Intervento del Ministro Moratti


alla Commissione Istruzione (7a del Senato)

del 15 maggio 2002

COMMISSIONE ISTRUZIONE (7a)

MERCOLEDI’ 15 MAGGIO 2002
82a Seduta

Presidenza del Presidente
ASCIUTTI

Intervengono il ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca Letizia Moratti e il sottosegretario di Stato per lo stesso Dicastero Valentina Aprea.

Prende quindi la parola il ministro Letizia MORATTI, la quale esprime innanzitutto un vivo e sincero apprezzamento per la relazione del presidente Asciutti che, attraverso un’ampia panoramica storica delle riforme scolastiche che hanno interessato il Paese a partire dal secolo scorso, ha introdotto in modo preciso e puntuale i temi e le problematiche dell’istruzione, cui la proposta di legge delega in discussione offre alcune soluzioni.
Ringrazia inoltre i senatori di maggioranza e di opposizione intervenuti nel dibattito per l’impegno, la serietà e lo spessore che hanno voluto imprimere alle loro riflessioni e per avere indicato al Governo con franchezza gli aspetti di particolare criticità delle innovazioni contenute nella proposta di riforma. Del resto, quest’ultima, come noto, è stata inizialmente prevista per modificare alcuni aspetti della legge n. 30 del 2000, ma si è poi resa indifferibile dopo l’approvazione del nuovo Titolo V della Costituzione. Per queste ragioni, il progetto del Governo non può e non deve essere visto come una risposta polemica, o, peggio, una specie di rivalsa rispetto alle iniziative dei precedenti Esecutivi.
Il nuovo quadro istituzionale, come ha bene evidenziato il senatore Gaburro, ridisegna, infatti, il ruolo dello Stato e delle autonomie locali nella gestione e nel governo del sistema di istruzione e di formazione.
Lo Stato, da amministratore e gestore unico del sistema di istruzione, diventa il soggetto istituzionale deputato al governo delle funzioni di indirizzo, controllo e valutazione del sistema; alle autonomie locali e alle scuole autonome sono affidati i compiti di gestione diretta.
Di tutto questo si è dovuto tenere conto nella revisione degli ordinamenti e non si è trattato, certamente, di questioni di poco conto. Tuttavia, nella scrittura del testo di legge si sono volutamente mantenuti tutti quei principi e quegli aspetti ancora compatibili con il nuovo quadro istituzionale in segno di rispetto del lavoro parlamentare che ha visto deputati e senatori confrontarsi a lungo nella scorsa Legislatura sulle ipotesi di riforma del sistema scolastico. Al senatore Monticone, tuttavia, che ha espresso il rammarico per una mancata riscrittura totale del quadro valoriale del sistema educativo, il Ministro esprime la sua personale disponibilità ad accogliere suggerimenti migliorativi soprattutto se finalizzati ad arricchire la dimensione educativa.
Venendo poi ai motivi per cui era indispensabile rivedere la legge n. 30 del 2000, ella rileva come quel provvedimento non considerasse sufficientemente la cornice europea entro cui, dopo l’accelerazione del processo di integrazione impresso dall’adozione della moneta unica, l’Italia è tenuta a muoversi con il preciso obiettivo di favorire al più presto uno “spazio europeo” dell’educazione e della cittadinanza europea, necessaria premessa per l’inizio della costruzione duratura e solida dell’Europa politica.
