
Capitolo nono dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019
Il capitolo sesto dei Promessi Sposi
28 Dicembre 2019đ Il capitolo IV dei “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni presenta la figura del padre Cristoforo attraverso una struttura narrativa articolata su due piani temporali: il presente della narrazione e il lungo flashback che ne ricostruisce la storia personale.
Struttura narrativa e tecnica del racconto
Manzoni apre il capitolo con una descrizione paesaggistica che rivela la sua maestria nell’intrecciare ambiente e condizione sociale. Il paesaggio lombardo, pur nella sua bellezza naturale, è segnato dalla miseria umana: i mendicanti “laceri e macilenti”, i lavoratori che seminano “rade, con risparmio, e a malincuore”, la fanciulla che ruba erba per sfamare la famiglia. Questa tecnica narrativa crea immediatamente un contrasto tra la serenitĂ della natura e l’angoscia sociale, preparando il terreno per comprendere la vocazione del frate verso gli oppressi.
Il personaggio di fra Cristoforo: dalla violenza alla redenzione
La caratterizzazione del protagonista avviene attraverso una sapiente alternanza tra descrizione fisica e psicologica. Il narratore presenta un uomo segnato dalle contraddizioni: “due occhi incavati eran per lo piĂš chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacitĂ repentina”. La metafora dei “cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere” rivela efficacemente la tensione tra l’indole focosa originaria e la disciplina monastica acquisita.
La parabola di Lodovico: un caso sociale emblematico
Il lungo racconto della giovinezza di Lodovico costituisce un vero e proprio romanzo nel romanzo, attraverso il quale Manzoni esplora le dinamiche sociali del Seicento lombardo. La figura del mercante arricchito che rinnega le proprie origini rappresenta una critica sottile all’ipocrisia sociale: il padre di Lodovico “studiava tutte le maniere di far dimenticare ch’era stato mercante”, vittima di un sistema che disprezza il lavoro produttivo a favore del parassitismo nobiliare.
L’episodio del convitato che pronuncia inavvertitamente “fo l’orecchio del mercante” è un capolavoro di ironia sociale: Manzoni descrive con precisione chirurgica l’imbarazzo collettivo, il silenzio carico di tensione, la mortificazione del padrone di casa. Questo dettaglio apparentemente minore illumina l’intera struttura sociale dell’epoca.
Il duello e la conversione: meccanismi narrativi della redenzione
Il duello fatale rappresenta il culmine drammatico della prima parte della vita di Lodovico. Manzoni costruisce la scena con grande maestria tecnica, alternando dialogo serrato, descrizione dell’azione e analisi psicologica. Significativo è il fatto che Lodovico “mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo”, dettaglio che preannuncia la sua natura non malvagia.
La morte di Cristoforo, il fedele servitore che muore per salvare il padrone, diventa l’elemento scatenante della conversione. Il nome che Lodovico assume da religioso – fra Cristoforo – trasforma la memoria del morto in un perpetuo memento della colpa da espiare.
La scena del perdono: teatro sociale e redenzione individuale
L’episodio della richiesta di perdono costituisce uno dei momenti piĂš alti dell’intero romanzo. Manzoni orchestra magistralmente una scena che poteva facilmente scadere nella retorica, mantenendo invece un equilibrio perfetto tra dimensione pubblica e privata, tra spettacolo sociale e autentica conversione interiore.
La descrizione dell’apparato scenico – “un girare, un rimescolarsi di gran cappe, d’alte penne, di durlindane pendenti” – rivela l’abilitĂ manzoniana nel dipingere la societĂ aristocratica con tocchi pittorici precisi. Tuttavia, la vera forza della scena risiede nella trasformazione che avviene in tutti i presenti: dalla “trista gioia dell’orgoglio” alla “gioia serena del perdono e della benevolenza”.
Tecniche stilistiche e linguistiche
Dal punto di vista stilistico, il capitolo rivela la maturitĂ letteraria di Manzoni. L’alternanza tra periodi ampi e descrittivi e frasi piĂš serrate nei momenti d’azione, l’uso sapiente del discorso indiretto libero per penetrare nella psicologia dei personaggi, la capacitĂ di passare dal registro elevato a quello piĂš colloquiale creano una prosa di straordinaria ricchezza espressiva.
