Il ribelle


nella letteratura italiana dell’800 e 900

Foscolo era ribelle in quanto sempre inquieto e inconsolabile. Egli si sentiva perennemente in esilio. Nell’Ortis si ribella contro le istituzioni (austriache e napoleoniche), mentre nella poesia A Zacinto chiude il componimento con la convinzione che nessuno piangerà sulla sua tomba.

Leopardi nell’ultimo periodo della sua produzione poetica, in particolar modo con la poesia A se stesso si presenta ribelle e anticonformistico più di quanto già appariva in alcune operette morali. scrive Walter Binni al proposito: “egli oppone ora con maggior fermezza la sua persuasione, la persuasione che gli uomini, mediante la loro ragione e la loro esperienza totalmente liberata dai miti, hanno scoperto la miseria della loro situazione esistenziale, la crudeltà della natura e del «brutto poter che, ascoso, a comun danno impera», ma insieme la dignità e le possibilità costruttive della loro consapevolezza: e che su questo fondamento di dolorosa, ma virile certezza, essi debbono non lasciarsi distrarre da inutili e fuorvianti miti e consolazioni o da inutili e sciocche lotte fratricide, debbono costruire la loro difficile civiltà nella solidarietà fraterna contro la natura che li opprime tirannicamente”. Ribelle contro la natura, ribelle contro il suo “secol superbo e sciocco” (come dirà ne La ginestra) Leopardi rappresenta una rivolta non di tipo sociale o politica, ma esistenziale e filosofico.

In Verga la ribellione si ritorce su se stessa, rivelando che lottare contro la propria predisposizione naturale o contro i padroni genera solo inutile violenza. Ne I Malavoglia ‘Ntoni non vuole più fare il pescatore, ma questo lo porterà anche in prigione e, soprattutto, tristemente, nella chiusa del romanzo alla scoperta di non poter più tornare indietro, di non poter riavere quello cui aveva deliberatamente rinunciato, cioè la tradizione, simboleggiata dalla casa del Nespolo. In Libertà i poveri contadini ribellatisi ai loro padroni nella vana speranza che i garibaldini portassero un riscatto sociale, verranno poi giustiziati dai loro stessi liberatori, con una bestialità pari a quella che loro stessi hanno dimostrato nei confronti dei padroni.

Marinetti si ribella contro le accademie, le biblioteche, i musei, la cultura accademica e tutto ciò che è PASSATO (confronta il Manifesto del Futurismo).

Il colonnello Di Pasquale (da La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda) si ribella invece contro la indifferenza, la furbizia, il clientelismo e l’ipocrisia, rappresentati dal Palombo e da tutti quelli che, per quieto vivere, volevano assegnargli lingiusta pensione di invalidità

Anche il Capitano Bellodi si ribella ad una situazione di omertà e dappocaggine per lui, cos’ razionale e moralista padano”, davvero inconcepibile. Dovrà scontrarsi con Don Mariano Arena, che a suo modo (è un capo mafioso) si ribella allo stato, ma con una distinzione morale fra uomini non condivisibile dal capitano Bellodi, che pure lo ammira per la sua malvagia altezza morale. (IL GIORNO DELLA CIVETTA di Leonardo Sciascia).

Guglielmo da Baskerville opera invece una ribellione più sottile, ma altrettanto profonda, alla cultura medievale di cui il giovane Adso da Melk è ingenuo portavoce, prospettando un valore per la materia e per la ragione intesa non come via alla conoscenza di Dio. Tutto ciò era inconcepibile per un uomo del medioevo, ma già possibile, almeno come prospettiva, nel trecento (fase di passaggio), epoca in cui è ambientato IL NOME DELLA ROSA  di Umberto Eco.