La predetta legge n. 30 non sembrava, altres’, rispondere adeguatamente alle sfide che la società della conoscenza e dell’informazione pone, ormai sempre più incessantemente, ai sistemi di istruzione e di formazione alle professioni, che devono garantire la mobilità internazionale attraverso la spendibilità dei titoli. In particolare, sullo sviluppo di un moderno sistema di formazione professionale, la legge n. 30 rimandava ad un provvedimento di natura economica, la legge n. 144 del 1999, in cui era confinato l’obbligo formativo. In realtà l’impianto della legge n. 30 e la stessa proposta di legge presentata, in questa legislatura, dal senatore Cortiana (atto Senato n. 1251), riconducendo tutto il percorso di formazione alla dimensione scolastica, affermano il principio per cui la formazione al lavoro e alle professioni debba essere relegata in propri ambiti specifici, estranei ai processi di istruzione, secondo un vecchio paradigma tradizionale in base al quale prima si studia e poi si lavora. Oggi invece l’educazione e la formazione sono processi che durano per tutto l’arco della vita in coerenza con l’obiettivo strategico dell’Unione Europea sulla formazione permanente e che, alle soglie dell’adolescenza, debbono intrecciarsi in percorsi flessibili e il più possibile diversificati nei tempi, nelle metodologie, nelle sedi e nei contenuti. La vera sfida allora è fare in modo che non ci siano interruzioni nel processo di formazione dei giovani e che ogni segmento dei percorsi formativi possa valere per un livello successivo di istruzione e/o di qualificazione professionale. In questa scelta il Governo è confortato dai modelli dei sistemi europei ed internazionali dei Paesi economicamente avanzati che già negli anni ’90 hanno introdotto flessibilità nei percorsi e sviluppato sistemi di formazione professionale di grande prestigio, di notevole efficacia e rispondenti a bisogni autentici dei ragazzi e delle loro famiglie. E’ altres’ confortato da studiosi come Gardner, professore alla Harward Graduate School, uno dei massimi esperti mondiali di educazione, che ha recentemente dichiarato che non si dovrebbero costringere i giovani ad un alto livello di istruzione entro venti anni, ma che si dovrebbe dare loro la possibilità di istruirsi lungo tutto l’arco della vita.
D’altra parte, in Italia la mancanza di una valida alternativa agli studi liceali – come ha ben evidenziato il senatore Favaro – ha privato troppi giovani di opportunità di formazione che valorizzassero le loro inclinazioni, attitudini e capacità e consentissero loro di mantenere un rapporto positivo, perché utile per il loro avvenire e perché attento ai loro progetti, alla loro intelligenza e alle loro aspettative, con il sistema di formazione. È avvenuto, invece, che i ragazzi, costretti alla frequenza dell’unico canale liceale o di scuole licealizzate, sottoposti spesso a un carico di materie (fino a 15-16) che risulterebbe insopportabile anche ai migliori alunni dei licei e a un peso orario (fino a 40 ore la settimana), costituito in prevalenza da una serie di lezioni frontali, abbiano preferito abbandonare completamente gli studi ed alimentare quella dispersione scolastica, e da qualche anno anche formativa, che rappresenta il vero punto di crisi del sistema italiano e che ne minaccia la credibilità e la legittimità presso i giovani e le loro famiglie. Da questo punto di vista l’obbligo scolastico, se disgiunto da un vero successo educativo è un non senso.
Rassicura quindi il senatore D’Andrea circa le sue preoccupazioni in merito ad una effettiva esigibilità dei diritti di cittadinanza e dell’obbligo come servizio alla persona. Se si vuole innovare profondamente l’offerta di formazione, si devono comprende i giovani e le loro scelte, che non rappresentano una fuga, ma una ricerca del loro personale progetto di vita. Se non si vuole consegnare questi giovani ad un destino di esclusi, bisogna offrire loro quell’opportunità educativa che è stata loro negata. Non è affatto detto che questo possa avvenire obbligandoli a rimanere più a lungo a scuola. anche se si trattasse di una scuola rinnovata, con insegnanti più competenti, con programmi più aggiornati, con meno vincoli burocratici. Al contrario, la legge delega, introducendo flessibilità e differenziazione dei percorsi di istruzione e formazione nei modi, nei tempi e negli sbocchi, offre agli studenti una reale possibilità di personalizzazione del progetto formativo di ciascuno, con il sostegno, l’aiuto ed il riconoscimento degli insegnanti e della scuola, come auspicato dal senatore Togni. In questo senso, il Ministro rassicura quanti hanno voluto mettere in guardia il Governo dai rischi di una scelta precoce da parte dei ragazzi che, comunque, il disegno di legge delega non contempla, atteso che le esperienze professionalizzanti e di raccordo con il sistema produttivo e socio culturale possono iniziare solo dopo il quindicesimo anno, cos’ come previsto dalle attuali norme sull’obbligo formativo. Quindi, non vi è nessuna precocità sia rispetto alla legge n. 30, sia rispetto alla proposta del senatore Cortiana. Nel provvedimento in discussione, il sistema amplia la gamma dell’offerta formativa consentendo ai giovani di conseguire qualifiche e diplomi professionali che rispondano ai loro bisogni e alle loro aspettative a partire dal quattordicesimo anno di età.