Particolarmente significativo è l’uso dell’ironia, mai fine a se stessa ma sempre funzionale alla critica sociale. Il commento finale del fratello dell’ucciso – “diavolo d’un frate! se rimaneva lĂŹ in ginocchio, ancora per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m’abbia ammazzato il fratello” – racchiude con umorismo amaro tutta la forza trasformativa dell’umiltĂ cristiana.
Significato nell’economia del romanzo
Questo capitolo, pur apparentemente digressivo, è in realtĂ funzionale all’architettura complessiva del romanzo. Fra Cristoforo emerge come figura di mediazione tra mondo aristocratico e popolare, tra violenza e caritĂ , tra passato di colpa e presente di redenzione. La sua storia prefigura e illumina i temi centrali dell’opera: la possibilitĂ di riscatto morale, la critica alle strutture sociali oppressive, la forza trasformativa della fede.
In conclusione, il capitolo IV rappresenta un vertice dell’arte manzoniana, dove la maestria tecnica del narratore si fonde perfettamente con la profonditĂ dell’analisi sociale e psicologica, creando un affresco di straordinaria efficacia letteraria e umana.
Testo del quarto capitolo dei Promessi Sposi

CAPITOLO IV.
Il sole non era ancor tutto apparso sullâorizzonte, quando il padre Cristoforo uscĂŹ dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta dovâera aspettato. Ă Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dellâAdda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la piĂš parte da pescatori, e addobbate qua e lĂ di tramagli e di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori, e in faccia allâentrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole sâalzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommitĂ deâ monti opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giĂš per i pendĂŹi, e nella valle. Un venticello dâautunno, staccando daâ rami le foglie appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dallâalbero. A destra e a sinistra, nelle vigne, sui tralci ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava bruna e distinta neâ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni figura dâuomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, sâincontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessitĂ a tender la mano. Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benchĂŠ non avesser nulla a sperar da lui, giacchĂŠ un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento, per lâelemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo deâ lavoratori sparsi neâ campi, aveva qualcosa dâancor piĂš doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade, con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia, qualche erba, di cui la fame aveva insegnato che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava giĂ col tristo presentimento in cuore, dâandar a sentire qualche sciagura.
â Ma perchĂŠ si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perchĂŠ, al primo avviso, sâera mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata del padre provinciale? E chi era questo padre Cristoforo? â Bisogna soddisfare a tutte queste domande.
Il padre Cristoforo da *** era un uomo piĂš vicino ai sessanta che ai cinquantâanni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, sâalzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che dâaltero e dâinquieto; e subito sâabbassava, per riflessione dâumiltĂ . La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor piĂš risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali unâastinenza, giĂ da gran pezzo abituale, aveva assai piĂš aggiunto di gravitĂ che tolto dâespressione. Due occhi incavati eran per lo piĂš chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacitĂ repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso.

Il padre Cristoforo non era sempre stato cosĂŹ, nĂŠ sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo dâun mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio anonimo) che, neâ suoi ultimâanni, trovandosi assai fornito di beni, e con quellâunico figliuolo, aveva rinunziato al traffico, e sâera dato a viver da signore.
Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo. Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far dimenticare châera stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare anche lui. Ma il fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli comparivan sempre nella memoria, come lâombra di Banco a Macbeth, anche tra la pompa delle mense, e il sorriso deâ parassiti. E non si potrebbe dire la cura che dovevano aver queâ poveretti, per schivare ogni parola che potesse parere allusiva allâantica condizione del convitante. Un giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della tavola, neâ momenti della piĂš viva e schietta allegria, che non si sarebbe potuto dire chi piĂš godesse, o la brigata di sparecchiare, o il padrone dâaver apparecchiato, andava stuzzicando, con superioritĂ amichevole, uno di queâ commensali, il piĂš onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di malizia, proprio col candore dâun bambino, rispose: âeh! io fo lâorecchio del mercante.â Egli stesso fu subito colpito dal suono della parola che gli era uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla faccia del padrone, che sâera rannuvolata: lâuno e lâaltro avrebber voluto riprender quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano, ognun da sĂŠ, al modo di sopire il piccolo scandolo, e di fare una diversione; ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era piĂš manifesto. Ognuno scansava dâincontrar gli occhi degli altri; ognuno sentiva che tutti eran occupati del pensiero che tutti volevan dissimulare. La gioia, per quel giorno, se nâandò; e lâimprudente o, per parlar con piĂš giustizia, lo sfortunato, non ricevette piĂš invito. CosĂŹ il padre di Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie continue, temendo sempre dâessere schernito, e non riflettendo mai che il vendere non è cosa piĂš ridicola che il comprare, e che quella professione di cui allora si vergognava, lâaveva pure esercitata per tantâanni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare il figlio nobilmente, secondo la condizione deâ tempi, e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di lettere e dâesercizi cavallereschi; e morĂŹ, lasciandolo ricco e giovinetto.
