Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepúlveda

Sharing is caring!

Tematiche: l’uomo e gli animali
I gringo cacciano e
ammazzano cuccioli di tigrillo, unfelino, solo per il gusto di farlo, facendo
ammattire la madre dei cuccioli, mentre gli shuar non uccidono mai i tigrillo,
semmai uccidono altri animali, e comunque una pelle di tigrillo produce
manufatti utili per gli shuar per tutta una vita, mentre i bianchi non sanno
che farsene delle pelle di tigrillo.
La lotta uomo-animale
I riferimenti impliciti
sono il Moby Dick di Melville e Il vecchio e il mare di Hemingway. Rispetto ai
modelli, si noti, come analogia, il rispetto reciproco di uomo e animale, le
tattiche e l’estrema intelligenza che mostra l’animale per ritardare lo
scontro. Particolare qui il pianto di Antonio José.
Tematiche: l’uomo e la foresta
Evidente l’ambientalismo
ecologico dell’autore, che non a caso nella prefazione dedica questo romanzo a
Chico Mendes assassinato perché difendeva questo mondo l’unico che abbiamo.
Importante anche la dedica
ad un sindaco shuar. Tutto questo si contrappone alla deforestazione selvaggia,
agli stupidi cacciatori di oro, ecc…
Tematiche: la lettura
È l’antidoto contro il
male peggiore della vecchiaia: la solitudine
Tecniche narrative: spazi
L’ambiente è quello della
foresta amazzonica, tra il Nangaritza e i due affluenti ecuadoriani del Rio,
contrapposta a quello della Sierra: sulla Sierra si lavora la terra, nella
foresta si vive in un modo totalmente diverso (gli shuar ridono quando sanno da
Antonio cosa si fa nella Sierra).
El Idil’io è il paese dove
Bolìvar decide di vivere poi da solo, in un’umile capanna, a leggere romanzi d’amore.
In questo paese vivono solo avventurieri, e il sindaco.
Stile: Fabula e intreccio
Il protagonista non appare
subito. Quando entra in scena, viene narrata in flashback gran parte della sua
vita. In seguito, a dimostrare l’abilità e la conoscenza della foresta che José
ha acquisito grazie all’esperienza, si aprono nuovi squarci sul passato del
vecchio. Insomma c’è un continuo alternarsi dei tempi.
Stile: Ritmo narrativo
È lento perché alle
sequenze narrative, si alternano quelle descrittive e riflessive, e soprattutto
i racconti del passato di Antonio José. Così se l’arco di tempo degli
avvenimenti è piuttosto corto (pochi giorni) in realtà il romanzo riassume
quasi tutta l’esistenza di Antonio José.
Capitolo 1: Il dentista
Rubicondo Loachamín condivide
con lo scrittore e con il protagonista il rispetto per le tribù che vivono nella
foresta, ed esprime la sua idea vagamente anarchica spiegando ai suoi pazienti
che se soffrono per il mal di denti è colpa del governo, di qualsiasi governo
si tratti.
Capitolo 1: i Jíbaros
Non tutti gli indigeni
continuano a vivere come vivevano da millenni. Ce ne sono alcuni che sono stati
“messi al bando dal loro popolo, gli shuar perché degenerati e degradati dai
costumi degli “apaches”, i bianchi” (pag. 14)
Capitolo 2: il sindaco
Compare l’istituzione, e
il suo pomposo rappresentante, il sindaco, che ha una grande considerazione di
se stesso, ma in realtà è un rompiscatole, esattore e “inventore di tasse (pur
di spillare soldi agli altri) capitato lì per punizione per una caso di
concussione, inetto, sempre sudato, tanto che viene chiamato “lumaca” e
oltretutto è lì nella foresta da tanto tempo, ma ancora non ha capito niente
Capitolo 2: Il morto
La morte è sempre in
agguato nella foresta, soprattutto per i gringos.
Arriva una barca, nella
quale gli shuar portano un morto, un gringo. A questo punto il sindaco
grassoccio di El idillio ipotizza che siano stati gli stessi shuar ad averlo
ucciso con un colpo di machete alla gola, per impossessarsi dei suoi averi, ma:
1.
sono quattro i
tagli irregolari sulla gola del morto, e nessun machete ha quattro lame
2.
tutti i beni e
gli averi del gringo sono intatti, comprese alcune pelli di piccoli di tigrillo
3.
il cadavere
puzza di piscia di gatto
Il vecchio Bolìvar
interviene allora a spiegare che tutti questi indizi fanno capire che
quell’uomo è stato ucciso da una femmina di tigrillo, impazzita per la morte
dei suoi figli, e non dagli shuar.