Al senatore Tessitore poi, che si è dichiarato a favore dell’integrazione “in orizzontale” dei sistemi, ella precisa che il Governo punta piuttosto all’unitarietà dei due sistemi di istruzione e di formazione professionale che vengono ritenuti di pari dignità. Le ragioni fin qui esposte in merito ad una reale personalizzazione dei piani di studio e alla sfida del raggiungimento del successo scolastico e formativo da parte di tutti hanno portato il Ministro, peraltro, a superare la logica del legislatore ottocentesco in materia di obbligo scolastico nel concetto più moderno di diritto-dovere all’educazione. È infatti volontà del Governo affermare una nuova cultura dei diritti in cui l’istruzione e la formazione siano considerati, a pieno titolo, diritti essenziali di cittadinanza. In tal senso rassicura le senatrici Manieri e Franco che attraverso questa legge di riforma, nel rispetto del nuovo quadro costituzionale, si lavorerà perché non ci siano offerte statali di serie A e offerte regionali di serie B, alcune di spessore culturale ed educativo e altre no. I saperi di base, che attualmente sono previsti nel percorso dell’obbligo scolastico, verranno previsti e rafforzati anche nei percorsi di istruzione e formazione professionale. Queste gerarchie e queste distinzioni infatti vanno superate per approdare ad un sistema educativo della Repubblica che veda concorrere, per la migliore istruzione e formazione possibile dei giovani, Stato e regioni, licei e istituti professionali, ma anche centri di formazione professionale che dovranno riqualificarsi ed arricchirsi, in linea con i nuovi standard qualitativi di cui lo Stato si renderà garante.
Ella ringrazia a questo proposito la senatrice Bianconi per avere ricordato il prezioso e significativo patrimonio di conoscenze e di esperienze dei molti centri di formazione professionale del Paese, messo al servizio, anche e soprattutto, delle persone più svantaggiate. Rassicura peraltro la senatrice che il nuovo quadro istituzionale riconoscerà a questi centri il giusto ruolo nell’ambito del sistema educativo di istruzione e di formazione, affinché ci sia la necessaria valorizzazione delle esperienze migliori nei diversi settori della formazione professionale, mirabilmente curati dai medesimi centri. Ogni percorso, al di là della durata, consentirà accessi ad un livello superiore di istruzione e di formazione. Infatti, mentre si ridisegnerà tutto il sistema della formazione professionale, si lavorerà anche per creare percorsi di formazione professionale superiore, culturalmente e qualitativamente validi, cos’ come ha auspicato il senatore Gaburro.