Lodovico aveva contratte abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, lâavevano avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua cittĂ , trovò un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide che, a voler esser della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una nuova scuola di pazienza e di sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera di vivere non sâaccordava, nĂŠ con lâeducazione, nĂŠ con la natura di Lodovico. Sâallontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico; perchĂŠ gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti piĂš trattabili. Con questo misto dâinclinazione e di rancore, non potendo frequentarli famigliarmente, e volendo pure aver che far con loro in qualche modo, sâera dato a competer con loro di sfoggi e di magnificenza, comprandosi cosĂŹ a contanti inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta insieme e violenta, lâaveva poi imbarcato per tempo in altre gare piĂš serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per lâangherie e per i soprusi: orrore reso ancor piĂš vivo in lui dalla qualitĂ delle persone che piĂš ne commettevano alla giornata; châerano appunto coloro coi quali aveva piĂš di quella ruggine. Per acquietare, o per esercitare tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti dâun debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore, sâintrometteva in una briga, se ne tirava addosso unâaltra; tanto che, a poco a poco, venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e un vendicatore deâ torti. Lâimpiego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato continuamente da contrasti interni; perchĂŠ, a spuntarla in un impegno (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche lui adoperar raggiri e violenze, che la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, cosĂŹ per la sua sicurezza, come per averne un aiuto piĂš vigoroso, doveva scegliere i piĂš arrischiati, cioè i piĂš ribaldi; e vivere coâ birboni, per amor della giustizia.

Tanto che, piĂš dâuna volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita, o inquieto per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi, stomacato della sua compagnia, in pensiero dellâavvenire, per le sue sostanze che se nâandavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie, piĂš dâuna volta gli era saltata la fantasia di farsi frate; che, a queâ tempi, era il ripiego piĂš comune, per uscir dâimpicci. Ma questa, che sarebbe forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una risoluzione, a causa dâun accidente, il piĂš serio che gli fosse ancor capitato.
Andava un giorno per una strada della sua cittĂ , seguito da due bravi, e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa. Era un uomo di circa cinquantâanni, affezionato, dalla gioventĂš, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacchÊ è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi. Costui, seguito da quattro bravi, sâavanzava diritto, con passo superbo, con la testa alta, con la bocca composta allâalterigia e allo sprezzo. Tuttâe due camminavan rasente al muro;

ma Lodovico (notate bene) lo strisciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto (dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva gran caso. Lâaltro pretendeva, allâopposto, che quel diritto competesse a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse dâandar nel mezzo; e ciò in forza dâunâaltra consuetudine. Perocchè, in questo, come accade in molti altri affari, erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual delle due fosse la buona; il che dava opportunitĂ di fare una guerra, ogni volta che una testa dura sâabbattesse in unâaltra della stessa tempra. Queâ due si venivano incontro, ristretti alla muraglia, come due figure di basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale, squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso, gli disse, in un tono corrispondente di voce: âfate luogo.â
âFate luogo voi,â rispose Lodovico. âLa diritta è mia.â
âCoâ vostri pari, è sempre mia.â
âSĂŹ, se lâarroganza deâ vostri pari fosse legge per i pari miei.â
I bravi dellâuno e dellâaltro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il suo padrone, guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe, preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di lĂ , si teneva in distanza, a osservare il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre piĂš il puntiglio deâ contendenti.
âNel mezzo, vile meccanico; o châio tâinsegno una volta come si tratta coâ gentiluomini.â
âVoi mentite châio sia vile.â
âTu menti châio abbia mentito.â Questa risposta era di prammatica. âE, se tu fossi cavaliere, come son io,â aggiunse quel signore, âti vorrei far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu.â
âĂ un buon pretesto per dispensarvi di sostener coâ fatti lâinsolenza delle vostre parole.â
âGettate nel fango questo ribaldo,â disse il gentiluomo, voltandosi aâ suoi.
