Il nome della rosa


di Umberto Eco

Marco Tonello

 

Anno di pubblicazione: 1980

 

TRAMA

In una abbazia benedettina nell’Italia settentrionale alle soglie del XIV secolo viene consumato un delitto inspiegabile: Adelmo, un abile frate minatore, viene ritrovato morto ai piedi del dirupo al quale si affacciava la biblioteca del monastero. Guglielmo da Baskerville, un francescano che stava tenendo una serie di incontri con gli abati dell’Italia centro-settentrionale, trovandosi nell’abbazia, viene incaricato dall’abate, che faceva affidamento sulle sue doti di ex-inquisitore, di far luce sul mistero. Nel giro di poche ore un altro frate, Venazio, viene assassinato e Guglielmo deve cos’ indagare con il suo fedele discepolo Adso da Melk, in un caso ben più complicato del previsto. La mano occulta continua a colpire nel silenzio e altri due frati, Berengario e Severino, sono trovati morti, il diabolico assassino sembra seguire alcuni versetti dell’Apocalisse che preannunciano i segni che precedono l’Anticristo. I misteri sono troppi e troppo nascosti ma tutto sembra ruotare attorno ad un libro e ad una stanza irraggiungibile, il “finis Africae”, celata nell’immensa biblioteca che come un enorme labirinto custodiva milioni di volumi ed era inaccessibile a tutti monaci ad eccezione del bibliotecario, frate Malachia. Sono passati ormai quattro giorni e Guglielmo si trova ancora in alto mare quando giunge nell’abbazia Bernardo Guidoni, malvagio inquisitore che grazie a un processo con prove indiziarie e poco attendibili arresta coloro che erano, suo avviso, i colpevoli del delitti: Remigio, il frate cellario e Salvatore, entrambi in realtà  innocenti ma incriminati perché invisi al Guidoni. I frati avevano infatti un passato da “eretici”, perché avevano preso parte alle scorribande di Dolcino, frate bruciato sul rogo a Biella nel 1305. Soddisfatto del suo operato Gui lascia l’abbazia ma già  il giorno seguente viene ucciso Malachia. Ormai le vicende cominciano a quadrare nella mente astuta di Guglielmo che viene però invitato dall’Abate ad andarsene, forse sapeva già  più del dovuto. Nella notte del sesto giorno la tragica risoluzione del mistero: il colpevole era ovviamente il più insospettabile dei monaci, Jorge, che , nonostante la vecchiaia e la cecità , aveva cosparso del veleno sulle pagine di un libro che non voleva arrivasse nelle mani di nessuno: l’unica copia esistente del secondo libro della Poetica di Aristotele. Dopo che anche l’Abate, l’ultima persona a conoscenza dei segreti della biblioteca, viene ucciso, Guglielmo scopre il modo di accedere nel finis Africae dove trova Jorge e il libro tanto desiderato dai frati uccisi. Il finale è apocalittico: l’intera abbazia prende fuoco, vanno in fumo i suoi enormi tesori e Jorge muore nella biblioteca dove brucia anche il prezioso manoscritto. A Guglielmo e Adso non resta altro che lasciare sconsolati quel luogo benedetto da Dio ma maledetto da gli uomini.

 

EDIZIONE CONSULTATA

I grandi tascabili Bompiani, 1999. Dopo tre anni dalla prima pubblicazione del romanzo è apparso in giugno su “Alfabeta” il testo: Postille a “Il nome della rosa”. Sono poche pagine molto utili per l’analisi del romanzo in quanto in esse lo stesso Eco dichiara che vuole “…raccontare perché e come ha scritto”. Infatti “…quando l’autore dice che ha lavorato nel raptus dell’ispirazione, mente. Genius is twenty per cent inspiration and eighty per cent perspiration...quando lo scrittore dice che ha lavorato senza pensare alle regole del processo, vuol solo dire che lavorava senza conoscere la regola…”.

