Il fanciullino

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Giovanni Pascoli

dalla tesina “L’essentiel est invisible pour les yeux”

di Analia Maggiore – Esame di Stato 2002

3.     Giovanni Pascoli

3.1.     Note sull’autore

 

Determinanti per la formazione del suo mondo interiore e poetico furono le esperienze dolorose dell’adolescenza (10 Agosto 1867 viene assassinato il padre).

Subì il fascino delle idee anarchico – socialiste, motivato non da una salda scelta ideologica ma da uno slancio sentimentale verso la causa degli oppressi. A causa delle sue idee politiche fu arrestato. Quest’esperienza fu determinante per la sua scelta di chiudersi morbosamente nella famiglia, decisione che dominò tutta la sua vita.

La famiglia rappresenta il nucleo di memoria e Pascoli la tradusse in termini simbolici con l’immagine del nido, caldo, chiuso, intimo e brulicante di complici.

A questa immagine si collega il motivo dei morti, delle dolorose memorie familiari che commentano questo rapporto con il nido.

L’idea del nido portò ad una chiusura sentimentale, che impedì all’uomo Pascoli di crescere, staccandosi dalla famiglia per farsi una propria vita. Questo lo portò a vivere l’esperienza amorosa in modo adolescenziale, descrivendola come immagine di violenza e sangue o immedesimandola nel simbolo del fiore (“Gelsomino Notturno”).

Inoltre l’ideologia del nido portava in Pascoli una paura della storia, una sorta di perplessità di fronte alla realtà e al mondo contemporaneo, in cui la scienza non ha prodotto né felicità né liberazione e il rifiuto della civiltà contemporanea era caratteristica del decadentismo.

Pascoli concretizza il rifiuto per la società contemporanea con un ripiegamento intimistico o nel malinconico idoleggiamento della campagna e delle piccole cose.

Pascoli voleva sottolineare la modestia e la quotidianità dei temi trattati. Potrebbero sembrare “bozzetti veristi” ma in “Myricae” (1890) i moduli e i toni veristi trascolorano: non è un’epopea del quotidiano, ma lo scenario sul quale proiettare inquietudini e smarrimenti. I dati realisti si caricano di simboli creando la poetica degli oggetti, la quale comporta uno studio soggettivo sul particolare.

Pascoli apportò delle novità strutturali nel campo dell’architettura del componimento. Il poeta violò le norme codificate della lingua ricorrendo anche ad un linguaggio pre-grammaticale costituito da onomatopee, ma ricorrendo contemporaneamente ad un linguaggio post grammaticale costituito da termini tecnici e gergali. Pascoli, in gran parte della sua produzione, usò i metri della tradizione e solo negli ultimi lavori provò a riprodurre la struttura della lirica greca o dell’antica poesia francese.

Con i poemi conviviali, Pascoli elevò il tono di “Myricae” usando il mondo classico per esemplificare ulteriormente il destino di dolore dell’uomo. Inoltre si passò ad una diversa visione del nido. Concepito prima nella dimensione familiare, poi nella nazione (Italia). Il poeta si fa esaltatore del nido di tutti gli italiani, approda al nazionalismo e tentò, da poeta-fanciullino, di trasformarsi in poeta vate.

3.2.   La metafora del fanciullino

All’incirca negli stessi anni in cui D’Annunzio elabora il mito del «superuomo», il Pascoli, nelle celebri pagine del Fanciullino (1897), viene teorizzando la sua poetica, intimamente connessa al Decadentismo.

La prosa del Fanciullino è la riflessione più sistematica di Pascoli sulla poetica; il titolo originario era infatti Pensieri sull’arte poetica.

I venti capitoli del Fanciullino partono dall’idea che esistono due età poetiche, fanciullezza e vecchiaia: la seconda sa dire, ma la prima sa vedere. Il poeta è chi, divenuto vecchio e non potendo più vedere, dice ciò che a visto da fanciullo.

Poetica del fanciullino: in ognuno di noi c’è un “fanciullino” che conserva la sensibilità dell’infanzia che si esprime compiutamente nella voce del poeta. Egli ignora l’esistenza della ragione e guarda al mondo con gli occhi della fantasia, ma l’atteggiamento di innocente stupore di chi scopre le cose per la prima volta (come Adamo).