Inoltre, i ragazzi dovranno sapere che nessuna scelta da loro effettuata nelle diverse fasi di formazione sarà mai irreversibile. Le scuole organizzeranno attività didattiche che rendano effettivo il passaggio tra gli indirizzi e tra i diversi percorsi, fornendo ai giovani una adeguata preparazione per affrontare il nuovo percorso di studio. Per questo rassicura i senatori Delogu e Bevil’acqua circa le loro preoccupazioni in merito e si impegna fin da ora a dedicare un’attenzione particolare a questo aspetto della riforma nella predisposizione dei decreti delegati. Cos’ pure, si avvierà una riduzione decisiva dei percorsi liceali e dei loro indirizzi per porre freno all’attuale eccessiva frammentazione degli studi che, come hanno ben evidenziato i senatori Valditara e Compagna, ha finito per confondere gli assi culturali originari e determinato percorsi che, talvolta, per la loro originalità, non sono più riconducibili all’indirizzo da cui sono nati. Una prova di questa degenerazione è certamente l’alto numero di seconde prove di esame di Stato che il Ministero predispone ogni anno e che supera, anche quest’anno, il numero di 600. Al contrario, nell’ipotesi di riforma proposta, i licei dovranno ispirarsi alla migliore tradizione scolastica italiana e contemporaneamente innovarsi attraverso percorsi che forniscano una risposta alle moderne esigenze formative.
All’accorato appello della senatrice Acciarini perché non vada perduto il patrimonio dell’istruzione professionale statale e degli istituti tecnici, ella risponde di condividere tali preoccupazioni dichiarando di conoscere ed apprezzare dell’istruzione professionale e dell’istruzione tecnica le punte di eccellenza e l’efficacia di molti percorsi che hanno contribuito a garantire lo sviluppo di interi settori produttivi del Paese. Questi percorsi confluiranno nei licei tecnologici ed economici per consentire l’accesso alla formazione universitaria, che la direttiva europea 89/48 richiede per la spendibilità su tutto il territorio dell’Unione dei titoli professionali pregiati, ivi compresi geometri, periti industriali, periti agrari ed agrotecnici. L’istruzione professionale di competenza regionale, secondo il recente dettato costituzionale, riguarderà tutti quei profili che saranno concordati d’intesa con le regioni e che dovranno mantenere gli attuali livelli culturali e professionali.
Dunque, si tratta di una sfida per l’intero Paese e non di una questione che riguarda soltanto le competenze del Ministero o dell’amministrazione scolastica. In proposito, il Ministro si dice convinta che le istituzioni coinvolte sapranno cogliere questa sfida per dare maggiori opportunità ai giovani e per lo sviluppo del Paese.
Ritornando poi al quadro istituzionale, ella rassicura la senatrice Soliani che, contrariamente a quanto da lei sostenuto, rispetto ad una presunta visione localistica del Governo nell’ambito dell’istruzione e della formazione alle professioni, la dimensione prescelta è esattamente opposta a tale impostazione. La proposta del Governo infatti – come il senatore Valditara ha avuto modo di apprezzare – valorizza la cultura, le tradizioni e l’identità nazionale, e si inquadra nell’ambito europeo. Nel contempo, garantisce e valorizza l’autonomia degli istituti scolastici, pur prevedendo una quota di approfondimenti dei piani di studio di competenza delle regioni relativa ad aspetti specifici e locali. Si tratta dunque di approfondimenti intensivi, nella dimensione locale, di obiettivi specifici di apprendimento nazionali. A tal proposito, il Ministro conforta il senatore Betta circa la volontà del Governo di attivare una sempre più stretta collaborazione con le regioni, con i comuni e le province, e di valorizzare le capacità di autogoverno delle scuole. In tal senso, rende noto di aver apprezzato l’esperienza della provincia di Trento, in modo particolare la riconduzione in un unico sistema educativo dei percorsi di istruzione e formazione professionale, che ha portato ad un miglioramento qualitativo complessivo ed a una forte riduzione della dispersione scolastica. In merito all’anticipo dell’età di iscrizione, aspetto richiamato da più senatori, ella fa presente che la ricerca pedagogica internazionale invita i Governi a investire nella prima infanzia e a generalizzare i servizi educativi destinati all’infanzia. Come è del resto noto, l’Italia ha saputo creare in questi anni una scuola materna, oggi scuola dell’infanzia, di eccellenza, mentre non ha adeguatamente sviluppato il sistema degli asili nido, lasciando le famiglie prive di un servizio essenziale soprattutto per i genitori entrambi impegnati in attività lavorative e con redditi che non consentono loro in molti casi soluzioni alternative per la cura dei piccoli. Tuttavia, in molte località del Paese si sono attivati progetti di sperimentazione che realizzano eccellenti esperienze con sezioni di raccordo fra nido e materna, cos’ come già avviene istituzionalmente in molte realtà internazionali.