Capitolo 3: Antonio José e le donne
Ha avuto una sola donna
nella sua vita: la moglie Dolores che ha amato, e che è morta di febbri
malariche. Con lei ha condiviso la povertà, i disagi nel passaggio dal paese di
San Luis, alla foresta, dove viene loro dato un pezzo di foresta da coltivare,
ma dove rischiavano di morire di fame.
A testimonianza del
rispetto che lui prova per l’altro sesso, non gli piaceranno i romanzi con
amori sensuali ed erotici, ma con storie sentimentali, strappalacrime, e con un
lieto fine.
Capitolo 3: Antonio José e gli indios
Dopo la morte della
moglie, e dopo la puntura di un serpente “x” il protagonista viene accolto in
una tribù di shuar, popoli primitivi della foresta amazzonica ecuadoregna. Da
essi impara come sopravvivere in quell’ambiente.
Quando però lui sarà
costretto a uccidere l’assassino di Nushiño, il suo compagno di caccia, dal
momento che lo farà usando non solo la cerbottana, ma anche un’arma da fuoco,
sarà esiliato dagli shuar, e non potrà più vivere con loro.
“Era come loro, ma non era
uno di loro, e non avrebbe avuto né una festa né un distacco allucinato”. (pag.
50)
Capitolo 4: Antonio José a El idil’io
Costretto a lasciare gli
indios, Antonio giunge a El Idil’io, dove scopre, quando ci sono le elezioni,
che sa leggere. Tra l’altro qui emerge la corruzione, poiché per tutti quelli
che votano “Sua Eccellenza il candidato del popolo” è pronta una bottiglia dell’alcolico
Frontera (tutti bevono, perché pare l’unico modo per poter andare avanti e non
disperarsi).
Capitolo 4: Antonio José e la scoperta della lettura
Ruba poi a un prete di
passaggio un libro su San Francesco, ma dopo un po’ di altri tentativi a vuoto
(tra cui il libro “Cuore” di De Amicis), scopre poi che il genere che ama di più
è quello dei romanzi d’amore, con tanti drammi, e tante sofferenze, mescolate
però a una grande felicità.
Capitolo 5: la seconda vittima del felino
Terminati i due capitoli
centrali retrospettivi, riprende la narrazione con quella femmina di “tigrillo”
impazzita, che vede ormai tutti gli uomini come assassini, non solo i “gringos”
che hanno ucciso i suoi piccoli e ferito a morte il maschio della famiglia, e
così uccide Napoleòn Salinas, un cercatore d’oro, nella solita maniera, cioè squarciandogli
la gola con i suoi artigli.
Capitolo 6: Antonio José legge un altro romanzo
Antonio inizia un altro
romanzo che parla di baci, ma gli shuar non baciano, e lui stesso aveva baciato
pochissimo sua moglie Dolores Encarnación del Santissimo Sacramento Estupiñán
Otavalo.
Questo libro parla anche
di Venezia, gondole, gondolieri e canali. Su questo Antonio ha le idee un po’
confuse.
Capitolo 6: terza vittima una mula
Nel frattempo la mula di
Miranda, detto Alkaselzer per l’insegna che campeggiava sul suo spaccio a 5 chilometri da El
Idil’io, corre ferita ai fianchi e squarciata nel petto, così viene uccisa per porre
fine alla sua agonia. Il sindaco ordina una spedizione verso lo spaccio di Miranda
per il giorno successivo.
Capitolo 6: il ricordo di qualche anno prima
A questo punto José
capisce che il sindaco gli sta per chiedere di partecipare alla spedizione più
o meno come era avvenuto anni e anni addietro, quando erano capitati dei
nordamericani nel villaggio, perché volevano fotografare gli shuar nel cuore
della foresta. Il sindaco aveva chiesto ad Antonio di accompagnarli. Quando uno
di quei gringos però aveva staccato dalla parete della sua capanna il ritratto
suo accanto a Dolores, Antonio li aveva cacciati via, minacciando il sindaco
con il fucile. Quando però uno di quei nord-americani era stato ucciso da un
nugolo di scimmiette, il sindaco gli aveva detto che o andava a riprendere il
suo cadavere e quello che trovava, oppure gli avrebbe tolto la capanna e
terreno, dal momento che il territorio della foresta è dello Stato.