Per seguire il fanciullino che è in sé il poeta deve liberarsi di ogni struttura razionale e fare uso del linguaggio ingenuo, trovando anche diversi significati ideologici dietro ad ogni cosa. 

3.2.1.   Natura irrazionale e intuitiva della poesia

Il poeta è quel fanciullino presente in un cantuccio dell’anima di ognuno di noi, un fanciullino che rimane piccolo anche quando noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, anche quando nell’età più matura siamo occupati a litigare e a perorare la causa della nostra vita e meno siamo disposti a badare a quell’angolo d’anima. Esso arriva alla verità non attraverso il ragionamento ma in modo intuitivo ed irrazionale, guardando tutte le cose con stupore, con aurorale meraviglia, come fosse la prima volta: Fanciullo, che non sai ragionare se non a modo tuo, un modo fanciullesco che si chiama profondo, perché d’un tratto, senza farci scendere a uno a uno i gradini del pensiero, ci trasporti nell’abisso della verità. Anche la poesia deve essere spontanea e intuitiva, come intuitivo è appunto il modo di conoscere e di giudicare dei fanciulli. Dunque rifiuto della ragione e riconosciuto il fallimento del Positivismo.

3.2.2.   Potere analogico e suggestivo della poesia

Se il poeta-fanciullo arriva alla verità in maniera alogica e irrazionale, per lampi intuitivi, la poesia allora deve affidarsi all’intatto potere analogico e suggestivo dei suoi occhi, non ancora inquinati da alcun schema mentale, culturale, storico. Gli occhi del fanciullo scoprono nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose; adattano il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario; rimpiccioliscono  per poter vedere, ingrandiscono per poter ammirare, giungendo, immediatamente e intuitivamente, quasi per suggestione, al cuore delle cose, al mistero che palpita segreto in ogni aspetto della vita.

3.2.3.    Poesia come scoperta

La poesia non è invenzione, ma scoperta, perché essa sta nelle cose che ci circondano, anzi in un particolare di quelle cose che solo il poeta sa vedere. Poesia è trovare nelle cose il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente, e serenamente di tra l’oscuro tumulto della nostra anima. La poesia ci mette in comunicazione immediata con il mistero che è la realtà vera dell’essere, essa è un mistico contatto con l’anima delle cose, è la forma suprema di conoscenza.

3.2.4.    La poesia delle umili cose

Se la poesia è nelle cose stesse, nel particolare poetico, allora anche i motivi della poesia non necessariamente devono essere grandiosi ed illustri, o avere il fascino dell’antico e dell’esotico, quel fascino che tanto ammalia i poeti del secondo Ottocento francese. Per il poeta, come per il fanciullo, sono belle e degne di canto anche le piccole cose, umili, quotidiane, familiari: le piante più consuete e modeste, i piccoli animali, gli eventi del mondo naturale e campestre. La poesia del Pascoli canta le minime nappine, color gridellino, della pimpinella, sul greppo; canta l’umile fatica delle lavandare e il loro stornellare, la famiglia raccolta attorno alla tavola, i frulli d’uccelli, lo stormire dei cipressi, il lontano cantare di campane, il tuono, il lampo… E’ una tematica, quella delle piccole cose, peraltro legata all’universo contadino e campagnolo da cui il Pascoli proviene e a cui sempre rimane fedele.

