. Ma ora starò sullâintesa, e spero di scoprir tutto. Lasci fare a me. Mi tocca a vedere e a sentir cose…! cose di fuoco! Sono in una casa…! Ma io vorrei salvar lâanima mia. â
â Il Signore vi benedica! â e, proferendo sottovoce queste parole, il frate mise la mano sul capo bianco del servitore, che, quantunque piĂš vecchio di lui, gli stava curvo dinanzi, nellâattitudine dâun figliuolo.

â Il Signore vi ricompenserĂ , â proseguĂŹ il frate: â non mancate di venir domani. â
â Verrò, â rispose il servitore: â ma lei vada via subito e… per amor del cielo… non mi nomini. â CosĂŹ dicendo, e guardando intorno, uscĂŹ, per lâaltra parte dellâandito, in un salotto, che rispondeva nel cortile; e, visto il campo libero, chiamò fuori il buon frate, il volto del quale rispose a quellâultima parola piĂš chiaro che non avrebbe potuto fare qualunque protesta. Il servitore gli additò lâuscita; e il frate, senza dir altro, partĂŹ.
Quellâuomo era stato a sentire allâuscio del suo padrone: aveva fatto bene? E fra Cristoforo faceva bene a lodarlo di ciò? Secondo le regole piĂš comuni e men contraddette, è cosa molto brutta; ma quel caso non poteva riguardarsi come unâeccezione? E ci sono dellâeccezioni alle regole piĂš comuni e men contraddette? Questioni importanti; ma che il lettore risolverĂ da sè, se ne ha voglia. Noi non intendiamo di dar giudizi: ci basta dâaver dei fatti da raccontare.
Uscito fuori, e voltate le spalle a quella casaccia, fra Cristoforo respirò piĂš liberamente, e sâavviò in fretta per la scesa, tutto infocato in volto, commosso e sottosopra, come ognuno può immaginarsi, per quel che aveva sentito, e per quel che aveva detto. Ma quella cosĂŹ inaspettata esibizione del vecchio era stata un gran ristorativo per lui: gli pareva che il cielo gli avesse dato un segno visibile della sua protezione. â Ecco un filo, pensava, un filo che la provvidenza mi mette nelle mani. E in quella casa medesima! E senza châio sognassi neppure di cercarlo! â CosĂŹ ruminando, alzò gli occhi verso lâoccidente, vide il sole inclinato, che giĂ giĂ toccava la cima del monte, e pensò che rimaneva ben poco del giorno. Allora, benchè sentisse le ossa gravi e fiaccate daâ vari strapazzi di quella giornata, pure studiò di piĂš il passo, per poter riportare un avviso, qual si fosse, aâ suoi protetti, e arrivar poi al convento, prima di notte: che era una delle leggi piĂš precise, e piĂš severamente mantenute del codice cappuccinesco.

Intanto, nella casetta di Lucia, erano stati messi in campo e ventilati disegni, deâ quali ci conviene informare il lettore. Dopo la partenza del frate, i tre rimasti erano stati qualche tempo in silenzio; Lucia preparando tristamente il desinare; Renzo sul punto dâandarsene ogni momento, per levarsi dalla vista di lei cosĂŹ accorata, e non sapendo staccarsi; Agnese tutta intenta, in apparenza, allâaspo che faceva girare. Ma, in realtĂ , stava maturando un progetto; e, quando le parve maturo, ruppe il silenzio in questi termini:
â Sentite, figliuoli! Se volete aver cuore e destrezza, quanto bisogna, se vi fidate di vostra madre, â a quel vostra Lucia si riscosse, â io mâimpegno di cavarvi di questâimpiccio, meglio forse, e piĂš presto del padre Cristoforo, quantunque sia quellâuomo che è. â Lucia rimase lĂŹ, e la guardò con un volto châesprimeva piĂš maraviglia che fiducia in una promessa tanto magnifica; e Renzo disse subitamente: â cuore? destrezza? dite, dite pure quel che si può fare. â
â Non è vero, â proseguĂŹ Agnese, â che, se foste maritati, si sarebbe giĂ un pezzo avanti? E che a tutto il resto si troverebbe piĂš facilmente ripiego? â
â Câè dubbio? â disse Renzo: â maritati che fossimo… tutto il mondo è paese; e, a due passi di qui, sul bergamasco, chi lavora seta è ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte Bortolo mio cugino mâha fatto sollecitare dâandar lĂ a star con lui, che farei fortuna, comâha fatto lui: e se non gli ho mai dato retta, gli è… che serve? perchè il mio cuore era qui. Maritati, si va tutti insieme, si mette su casa lĂ , si vive in santa pace, fuor dellâunghie di questo ribaldo, lontano dalla tentazione di fare uno sproposito. Nâè vero, Lucia? â
â SĂŹ, â disse Lucia: â ma come…? â
â Come ho detto io, â riprese la madre: â cuore e destrezza; e la cosa è facile. â
â Facile! â dissero insieme queâ due, per cui la cosa era divenuta tanto stranamente e dolorosamente difficile.