Così lui aveva recuperato
il cadavere di quel gringo e la sua cintura con la fibbia argentata, e il sindaco
lo lasciò in pace.
Capitolo 6: il ritorno al presente
“Ma questa pace ora era di
nuovo minacciata dal sindaco, che lo avrebbe obbligato a partecipare alla
spedizione [con la solita minaccia dell’esproprio], e da artigli affilati,
nascosti chissà dove nel folto della foresta [il tigrillo]” (pag. 89)
Capitolo 7: scorpioni
Antonio José Bolívar Proaño
così parte insieme con il sindaco e un gruppo di uomini all’alba del giorno
seguente. Nel corso della marcia Antonio e gli altri uomini consigliano al sindaco
di togliersi gli stivali, che affondano nella melma, e di procedere a piedi
nudi, come loro. Lui non lo fa, perde uno stivale, lo cerca nella melma, e
scampa a un morso di scorpione solo perché Antonio getta un ramo in mezzo a
quella melma e lo tira fuori con attaccato uno di quegli scorpioni.
Capitolo 7: un altro ricordo
Antonio ricorda di quando
gli shuar gli hanno insegnato come affrontare la foresta ed i pesci minacciosi,
non solo i piranha, ma anche i bagre
guacamayo
, pesci enormi, di due metri e più di settanta chili di peso,
“inoffensivi, ma mortalmente amichevoli”, perché “quando vedevano in acqua un
essere umano, si avvicinavano per giocare, affibbiandogli in segno di
apprezzamento dei colpi di coda tali da spezzargli facilmente la spina
dorsale”.
Insomma, la formazione di
Antonio è avvenuta con gli shuar, e quindi, anche se ormai da tanti anni non è
più con loro, quello che ha imparato da loro non lo ha dimenticato più. Al
contrario, il sindaco è proprio il simbolo dell’uomo che non si adatta all’ambiente,
che non è attento alla realtà, ma applica alla foresta gli stessi schemi che
potrebbero andare bene solo in altri ambienti.
Capitolo 7: la stupidità del sindaco
Lo shuar sa come
affrontare la foresta, i bianchi nordamericani (gringos) o sudamericani (sindaco
e cercatori d’oro) no.
Così il sindaco
1)
vorrebbe un
falò, perché a scuola ha imparato che il fuoco allontana gli animali, ma in
quella situazione il falò avrebbe attirato lì il tigrillo, avrebbe illuminato i
suoi bersagli e nemici (gli uomini), che al contrario sarebbero stati solo
accecati dal fuoco, e si sarebbero trovati squartati senza neanche capire come;
2)
il sindaco fa
luce con la sua lanterna, facendo scappare i pipistrelli (che oltretutto
impauriti fanno i loro bisognini solidi sugli uomini della spedizione), mentre
invece i pipistrelli avrebbero fatto capire da quale parte provenivano le
minacce, poiché quando avvertono sintomi di pericolo, volano dalla parte
opposta;
3)
ammazza un
orso del miele, l’ animale più inoffensivo di tutta la foresta, credendo si
trattasse del tigrillo (oltretutto “porta sfortuna uccidere un orso del miele”).
Capitolo 7: terza e quarta vittima
Il tigrillo ha ucciso
prima Plascencio Puñán, mentre stava facendo un suo bisognino, cercatore di
smeraldi, non di oro, e poi Miranda Alkaselzer, che aveva visto che fine aveva
fatto il suo compagno, che aveva portato due code di iguana da mangiare insieme.
Miranda aveva impugnato il machete, ed era saltato sulla mula, ma era stato tutto
inutile davanti alla furia del tigrillo.
