Il delirio di Amalia da Senilita di Italo Svevo

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Il delirio di Amalia da Senilita di Italo Svevo

  • Parlava ora. Le pareva che avessero cambiato di casa e che ci fosse molto da fare, affannosamente da fare per mettere tante cose in ordine. – Dio mio! Tutto è sucido qui. Io me n’ero accorta ma tu ci sei voluto venire. Ed ora? Non andiamo?
  • Egli cercò di calmarla secondandola. L’accarezzò, dicendole che non vedeva che tutto fosse tanto sucido, e che ora che si trovavano in quella casa sarebbe stato meglio di rimanerci.
  • Amalia udì quello che egli disse ma udì anche delle parole ch’egli non aveva dette; poi disse: – Se tu vuoi, io devo far così. Restiamo, ma… tanto sudiciume… – Le colarono due sole lagrime dagli occhi fino allora asciutti; rotolarono come due perle sulle guance infocate.
  • Poco dopo dimenticò quel dolore ma il delirio glie ne creò di nuovi. Era stata in pescheria e non vi aveva trovato pesce: – Non capisco! Perché tengono la pescheria se non ci hanno del pesce? Fanno camminare tanto, tanto, con questo freddo. L’avevano spedito via tutto e non c’era più del pesce per loro. Tutto quel dolore e l’affanno parevano provocati da tale fatto. Le sue parole fievoli e rese ritmiche dall’affanno erano sempre interrotte da qualche suono d’angoscia.
  • Egli non l’ascoltava più: bisognava uscire in qualche modo da quella situazione, bisognava trovare la maniera di chiamare un medico, Tutte le idee suggeritegli dalla disperazione furono da lui esaminate come se fosse stato possibile di metterle in atto. Guardò intorno a sé per trovare una corda onde legare l’ammalata al letto e poter lasciarla sola; fece un passo verso la finestra, per chiamare di là soccorso, e infine, dimenticando che non era possibile di farsi comprendere da Amalia, si mise a parlarle per ottenerne la promessa che sarebbe stata tranquilla durante la sua assenza. Premendole dolcemente le coperte sulle spalle per significarle che doveva rimanere coricata, le disse: – Starai così, Amalia? Me lo prometti?
  • Ella oramai parlava di vestiti. Ne avevano per un anno e perciò non c’era da far spese per un anno intero. – Non siamo ricchi ma abbiamo tutto, tutto. – La signora Birlini però poteva guardarli dall’alto in basso perché aveva di più. Ma Amalia era contenta che quella signora ne avesse di più, perché le voleva bene. Il balbettìo continuava puerile e buono ed era straziante di udirla dichiararsi tanto lieta in mezzo a tante sofferenze.
  • Urgeva di prendere una risoluzione. Il delirio di Amalia non le aveva dato né un gesto né una parola violenta e, toltosi allo stupore da cui era stato colto sin dal momento in cui l’aveva trovata in quello stato, Emilio uscì dalla stanza e corse alla porta di casa. Avrebbe chiamato il portinaio, poi sarebbe corso da un dottore oppure dal Balli a prendere consiglio. Non sapeva ancora quello che avrebbe fatto, ma bisognava correre per salvare quella disgraziata. Oh, quale dolore ricordarne la compassionevole nudità!
  • Sul pianerottolo si fermò esitante. Sarebbe voluto ritornare ad Amalia per vedere se ella non avesse approfittato della sua assenza per commettere qualche atto da delirante. Si poggiò col petto sulla ringhiera per vedere se qualcuno salisse. Si curvò per vedere più lontano e per un istante, un attimo, il suo pensiero si pervertì; dimenticò la sorella che, forse, agonizzava lì accanto, e ricordò che, proprio in quella posizione, egli usava aspettare Angiolina. Questo pensiero in quel breve istante fu tanto potente che egli, sforzandosi di veder lontano, cercò di vedere, anziché il soccorso invocato, la figura colorita dell’amante. Si rizzò nauseato.