â Facile, a saperla fare, â replicò Agnese. â Ascoltatemi bene, che vedrò di farvela intendere. Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensĂŹ il curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia. â
â Come sta questa faccenda? â domandò Renzo.
â Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben d’accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all’improvviso, che non abbia tempo di scappare. L’uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell’e fatto, sacrosanto come se l’avesse fatto il papa. Quando le parole son dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie. â
â Possibile? â esclamò Lucia.
â Come! â disse Agnese: â state a vedere che, in trentâanni che ho passati in questo mondo, prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla. La cosa è tale quale ve la dico: per segno tale che una mia amica, che voleva prender uno contro la volontĂ deâ suoi parenti, facendo in quella maniera, ottenne il suo intento. Il curato, che ne aveva sospetto, stava allâerta; ma i due diavoli seppero far cosĂŹ bene, che lo colsero in un punto giusto, dissero le parole, e furon marito e moglie: benchè la poveretta se ne pentĂŹ poi, in capo a tre giorni. â
Agnese diceva il vero, e riguardo alla possibilitĂ , e riguardo al pericolo di non ci riuscire: chè, siccome non ricorrevano a un tale espediente, se non persone che avesser trovato ostacolo o rifiuto nella via ordinaria, cosĂŹ i parrochi mettevan gran cura a scansare quella cooperazione forzata; e, quando un dâessi venisse pure sorpreso da una di quelle coppie, accompagnata da testimoni, faceva di tutto per iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo vaticinare per forza.
â Se fosse vero, Lucia! â disse Renzo, guardandola con unâaria dâaspettazione supplichevole.
â Come! se fosse vero! â disse Agnese. â Anche voi credete châio dica fandonie. Io mâaffanno per voi, e non sono creduta: bene bene; cavatevi dâimpiccio come potete: io me ne lavo le mani. â
â Ah no! non ci abbandonate, â disse Renzo. â Parlo cosĂŹ, perchè la cosa mi par troppo bella. Sono nelle vostre mani; vi considero come se foste proprio mia madre. â
Queste parole fecero svanire il piccolo sdegno dâAgnese, e dimenticare un proponimento che, per veritĂ , non era stato serio.
â Ma perchè dunque, mamma, â disse Lucia, con quel suo contegno sommesso, â perchè questa cosa non è venuta in mente al padre Cristoforo? â
â In mente? â rispose Agnese: â pensa se non gli sarĂ venuta in mente! Ma non ne avrĂ voluto parlare. â
â Perchè? â domandarono a un tratto i due giovani.
â Perchè… perchè, quando lo volete sapere, i religiosi dicono che veramente è cosa che non istĂ bene. â
â Come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quandâè fatta? â disse Renzo.
â Che volete châio vi dica? â rispose Agnese. â La legge lâhanno fatta loro, come gli è piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto. E poi quante cose… Ecco; è come lasciar andare un pugno a un cristiano. Non istĂ bene; ma, dato che gliel abbiate, nè anche il papa non glielo può levare. â
â Se è cosa che non istĂ bene, â disse Lucia, ânon bisogna farla. â
â Che! â disse Agnese, â ti vorrei forse dare un parere contro il timor di Dio? Se fosse contro la volontĂ deâ tuoi parenti, per prendere un rompicollo… ma, contenta me, e per prender questo figliuolo; e chi fa nascer tutte le difficoltà è un birbone; e il signor curato… â
â Lâè chiara, che lâintenderebbe ognuno, â disse Renzo.