3.2.5.     Il simbolismo

Il fanciullo-poeta non riesce a cogliere i rapporti logici di causa ed effetto tra le cose, a fissarle in un insieme o in un sistema coerente. Gli oggetti vengono piuttosto percepiti in modo isolato, svincolato dal contesto, scatenando così l’immaginazione che li carica dei propri ricordi, delle proprie esperienze, del proprio universo immaginario, e ne fa un simbolo. Ecco allora che l’“aratro dimenticato” in mezzo al campo diventa il corrispettivo di una vita solitaria, di uno stato d’animo pervaso di malinconia e di tristezza. L’«albero spoglio e contorto» diventa simbolo dell’angoscia dell’uomo; il «nido vuoto» simbolo della casa vuota delle presenze familiari; i «fiori» simbolo della solitudine, della incomunicabilità dell’esistenza umana, gli annunciatori della morte; il «suono delle campane» ricorda per associazione un inno senza fine ed esprime la voce della tomba. Tutta la poesia pascoliana tende al simbolo, perché la realtà che essa rappresenta è il mistero insondabile che circonda la vita degli esseri e del cosmo. Il poeta è teso ad esprimere i palpiti arcani, le rivelazioni delle cose, le illuminazioni dell’ignoto. Il simbolismo pascoliano, però, pur avvicinandosi a quello europeo, resta elementare e provinciale e non raggiunge la profonda coscienza, la tensione visionaria, l’agonismo conoscitivo del Simbolismo francese.

3.2.6.    Il mito del poeta – fanciullino

Giovanni Pascoli è stato consegnato dalla critica crociana alla nostra generazione come il poeta di San Valentino, X Agosto, L’aquilone, La quercia caduta, La cavalla storna, La voce, Novembre e poesie simili. Un uomo mite, animato da un sentimento di umana partecipazione per le classi subalterne, con nel cuore la spina dell’assassinio del padre avvenuto quando egli era ancora adolescente, perciò desideroso di vedere la pace regnare tra gli uomini e pronto al perdono.

Pascoli però non è solo questo; la sua personalità è assai complessa e si riflette in una produzione letteraria articolata che va dalle liriche a sfondo autobiografico a quelle di contenuto squisitamente politico. Il poeta inoltre assorbì completamente la lezione del Decadentismo esprimendo, soprattutto con la raccolta delle Myricae, il suo simbolismo e la sua visione del mondo.

L’immagine tradizionale del poeta, tuttavia, è rafforzata dalla poetica una de Il fanciullino.

Si tratta di un insieme di idee, in parte in aperta polemica contro la poetica del suo maestro Carducci e la tradizione lirica italiana, ancora legata al Petrarca, in parte esprimenti la concezione della poesia (e perciò anche dei mezzi dei quali si deve servire, del fine che deve perseguire, del pubblico al quale si deve rivolgere, eccetera). Questa poetica pascoliana, e l’opera che la contiene, prende nome dall’immagine di un fanciullino, dedotta dal Fedone di Platone.

L’idea di Pascoli è che per essere veramente poeti occorre recuperare quella condizione di animo che è tipica dei fanciulli. Essa è contraddistinta da verginità spirituale, fatta da assenza di malizia, estrema semplicità, capacità di meraviglia di fronte ad ogni scoperta relativa al mondo che ci circonda. Il fanciullino, per dirla con le parole del poeta stesso, e quello che “ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere, che piange e ride senza perché di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione…egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente“.

L’uomo dunque che voglia essere poeta deve saper recuperare la dimensione interiore del fanciullo, che è poi la sua condizione primeva. Perché quando noi cresciamo “egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena meraviglia“. E il poeta per Pascoli è “colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta” e non ha “altro fine che quello di riconfondersi nella natura donde uscì, lasciando in essa un accento, un raggio, un palpito nuovo, eterno, suo“. Il poeta pertanto è sempre un fautore di buoni e civili costumi, ma questo non deve essere il fine diretto della sua opera, perché “il poeta è poeta e non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro” , “egli non trascina, ma è trascinato, non persuade, ma è persuaso“. E la poesia per Pascoli è una lampada “che migliora e rigenera l’umanità, escludendone, non di proposito il male, ma naturalmente l’impoetico. Ora si trova che …impoetico è ciò che la morale riconosce cattivo e ciò che l’estetica proclama brutto. Ma ciò che è cattivo e brutto non lo giudica il barbato filosofo. E’ il fanciullo interiore che ne ha schifo“. “Poesia è trovare nelle cose, come ho a dire? il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente e serenamente tra l’oscuro tumulto della nostra anima“.