Per queste ragioni, non certo casualmente o per scelte improvvisate, come affermato dalla senatrice Franco, e senza ignorare le implicazioni di natura pedagogica, didattica ed organizzativa, il Governo ha voluto inserire, tra gli elementi di flessibilità, la questione, peraltro dibattuta da decenni nel Paese, dell’anticipo nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria. In ogni caso, anticipare l’iscrizione sarà un’opportunità e non un obbligo che la scuola pubblica offrirà alla libera scelta delle famiglie. Ancora a questo proposito, ella rassicura i senatori che l’anticipo delle iscrizioni non significherà anticipazione degli apprendimenti. Si tratta di costruire contesti adeguati perché ciascun bambino possa mettere a frutto le proprie conquiste con un approccio progressivo di esperienze.
Il Governo è altres’ consapevole del fatto che la frequenza anticipata nelle due scuole dovrà trovare condizioni adeguate per realizzarsi, un contesto rassicurante ed interventi educativi mirati. Per la riuscita di questo nuovo aspetto del sistema si punta sicuramente sulla cooperazione e sull’incontro tra scuola e famiglia che rappresentano, senza dubbio, condizioni necessarie e imprescindibili. Nella scuola dell’infanzia occorrerà, altres’, prevedere nuovi modelli organizzativi e nuove figure professionali, capaci di realizzare interventi specifici. E in risposta alla senatrice Soliani, rende noto che tali interventi saranno progettati ed attuati con la necessaria gradualità e d’intesa con i comuni, nella assoluta consapevolezza di dover garantire la loro qualità. Alla senatrice Franco, dichiara poi di non condividere affatto il pessimismo sulla capacità di scelta delle famiglie, le quali sono responsabili, naturalmente e costituzionalmente, dell’educazione dei loro figli e vanno messe nelle condizioni di poter scegliere modalità e tempi della stessa.
Alle senatrici Soliani e Franco, inoltre, che hanno paventato il rischio di un impoverimento complessivo dell’offerta formativa a partire dal prossimo anno scolastico come conseguenza dei tagli agli organici operati dalla recente legge finanziaria, il Ministro riferisce che l’operazione di contenimento delle dotazioni organiche previste per l’anno scolastico 2002/03, peraltro con parametri ampiamente al di sotto di quelli approvati dai Governi precedenti e mai rispettati, non può compromettere affatto il diritto allo studio degli alunni, né i livelli quantitativi e qualitativi del servizio scolastico, cos’ come risulta dal confronto dei livelli di apprendimento rapportati al numero dei docenti secondo le medie europee. Il costante monitoraggio, effettuato su tutte le scuole e attivato attraverso il sistema informativo del Ministero, che consente di conoscere quotidianamente scuola per scuola la situazione degli organici rispetto agli alunni, oltre che di mantenere un confronto continuo con gli uffici scolastici regionali, induce ad essere fiduciosi.
Ad ogni buon fine, rispetto ad eventuali situazioni di particolare disagio, legate ad imprevedibili incrementi del numero degli alunni o a particolari emergenze di alcune realtà territoriali, si potrà far fronte con l’utilizzo degli strumenti previsti dall’articolo 3 della legge n. 333 del 2001. In ogni caso, ricorda ai senatori, che più volte hanno richiamato la legge n. 30, che l’impianto ordinamentale di quella legge, con la riduzione di un anno nel primo ciclo, avrebbe comportato una diminuzione di oltre un quinto degli insegnanti delle scuole primarie, o di un terzo di quelli delle scuole medie.