  • Una porta al piano superiore s’aperse e si richiuse. Qualcuno – il soccorso – scendeva a lui. Egli salì d’un solo slancio una rampa e si trovò di fronte ad un’alta e forte figura femminile. Alta e forte e bruna; altro non vide, ma trovò subito le parole opportune: – Oh, signora! – pregò. – M’aiuti! lo farei per qualunque mio simile quello che domando a lei.
  • – Ella è il signor Brentani? – domandò con voce dolce e la bruna figura che veramente aveva fatto già atto di fuggire si fermò.
  • Egli raccontò che ritornato a casa poco prima, aveva trovato la sorella in preda a un delirio tale che non osava di lasciarla sola come avrebbe dovuto per chiamare un medico.
  • La signora discese: – La signorina Amalia? Poverina! Vengo con lei, subito, ben volentieri. – Ella era vestita a lutto. Emilio pensò ch’ella dovesse essere religiosa e, dopo una lieve esitazione, disse: – Dio ne la rimeriti.
  • La signora lo seguì nella stanza d’Amalia. Emilio fece quei pochi passi con un’angoscia indicibile. Chissà quale nuovo spettacolo lo attendeva. Nella stanza vicina non si sentiva alcun rumore, mentre a lui era sembrato che il respiro d’Amalia dovesse essere udito in tutta la casa.
  • La trovò voltata contro il muro. Parlava ora di un incendio; vedeva fiamme che non potevano farle altro male che mandarle un calore terribile. Egli si chinò a lei e per richiamare la sua attenzione la baciò sulle gote infiammate. Quando ella si volse a lui, egli volle assistere, prima d’andarsene, all’impressione che avrebbe fatta sulla fanciulla la vista della compagna che le lasciava. Amalia guardò la nuova venuta per un solo istante, con piena indifferenza.
  • – Io gliel’affido – disse Emilio alla signora. Poteva farlo. La signora aveva una faccia dolce di madre; i suoi piccoli occhi si posavano su Amalia pieni di pietà. – La signorina mi conosce disse ella e sedette accanto al letto. – Sono Elena Chierici e sto qui al terzo piano. Ricorda quel giorno in cui ella mi prestò il termometro per misurare la febbre a mio figlio?
  • Amalia la guardò: – Sì, ma brucia e brucerà sempre.
  • – Non brucerà sempre – disse la signora Elena chinandosi a lei con un buon sorriso d’incoraggiamento e gli occhi umidi dalla compassione. Pregò Emilio di darle, prima di uscire, una boccia d’acqua e un bicchiere. Per Emilio fu un affar serio trovare quelle cose in una casa ch’egli aveva abitata con l’incuria di chi sta in un albergo.
  • Non subito Amalia comprese che in quel bicchiere le era offerto un refrigerio; poi bevve a piccoli sorsi, avidamente. Quando si lasciò ricadere sul guanciale trovò un nuovo sollievo: il morbido braccio di Elena vi si era steso e la sua testina riposava ora sorretta con pietà. Un’onda di riconoscenza gonfiò il petto ad Emilio e, prima d’uscire, egli la tradusse in una stretta di mano ad Elena.
  • Corse allo studio del Balli e s’imbatté nell’amico che ne usciva. Pensò che forse vi avrebbe trovata Angiolina; respirò trovando il Balli solo. Sul proprio contegno durante la breve parte di quella giornata in cui egli aveva immaginato si potesse ancora intraprendere qualche cosa per Amalia, egli non ebbe mai rimorsi. In quelle ore egli non pensò che alla sorella, e se si fosse imbattuto in Angiolina, avrebbe trasalito dolorosamente, solo perché quella vista gli avrebbe ricordata la propria colpa.