Ora a voler comprendere come sia nata e si sia sviluppata in Pascoli questa concezione del poeta-fanciullino, e come questo sia potuto divenire un mito, occorre ricordare una molteplicità di eventi, alcuni dei quali relativi all’esperienza personale del poeta, altri invece di carattere più generale riguardanti la società dell’età in cui egli visse.

Volendo sintetizzare, possiamo dire che tutto può essere ricondotto da una parte all’assassinio del padre e dall’altra alla minaccia rappresentata dalla sinistra rivoluzionaria socialista italiana del tempo.

Dobbiamo ricordare a questo punto che il padre di Giovanni, Ruggero Pascoli, amministratore della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, fu assassinato la notte del 10 agosto dell’anno 1867 mentre tornava a casa con il suo calesse. Nonostante che alcune persone dedite al contrabbando fossero state arrestate come sospette e processate, il verdetto fu di assoluzione. Questo fatto prostrò tutta la famiglia Pascoli, convinta della loro colpevolezza, e determinò nel tempo in Giovanni una volontà di ribellione e di protesta. Così negli anni degli studi universitari a Bologna egli si avvicinò al movimento socialista facendo anche amicizia con personaggi come Ugo Brilli, Severino Ferrari, ed Andrea Costa. Si impegnò nell’attività politica partecipando ad assemblee e dimostrazioni di piazza, ospitando il Costa fuggiasco, ricostituendo assieme ad altri la sezione bolognese dell’Internazionale, finché non fu arrestato per aver partecipato ad una dimostrazione a favore dell’anarchico Passanante. Non c’è da credere però che Pascoli fosse uno scalmanato e neppure che avesse idee molto chiare sull’anarchismo, tanto che agli inquirenti dichiarò che egli voleva “ il miglioramento della società, senza pervertimenti dell’ordine “. Il suo insomma era un socialismo senza Marx, nascente da una spinta umanitaria e non dalla adesione a precise dottrine politiche. Egli stesso peraltro dichiarò una volta: “Io mi sento socialista, ma socialista dell’umanità, non d’una classe“. Con il passare del tempo anzi finì con il sentire, come tanti borghesi, la minaccia di una rivoluzione proletaria come un qualcosa che poteva tradursi da un momento all’altro in un’ondata di violenze. Evento per lui da scongiurare. Così avvertì sempre più pressante l’esigenza della necessità di un incontro tra le diverse fasce sociali, nell’ottica di una concordia ordinum che la classe di governo avrebbe potuto realizzare seguendo una strada che egli aveva chiara in mente. Si era convinto, infatti, che per sollevare almeno parte del proletariato dalla miseria, sarebbe stata sufficiente una riforma agraria che desse le terre a chi era disposto a coltivarle. La costituzione di un ceto medio di piccoli proprietari terrieri sarebbe stata una soluzione anche rispetto agli sconvolgimenti ideologici che l’industrializzazione stava portando perché avrebbe necessariamente rinsaldato quei valori della civiltà italiana contadina fatta di onestà, laboriosità, solidarietà e desiderio di pace. Da un certo punto in poi dunque il poeta puntò su una poesia ispirata ai valori della fratellanza, della filantropia, dell’amore per la famiglia, valore supremo, del rifiuto di ogni forma di violenza per l’affermazione della legge non dell’“occhio per occhio, dente per dente”, ma del perdono.

3.2.7.     Uso non strumentale della poesia

La poesia tradizionale secondo Pascoli sa di lucerna e non di guazza e d’erba fresca; non ha la spontaneità, lo stupore della percezione fanciullesca, sovraccarica com’è di raffinatezza letteraria, di schemi retorici. La poesia deve essere pura perché il fanciullo non s’intende di problemi politici o morali, né di lotte sindacali e di ideologie; una poesia che s’interessa programmaticamente di questi problemi è poesia applicata e si risolve in propaganda o retorica.