âVediamo!â disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada.
âTemerario!â gridò lâaltro, sfoderando la sua: âio spezzerò questa, quando sarĂ macchiata del tuo vil sangue.â
CosĂŹ sâavventarono lâuno allâaltro; i servitori delle due parti si slanciarono alla difesa deâ loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perchĂŠ Lodovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a ogni costo. Lodovico aveva giĂ ricevuta al braccio sinistro una pugnalata dâun bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo padrone nellâestremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A quella vista, Lodovico, come fuor di sè, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo.
I bravi del gentiluomo, visto châera finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi piĂš a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che giĂ accorreva, scantonarono dallâaltra parte: e Lodovico si trovò solo, con queâ due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla.
âComâè andata?â â Ă uno. â Son due. â Gli ha fatto un occhiello nel ventre. â Chi è stato ammazzato? â Quel prepotente. â Oh santa Maria, che sconquasso! â Chi cerca trova. â Una le paga tutte. â Ha finito anche lui. â Che colpo! â Vuol essere una faccenda seria. â E quellâaltro disgraziato! â Misericordia! che spettacolo! â Salvatelo, salvatelo. â Sta fresco anche lui. â Vedete comâè concio! butta sangue da tutte le parti. â Scappi, scappi. Non si lasci prendere.â
Queste parole, che piĂš di tutte si facevan sentire nel frastono confuso di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio, venne anche lâaiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini, asilo, come ognun sa, impenetrabile allora aâ birri, e a tutto quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giustizia. Lâuccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor di sentimento; e i frati lo ricevettero dalle mani del popolo, che glielo raccomandava, dicendo: âè un uomo dabbene che ha freddato un birbone superbo: lâha fatto per sua difesa: câè stato tirato per i capelli.â
Lodovico non aveva mai, prima dâallora, sparso sangue; e, benchè lâomicidio fosse, a queâ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi dâognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure lâimpressione châegli ricevette dal veder lâuomo morto per lui, e lâuomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, lâalterazione di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore, allâabbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, lâanimo dellâuccisore. Strascinato al convento, non sapeva quasi dove si fosse, nĂŠ cosa si facesse; e, quando fu tornato in sĂŠ, si trovò in un letto dellâinfermeria, nelle mani del frate chirurgo, (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in ogni convento) che accomodava faldelle e fasce sulle due ferite châegli aveva ricevute nello scontro. Un padre, il cui impiego particolare era dâassistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento. Tornato, pochi minuti dopo, entrò nellâinfermeria, e, avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, âconsolateviâ gli disse: âalmeno è morto bene, e mâha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo.â Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e gli risvegliò piĂš vivamente e piĂš distintamente i sentimenti châeran confusi e affollati nel suo animo: dolore dellâamico, sgomento e rimorso del colpo che gli era uscito di mano, e, nello stesso tempo, unâangosciosa compassione dellâuomo che aveva ucciso. âE lâaltro?â domandò ansiosamente al frate.
âLâaltro era spirato, quandâio arrivai.â
Frattanto, gli accessi e i contorni del convento formicolavan di popolo curioso: ma, giunta la sbirraglia, fece smaltir la folla, e si postò a una certa distanza dalla porta, in modo però che nessuno potesse uscirne inosservato. Un fratello del morto, due suoi cugini e un vecchio zio, vennero pure, armati da capo a piedi, con grande accompagnamento di bravi; e si misero a far la ronda intorno, guardando, con aria e con atti di dispetto minaccioso, queâ curiosi, che non osavan dire: gli sta bene; ma lâavevano scritto in viso.

Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato un frate confessore, lo pregò che cercasse della vedova di Cristoforo, le chiedesse in suo nome perdono dâessere stato lui la cagione, quantunque ben certo involontaria, di quella desolazione, e, nello stesso tempo, lâassicurasse châegli prendeva la famiglia sopra di sĂŠ. Riflettendo quindi aâ casi suoi, sentĂŹ rinascere piĂš che mai vivo e serio quel pensiero di farsi frate, che altre volte gli era passato per la mente: gli parve che Dio medesimo lâavesse messo sulla strada, e datogli un segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella congiuntura; e il partito fu preso. Fece chiamare il guardiano, e gli manifestò il suo desiderio. Nâebbe in risposta, che bisognava guardarsi dalle risoluzioni precipitate; ma che, se persisteva, non sarebbe rifiutato. Allora, fatto venire un notaro, dettò una donazione di tutto ciò che gli rimaneva (châera tuttavia un bel patrimonio) alla famiglia di Cristoforo: una somma alla vedova, come se le costituisse una contraddote, e il resto a otto figliuoli che Cristoforo aveva lasciati.