  • – Oh, Stefano! M’accadono delle cose tanto gravi! – Entrò nello studio, s’assise sulla sedia più vicina alla porta e, celandosi il volto nelle mani, scoppiò in singhiozzi disperati. Non avrebbe saputo dire perché proprio allora si fosse sciolto in lagrime. Incominciava a riaversi del fiero colpo ricevuto e otteneva dal dolore riflesso lo sfogo necessario, oppure era la vicinanza del Balli – il quale ci doveva aver la sua parte nella malattia d’Amalia, – la causa di quell’emozione tanto acuta? Certo è ch’egli stesso poi s’accorse di compiacersi d’aver dato al proprio dolore un’espressione violenta; per se stesso e pel Balli. Tutto si mitigava e addolciva nel pianto; egli si sentiva sollevato e migliorato. Avrebbe dedicato il resto della vita ad Amalia. Anche se – come egli credeva – ella fosse stata pazza, l’avrebbe tenuta presso di sé non più come sorella ma come figlia. E in quel pianto si compiacque tanto da dimenticare quale urgenza ci fosse di chiamare un medico.
  • Era proprio là il suo posto, era là ch’egli doveva agire a vantaggio di Amalia. Nell’eccitazione in cui si trovava, qualunque impresa gli parve facile e, colla sola manifestazione del proprio dolore, pensò che avrebbe fatto dimenticare tutto il passato anche al Balli. Gli avrebbe finalmente fatto conoscere Amalia, mite, buona e sventurata com’era.
  • Raccontò in tutti i particolari la scena di poco prima: il delirio, l’affanno di Amalia e il lungo tempo in cui egli, trovandosi solo, non s’era potuto allontanare da quella stanza fino all’intervento provvidenziale della signora Chierici.
  • Il Balli prese l’aspetto di persona sorpresa da una mala nuova – non certo l’aspetto sperato da Emilio – e con l’energia che in quello stato d’animo doveva essergli facile, consigliò di correre a chiamare il dottor Carini. Gli era stato descritto quale un buon medico; per di più era suo intimo ed egli l’avrebbe saputo interessare alla sorte di Amalia.
  • Emilio piangeva e non accennava a muoversi dal posto. Gli pareva di non aver ancora terminato; non si dava per vinto, e cercava una frase per commuovere l’amico. Ne trovò una che fece rabbrividire lui stesso: – Pazza o moribonda! – Oh, la morte! Era la prima volta ch’egli immaginava Amalia morta, scomparsa ed egli che allora allora aveva appreso di non amare più Angiolina, si vedeva solo, desolato dal rimpianto di non aver saputo approfittare della felicità, che fino a quel giorno era stata a sua disposizione, di dedicare la propria vita a qualcuno che aveva bisogno di tutela e di sacrificio. Con Amalia spariva dalla sua vita ogni speranza di dolcezza. Disse con voce profonda: – Non so se provo maggior dolore o rimorso.
  • Guardò il Balli per vedere se fosse stato compreso. Sulla faccia di Stefano s’impresse una meraviglia sincera: – Rimorso? – Aveva sempre creduto che Emilio fosse il modello dei fratelli, e lo disse. Ricordò però che Amalia era stata un po’ trascurata in causa d’Angiolina e aggiunse: – Certo è che non valeva la pena che tu ti occupassi tanto di una donna quale è Angiolina; ma sono sventure che capitano… – Il Balli aveva capito Emilio tanto poco che dichiarò di non comprendere perché perdessero tanto tempo. Bisognava correre dal Carini e non disperare prima di sapere quello che avrebbe detto lui dello stato di Amalia. Poteva essere anche che i sintomi che spaventavano i profani impressionassero poco il medico.
  • Era la speranza, ed Emilio vi si abbandonò tutto. Sulla via si divisero. Al Balli sembrò consigliabile di non lasciare Amalia più a lungo sola con una straniera; Emilio ritornasse a casa: sarebbe andato lui a cercare il medico.
  • Ambedue si misero a correre. La fretta d’Emilio era causata dalla grande speranza che s’era insinuata poco prima nel suo animo. Non era affatto escluso che, a casa, egli potesse trovare Amalia, tornata in sé, a salutarlo grata dell’affetto che gli avrebbe letto in viso. Il suo passo rapido accompagnava e spingeva il sogno ardito. Giammai Angiolina gli aveva dato un sogno simile dettato da un desiderio sì intenso.