 

3.2.8.   Funzione consolatrice della poesia 

La poesia in quanto tale, solo con l’essere poesia, ha già una funzione civile e morale: Il poeta, se e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il fanciullo detta dentro, riesce ispiratore di buoni e civili costumi, d’amor patrio e familiare e umano. A ben guardare è il sentimento poetico il quale fa pago il pastore della sua capanna, il borghesuccio del suo appartamentino ammobiliato. E’ la poesia che persuade l’uomo ad accontentarsi del poco e del suo stato, perché pone un soave e leggero freno all’instancabile desiderio, quello di crescere socialmente. La poesia, dunque, invita alla fratellanza contro la comune infelicità, e non alla lotta di classe che divide; invita alla conciliazione delle contraddizioni, ad una comunione degli uomini nella rassegnazione per una impossibile felicità. Ma tale rassegnazione, è evidente, lascia regressivamente il mondo com’è, con le sue disuguaglianze, le sue miserie, le sue sopraffazioni.

3.3.    La poetica del “Fanciullino”

Nelle pagine del “fanciullino” Pascoli esprime il suo concetto il poetica: il poeta è colui che si fa simile a una fanciullino nello scoprire con ingenuità e primitività quello che le cose suggeriscono; in ognuno è latente, dorme un fanciullino: il poeta è colui che riesce a svegliarlo, a farlo parlare dentro di sé e a comunicare i significati agli altri uomini. L’atteggiamento del poeta  di fronte alla realtà è dunque quello proprio del fanciullino: stupore e meraviglia, curiosità e loquacità, capacità di dare i nomi alle cose con simboli  e metafore, per scoprirne il significato nascosto, capacità di assimilare tra loro il piccolo e il grande. Questo spiega l‘uso di un linguaggio polivalente,  fonico e simbolico, e da ragione anche del venire meno della personalità  del poeta davanti alla poesia delle cose, cosmica ma particolaristica al tempo stesso.

La poesia di Pascoli è una poesia nuova che si allontana da quella romantica per aderire alla cultura del Decadentismo; infatti nelle sue opere sono presenti molti caratteri del Decadentismo: la sfiducia nei valori della storia e della tradizione, l’individualismo esasperato, la malinconia, la solitudine, l’infanzia sentita come la sola età felice della vita e come rifugio dagli affanni dell’esistenza l’uso di un linguaggio nuovo e originale.

Pascoli, al contrario di Carducci, rifiuta gli schemi metrici della poesia tradizionale e crea strofe e versi di misura inedita; utilizza un linguaggio nuovo fatto di vocaboli tratti dalla vita quotidiana e dal dialetto accostati a termini letterali; mira ad ottenere un’intensa musicalità nei versi, anche con l’uso frequente d’onomatopee: la sua attenzione per poetica di valorizzare gli effetti musicali del verso, tendenza che perdura fino ai nostri giorni.

3.4.     Le tecniche della poesia del fanciullino

Se la poesia appartiene al fanciullino, è evidente che essa dovrà rinunciare all’eloquenza, alla dottrina, all’ammirazione. Il fanciullino s’ispira allo stormire delle fronde, al canto dell’usignolo, all’arpa che tintinna; rifugge i  odi solenni da poeta-vate (come invece faceva il  maestro Carducci). E se il fanciullino vede le cose in maniera discontinua, slegata, accosta immagini in maniera prelogica, se non irrazionale, così pure, frammentistica e analogica dovrà essere la sua poesia.

Il fanciullo vede solo i primi piani, non il prima e il dopo: tutto gli appare ugualmente importante, gli sfuggono le giuste dimensioni. Avremo perciò nella poesia pascoliana una disposizione paratattica, che giustappone, una dopo l’altra, le sequenze, senza rielaborarle nel giusto ordine. Inoltre, il fanciullo non soffre di complessi di superiorità nei confronti della natura; semmai si immerge in essa, parla con gli animali e alle nuvole, s’immedesima coi fili d’erba. Le sue parole sono quelle incontaminate della gente semplice di campagna: parlate dialettali, gerghi di arti e mestieri, tutto concorre a ringiovanire l’espressione poetica.

Queste sono le radici dello sperimentalismo pascoliano, condotto a livello di forme e contenuti.

3.4.1.    Le tecniche del simbolismo

Pascoli è un poeta simbolista. Come i grandi decadenti tra Ottocento e Novecento, anche in lui la parola perde la propria funzione informativa, di messaggio puro e semplice, per caricarsi invece della soggettività dell’io-poeta, che si identifica col mondo e dice le cose non come sono, ma come le sente.