â Non bisogna parlarne al padre Cristoforo, prima di far la cosa, â proseguĂŹ Agnese: â ma, fatta che sia, e ben riuscita, che pensi tu che ti dirĂ il padre? â Ah figliuola! è una scappata grossa; me lâavete fatta. â I religiosi devon parlar cosĂŹ. Ma credi pure che, in cuor suo, sarĂ contento anche lui. â
Lucia, senza trovar che rispondere a quel ragionamento, non ne sembrava però capacitata: ma Renzo, tutto rincorato, disse: â quandâè cosĂŹ, la cosa è fatta. â
â Piano, â disse Agnese. – â E i testimoni? Trovar due che vogliano, e che intanto sappiano stare zitti! E poter cogliere il signor curato che, da due giorni, se ne sta rintanato in casa? E farlo star lĂŹ? chè, benchè sia pesante di sua natura, vi so dir io che, al vedervi comparire in quella conformitĂ , diventerĂ lesto come un gatto, e scapperĂ come il diavolo dallâacqua santa. â
â Lâho trovato io il verso, lâho trovato, â disse Renzo, battendo il pugno sulla tavola, e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate per il desinare. E seguitò esponendo il suo pensiero, che Agnese approvò in tutto e per tutto.

â Son imbrogli, â disse Lucia: â non son cose lisce. Finora abbiamo operato sinceramente: tiriamo avanti con fede, e Dio ci aiuterĂ : il padre Cristoforo lâha detto. Sentiamo il suo parere. â
â Lasciati guidare da chi ne sa piĂš di te, â disse Agnese, con volto grave. – â Che bisogno câè di chieder pareri? Dio dice: aiutati, châio tâaiuto. Al padre racconteremo tutto, a cose fatte. â
â Lucia, â disse Renzo, â volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto tutte le cose da buon cristiani? Non dovremmo esser giĂ marito e moglie? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno e lâora? E di chi è la colpa, se dobbiamo ora aiutarci con un poâ dâingegno? No, non mi mancherete. Vado e torno con la risposta. â E, salutando Lucia, con un atto di preghiera, e Agnese, con unâaria dâintelligenza, partĂŹ in fretta.
Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale, nel sentiero retto e piano di vita percorso da lui fin allora, non sâera mai trovato nellâoccasione dâassottigliar molto il suo, ne aveva, in questo caso, immaginata una, da far onore a un giureconsulto. Andò addirittura, secondo che aveva disegnato, alla casetta dâun certo Tonio, châera lĂŹ poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, lâorlo dâun paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di scodellare.

Ma non câera quellâallegria che la vista del desinare suol pur dare a chi se lâè meritato con la fatica. La mole della polenta era in ragion dellâannata, e non del numero e della buona voglia deâ commensali: e ognun dâessi, fissando, con uno sguardo bieco dâamor rabbioso, la vivanda comune, pareva pensare alla porzione dâappetito che le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava i saluti con la famiglia, Tonio scodellò la polenta sulla tafferĂŹa di faggio, che stava apparecchiata a riceverla: e parve una piccola luna, in un gran cerchio di vapori. Nondimeno le donne dissero cortesemente a Renzo: â volete restar servito? â complimento che il contadino di Lombardia, e chi sa di quantâaltri paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare, quandâanche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui fosse allâultimo boccone.
â Vi ringrazio, â rispose Renzo: â venivo solamente per dire una parolina a Tonio; e, se vuoi, Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo andar a desinare allâosteria, e lĂŹ parleremo. â La proposta fu per Tonio tanto piĂš gradita, quanto meno aspettata; e le donne, e anche i bimbi (giacchè, su questa materia, principian presto a ragionare) non videro mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e il piĂš formidabile. Lâinvitato non istette a domandar altro, e andò con Renzo.
Giunti allâosteria del villaggio; seduti, con tutta libertĂ , in una perfetta solitudine, giacchè la miseria aveva divezzati tutti i frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si trovava; votato un boccale di vino; Renzo, con aria di mistero, disse a Tonio: – se tu vuoi farmi un piccolo servizio, io te ne voglio fare uno grande.
â Parla, parla; comandami pure, â rispose Tonio, mescendo. â Oggi mi butterei nel fuoco per te. â
â Tu hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto del suo campo, che lavoravi, lâanno passato. â
â Ah, Renzo, Renzo! tu mi guasti il benefizio. Con che cosa mi vieni fuori? Mâhai fatto andar via il buon umore. â
â Se ti parlo del debito, â disse Renzo, â è perchè, se tu vuoi, io intendo di darti il mezzo di pagarlo. â
â Dici davvero? â
â Davvero. Eh? saresti contento? â
â Contento? Per diana, se sarei contento! Se non fossâaltro, per non veder piĂš queâ versacci, e queâ cenni col capo, che mi fa il signor curato, ogni volta che câincontriamo. E poi sempre: Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo, per quel negozio? A tal segno che quando, nel predicare, mi fissa quegli occhi addosso, io sto quasi in timore che abbia a dirmi, lĂŹ in pubblico: quelle venticinque lire! Che maledette siano le venticinque lire! E poi, mâavrebbe a restituir la collana dâoro di mia moglie, che la baratterei in tanta polenta. Ma… â
â Ma, ma, se tu mi vuoi fare un servizietto, le venticinque lire son preparate. â
â Diâ su. â
â Ma…! â disse Renzo, mettendo il dito alla bocca.