Riguardo all’innovazione della modalità di apprendimento in alternanza scuola lavoro, richiamata da molti senatori, esprime apprezzamento per l’intervento del senatore Brignone che ringrazia per le tesi che ha esposto al riguardo. L’alternanza è una nuova opportunità formativa che si offre ai giovani; essa non è riconducibile all’apprendistato né ad un “sottopercorso” che si può intraprendere soltanto nell’ambito della formazione professionale. L’ipotesi del Governo è che il processo di apprendimento debba avvenire anche in un terreno diverso, quello del lavoro, che non è di per sé un’esperienza formativa e a cui non bisogna annettere un significato di emancipazione che non sempre ha: non è un caso che i giovani che vanno a lavorare presto trovano facilmente occupazione, ma altrettanto facilmente la perdono. Il lavoro però può rappresentare, se opportunamente organizzato nell’ambito di un progetto formativo, una via di emancipazione per molti giovani. Si tratta di una modalità di apprendimento, ampiamente adottata con buoni risultati in altri Paesi e che, come tale, dovrà essere offerta anche a chi frequenta il liceo. In tale contesto, tutti i ragazzi in tutti i percorsi formativi dovranno poter fare esperienza di stage presso enti, organizzazioni e imprese per arricchire le loro esperienze, per farle valere come credito formativo e per iniziare concretamente a misurare le proprie attitudini ed essere guidati nelle future scelte di vita. In merito alle osservazioni sul primo ciclo fatte dal senatore Brignone, il Ministro sottolinea che esso, preservando in primo luogo le riconosciute specificità della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado, punta a introdurre una maggior continuità su tutto l’arco degli otto anni. In questo senso, rassicura anche la senatrice Pagano che gli istituti comprensivi ovviamente rimarranno. In questo quadro unitario, la scansione interna alla scuola primaria si caratterizzerà per uno sviluppo progressivo della disciplinarietà, che dovrà favorire un passaggio graduale ma solido alla scuola secondaria di primo grado.
Rispetto al sistema nazionale di valutazione, ella ringrazia i senatori che hanno colto la portata dell’innovazione legata alle funzioni del nuovo servizio, il quale fornirà al Paese, al Parlamento e al Governo, in modo permanente e continuo, dati ed elementi di conoscenza sul funzionamento effettivo del sistema scolastico, cos’ come avviene già in tutti i Paesi europei. Tale servizio peraltro non interferisce con la valutazione formativa degli apprendimenti individuali, che rimane naturalmente una prerogativa dei docenti, e sarà uno strumento per sostenere le scuole nel processo di autovalutazione. Le nuove funzioni assegnate al sistema nazionale di valutazione hanno richiesto una revisione della configurazione dell’Istituto nazionale di valutazione del sistema di istruzione (INVALSI) ed è per queste ragioni – ella precisa replicando al senatore Berlinguer – che la legge prevede una riorganizzazione funzionale di tale Istituto.
Le sfide che attendono il nostro sistema educativo, anche nella prospettiva di una piena integrazione nello “spazio europeo”, inducono a considerare strategico l’investimento sugli insegnanti, nella valorizzazione del loro ruolo sociale e professionale, come hanno avuto modo di porre in risalto i senatori Valditara e Bianconi. La qualità del sistema educativo sarà determinata, principalmente, dalla qualità professionale delle persone che vi insegnano. In tal senso, dichiara di aver molto apprezzato la larga condivisione su questo tema dei senatori intervenuti nel dibattito. Per questi motivi, attraverso l’articolo 5 della proposta di legge, si intende avviare una politica pubblica di alta qualità dei corsi di formazione degli insegnanti. Corsi che saranno universitari o di alta formazione per tutti, con percorsi di sicura competenza disciplinare, svolti nelle rispettive Facoltà e seguiti da corsi di laurea specialistica finalizzati ad un approfondimento disciplinare – oggi abbastanza incerto – unitamente alla acquisizione di competenze pedagogiche, psicologiche e didattiche.