Perciò il paesaggio di Pascoli non è mai sintetico, mai ordinato. A lui non interessa offrire al lettore tutti i dati importanti di un certo quadro.  All’inverso, moltiplica i punti di vista, accavalla i piani della visione; manca un centro prospettico, i particolari dominano sull’insieme. La poesia di pascoli è insomma poesia analitica. Il suo sguardo si fissa su tanti particolari diversi, così che ciascuno di questi si faccia di volta in volta centro della rappresentazione.

L’opera di Pascoli segna uno spartiacque nella poesia italiana moderna: rompe infatti con la tradizione, rifiutando i generi e le forme del passato, per dare vita ad un linguaggio del tutto nuovo.

Da un punto di vista metrico, Pascoli ci appare insieme tradizionalista e rivoluzionario. Anzitutto conserva molti metri del passato, sembra addirittura voler approfittare di tutte le forme offertegli dalla tradizione italiana. Inoltre mantiene l’uso delle rima, che invece i romantici avevano messo in discussione preferendole l’endecasillabo libero; e non giunge fino al verso libero, che sarà proposto poco più tardi dai poeti del Novecento. Ma entro questa tradizione egli effettua un profondo cambiamento. Spesso i versi, già spezzati da punti e virgole, non coincidono affatto con le frasi; i periodi, per lo più brevissimi, si accavallano, come a tradurre la crisi che è subentrata nella visione del mondo. Il verso pascoliano è ora spezzato dalle cesure e come singhiozzante, ora invece dilatato nell’enjambement. l ritmo poetico tende spesso ad avvicinarsi alla nenia, alle cantilene nei bambini. Ciò rimanda a un’idea della poesia come pausa dai dolori dell’esistere e come desiderio di ritorno all’infanzia; a una poesia – fanciulla, che rifugge dalle costruzioni logiche e impiega pochi verbi e frasi brevi, nell’assoluto prevalere della coordinazione sulla subordinazione. Il risultato è un discorso poetico in cui le immagini si collegano le une alle altre solo per analogia, in maniera cioè indiretta.

3.4.2.   Un poeta impressionista

Quanto al tono poetico, Pascoli predilige accostare le immagini l’una all’altra, per lo più con impasti delicati, aloni e sfumature. Perciò lo si è definito un poeta impressionista. Frequentemente infatti Pascoli usa le immagini del fumo, della nebbia dei fuochi, e verbi come esalare, vaporare, vanire, a indicare gli incerti contorni che avvolgono le cose.

 

3.4.3.   Linguaggio e lessico

Il ricorso sistematico di Pascoli all’analogia rappresenta una rivoluzione nelle tecniche della poesia tradizionale: i suoi periodi si collegano tra loro non logicamente, ma analogicamente, cioè per simboli. Gli aggettivi valgono non per ciò che sono ma per ciò che, di essi, la coscienza soggettiva coglie.

Un’altra tecnica usata da Pascoli allo scopo di suggerire i contorni più incerti e indefinibili delle cose, è la sinestesia (e talvolta l’ossimoro): essa accosta parole provenienti da aree distanti per significato: l’esempio più famoso a riguardo è “odore di fragole rosse” (Gelsomino notturno). Pascoli ha sfruttato per la prima volta in Italia il linguaggio onirico, cioè gli elementi offerti alla lingua dal linguaggio irrazionale del sogno. È il Pascoli visionario, che mette sullo stesso piano irreale e reale, sognando a occhi aperti.

Lo sperimentalismo di Pascoli coinvolge anche il lessico. Il poeta-fanciullo si apre alle umili cose della campagna, e dunque amplia il vocabolario poetico, fino all’utilizzo di termini agrammaticali.

Pascoli si serve di onomatopee e forme dialettali (per lo più il dialetto della Garfagnana).

Pascoli vuole in sostanza costruire un linguaggio staccato dalla lingua comune e razionale, una forma espressiva che valga non per ciò che comunica, ma per i suoi suoni, allusioni e silenzi: un linguaggio in cui prevalga il significante sul significato.