â Fa bisogno di queste cose? tu mi conosci. â
â Il signor curato va cavando fuori certe ragioni senza sugo, per tirare in lungo il mio matrimonio; e io in vece vorrei spicciarmi. Mi dicon di sicuro che, presentandosegli davanti i due sposi, con due testimoni, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è bellâe fatto. Mâhai tu inteso? â
â Tu vuoi châio venga per testimonio? â
â Per lâappunto. â
â E pagherai per me le venticinque lire? â
â CosĂŹ lâintendo. â
â Birba chi manca. â
â Ma bisogna trovare un altro testimonio. â
â Lâho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso farĂ quello che gli dirò io. Tu gli pagherai da bere? â
â E da mangiare, â rispose Renzo. âLo condurremo qui a stare allegro con noi. Ma saprĂ fare? â
â Glâinsegnerò io: tu sai bene châio ho avuta anche la sua parte di cervello. â
â Domani… â
â Bene. â
â Verso sera… â
â Benone. â
â Ma…! â disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca.
â Poh…! â rispose Tonio, piegando il capo sulla spalla destra, e alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto.
â Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domanderĂ , senza dubbio… â
â Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so se arriverò mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la troverò, da metterle il cuore in pace. â
â Domattina, â disse Renzo, â discorreremo con piĂš comodo, per intenderci bene su tutto. â
Con questo, uscirono dallâosteria, Tonio avviandosi a casa, e studiando la fandonia che racconterebbe alle donne, e Renzo, a render conto deâ concerti presi.
In questo tempo Agnese, sâera affaticata invano a persuader la figliuola. Questa andava opponendo a ogni ragione, ora lâuna, ora lâaltra parte del suo dilemma: o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perchè non dirla al padre Cristoforo?
Renzo arrivò tutto trionfante, fece il suo rapporto, e terminò con un ahn? interiezione che significa: sono o non sono un uomo io? si poteva trovar di meglio? vi sarebbe venuta in mente? e cento cose simili.
Lucia tentennava mollemente il capo; ma i due infervorati le badavan poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far intendere tutta la ragione dâuna cosa, e che sâindurrĂ poi, con le preghiere e con lâautoritĂ , a ciò che si vuol da lui.
â Va bene, â disse Agnese: â va bene; ma… non avete pensato a tutto. â
â Cosa ci manca? â rispose Renzo.
â E Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Tonio e suo fratello, li lascerĂ entrare; ma voi! voi due! pensate! avrĂ ordine di tenervi lontani, piĂš che un ragazzo da un pero che ha le frutte mature. â
â Come faremo? â disse Renzo, un poâ imbrogliato.
â Ecco: ci ho pensato io. Verrò io con voi; e ho un segreto per attirarla, e per incantarla di maniera che non sâaccorga di voi altri, e possiate entrare. La chiamerò io, e le toccherò una corda… vedrete. â
â Benedetta voi! â esclamò Renzo: â lâho sempre detto che siete nostro aiuto in tutto. â
â Ma tutto questo non serve a nulla, â disse Agnese, â se non si persuade costei, che si ostina a dire che è peccato. â
Renzo mise in campo anche lui la sua eloquenza; ma Lucia non si lasciava smovere.
âIo non so che rispondere a queste vostre ragioni,â diceva: âma vedo che, per far questa cosa, come dite voi, bisogna andar avanti a furia di sotterfugi, di bugie, di finzioni. Ah Renzo! non abbiam cominciato cosĂŹ. Io voglio esser vostra moglie,â e non câera verso che potesse proferir quella parola, e spiegar quellâintenzione, senza fare il viso rosso: âio voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col timor di Dio, allâaltare. Lasciamo fare a Quello lassĂš. Non volete che sappia trovar Lui il bandolo dâaiutarci, meglio che non possiamo far noi, con tutte codeste furberie? E perchè far misteri al padre Cristoforo?â
La disputa durava tuttavia, e non pareva vicina a finire, quando un calpestĂŹo affrettato di sandali, e un rumore di tonaca sbattuta, somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi ripetuti del vento, annunziarono il padre Cristoforo. Si chetaron tutti; e Agnese ebbe appena tempo di susurrare allâorecchio di Lucia: âbada bene, veâ, di non dirgli nulla.â





