Linferno nucleare

Solo se può tollerare lo struggimento, la ricerca più o meno conscia, l’esame apparentemente infinito dei perché e dei come è avvenuta la perdita, e la collera contro tutti quelli che possono esserne responsabili, inclusa la persona morta, egli può gradatamente giungere a rendersi conto che la perdita è in realtà permanente e che la sua vita deve prendere una nuova forma”. (Bowlby)

Anche seguendo più o meno consciamente quanto affermato da John Bowlby, gran parte delle persone coinvolte a vario titolo nell’immenso tragico epilogo della Seconda Guerra Mondiale, seppure con la morte nel cuore, si sono risollevate.
Nel 1945 il mondo cambiò.
Si chiuse la più grande guerra che aveva coinvolto praticamente le popolazioni di tutto il mondo, e si concluse nel modo peggiore possibile.
Il 6 agosto di quell’anno l’inferno scese sulla Terra.
Da un bombardiere Boeing B-29 americano, sulla cui carlinga il comandante Tibbets aveva fatto dipingere il nome di sua madre, Enola Gay, viene sganciata sulla città giapponese di Hiroshima, la più potente arma mai costruita dall’uomo sino ad allora, una bomba termonucleare allUranio.
Il puntatore del bombardiere, Tom Ferebee, premuto il pulsante di sgancio contò i 35 secondi necessari alla bomba per raggiungere il suolo; poi, da diciotto chilometri di distanza nel frattempo percorsi, guardò fuori dal finestrino l’effetto della bomba. Rimase impietrito, esclamando: Dio mio, cosa abbiamo fatto!”.
Un lampo, un ciclone di fuoco, un fungo gigantesco saliva al cielo e poi un vento della forza di 1.200 chilometri orari cancellò la città di Hiroshima dal pianeta. Sembrava che il sole fosse sceso sulla Terra. Vite umane liquefatte, ritornate atomi, i corpi calcinati, ustionati, contaminati dalle radiazioni sino a dodici chilometri di distanza. Nemmeno lApocalisse aveva mai accennato ad un castigo divino cos’ grande. Per molti abitanti non ci fu nemmeno il tempo di percepire il lampo luminoso. La temperatura intorno alla zona dell’impatto balzò in un decimo di secondo sino a 800.000 C°. Ogni forma di vita nel raggio di ottocento metri svan’. Secondo i presenti, il presidente americano Harry Truman in quel momento esclamò: E questo il più grande avvenimento della storia”.
Il Giappone, invece, non si era ancora reso conto di quanto era accaduto. Una città intera scomparsa, volatilizzata. L’anima degli esseri umani era salita in cielo insieme a quel lampo che aveva visto il pilota del bombardiere americano, ma anche i loro corpi stavano salendo in cielo insieme al grande fungo, ormai ridotti in molecole, atomi.
Nishima, fisico nucleare giapponese, aveva appena avuto il tempo di intuire che quella di Hiroshima era stata un’esplosione nucleare, che dopo qualche giorno, un altro ordigno, questa volta al Plutonio, venne sganciato sulla città di Nagasaki.
Il 15 agosto, alle ore 16,00, l’Imperatore giapponese Hiro Hito parlò alla nazione con voce quasi irreale, piena di dolore ma decisa, commovente ma autorevole. Parlò alla popolazione leggendo lo la capitolazione del Giappone. Mai tanta gente irruppe in lacrime. Cera il dolore, lumiliazione, la tragedia, ma anche linnegabile senso di sollievo che il terribile incubo atomico era finito. La Seconda Guerra Mondiale pure. Mentre Hiro Hito parlava, sulle teste dei giapponesi che lo ascoltavano si aggiravano ancora duecentomila esseri umani sotto forma di atomi e molecole. Tutti erano profondamente turbati e commossi anche perché coscienti che ad ogni loro respiro, nell’aria, cera una piccolissima parte di quelle anime volate in cielo in un lampo.

Nicola Schiavone