Capitolo 8: quarta stupidata del sindaco
Mentre sono in una
capanna, e il sindaco mostra la sua “cultura” spiegando ad Antonio e agli altri
uomini dov’è Venezia e come è fatta, si accorgono che qualcuno (il tigrillo) si
sta muovendo con cautela intorno alla capanna. Il sindaco, invece di aver
pazienza e aspettare che si avvicinasse ancora di più e fosse a tiro, “scaricò
il revolver all’esterno, sparando alla cieca contro il folto degli alberi”.
Capitolo 8: Antonio da solo contro il tigrillo
Definitivamente screditato
da Antonio agli occhi degli uomini, il sindaco non trova di meglio che proporre
ad Antonio, “visto che è così bravo” di continuare da solo la battuta di
caccia, promettendogli cinquemila sucres, mentre lui con gli altri uomini si
sarebbe diretto al villaggio per difenderlo dall’arrivo del felino impazzito.
Capitolo 8: Antonio è un cacciatore?
Antonio accetta, più che per
i soldi, per un “atto di pietà” nei confronti del felino. “la bestia cercava
l’occasione di morire faccia a faccia” in un duello che né il sindaco né gli
altri uomini avrebbero potuto capire.
Inizia così una battaglia
a due fra l’animale (che dimostra di esser più intelligente di tanti uomini) e
Antonio, che, a dispetto di quello che dicono gli abitanti di El Idil’io, non si
considera un cacciatore.
Capitolo 8: altri ricordi
Nel senso che per Antonio
i cacciatori veri “uccidono per vincere una paura che li fa impazzire, che li
fa marcire dentro”. Praticamente i cacciatori “veri” non sono costretti ad
ammazzare, lo fanno non per necessità.
Lui invece uccide solo
quando è costretto ad uccidere, per un atto di giustizia, come quando ha ucciso
un anaconda, oppure per un omaggio dettato dalla gratitudine, come quando ne ha
ucciso un altro, o infine per dare una mano ai coloni, come quando ha ucciso un
tigrillo che si accaniva sulle vacche e sulle mule.
Capitolo 8: lo scontro finale
È il momento di massima tensione
(spannung): ormai rimangono solo loro due, uno contro l’altro. La femmina di
tigrillo è ancora più inferocita, perché il suo compagno ferito dal gringo,
dopo alcuni giorni di agonia, muore.
Capitolo 8: ultimo ricordo
Comunque, anche in un
momento così intenso, Antonio ricorda che gli shuar non uccidono i tigrillo, perché,
“La carne non è commestibile e basta una sola pelle per fabbricare centinaia di
monili che durano generazioni” (pag. 119). Gli shuar uccidono solo tzanzas
(quelli che noi chiamiamo bradipi) perché, come gli ha spiegato il suo amico
Nushiño, un capo sanguinario, per sfuggire alla vendetta si è “trasformato in
un pigro tzanza, ma i bradipi sono tutti uguali ed è impossibile sapere quale
di loro nasconde lo shuar condannato. Per questo bisogna ucciderli tutti” (pag.
120)
Capitolo 8: l’epilogo
Bisogna però dire che
Antonio José alla fine del racconto non è per niente soddisfatto della sua
performance di cacciatore, e prova vergogna per la sua indegnità che non lo
rende vincitore di una battaglia come effettivamente apparirebbe agli occhi
degli altri abitanti di El Idil’io, ma solo un inutile carnefice, come sarebbe
apparso agli occhi degli shuar (i quali ritengono la doppietta uno strumento di
viltà e prediligono il combattimento corpo a corpo con frecce avvelenate).
Così Antonio si mette a
piangere (leggi pag. 131-132).
Capitolo 8: l’epilogo nel film
Per questo nel film
Antonio uccide la bestia con una cerbottana e un dardo intinto nel curaro, come
fanno gli indigeni, anche se questo finale è poco credibile. Infatti, se è vero
che così ripara idealmente alla morte dell’assassino di Nushiño, che ha causato
il suo allontanamento dalla tribù di shuar, d’altra parte non è verosimile che
il tigrillo si accasci di lato mentre compie l’ultimo balzo su Antonio per il
colpo di un dardo, per quanto letale, mentre è molto più probabile che accada
per un colpo di fucile, come scritto nel libro.
Capitolo 8: le ultime parole del libro
Il romanzo termina con una
professione di fede nella natura incontaminata dall’uomo, cioè con il messaggio
ecologista che sta alla base del testo.

 

(leggi pag. 132)
shares