  • Non sofferse dell’aria rigida spirante da poco, tale da far dimenticare la tiepida giornata quasi primaverile che a lui era sembrata stridente contraddizione al suo dolore. Le vie s’andavano oscurando rapidamente: il cielo era coperto di grossi nuvoloni, trascinati da una corrente d’aria, che a terra non si percepiva che nell’improvviso abbassamento della temperatura. In lontananza Emilio vide sul cielo fosco la cima di un’altura gialla di luce morente.
  • Amalia delirava come prima. Riudendone la stanca voce, dall’identico suono dolce, la stessa modulazione puerile interrotta dall’affanno, egli comprese che mentre fuori egli aveva sperato pazzamente, in quel letto l’ammalata non aveva trovato un istante di tregua.
  • La signora Elena era legata al letto perché la testa dell’ammalata riposava sul suo braccio. Raccontò però che poco dopo la sua uscita, Amalia aveva respinto quel guanciale divenutole increscioso; ora l’aveva riaccettato.
  • Veramente l’ufficio della buona signora sarebbe stato finito, ed egli lo disse esprimendole un’infinita riconoscenza.
  • Ella lo guardò coi suoi buoni piccoli occhi e non mosse il braccio su cui la testina di Amalia si muoveva inquieta.
  • Domandò: – E chi mi sostituirà? – Udito ch’egli aveva l’intenzione di rivolgersi al dottore per un’infermiera a pagamento, ella pregò con calore: – Allora permetta a me di restare qui. – E ringraziò quando egli, commosso, le dichiarò che non aveva mai pensato di mandarla via, ma che aveva temuto di disturbarla trattenendola. Le domandò poi se le occorresse di avvisare qualcuno della ragione della sua assenza. Con semplicità ella rispose: – Non ho nessuno in casa che possa essere sorpreso della mia assenza. Si figuri che la fantesca è entrata in servizio in casa mia quest’oggi.
  • Poco dopo Amalia portò la testa sul guanciale e il braccio della signora fu libero. Allora finalmente poté levarsi il cappellino di lutto e, riponendolo, Emilio ringraziò di nuovo, perché gli sembrava che quell’atto confermasse la determinazione da lei presa di rimanere accanto a quel letto. Ella lo guardò sorpresa senza comprenderlo. Non si sarebbe potuta comportare più semplicemente di così.
  • Amalia riprese a parlare, senza scuotersi, senza chiamare, come se avesse creduto di aver sempre detto ad alta voce tutto il suo sogno. Di certe frasi diceva il principio, di altre la fine; borbottava delle parole incomprensibili, altre le sillabava chiare. Esclamava e domandava. Domandava con ansietà, mai soddisfatta della risposta, che forse non intendeva a pieno. Alla signora Elena, che s’era piegata su lei, per indovinare meglio un desiderio che pareva volesse manifestare: – Ma tu non sei Vittoria? – chiese. – Io, no – disse la signora sorpresa. Questa risposta fu compresa e bastò per qualche tempo a quietare l’ammalata.
  • Poco dopo tossì. Lottò per non tossire più e la sua faccia prese un aspetto di desolazione puerile; doveva aver sentito un forte dolore. La signora Elena fece osservare ad Emilio quell’espressione che durante la sua assenza s’era già prodotta. – Bisognerà parlarne al dottore; si capisce da quella tosse che la signorina deve essere ammalata di petto. – Amalia ebbe più scoppi di tosse fievole, soffocata. – Non ne posso più – gemette e pianse.
  • Ma il pianto le bagnava ancora le guance ed ella aveva già dimenticato il dolore. Affannosamente riparlò della sua casa. C’era un nuovo ritrovato per fare a buon prezzo il caffè. – Fanno di tutto oramai. Presto si potrà vivere senza denaro. Mi dia un po’ di quel caffè, per provare. Io glielo restituirò. A me piace la giustizia. L’ho detto anche ad Emilio…
  • – Sì, me ne rammento – disse Emilio per darle riposo. – Tu hai amata sempre la giustizia. – Si chinò su di lei per baciarla in fronte.