 

IL TITOLO

Per Umberto Eco “…il romanzo è una macchina per generare interpretazioni…”, chiavi di lettura date dal lettore per giustificare azioni, pensieri, descrizioni o interi avvenimenti. Al romanzo vanno attribuiti dei significati perché altrimenti il lavoro dell’autore sarebbe vano. Eco è fermo sostenitore di questa ideologia ma, a suo avviso, perché essa sia efficace occorre che il narratore non fornisca interpretazioni della propria opera e, purtroppo “… il titolo di un romanzo è già  una chiave interpretativa…”. Cos’ si spiega perché il titolo del suo romanzo è emblematico e apparentemente non riguarda per nulla la storia narrata: “…un titolo deve confondere le idee non irreggimentarle…”. Questo titolo nasce da un esametro latino posto proprio alla fine del racconto: “stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. Nelle Postille l’autore spiega che si tratta di un verso da De contempo mundi di Bernardo Morliacense, un benedettino del XII secolo. Il messaggio che esprime è contenuto nell’idea che di tutte le cose scomparse ci restano solo nomi “…il lettore tragga le sue conseguenze…”. L’autore voleva intitolare l’opera come Abbazia del delitto ma cos’ si fissa troppo l’attenzione del lettore sulla sola trama poliziesca, oppure Adso da Melk ma un titolo cos’ neutro fu scartato dagli editori. “L’idea del Nome della rosa mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica cos’ densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie alle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima”. Il povero lettore, spaesato e stordito da queste affermazioni, non può far altro che azzardare ipotesi di interpretazioni, sicuro che in qualunque caso saranno gradite all’autore visto che lo stesso Eco afferma “…nulla consola maggiormente un autore di un romanzo che lo scoprire letture a cui egli non pensava e che i lettori gli suggeriscono…”. Cos’ io vedo nella rosa il simbolo di frate Guglielmo, sillogismo suggerito pensando che la rosa richiama un antico stemma dell’Inghilterra, paese nativo di Guglielmo. Ai posteri non resterà  che il suo nome a perpetuarne le gesta, gli sforzi e soprattutto le idee di cui era spavaldo sostenitore. Oppure il titolo è un invito a ricordare non le gesta, ma le parole dei personaggi, a prestare più attenzione al livello didascalico dell’opera e non alla trama poliziesca.

 

GENERE

Romanzo (ma nello stesso tempo romanzo storico, giallo, filosofico e anche altro)

 

TIPOLOGIA

Il testo è cos’ aperto e vario nelle sue forme che può sintetizzare varie tipologie di romanzo. Innanzitutto è un romanzo storico di massimo livello in quanto il passato non è solo uno sfondo animato da personaggi storici. Come nei Promessi Sposi, ogni singola azione di un qualsiasi personaggio è tipica dell’epoca, il modo di pensare è centrato sui parametri di quel periodo e le vicende inventate si intrecciano verosimilmente con eventi storici e personaggi reali. Il testo può anche essere considerato un romanzo di formazione se si pone attenzione alla crescita culturale e morale del giovane Adso da quando alle pendici del monte è stupito dall’astuzia del maestro fino a che alla fine del racconto sarà  lui stesso formulare ipotesi e tesi. Infine nel romanzo convivono due livelli di narrazione: se si dà  maggiore evidenza alla trama, emerge l’anima poliziesca del romanzo;se invece ci si concentra sulle parole dei personaggi, emerge la caratteristica didascalica dell’opera.

 

DIVERSITA’ DA ALTRI ROMANZI

Già  nel 1980, alla sua prima pubblicazione, era presente un’introduzione dell’autore nella quale afferma che il romanzo è stato ricavato da un manoscritto che ritrovò per caso e che, dopo aver preso alcuni appunti, perse a causa di varie vicissitudini. L’idea del manoscritto non sembra voler creare un alone di mistero o di maggiore credibilità  all’opera, anzi è una “citazione”, la volontà  di riproporre un espediente ricorrente nella letteratura settecentesca e ottocentesca. Queste almeno sono le impressioni che fa nascere nel lettore quel naturalmente … dal tono cos’ sarcastico posto all’inizio dell’introduzione.

 

STRUTTURA

Il “manoscritto di Adso” è diviso in sette giornate e ciascuna giornata in periodi corrispondenti alle ore liturgiche: mattutino, laudi, prima, terza, sesta, nona, vespro e compieta.