3.5.    I testi

La poetica di Pascoli rientra nell’alveo del decadentismo. Tipica della poetica decadente è infatti l’assegnazione alla poesia di un compito di rivelazione: incapaci di penetrare con la ragione i segreti della natura, gli uomini possono averne una percezione grazie alla poesia. Ma a tale scopo è necessario, dice Pascoli, che diano assoluto ascolto all’eterno fanciullino che vive in loro, quale che sia il loro grado di cultura e la loro età. Questa del fanciullo non è certo una condizione anagrafica, ma una condizione interiore. Se l’individuo cresce il fanciullino resta sempre piccolo dentro di lui, ancora capace di avvertire la sorgiva bellezza delle cose. L’importante è non soffocarlo definitivamente dentro di noi. Egli sa ascoltare le voci segrete che provengono da quella parte dell’anima che è rimasta, appunto,  fanciulla. Si pone perciò con stupore di fronte alle cose, sa vederle in una prospettiva rovesciata. Il suo metro di giudizio differisce del tutto da quello degli uomini adulti, civilizzati; è un individuo di natura, non di cultura.

 

Ø     “Il nuovo Adamo”

Per Pascoli l’infanzia dell’uomo è analoga a quella dei popoli primitivi. Anch’egli, come loro, vive ingenuamente, senza cultura; la sua  è la lingua degli alberi, del vento, dei fili d’erba, degli uccelli…

[ I ] E dentro di noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tien fìssa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tìnnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell‘età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella, occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell‘angolo d‘anima d’onde esso risuona. E anche egli l’invisibile fanciullo, si pèrita vicino al giovane più che accanto all’uomo fatto e al vecchio, che più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo che ne sdegna la conversazione, come si vergogni d’un passato ancor troppo recente. Ma l’uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tòno e grave; e l’armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d’un usignolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora

[…].

[ III ] Ma è veramente in tutti il fanciullo musico? Che in qualcuno non sia, non vorrei credere ne ad altri ne a lui stesso: tanta a me parrebbe di lui la miseria e la solitudine. Egli non avrebbe dentro se quel seno concavo da cui risuonare le voci degli altri uomini; e il nulla dell’anima sua giungerebbe all’anima dei suoi vicini. Egli non sarebbe unito all’umanità se non per le catene della legge, le quali o squassasse gravi o portasse leggere, come uno schiavo o ribelle per la novità o indifferente per la consuetudine. Perché non gli uomini si sentono fratelli fra loro, essi che crescono diversi e diversamente si armano, ma tutti si armano, per la battaglia della vita; sì i fanciulli che sono in loro, i quali, per ogni poco d’agio e di tregua che sia data, si corrono incontro, e si abbracciano, e giocano […]. Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra di sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai i sassi, alle nuvole, alle stelle, che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva. Egli è quello che nella gioia pazza  pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d‘amaro e di dolce, i facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l’amore, perché accarezza esso come sorella  (oh! il bisbiglio di due fanciulli fra un bramire di belve), accarezza e consola la bambina che è nella donna. Egli nell’interno dell’uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell’uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell’anima di chi più non crede, vapora d’incenso l’altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora.

Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, che ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccale la selce che riluce.

E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nomi della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità : impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Ne il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo da un segno, un suono, un colore, a cui riconosco sempre ciò che vide una volta.

IL FANCIULLINO; I, III

Importante, nel capitolo I, è l’idea vichiana secondo cui la poesia è la prima forma di conoscenza e il primo linguaggio dell’umanità. Di rilievo è anche il rifiuto dell’età virile dell’uomo, vista come età impoetica, perché offuscata dall’eros e da tensioni conflittuali – aggressive. Pascoli le oppone la fanciullezza, in cui l’individuo sa vedere, e la vecchiaia, quando sa dire.