  • Un istante di quel delirio non fu più dimenticato da Emilio. – Sì, noi due – fece ella, guardandolo con quel tono dei deliranti, che non si sa se esclami o domandi. – Noi due, qui, tranquilli, uniti, noi due soli. – La serietà ansiosa della faccia accompagnava la serietà della parola e l’affanno pareva l’espressione di un dolore cocente. Poco dopo però, ella parlava di loro due soli nella casa a buon mercato.
  • Suonò. Erano il Balli e il dottor Carini. Emilio conosceva già quest’ultimo, un uomo sulla quarantina, bruno, alto, magro. Si diceva che i suoi anni d’università fossero stati più ricchi di divertimenti che non di studi, mentre ora, essendo benestante, non cercava clienti e s’accontentava di una posizione subalterna all’ospedale per potervi continuare gli studi non fatti prima. Amava la medicina col fervore del dilettante; ma ne alternava lo studio con passatempi d’ogni natura, tant’è vero che contava maggior numero d’amici fra gli artisti che non fra i medici.
  • Si fermò nella stanza da pranzo e, osservato che sulla malattia d’Amalia il Balli non gli aveva saputo dire altro se non che doveva trattarsi di un forte accesso di febbre, pregò Emilio di dirgliene lui qualche cosa di più.
  • Emilio prese a raccontare dello stato in cui aveva trovata la sorella un paio d’ore prima, nella casa solitaria, ove ella doveva aver commesse delle stranezze già dalla mattina. Descrisse con esattezza di particolari il delirio, manifestatosi prima in quell’inquietudine che la spingeva a cercare degli insetti sulle gambe, poi in quel chiacchierio incessante. Commosso nel ricordare e analizzare tutta l’angoscia di quella giornata, parlò, piangendo, dell’affanno, poi della tosse, quel suono esile e falso che pareva prodotto da un vaso fesso, e del dolore intenso che ogni colpo di tosse produceva all’ammalata. […]
  • Seduta in letto, ella guardava ora la finestra, che s’era rapidamente oscurata. La porta era aperta e il Balli, che s’era soffermato sulla soglia, fu visto dall’ammalata. – Il signor Stefano – disse ella senz’alcuna sorpresa e senza muoversi perché aveva capito che si voleva ch’ella stesse ferma. Emilio che aveva temuta una scena, fece al Balli un cenno imperioso di ritirarsi, e soltanto il suo gesto sottolineò l’importante incontro.
  • Il Balli però non poteva più ritirarsi e si avanzò, mentre ella con cenni ripetuti del capo lo incoraggiava e chiamava. – Tanto tempo – borbottò, certo volendo significare ch’era molto tempo che non si vedevano.
  • Quando le permisero di riadagiarsi, ella continuò a guardare il Balli ch’ella, anche nel delirio, continuava a considerare quale la persona più importante per lei in quella stanza. L’affanno era aumentato per la fatica che le avevano data costringendola a muoversi, un lieve assalto di tosse le fece contrarre la faccia dal dolore, ma ella continuò a guardare il Balli. Anche bevendo con voluttà l’acqua che le era stata offerta dal dottore, ella tenne gli occhi fissi sul Balli. Chiuse gli occhi e parve volesse dormire. – Così tutto è bene – disse ad alta voce e per qualche istante si quietò.
  • I tre uomini uscirono dalla stanza di Amalia e si fermarono nella vicina. Emilio impaziente domandò: – Ebbene, dottore?
  • Il Carini, che aveva poca pratica di trattare con clienti, espresse con semplicità la sua opinione: una polmonite. Trovava lo stato dell’ammalata gravissimo. […]
  • Si fece dare l’occorrente per scrivere, ma, prima di fare la ricetta, disse: – Per combattere la sete le darei del vino con dell’acqua di selz. Ogni due o tre ore le permetterei di prendere un bicchiere di vino generoso. Già – fece esitante – la signorina dev’essere abituata al vino. – Con due tratti risoluti di penna scrisse la ricetta.