 

NARRATORE

Il sistema della narrazione è molto complesso in quanto l’autore racconta una storia con le parole di un altro (Adso), avendo avvertito nella prefazione che le parole di quest’ultimo erano state filtrate da almeno altre due istanze narrative, Mabillon e l’abate Vallet. La narrazione risulta cos’ su di un quarto livello di incassamento: l’autore dice che Vallet diceva che Mabillon ha detto che Adso disse… Le ragioni di questo complesso meccanismo ci vengono chiarite nelle Postille : Eco voleva raccontare non solo del Medio Evo, ma anche nel Medio Evo e per bocca di un cronista dell’epoca. L’autore era in quegli anni un narratore esordiente e afferma ” …. mi vergognavo a raccontare….”: Il problema si risolse creando la maschera Adso ma anche allontanando il più possibile la sua narrazione dalla prima stesura di Adso, ecco perché la narrazione è di quarto livello. E’ anche ovvio che Adso impone il suo punto di vista a tutto il racconto. Tuttavia si riproponeva un altro problema: Adso racconta a ottant’anni quello che ha visto a diciotto. In tutto il romanzo sono due le voci che si rincorrono quella di Adso giovane e quella di Adso vecchio. Poiché entrambi non hanno capito a fondo ciò che hanno vissuto Eco è riuscito a ” far capire tutto attraverso le parole di qualcuno che non capisce nulla”.

 

STILE

Secondo il manoscritto il testo è una traduzione dal francese di Vallet che, a sua volta, lo aveva tradotto dal latino di Asdo. In realtà  sappiano che Eco si è ispirato al modo tipico di narrare dei cronisti medioevali, ha studiato il loro timbro e andamento e lo ha riproposto. Il romanzo assume un tono didascalico che convive con un tono cronistico senza però bruschi contrasti. 11 tono è didascalico perché tale era lo stile del cronista medioevale, voglioso di introdurre nozioni enciclopediche ed è allo stesso tempo giornalistico perché la cronaca era allora il modo preferito per raccontare gli avvenimenti ” se noi oggi parliamo di cronaca è perché allora si scrivevano tante cronache”.

 

LUOGHI

L’intera vicenda si svolge tra le mura di un’abbazia benedettina che sorgeva in una zona imprecisa tra Pomposa e Conques, forse lungo il dorsale appenninico tra Piemonte, Liguria e Francia.

L’abbazia è stata creata dalla mente dell’autore che, per un intero anno, si è dedicato alla ricerca di materiale e alla creazione di un vero e proprio mondo immaginario nel quale si doveva muovere con estrema facilità  e conoscendo alla perfezione ogni suo singolo ambiente. In questo intento è riuscito talmente bene che i suoi dialoghi furono definiti “cinematografici” dato che duravano esattamente il tempo necessario ai personaggi per spostarsi da un luogo all’altro dell’abbazia. 11 monastero è ovviamente pieno di misteri, passaggi segreti, stanze nascoste: tutti ingredienti necessari per la buona riuscita dell’intreccio giallo. 1 due luoghi più importanti sono sicuramente il labirinto e la chiesa. Quest’ultima appare come un luogo di rifugio e di conforto, mentre il labirinto inaccessibile per i monaci sembra rievocare il simbolo biblico dell’albero del bene e del male: cos’ come ad Adamo era stata vietata la conoscenza di ciò che era giusto ,o sbagliato, cos’ ai frati era vietato questo luogo che custodiva il sapere utile o dannoso di quel tempo.

 

TEMPO

Gli eventi narrati si svolgono alla fine del novembre 1327 e coprono la durata di sette giorni. 11 ritmo è regolare, le accelerazioni le pause narrative sono dislocate con estremo equilibrio. In questo senso i lunghi flash-backs, necessari a spiegare gli eventi passati ( storia di Dolcino, e le digressioni descrittive ( descrizione del portale della chiesa, del tesoro della cripta, dell’Edificio… ) sono abilmente bilanciate con altrettante sequenze fortemente narrative. Inoltre quando l’attenzione del lettore viene man mano a mancare, giungono puntuali le 4nticipazioni di Adso: frasi brevi ed incisive ma sufficienti a risvegliare il desiderio di lettura. La regolarità  del ritmo è anche determinata dalla costante scansione temporale del giorno e della notte che lascia ben poco spazio alle ellissi implicite ed esplicite. “… Un grande romanzo è quello in cui l’autore sa sempre a che punto accelerare, frenare e come dosare questi colpi di pedale nel quadro di un ritmo di fondo che rimane costante”.

