Il fascismo

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di Antonio Abbate

Si riporta qui la definizione di fascismo data, nel 1921, da colui che ne fu l’ideatore e il capo, cioè Benito Mussolini:

« Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro. »

Il fascismo nacque ufficialmente il 23 marzo 1919 a Milano. Quel giorno a Piazza san Sepolcro, all’interno di Palazzo Castagni, si radunò un piccolo gruppo di circa 120 ex combattenti, interventisti, arditi e intellettuali, che fondarono i Fasci italiani di combattimento. Il programma di questo gruppo fu essenzialmente volto alla rivendicazione dei diritti degli ex-combattenti, al “sabotaggio con ogni mezzo delle candidature dei neutralisti”. Seguì quindi un programma economico-sociale che prevedeva – fra l’altro – l’abolizione del Senato, tasse progressive, pensione a 55 anni, giornata lavorativa di otto ore, abolizione dei Vescovati, sostituzione dell’Esercito con una milizia popolare ecc. Un fondamentale contributo alla nascita del fascismo fu dato dal movimento dello Squadrismo, ovvero l’organizzazione di squadre paramilitari con le quali si realizzò una sistematica demolizione dei movimenti politici rivali (socialisti, popolari, comunisti, sindacalisti) e la progressiva occupazione di posizioni chiave nelle amministrazioni comunali. Le squadre, che, a detta di Mussolini, giunsero a raccogliere 300.000 aderenti, fornirono il nerbo della forza eversiva con la quale, il 28 ottobre 1922 il Fascismo marciò su Roma convincendo il sovrano Vittorio Emanuele III a farsi consegnare le redini del governo. Con l’arrivo al potere, Mussolini intraprese una politica di riassetto delle casse dello stato, di liberalizzazioni e riduzioni della spesa pubblica. D’altro canto diede seguito ad una serie di rivendicazioni delle associazioni combattentistiche, garantendo le pensioni e le indennità ai reduci e ai mutilati e rendendo obbligatoria la giornata lavorativa di otto ore agli operai. La presenza tuttavia di un’ala oltranzista nel PNF, rappresentata da elementi estremisti come Italo Balbo e Roberto Farinacci, impedì la “normalizzazione” delle squadre d’azione, che continuarono ad imperversare nel paese spesso fuori da ogni controllo. Ne fecero le spese numerosi antifascisti, il più importante dei quali, Giacomo Matteotti, che accusò in Parlamento Mussolini di aver vinto grazie a brogli elettorali, venne assassinato il 10 giugno 1924 nel corso del suo rapimento. La cosiddetta “crisi Matteotti” che ne seguì mise il governo Mussolini di fronte ad un bivio: continuare a governare in modo legalitario, rispettando quantomeno nella forma lo Statuto, oppure imprimere una svolta autoritaria. Mussolini, premuto dai ras dello squadrismo, optò per la seconda scelta. Il fascismo divenne dunque dittatura.

I passaggi successivi con cui il governo Mussolini si trasforma in dittatura sono i seguenti:

Mussolini respinge l’accusa di essere mandante dell’omicidio di Matteotti ma rivendica la “responsabilità politica storica e morale” degli avvenimenti e del clima di violenza di quei mesi. Annuncia provvedimenti straordinari contro la Secessione dell’Aventino e minaccia di usare la Milizia contro le aggressioni dell’opposizione a membri dei Fasci e a militari.

Patto di Palazzo Vidoni che riduce i sindacati a due, uno per i lavoratori e l’altro per il padronato, abolisce il diritto di sciopero per gli operai e di serrata per il padronato e riconduce le controversie fra lavoratori e datori di lavoro all’arbitrato dello stato e delle corporazioni.

Tutti i poteri vengono affidati a Mussolini: il capo del governo viene dichiarato non più responsabile di fronte al Parlamento, ma solo nei confronti del sovrano.

Mussolini abolì la libertà di stampa per gli antifascisti, i partiti e le organizzazioni antifasciste.

Il Narodni Dom (Casa del popolo), centro culturale degli Sloveni incendiato dai fascisti a Trieste nel 1920. In seguito alla crisi del 1924-25 il regime fascista – fino ad allora al governo in maniera statutaria – subirà una svolta autoritaria che porterà all’abolizione delle libertà democratiche e alla realizzazione di una dittatura autoritaria. Nel corso dei due decenni di governo, detti Ventennio, il fascismo cercherà anche di imporre la propria visione antropologica al popolo italiano attraverso politiche educative, culturali, eugenetiche e infine attraverso una legislazione razzista ed antisemita. In politica estera, il regime promuoverà prima una blanda revisione dei trattati di pace del 1919 per assicurare contemporaneamente una maggiore forza all’Italia e la stabilità in Europa, ma in seguito al sorgere del nazismo in Germania a metà degli anni trenta, il regime si vedrà costretto ad una spirale di scelte tali che nel suo ultimo quinquennio il fascismo finì col legarsi sempre più al regime nazista, con il quale finirà coinvolto nella seconda guerra mondiale. L’esperienza bellica sarà disastrosa per il regime e per il paese.

Le sconfitte sui fronti d’Africa e Russia con la conseguente invasione alleata delle regioni meridionali italiane portò alla caduta del governo di Mussolini ed al suo arresto e la nomina del generale Badoglio come primo ministro: in una sola giornata venti anni di regime – oramai completamente privato di consenso popolare – vennero spazzati via e quindi ad una divisione della penisola in due tronconi, occupati rispettivamente dalle forze dell’Asse al nord ed Alleati al sud. Questa divisione consentì una temporanea rinascita del fascismo nelle regioni settentrionali, dove esso organizzò uno Stato di fatto (Repubblica Sociale Italiana, RSI) riconosciuto solo dai paesi dell’Asse. Alla fine di aprile 1945 con il crollo del fronte e l’insurrezione popolare proclamata per il giorno 25 dal Comitato di Liberazione Nazionale, la RSI fu spazzata via. I suoi elementi dirigenti – compreso Mussolini – catturati dai partigiani, furono fucilati fra 28 e 29 aprile 1945. Con la morte di Mussolini l’esperienza fascista può essere considerata conclusa.

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