  • – Amalia non è abituata al vino – protestò Emilio. – Anzi non lo può soffrire; non sono stato mai capace d’indurla ad abituarvisi.
  • Il dottore fece un gesto di sorpresa e guardò Emilio come se non avesse potuto credere che gli fosse detta la verità. Anche il Balli guardò Emilio con occhio scrutatore. Egli aveva già capito che il dottore aveva concluso dai sintomi presentati dalla malattia di Amalia di aver a fare con un’alcoolizzata, e ricordava d’aver osservato ch’Emilio era capace dei pudori più falsi. Voleva indurlo a dire la verità che il dottore doveva conoscere.
  • Emilio indovinò il significato di quell’occhiata. – Come puoi credere una cosa simile? Ella, bere! Non sa neppure bere dell’acqua in abbondanza. Ci mette un’ora per un bicchiere d’acqua.
  • – Se ella me lo assicura – disse il dottore – tanto meglio, perché un organismo, per quanto debole, può resistere alle temperature elevate, quando non è fiaccato dall’alcool. – Guardò la ricetta un po’ esitante, ma poi la lasciò intatta, ed Emilio comprese di non essere stato creduto. – In farmacia le daranno un liquido di cui vorrà far prendere all’ammalata un cucchiaio ogni ora. […]
  • Emilio aveva preso il posto lasciato libero da Elena. Da parecchio tempo l’ammalata non diceva alcuna parola comprensibile; borbottava indistintamente quasi si fosse voluta esercitare a pronunciare delle parole difficili. Emilio poggiò la testa sulla mano e stette ad ascoltare quell’affanno sempre uguale, vertiginoso. Era dalla mattina che lo udiva, e gli pareva divenuto una qualità del proprio orecchio, un suono da cui non avrebbe saputo più liberarsi. Ricordò, che una sera, ad onta del freddo, s’era alzato in camicia dal letto per usare una gentilezza alla povera sorella, che egli aveva sentito soffrire accanto a lui: le aveva offerto di accompagnarla la sera appresso a teatro. Aveva sentita una grande consolazione percependo della riconoscenza nella voce di Amalia.
  • Poi aveva dimenticato quell’istante, e non aveva più cercato di ripeterlo. Oh, se egli avesse saputo che nella sua vita c’era una missione tanto grave come quella di tutelare una vita affidata unicamente a lui, egli non avrebbe più sentito il bisogno di avvicinarsi ad Angiolina. Ora, troppo tardi forse, era guarito di quell’amore. Pianse in silenzio, nell’ombra, amaramente.
  • – Stefano – chiamò l’ammalata a bassa voce. Emilio trasalì e guardò il Balli che si trovava nella parte della stanza ancora scarsamente illuminata dalla luce della finestra. Stefano non doveva aver udito perché non s’era mosso.
  • – Se tu lo vuoi, voglio anch’io – disse Amalia. Rinascevano con le identiche parole gli antichi sogni, che il brusco abbandono del Balli aveva soffocati. L’ammalata aveva ora aperti gli occhi e guardava la parete di faccia: – Io sono d’accordo – disse – fa tu, ma presto. – Un colpo di tosse le fece contrarre la faccia dal dolore, ma subito dopo disse: – Oh, la bella giornata! Tanto attesa! – Richiuse gli occhi.
  • Emilio pensò che avrebbe dovuto allontanare il Balli da quella stanza, ma non ebbe il coraggio. Aveva fatto già tanto male una volta in cui s’era interposto fra il Balli e Amalia. Il balbettìo dell’ammalata ridivenne, per qualche tempo, incomprensibile, ma, quando Emilio incominciava a tranquillarsi, dopo un nuovo accesso di tosse, ella disse chiaramente: – Oh, Stefano, io sto male.
  • – Chiamò me? – domandò il Balli alzandosi e venendo sino al letto.
  • – Non ho udito – disse Emilio confuso.
  • – Io non capisco, dottore, – disse l’ammalata, rivolta al Balli – io sto quieta, mi curo e sto sempre male.