 

CONTESTO

Le vicende si svolgono agli inizi del XIV secolo, periodo medievale scelto dall’autore per pure ragioni pratiche. Il contesto storico considera la Chiesa di questi anni, le lotte interne tra minoriti francescani e frati benedettini, lotte contro i pontefici corrotti che soggiornano ad Avignone e il continuo contrasto tra i sovrani europei e il potere ecclesiastico, le guerre tra guelfi e ghibellini. Nel romanzo rivivono alcuni personaggi storici che agiscono sullo sfondo delle vicende sopra citate: Michele, minorita francescano acceso difensore dell’integrità  del suo ordine contro false insinuazioni del papa e Bernardo Guidoni, perfido inquisitore benedettino, agiscono direttamente nella storia; ci sono poi Giovanni XXII, pontefice bramoso di potere e di ricchezze; Bonifacio VIII, Dolcino, frate ereticale bruciato sul rogo a Biella nel 1305 e Filippo il Bello che vengono solo presentati per bocca di altri. Il Medio Evo, conosciuto molto bene dall’autore, vive cos’ nel romanzo, vicende reali e immaginarie si intrecciano e diventano complementari. Le fonti sono numerose e vengono citate nelle postille, sono testi medievali e moderni la cui conoscenza è necessaria per dipingere un cos’ minuzioso affresco storico. Dice lo stesso Eco: ” IL presente lo conosco solo attraverso lo schermo televisivo, mentre del Medio Evo ho una conoscenza diretta”.

 

PROTAGONISTA

Il protagonista ideato dall’autore è Guglielmo da Baskerville, un frate francescano che vantava una carriera di astuto inquisitore e che nel 1327 era sceso in Italia per organizzare una serie di incontri tra delegazioni di frati benedettini fedeli a Giacomo Cahors, Giovanni XXII, e frati minoriti francescani fedeli agli ideali della loro regola di vita. Guglielmo viene descritto direttamente da Adso nelle prime pagine del romanzo: sua statura superava quella di un uomo normale… aveva occhi acuti e penetranti…il naso un po’ adunco confetiva al suo volto l’espressione di uno che vigili… Anche il mento denunciava in lui una salda volontà … poteva avere cinquanta primavere ma muoveva il suo corpo con una agilità  che a me sovente faceva difetto…durante il periodo che trascorremmo all’abbazia gli vidi sempre le mani coperte dalla polvere dei libri…egli possedeva una straordinaria delicatezza di tatto…”. La psicologia di questo personaggio è complessa e va via via modellandosi lungo le pagine del romanzo: è arguto, intelligente e tenace, come già  si può intuire dalla descrizione fisica, superiore agli altri, come sembra suggerirci la sua statura che “…superava quella di un uomo normale”, vigoroso, assetato di sapere, innamorato della cultura intesa non come semplice erudizione e con una mentalità  aperta alle novità  e a culture disprezzate in quel tempo. Per questa caratteristica sembra assumere tratti troppo moderni rispetto alla mentalità  dell’epoca in cui ha vissuto ma, ogni aspetto del suo carattere sembra essere proiettato verso il futuro: dalle strane macchine che aveva nella sua sacca, alle idee che perseguiva, alle lenti che portava a mo’ di occhiali (strumento allora sconosciuto). Guglielmo venerava come maestro Ruggiero Bacone, frate proveniente da Occam, famoso appunto per le sue idee all’epoca modernamente rivoluzionarie. Come il suo maestro, cercava. di leggere negli avvenimenti della natura, cercava indizi, formulava ipotesi e traeva conclusioni: il suo modo scientifico di procedere ha ben poco da invidiare a Galileo e Pitagora. Il suo modo di concepire la religione era “rivoluzionario” (o almeno cos’ appariva agli occhi di Adso) in quanto Guglielmo non era un “bigotto”, egli cercava cioè di debellare le obsolete convinzioni che la Chiesa aveva inculcato da secoli per essere portatore di una nuova mentalità  aperta a tutti e a tutte le culture, senza giudizi e preconcetti. Forse Guglielmo può sembrare freddo e calcolatore, ma non è cos’. Dice Eco: “…egli non ha un moto di pietà  ma proprio in questo consiste la sua pietas…”.