La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti, i quali, per cagion sua, erano in un bellâintrigo. Rimandarlo dal convento, ed esporlo cosĂŹ alla giustizia, cioè alla vendetta deâ suoi nemici, non era partito da metter neppure in consulta. Sarebbe stato lo stesso che rinunziare aâ propri privilegi, screditare il convento presso il popolo, attirarsi il biasimo di tutti i cappuccini dellâuniverso, per aver lasciato violare il diritto di tutti, concitarsi contro tutte lâautoritĂ ecclesiastiche, le quali si consideravan come tutrici di questo diritto. Dallâaltra parte, la famiglia dellâucciso, potente assai, e per sĂŠ, e per le sue aderenze, sâera messa al punto di voler vendetta; e dichiarava suo nemico chiunque sâattentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che a loro dolesse molto dellâucciso, e nemmeno che una lagrima fosse stata sparsa per lui, in tutto il parentado: dice soltanto châeran tutti smaniosi dâaver nellâunghie lâuccisore, o vivo o morto. Ora questo, vestendo lâabito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva, in certa maniera, unâemenda, sâimponeva una penitenza, si chiamava implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in somma un nemico che depon lâarmi. I parenti del morto potevan poi anche, se loro piacesse, credere e vantarsi che sâera fatto frate per disperazione, e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo a spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a dormir sur un saccone, a viver dâelemosina, poteva parere una punizione competente, anche allâoffeso il piĂš borioso.
Il padre guardiano si presentò, con unâumiltĂ disinvolta, al fratello del morto, e, dopo mille proteste di rispetto per lâillustrissima casa, e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile, parlò del pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo garbatamente sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando poi soavemente, e con maniera ancor piĂš destra, che, piacesse o non piacesse, la cosa doveva essere. Il fratello diede in ismanie, che il cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: âè un troppo giusto dolore.â Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia avrebbe saputo prendersi una soddisfazione: e il cappuccino, qualunque cosa ne pensasse, non disse di no. Finalmente richiese, impose come una condizione, che lâuccisor di suo fratello partirebbe subito da quella cittĂ . Il guardiano, che aveva giĂ deliberato che questo fosse fatto, disse che si farebbe, lasciando che lâaltro credesse, se gli piaceva, esser questo un atto dâubbidienza: e tutto fu concluso. Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati, che salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico; contenti i dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor dâimpiccio un uomo ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una conversione; contento finalmente, e piĂš di tutti, in mezzo al dolore, il nostro Lodovico, il quale cominciava una vita dâespiazione e di servizio, che potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso. Il sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita alla paura, lâafflisse un momento; ma si consolò subito, col pensiero che anche quellâingiusto giudizio sarebbe un gastigo per lui, e un mezzo dâespiazione. CosĂŹ, a trentâanni, si ravvolse nel sacco; e, dovendo, secondo lâuso, lasciare il suo nome, e prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento, ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo.
Appena compita la cerimonia della vestizione, il guardiano glâintimò che sarebbe andato a fare il suo noviziato a ***, sessanta miglia lontano, e che partirebbe allâindomani. Il novizio sâinchinò profondamente, e chiese una grazia. âPermettetemi, padre,â disse, âche, prima di partir da questa cittĂ , dove ho sparso il sangue dâun uomo, dove lascio una famiglia crudelmente offesa, io la ristori almeno dellâaffronto, châio mostri almeno il mio rammarico di non poter risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dellâucciso, e gli levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore dallâanimo.â Al guardiano parve che un tal passo, oltre allâesser buono in sĂŠ, servirebbe a riconciliar sempre piĂš la famiglia col convento; e andò diviato da quel signor fratello, ad esporgli la domanda di fra Cristoforo. A proposta cosĂŹ inaspettata, colui sentĂŹ, insieme con la maraviglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche compiacenza. Dopo aver pensato un momento, âvenga domani,â disse; e assegnò lâora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il consenso desiderato.