  • Meravigliato di non essere riconosciuto dopo di essere stato chiamato, il Balli parlò come se fosse stato lui il dottore; le raccomandò di continuare ad essere buona e che fra poco sarebbe stata bene.
  • Ella continuava: – Che bisogno avevo io di tutto questo… questo… – e si toccò il petto e il fianco – di questo… – L’affanno si sentiva intero solo nelle pause, ma queste erano prodotte da esitazioni, non dalla mancanza di respiro.
  • – Di questo male – soggiunse il Balli suggerendole la parola ch’ella invano cercava.
  • – Di questo male – ripeté lei riconoscente. Ma poco dopo le ritornò il dubbio di essersi espressa male e affannosamente riprese: – Che bisogno avevo io di questo… Oggi! Come faremo con questo… questo… in una giornata simile?
  • Il solo Emilio comprese. Ella si sognava a nozze.
  • Amalia però non espresse tale pensiero. Ripeté ch’ella non aveva avuto bisogno del male, che credeva nessuno l’avesse voluto e proprio adesso… proprio adesso. L’avverbio però non era mai precisato altrimenti e il Balli non lo poteva intendere Quando ella si adagiava sul guanciale e guardava dinanzi a sé o chiudeva gli occhi, si rivolgeva con assoluta familiarità all’oggetto dei suoi sogni; quando li riapriva, non s’avvedeva che quell’oggetto si trovava in carne ed ossa accanto al suo letto.
  • L’unico che potesse comprendere il sogno era Emilio, che conosceva tutti i fatti reali e tutti i sogni precedenti a questo delirio. Si sentì più che mai inutile a quel letto. Amalia non gli apparteneva nel delirio; era ancora meno sua che quando si trovava nel possesso dei suoi sensi.
  • La signora Elena ritornò, portando seco le pezze bagnate già preparate, e tutto il necessario per isolarle e impedire che bagnassero il letto. Denudò il petto di Amalia e lo protesse agli occhi dei due uomini ponendovisi dinanzi.
  • Amalia emise un lieve grido di spavento a quella improvvisa sensazione di freddo. – Le farà bene- disse la signora Elena curva su lei.
  • Amalia comprese, ma dimandò dubbiosa ed ansimante – Fa bene? – Volle però liberarsi da quella sensazione penosa dicendo: – Non oggi, però, non oggi.
  • – Te ne prego, sorella mia – pregò Emilio calorosamente trovando finalmente qualche cosa da fare – sforzati di tenere sul petto quelle pezze. Ti guariranno.
  • L’affanno di Amalia parve aumentato; di nuovo gli occhi le si empirono di lagrime. – E’ buio – disse – assai buio. – Era infatti buio, ma quando la signora Elena s’affrettò ad accendere una candela, l’ammalata non se ne avvide neppure e continuò a lagnarsi dell’oscurità. Cercava d’esprimere così tutt’altra sensazione opprimente.
  • Al chiarore della candela, la signora Elena si accorse che la faccia d’Amalia era irrorata di sudore; anche la camicia ne era intrisa fino alle spalle. – Che sia un buon segno? – esclamò giocondamente.
  • Intanto però Amalia, che nel delirio era l’umiltà in persona, per liberarsi dal peso al petto e non contravvenire all’ordine che aveva sentito echeggiare nel suo orecchio, spinse le pezze verso la schiena. Ma anche di là le mandarono una sensazione incresciosa e, allora, con sorprendente abilità, le cacciò sotto al guanciale, lieta d’aver trovato un posto, ove poteva tenerle senz’averne a soffrire. Poi esaminò con l’occhio inquieto le facce dei suoi infermieri, di cui sentiva d’aver bisogno. Quando la signora Elena allontanò le pezze dal letto, ella ebbe un’impressione e un suono indistinto di sorpresa. Durante la notte fu questo l’intervallo in cui dimostrò maggior consapevolezza, e anche allora non ebbe che l’intelligenza di una buona bestia mite e obbediente.
