Infanzia dietro il filo spinato di Bogdan Bartnikowski – di Arianna Cordori

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In occasione della visita ad Auschwitz e Birkenau, organizzata dai volontari della giornata mondiale della gioventù che quest’anno si è svolta in Polonia, a Cracovia, ho deciso di comprare ed in seguito leggere il libro “Infanzia dietro il filo spinato” scritto da Bogdan Bartnikowski, questo raccoglie un insieme di racconti e atroci ricordi di Bogdan. Egli è nato nel 1932 a Varsavia. Lo arrestarono insieme alla madre durante l’insurrezione di Varsavia del 1944, li condussero inizialmente al campo di smistamento di Pruszkòw, poi furono deportati ad Auschwitz. Il numero di Bogdan era 192731, in seguito lo rinchiusero a Birkenau, dapprima nella baracca dei bambini nel settore femminile e successivamente nel settore maschile “B” con gli altri bambini polacchi. Ed è proprio di questo periodo della sua vita che egli racconta in questa raccolta. Nel gennaio del 1945, durante l’evacuazione del campo, ricongiuntosi con la madre, fu destinato ad un campo di lavoro a Berlino che dipendeva da Sachsenhausen, lì rimase sino al giorno della liberazione, 22 aprile 1945. Tornò in patria e riprese gli studi interrotti dalla guerra.
Porre accanto la parola bambini a quella “Auschwitz” implica la celebrazione della più evidente contraddizione della storia e della più grande atrocità. Allo stesso tempo gli occhi dei bambini son gli unici capaci di elargire un quadro fedele di quella che era la dura e cruda verità della realtà dei campi di concentramento. Ma esistono davvero parole per raccontare quell’inferno? Come scriveva Levi, le parole che per noi hanno un certo significato, ad Auschwitz ne hanno un altro.
Ci furono circa 232 mila bambini e giovani deportati ad Auschwitz – Birkenau; 216.000 ebrei, il gruppo più consistente; 11.000 Zingari (Sinti e Rom), secondo gruppo per numero, “usati” dal professor Mengele per i suoi esperimenti; 3.000 erano Polacchi, considerati prigionieri politici del campo in quanto figli di membri di movimenti di resistenza e rivoluzione; circa 1.000 erano i bambini deportati dall’Unione Sovietica, in particolare bambini bielorussi. Chiaramente si tratta di numeri indicativi, poiché risultava impossibile contare i bambini che andarono a morire subito dopo il loro arrivo e perché molti venivano registrati come adulti; i bambini nati al campo nei primi periodi nel settore femminile, venivano eliminati immediatamente senza che la loro nascita venisse registrata.
Le storie dei bambini polacchi, in particolar modo, rappresentano la quotidianità tragica di Auschwitz, ma il loro passato ha come sfondo la rivoluzione di Varsavia. Infatti il 1 di agosto 1944 i varsoviani insorsero contro l’occupazione nazista, con l’obbiettivo di liberare la città prima dell’arrivo dei Russi. Furono sessantadue i giorni di lotta, i Polacchi non ricevettero aiuto da nessuno, si arresero e i nazisti occuparono ancora una volta la capitale; Hitler ordinò di radere al suolo Varsavia. I bambini ebbero un ruolo importante: mantenevano i contatti tra i reparti insorti scambiando lettere e missive attraverso il sistema fognario della città.
Spesso si dice che avendo vissuto l’inferno e l’incubo di un campo di concentramento nazista i prigionieri abbiano perso la capacità di amare, ma credo che per i bambini sia stato diverso. Il loro grande cuore carico di coraggio non ha mai smesso di provare emozioni, si può notare questo in alcuni racconti di incontri avvenuti tra l’autore, nonché protagonista Bogdan; non si è mai stancato di aiutare chi nella sua baracca (non solo) era in difficoltà, più degli altri. Ad esempio il ragazzino cieco, a causa di un esperimento del dottor Mengele, che ha accolto e sostenuto, nutrendolo e prendendosene cura; la bambina del settore femminile che, uscita dall’infermeria (nonostante fosse una cosa rarissima se non impossibile), Bogdan aiutò ritrovando le sue compagne; il bambino zingaro, con la sorellina, sapeva che la stessa notte sarebbero stati mandati a morire, così tenta di portare la piccola da Bogdan (che il giorno prima gli aveva portato della zuppa calda) attraverso il filo spinato per salvarla. Questo libro lascia un qualcosa nell’animo di diverso, non è solo un libro che racconta disumanità. Bogdan non ha mai smesso di pensare che oltre quel male e quella tragedia ci fosse ancora una speranza, ha avuto il coraggio di credere in queste piccole cose senza perdere mai la fiducia.

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