Comunica pertanto ai senatori Tessitore e Compagna che sul tema della formazione iniziale dei docenti il Governo sarà di certo rigoroso, soprattutto in relazione alla necessità di un serio tirocinio degli aspiranti, che sarà previsto dopo il conseguimento della laurea specialistica e affidato anche alla valutazione delle scuole. Rassicura inoltre i senatori Bevil’acqua e Compagna sulla grande attenzione che il Governo pone sui temi della valorizzazione dei docenti e sul riconoscimento della loro professionalità con disposizioni contrattuali che ne esaltino il ruolo e la specificità all’interno del comparto scuola. Al riguardo, ella stessa ha avuto un primo e proficuo incontro con i sindacati su questi temi e presto invierò uno specifico atto di indirizzo all’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) affinché colga queste indicazioni.
Infine, in merito alle osservazioni di alcuni degli intervenuti sull’opportunità dello strumento della delega, valgono le osservazioni del senatore Valditara e del senatore Delogu circa la necessità di un provvedimento che consenta di graduare e monitorare costantemente l’attuazione della riforma sia in relazione alla predisposizione di un piano di investimenti, sia in riferimento alla complessiva attuazione del nuovo quadro costituzionale. Tra l’altro, il ricorso a provvedimenti delegati è stato ampiamente praticato in Italia in tutte le fasi di grande cambiamento: nel 1974 con la predisposizione di quattro decreti delegati, poi per l’autonomia delle istituzioni scolastiche e per la riforma della pubblica amministrazione nelle ultime legislature.
Circa, infine, la preoccupazione del senatore Brignone sul tempo di attuazione della delega, osserva che tale tempo rappresenta il periodo massimo entro il quale il Governo è chiamato a definire l’intero processo. Gli interventi di legislazione delegata verranno cadenzati in ragione della messa a regime della riforma, a seconda dei diversi gradi ed indirizzi di studio. Concordo, infine, con i senatori Tessitore e Passigli sulla necessità di non dilatare i tempi di approvazione della legge al fine di dare al Paese una riforma organica della scuola.
In definitiva, riprendere l’iniziativa legislativa era un dovere costituzionale e il Governo lo ha assolto secondo la propria impostazione e i propri principi, restando aperto, comunque, a proposte di integrazione e di miglioramento. Ci si trova di fronte a una grande impresa che merita un sostegno straordinario del Parlamento. Non si tratta solo di riformare un singolo aspetto del sistema scolastico, bensì di costruire nuovi strumenti gestionali e amministrativi del sistema educativo che coinvolgono, per la prima volta, più livelli e più soggetti istituzionali. Vanno poste insomma le basi giuridiche per una scuola che non sia più solo dello Stato, ma della Repubblica. Ecco perché il buon esito di questa impresa non può interessare soltanto il Governo e la sua maggioranza parlamentare, ma rimanda ad una grande collaborazione istituzionale con le regioni, le province, le autonomie locali e, prima ancora, con il Parlamento, e al coinvolgimento dell’intera società civile. Il Ministro raccoglie in questo senso l’appello del senatore D’Andrea al confronto nel merito delle questioni e dichiara che, in questa delicata fase di approvazione del testo di legge in discussione, farà tesoro dei suggerimenti che le perverranno, come quelli emersi dal dibattito in Commissione, per migliorare la proposta di legge, per la predisposizione dei successivi provvedimenti delegati e per una scuola in cui si augura il Paese tutto possa riconoscersi. Auspica pertanto che i senatori siano d’accordo nel favorire un rapido iter parlamentare della legge delega.

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