Il gentiluomo pensò subito che, quanto piĂš quella soddisfazione fosse solenne e clamorosa, tanto piĂš accrescerebbe il suo credito presso tutta la parentela, e presso il pubblico; e sarebbe (per dirla con unâeleganza moderna) una bella pagina nella storia della famiglia. Fece avvertire in fretta tutti i parenti che, allâindomani, a mezzogiorno, restassero serviti (cosĂŹ si diceva allora) di venir da lui, a ricevere una soddisfazione comune. A mezzogiorno, il palazzo brulicava di signori dâogni etĂ e dâogni sesso: era un girare, un rimescolarsi di gran cappe, dâalte penne, di durlindane pendenti, un moversi librato di gorgiere inamidate e crespe, uno strascico intralciato di rabescate zimarre.

Le anticamere, il cortile e la strada formicolavan di servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. Fra Cristoforo vide quellâapparecchio, ne indovinò il motivo, e provò un leggier turbamento; ma, dopo un istante, disse tra sĂŠ: â sta bene: lâho ucciso in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici: quello fu scandalo, questa è riparazione. â CosĂŹ, con gli occhi bassi, col padre compagno al fianco, passò la porta di quella casa, attraversò il cortile, tra una folla che lo squadrava con una curiositĂ poco cerimoniosa; salĂŹ le scale, e, di mezzo allâaltra folla signorile, che fece ala al suo passaggio, seguito da cento sguardi, giunse alla presenza del padron di casa; il quale, circondato daâ parenti piĂš prossimi, stava ritto nel mezzo della sala, con lo sguardo a terra, e il mento in aria, impugnando, con la mano sinistra, il pomo della spada, e stringendo con la destra il bavero della cappa sul petto.
Câè talvolta, nel volto e nel contegno dâun uomo, unâespressione cosĂŹ immediata, si direbbe quasi unâeffusione dellâanimo interno, che, in una folla di spettatori, il giudizio sopra quellâanimo sarĂ un solo. Il volto e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti, che non sâera fatto frate, nè veniva a quellâumiliazione per timore umano: e questo cominciò a concigliarglieli tutti. Quando vide lâoffeso, affrettò il passo, gli si pose inginocchioni ai piedi, incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa rasa, disse queste parole: âio sono lâomicida di suo fratello. Sa Iddio se vorrei restituirglielo a costo del mio sangue; ma, non potendo altro che farle inefficaci e tarde scuse, la supplico dâaccettarle per lâamor di Dio.
â Tutti gli occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli parlava; tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, sâalzò, per tutta la sala, un mormorĂŹo di pietĂ e di rispetto. Il gentiluomo, che stava in atto di degnazione forzata, e dâira compressa, fu turbato da quelle parole; e, chinandosi verso lâinginocchiato, âalzatevi,â disse, con voce alterata: âlâoffesa… il fatto veramente… ma lâabito che portate… non solo questo, ma anche per voi… Sâalzi, padre… Mio fratello… non lo posso negare… era un cavaliere… era un uomo…. un poâ impetuoso… un poâ vivo. Ma tutto accade per disposizione di Dio. Non se ne parli piĂš… Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura.â E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: âio posso dunque sperare che lei mâabbia concesso il suo perdono! E se lâottengo da lei, da chi non devo sperarlo? Oh! sâio potessi sentire dalla sua bocca questa parola, perdono!â
âPerdono?â disse il gentiluomo. âLei non ne ha piĂš bisogno. Ma pure, poichĂŠ lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti…â
âTutti! tutti!â gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate sâaprĂŹ a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora unâumile e profonda compunzione del male a cui la remissione degli uomini non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quellâaspetto, e trasportato dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e gli diede e ne ricevette il bacio di pace.
Un âbravo! bene!â scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si mossero, e si strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori, con gran copia di rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò al nostro Cristoforo, il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse: âpadre, gradisca qualche cosa; mi dia questa prova dâamicizia.â E si mise per servirlo prima dâogni altro; ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, âqueste cose,â disse, ânon fanno piĂš per me; ma non sarĂ mai châio rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perchĂŠ io possa dire dâaver goduto la sua caritĂ , dâaver mangiato il suo pane, e avuto un segno del suo perdono.â Il gentiluomo, commosso, ordinò che cosĂŹ si facesse; e venne subito un cameriere, in gran gala, portando un pane sur un piatto dâargento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta.