 

ALTRI PERSONAGGI

Adso, frate benedettino discepolo di Guglielmo, può essere considerato un coprotagonista in quanto svolge un ruolo di primo piano nelle vicende. Egli è utilissimo all’autore perché è attraverso i suoi occhi di diciottenne e il suo racconto di ottantenne che noi conosciamo le vicende. Giovane e inesperto questi sette giorni diventano per lui un vero e proprio periodo di formazione: all’inizio del romanzo è stupito di fronte alle qualità  deduttive del maestro (vedi cavallo Brunello) mentre alla fine è lui stesso che formula ipotesi e tesi e dà  a Guglielmo due informazioni fondamentali per risolvere il caso. Escludendo Adso, Guglielmo e i personaggi storici già  presentati, l’Abbazia è un piccolo universo separato dal resto del mondo, fitto di regole, ombre e misteri, una rappresentazione simbolica in scala ridotta del mondo reale. E’ popolata da frati che, come probabilmente avveniva in quel tempo, non erano esempi di perfetta santità , avevano le loro virtù ma anche inconfessabili vizi. Ecco i più importanti:

Malachia, il bibliotecario “…l’espressione di quest’uomo era per natura quella di chi celi o tenti di celare un inconfessabile segreto…”; Severino, l’erborista, amava la sua attività  e si dimostrò un valido aiuto per Guglielmo;

Jorge, vecchio e sapiente, cupo e cieco condannava i confratelli di non seguire una vita pura e attendeva la venuta dell’Anticristo;

Salvatore, frate che aveva un passato di minorita e di dolciniano e che si era rifugiato insieme a Remigio, il cellario, nell’abbazia.

Berengario, Venazio e Adelmo sono i primi tre frati a morire, frequentatori dello scrittorio e uniti da un tremendo segreto;

Bencio “… è vittima di una grande lussuria… come molti studiosi ha la lussuria del sapere. Del sapere per se stesso…”;

Ubertino, frate amico di Guglielmo col quale aveva condiviso in passato grandi avventure, personaggio mistico che agisce sempre e solo nella chiesa;

Nicola, il fabbro, grande lavoratore, è uno dei pochi personaggi totalmente positivi; l’Abate, persona contraddittoria, odiato da molti, desideroso di sapere, adulatore di se stesso.

Alinardo, Pacifico da Tivoli, Aymaro d’Alessandria e Pietro da Sant ‘Albano, personaggi di sfondo

 

TEMI E SIGNIFICATI

Un romanzo cos’ ampio e complesso può affrontare molteplici tematiche ed avere molti significati, chiavi di lettura, interpretazioni che sarebbe impossibile citarli tutti. Tra i temi affrontati ricordiamo: la lotta tra Chiesa e Impero, tra francescani e benedettini, la sete del sapere e le sue conseguenze, i modi di intendere la vita religiosa, gli ideali innovativi di cui è portatore Guglielmo. Se riflettessimo su queste tematiche ci accorgeremmo che non sono molte le differenze tra ieri ed oggi. Un elemento simbolico degno di attenzione è il libro e tutto ciò che appartiene al mondo dei libri: libri portatori di saggezza e di cultura ma anche di informazioni che potevano essere sconvolgenti all’epoca, la cultura portata dai libri, letta e interpretata può dare effetti contrastanti e dannosi, la chiusura del mondo cristiano agli “infedeli” viene rotta da Guglielmo che apprezza la genialità  degli scrittori orientali, lo studio è il fondamento di ogni mente che deve essere pronta e veloce nei suoi ragionamenti. Anche molti avvenimenti possono avere una libera interpretazione: l’incendio dell’abbazia può essere visto come l’Anticristo atteso da Jorge e da ciò si può dedurre che secondo l’autore la fine del mondo avverrà  a causa della follia degli uomini e non per un disegno divino; il processo dell’Inquisizione rimanda alla Giustizia d’oggi, spesso frettolosa e tendente a sbagliare; gli innovatori (Ubertino, Michele e lo stesso Guglielmo) sono spesso perseguitati perché andando contro una superata tradizione, minano i detentori del potere… cos’ era e cos’ è ancora. Va anche ricordata la morale degli umili, destinati ad essere sempre schiacciati dai potenti “…i semplici pagano sempre per tutti, anche per coloro che parlano in loro favore, anche per coloro come Ubertino e Michele, che con le loro parole di penitenza li hanno spinti alla rivolta…”. “Il romanzo è una macchina per generare interpretazioni” afferma Umberto Eco, e questa macchina funziona perfettamente anche perché il lettore sa che ogni suo sforzo sarà  molto apprezzato dall’autore che infatti dichiara: ” Nulla consola maggiormente un autore di un romanzo che lo scoprire letture a cui egli non pensava e che i lettori gli suggeriscono”

 

Marco Tonello