Il linguaggio radiofonico per Carlo Emilio Gadda

Analisi: il linguaggio radiofonico

Obiettivi:

  • sintetizzare il contenuto dei 3 capoversi: il primo e il terzo in 20 parole circa e il secondo in 50 parole circa.
  • evidenziare le direttive di comportamento per i redattori della radio e le motivazioni addotte.
  • individuare parole o giri sintattici di sapore aulico e arcaizzante

Valutazione:

  • comprensione (p. 3)
  • analisi (p. 3)
  • argomentazione personale (p.4)

Tempo: 4 ore

Traccia:

Analizza il linguaggio e il contenuto del pezzo di Gadda. Per attualizzare l’analisi rispondi alle seguenti domande:

1 – Il rapporto comunicativo tra mezzi  e utenti oggi si presenta in termini analoghi o diversi dall’epoca di Gadda?

2 -Quali raccomandazioni si dovrebbero fare oggi a conduttori, presentatori, commentatori di programmi radiofonici e televisivi?

Lo scrittore Carlo Emilio Gadda (1893-1973) scrisse questo testo nel 1953 per gli uffici della RAI illustrando come devono essere scritti i testi da trasmettere perché siano compresi e graditi dagli ascoltatori.

Il tono accademico o dottrinale è da escludere: solo per eccezione adeguatamente giustificata dall’occorrenza, potrà ammettersi il tono sostenuto della prolusione universitaria, il timbro patetico e solenne del “discorso per la morte di Giuseppe Garibaldi” (Carducci) o la bronzea sintassi de “L’opera di Dante” (Carducci). Resosi defunto anche Gabriele d’Annunzio, la “orazione” è alquanto decaduta nel gusto del pubblico.

Il pubblico che ascolta una conversazione è un pubblico per modo di dire: In realtà si tratta di “persone singole”, di mònadi ovvero unità, separate le une dalle altre. Seduto solo nella propria poltrona egli dispone di tutta la sua segreta suscettibilità per potersi irritare del tono inopportuno onde l’apparecchio radio lo catechizza. E’ bene perciò che la voce, e quindi il testo affidatole, si astenga da tutti quei modi che abbiano a suscitare l’idea di una allocuzione compiaciuta, di un insegnamento impartito, di una predica, di un messaggio dall’alto. Il radiocollaboratore non deve presentarsi al radioascoltatore in qualità di maestro, di pedagogo e tanto meno di giudice, ma in qualità di informatore, di gradevole interlocutore, di amico.

All’atto di redigere il testo di un parlato radiofonico si dovrà dunque evitare in ogni modo che nel radioascoltatore si manifesti il cosiddetto “complesso di inferiorità culturale”, cioè quello stato di ansia, di irritazione, di dispetto che coglie chiunque si senta condannare come ignorante dalla consapevolezza, dalla finezza, dalla sapienza altrui. Questo complesso determina una [interruzione del contatto] tra il dicitore e l’ascoltatore, crea una zona di vuoto, un “fading” [appassire] spirituale nella recezione.

fonte: http://www.mlt.it/collegamenti/quinta/italian5/anal5/radiofo.htm