Chiese quindi licenza; e, abbracciato di nuovo il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi piĂš vicini a lui, poterono impadronirsene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a combatter nellâanticamere, per isbrigarsi daâ servitori, e anche daâ bravi, che gli baciavano il lembo dellâabito, il cordone, il cappuccio;
e si trovò nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di popolo, fino a una porta della cittĂ ; dâonde uscĂŹ, cominciando il suo pedestre viaggio, verso il luogo del suo noviziato.
Il fratello dellâucciso, e il parentado, che sâerano aspettati dâassaporare in quel giorno la trista gioia dellâorgoglio, si trovarono in vece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza. La compagnia si trattenne ancor qualche tempo, con una bonarietĂ e con una cordialitĂ insolita, in ragionamenti ai quali nessuno era preparato, andando lĂ . In vece di soddisfazioni prese, di soprusi vendicati, dâimpegni spuntati, le lodi del novizio, la riconciliazione, la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato come il conte Muzio suo padre aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere il marchese Stanislao, châera quel rodomonte che ognun sa, parlò in vece delle penitenze e della pazienza mirabile dâun fra Simone, morto moltâanni prima. Partita la compagnia, il padrone, ancor tutto commosso, riandava tra sè, con maraviglia, ciò che aveva inteso, ciò châegli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti: â diavolo dâun frate! (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise parole) â diavolo dâun frate! se rimaneva lĂŹ in ginocchio, ancora per qualche momento, quasi quasi gli chiedevo scusa io, che mâabbia ammazzato il fratello. â La nostra storia nota espressamente che, da quel giorno in poi, quel signore fu un poâ men precipitoso, e un poâ piĂš alla mano.
Il padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non aveva mai piĂš provata, dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la sua vita doveva esser consacrata. Il silenzio châera imposto aâ novizi, lâosservava, senza avvedersene, assorto comâera, nel pensiero delle fatiche, delle privazioni e dellâumiliazioni che avrebbe sofferte, per iscontare il suo fallo. Fermandosi, allâora della refezione, presso un benefattore, mangiò, con una specie di voluttĂ , del pane del perdono: ma ne serbò un pezzo, e lo ripose nella sporta, per tenerlo, come un ricordo perpetuo.
Non è nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale: diremo soltanto che, adempiendo, sempre con gran voglia, e con gran cura, gli ufizi che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare e dâassistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire unâoccasione dâesercitarne due altri, che sâera imposti da sĂŠ: accomodar differenze, e proteggere oppressi. In questo genio entrava, per qualche parte, senza châegli se nâavvedesse, quella sua vecchia abitudine, e un resticciolo di spiriti guerreschi, che lâumiliazioni e le macerazioni non avevan potuto spegner del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di veritĂ combattuta, lâuomo sâanimava, a un tratto, dellâimpeto antico, che, secondato e modificato da unâenfasi solenne, venutagli dallâuso del predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo contegno, come lâaspetto, annunziava una lunga guerra, tra unâindole focosa, risentita, e una volontĂ opposta, abitualmente vittoriosa, sempre allâerta, e diretta da motivi e da ispirazioni superiori. Un suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, lâaveva una volta paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale, che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la passione trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che, in quel travisamento, fanno però ricordare della loro energia primitiva.
Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto lâaiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente.
Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta piĂš sollecitudine, in quanto conosceva e ammirava lâinnocenza di lei, era giĂ in pensiero per i suoi pericoli, e sentiva unâindegnazione santa, per la turpe persecuzione della quale era divenuta lâoggetto. Oltre di ciò, avendola consigliata, per il meno male, di non palesar nulla, e di starsene quieta, temeva ora che il consiglio potesse aver prodotto qualche tristo effetto; e alla sollecitudine di caritĂ , châera in lui come ingenita, sâaggiungeva, in questo caso, quellâangustia scrupolosa che spesso tormenta i buoni.
Ma, intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre Cristoforo, è arrivato, sâè affacciato allâuscio; e le donne, lasciando il manico dellâaspo che facevan girare e stridere, si sono alzate, dicendo, a una voce: âoh padre Cristoforo! sia benedetto!â