  • Il Balli aveva fatto venire, per mezzo di Michele, varie bottiglie di vini bianchi e neri. Volle il caso che la prima bottiglia che si ponesse a mano fosse di vino spumante; il turacciolo saltò con una forte detonazione, toccò il soffitto e ricadde sul letto di Amalia. Ella non se ne accorse neppure, mentre gli altri, spaventati, seguirono con gli occhi il volo del proiettile.
  • Poi l’ammalata bevve il vino offertole dalla signora Elena, facendo però dei segni di disgusto. Emilio osservò quei segni con profonda soddisfazione.
  • Il Balli offerse un bicchiere alla signora Elena la quale accettò a patto che lui ed Emilio bevessero con lei. Il Balli bevette augurando prima con voce profonda la salute ad Amalia.
  • Ma la salute era ben lontana dalla poveretta: – Oh, oh, chi vedo! – fece ella poco dopo, con voce chiara guardando dinanzi a sé. -Vittoria con lui! Non può essere, perché me l’avrebbe detto. – Era la seconda volta che nominava quella Vittoria, ma ora Emilio comprese, perché aveva indovinato chi l’ammalata designasse con quel lui accentuato. Ella stava facendo un sogno di gelosia. Continuò a parlare, ma meno chiaramente. Dal solo balbettio Emilio poté seguire il sogno che durò più di quelli che lo avevano preceduto. Le due persone create dal delirio s’erano avvicinate, e la povera Amalia diceva che aveva piacere di vederle e di vederle unite. – Chi dice che a me dispiaccia? A me fa piacere. – Poi seguì un periodo più lungo, in cui borbottò soltanto delle parole indistinte. Forse il sogno era già morto da tempo ed Emilio cercava ancora in quei suoni affannosi il dolore della gelosia.
  • XIII
  • Amalia improvvisamente disse di sentirsi molto ma molto bene e domandò di mangiare. Il tempo non correva normalmente a quel letto per chi seguiva, viveva quel delirio. Ella accusava ad ogni istante un altro stato d’animo, o nuove avventure, e faceva passare con lei i suoi infermieri per delle fasi di cui lo svolgimento nella vita solita dura giorni e mesi.
  • La signora Elena – ricordando una prescrizione del medico – le preparò e offerse del caffé, che fu preso con voluttà. Subito il delirio la ricondusse al Balli. Soltanto per un osservatore superficiale quel delirio mancava di nesso. Le idee si mescolavano, una si sommergeva nell’altra, ma quando riappariva risultava esser proprio quella ch’era stata abbandonata. Ella aveva inventata quella sua rivale, Vittoria; l’aveva accolta con parole dolci, poi – come il Balli raccontò – fra le due donne s’era svolto un battibecco che al Balli aveva rivelato essere lui il pensiero dominante dell’ammalata. Ora Vittoria ritornava, Amalia la vedeva avvicinarsi e ne aveva orrore. – Io non le dirò nulla! Starò qui zitta, come se ella non ci fosse. Io non voglio niente, dunque mi lasci in pace. – Poi chiamò Emilio ad alta voce. – Tu che sei suo amico, digli tu ch’essa inventa tutto. Io non le feci nulla. […]
  • La signora Elena pregò Emilio di procurarle una pezzuola per asciugare la faccia di Amalia. Per non dover lasciare quella stanza, egli – trovate le chiavi – aperse l’armadio della sorella. Fu subito colpito da uno strano odore di medicinali profumati. La poca biancheria era distribuita nei grandi cassetti ch’erano poi riempiti di boccette di varia grandezza. Egli non comprese subito e per vedere meglio prese la candela. Qualche cassetto era pieno fino all’orlo di boccette brillanti lietamente con dei bagliori gialli misteriosi di tesoro rinchiuso; in altri cassetti c’era ancora posto, e la distribuzione era fatta in modo che s’indovinava il proposito di completare ordinatamente la strana collezione. Una sola boccetta era fuori di posto, e in quella c’era ancora un resto di liquido trasparente. L’odore del liquido non lascio luogo a dubbi; doveva essere dell’etere profumato. Il dottor Carini aveva avuto ragione: Amalia aveva cercato l’oblio nell’ebrietà.
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