Centrale, nel capitolo III, è poi l’immagine del fanciullino come  Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Alla base stessa del decadentismo appartiene infatti l’idea che l’arte sia la forma sostitutiva dell’esperienza religiosa: qui Pascoli mima scopertamente il libro biblico della Genesi. A questa si accompagna l’altra, decisiva teorizzazione delle sovrumane qualità del poeta, benché mascherate da limitazioni infantili. Accanto al poeta-Dio c’è dunque il poeta-mago, con tutta la suggestione dei recenti esempi della poesia francese, da Baudelaire a Rimbaud.

Si noterà che lo stile rimane costantemente ricercato, solo in apparenza vicino all’espressione popolare, ma in realtà sintetico e analogico, tale da obbligare il lettore a uno sforzo di immedesimazione e quasi di auscultazione interiore.

 

Ø     “Il poeta è poeta”

Questo passo si riferisce ai momenti finali del “Fanciullino”. Qui Pascoli esprime il suo generico umanitarismo, la sua falsa ingenuità e soprattutto la polemica contro due grandi poeti a lui contemporanei: Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio, la cui poesia è tutt’altro che “fanciulla”…

[ X ] Così il poeta vero, senza farlo apposta e senza addarsene, portando, per dirla con Dante, il lume dietro, anzi, no, dentro, dentro la cara anima portando lo splendore e ardore della lampada che è la poesia; è, come si dice oggi, socialista, o, come si avrebbe a dire, umano. Così la poesia non ad altro intonata che a poesia, è quella che migliora e rigenera l’umanità, escludendone non di proposito il male, ma naturalmente l’impoetico. Ora si trova a mano a mano che impoetico è ciò che la morale riconosce cattivo e ciò che l’estetica proclama brutto. Ma di ciò che è cattivo e brutto non giudica, nel nostro caso, il barbato filosofo. È il fanciullo inferiore che ne ha schifo. […]

[ XI ] II poeta, se e quando è veramente poeta, cioè tale che significhi solo ciò che il fanciullo detta dentro, riesce perciò ispiratore di buoni e civili costumi, d’amor patrio e familiare e umano. Quindi la credenza e il fatto, che il suon della cetra adunasse le pietre a far le mura della città, e animasse le piante e ammassasse le fiere della selva primordiale; e che i cantori guidassero e educassero i popoli. Le pietre, le piante, le fiere, i popoli primi, seguivano la voce dell’eterno fanciullo, d’un dio giovinetto, del più piccolo e tenero che fosse nella tribù d’uomini selvatici. I quali, in verità, s’ingentilivano contemplando e ascoltando la loro infanzia. Così Omero, in tempi feroci, a noi presenta nel più feroce degli eroi, cioè nel più vero e poetico, in Achille, un tipo di tal perfezione morale, che poté servire di modello a Socrate, quando preferiva al male la morte […].

Ma il poeta non deve farlo apposta.

Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di Stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del Maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemmeno, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l’oro, che altri gli porga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il  modo col quale agli altri trasmette l’uno e l’altra. Egli, anzi, quando li trasmette, pur essendo in cospetto d’un pubblico, parla piuttosto tra sé, che a quello… Ora il poeta sarà invece un autore di provvidenze civili e sociali? Senza accorgersene, se mai. Si trova esso tra la folla; e vede passar le bandiere e sonar le trombe. Getta la sua parola, la quale tutti gli altri, appena esso l’ha pronunziata, sentono che è quella che avrebbero pronunziata loro. Si trova ancora tra la folla: vede buttare in istrada le masserizie di una famiglia povera. Ed esso dice la parola, che si trova subito piena delle lagrime di tutti. Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta. Ma non è lui che sale su una sedia o su un tavolo, ad arringare. Egli non trascina, ma è trascinato; non persuade, ma è persuaso […].

 IL FANCIULLINO; X, XI

 Il fulcro del discorso di Pascoli è estetizzante: la poesia si giustifica sul solo piano estetico. Da ciò dipende il rifiuto del fanciullino di tutto ciò che è brutto, che equivale al cattivo. Da qui, in particolare proviene il rifiuto della funzione civile ed ideologica del poeta-vate carducciano.

Il poeta, scrive Pascoli, non è autore di provvidenze; per lui vale la sola fruizione autonomistica . “L’arte per l’arte”, insomma, secondo il famoso motto parnassiano.

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