La rivista dell’Associazione Donne Magistrato Italiane ospita due contributi dal convegno “Convivere con Auschwitz”

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PRESENTAZIONE di Gianni Peteani e
RIFLESSIONI DELLA PRESIDENTESSA DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA DONNE MAGISTRATO
Carla Marina Lendaro

http://www.giudicedonna.it/articoli/Convegni/Peteani%20-%20Convivere%20con%20Auschwitz.pdf

Il rapporto e la motivazione di fondo con lo spirito di questo convegno nascono dalla condizione di figlio di una Deportata ad Auschwitz, Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia, Deportata Auschwitz 81672 e dal conseguente confronto con la Senatrice Liliana Segre, per la quale ho ideato e proposto al Rettore Francesco Peroni, conferimento laurea honoris causa nel 2008, 70° anniversario del preannuncio di Mussolini delle “leggi razziali” a Trieste. La scomparsa di mia madre,
2003, ha svelato una gamma documentale e testimoniale con cui avevo  convissuto, ma con fisiologico distacco, pudore e abitudine. Prevalente è stata la normalità di quel suo avambraccio tatuato che mi sorreggeva da piccolo, che mescolava la minestra e stendeva i panni a “tradirmi”, a non farmi percepire pienamente l’orrore marchiatole addosso.
Grandi e secondari testimoni dell’Olocausto e della Deportazione hanno uniformemente subito devastanti conseguenze psicologiche, taluni hanno reagito assumendo fin da subito il ruolo di divulgatori, la minoranza, mentre l’ampia maggioranza ha dovuto fare i conti con il reintegro alla vita, alla quotidianità e alla concl’amata non accettazione da parte di una Società che preferiva rimuovere anziché affrontare.
Sono passati mediamente sessant’anni prima che i superstiti iniziassero largamente a parlare. Personalmente le informazioni invece mi sono state trasmesse fin da bambino, in maniera sicuramente adeguata all’età e nel corso degli anni, senza apparenti filtri o censure. Soltanto dopo la sua scomparsa ho compreso cosa mi era stato strutturalmente esentato. Il dramma emotivo, la paura, la disperazione, l’orrore, le emozioni, le angosce. Il racconto di mamma si apriva anche a dettagli raccapriccianti  ma pur sempre con misura, con la perdurante attenzione di non far mai trasparire il baratro in cui il cuore si dibatteva.
Liliana Segre ha sancito fermamente l’importanza di un ruolo che mai avevo immaginato potessi, dovessi ricoprire, quello di testimone di seconda generazione. Così ho scoperto quanto il gravare di quel bagaglio che iniziavo a elaborare fosse ingombrante e al contempo importante. Pertanto mi sono rivolto al Preside dell’allora Facoltà di Psicologia, prof. Walter Gerbino, proponendo un convegno dal titolo “Convivere con Auschwitz”, inteso come analisi del subentrato universale status, successivo all’abominio perpetrato dall’uomo sull’uomo nella scienza dello sterminio contemporaneo.
Dalla terza edizione, interpretando i dettami della Legge 211/2000, istitutiva del Giorno della Memoria, ho inteso la necessità di superare i confini prettamente celebrativi, investigando attraverso la multidisciplinarietà prospettive difformi agli standard ma di focus medesimo, in un esercizio annuale che via via è stato in grado di coinvolgere ogni dicastero scientifico dell’Ateneo giuliano fino ad assumere caratura Istituzionale.
Dalla seconda edizione grazie al prof. Giovanni Fraziano, in quegli anni Preside della Facoltà di Ingegneria e Architettura sino all’egida del prof. Mauro Barberis, docente di Filosofia del Diritto, laudatore appunto della LHC a Liliana Segre e da allora punto cardinale di questo appuntamento nell’ambito della Settimana della Memoria, riconosciuto e promosso dai
media nazionali, esteri e territoriali.

Da ultimo, ho nuovamente ideato la recente doppia Laurea Magistrale ad Honorem alle sorelle fiumane Andra e Tatiana Bucci, Deportate bambine ad Auschwitz assieme al cuginetto Sergio De Simone che invece non farà ritorno, trucidato a sei anni dopo aberranti sevizie. Di duecentomila bambini entro i dieci anni di età giunti ad Auschwitz ne sopravvissero cinquanta, a maggior ragione quest’impegno è la mia Fede.
Negli anni l’incontro con docenti delle più disparate dottrine ha generato un vero e proprio “format” che con passione e cura tendiamo a rinnovare e aggiornare intervenendo coerentemente nel criterio dell’attualizzazione, coniugando “quanto è stato” con le problematiche insorgenti, nella ricerca costante degli antidoti culturali migliori nella
difesa a oltranza di pace e libertà.

RIFLESSIONI DELLA PRESIDENTESSA DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA DONNE MAGISTRATO
Carla Marina Lendaro

Riflessioni dopo l’incontro di studio organizzato dall’Università degli Studi di Trieste “Convivere con Auschwitz”.

Carla Marina Lendaro

Trieste, città di frontiera posta tra est e ovest e dove il golfo chiude
l’Adriatico e la via del mare al Mediterraneo. Cuore d’Europa, cui è molto
legata. Città di tante presenze e diversità culturali, di molte lingue e
persone di variegate provenienze geografiche che convivono assieme.
Ha scritto Claudio Magris nel saggio ‘Trieste, un identità di
frontiera’ che: “…forse, più di altre città, è letteratura, è la sua cultura: il
paradosso vivente di un centro che sembra appartato, ma che ha saputo
diventare il laboratorio in cui si sono sperimentati attivamente tutti i temi
centrali della crisi novecentesca…”, essendo stata infatti luogo di molti
(troppi) fatti drammatici, e lo scrittore triestino ha rammentato che ciò che
la contraddistingue è proprio: “….l’unicità, -a sua volta spesso mitizzata-
di un crocevia che rispecchia le tensioni europee, che fonde -spesso
drammaticamente- culture ed etnie diverse, e in cui possono convivere
l’irredentismo e il culto di Francesco Giuseppe, il cosmopolitismo e la
chiusura municipale….”.
Una città, Trieste, ove la violenza si è celata dietro muri che in
apparenza nascondono la vista e celano il ricordo o, invece, dove talvolta
si è palesata con durezza e crudeltà profanando anche quei luoghi di
cultura tanto amati, la sua parte vitale. Trieste città dove nel 1938 venne
dal Duce data la notizia della promulgazione delle leggi razziali; dove
venne costruito l’unico campo di concentramento italiano con forno
crematorio funzionante; dove per rappresaglia dopo un attentato ad S.S.
Lungo le scale del suo Conservatorio musicale G. Tartini, il bel palazzo
Rittmeyer di via Ghega, vennero impiccati assieme in cinquantuno, tra
essi ragazzi di 16-17 anni, così da “…dare una lezione alla popolazione
triestina…”; dove tanti, davvero tanti, vicini-delatori denunciarono i loro
conoscenti ed amici di sempre come avvenne allo scrittore Boris Pahor,
poi insignito della Legion d’onore; dove negli antri profondi delle sue
foibe trovarono terribile morte ancora in tanti.
Trieste, una città oggi che guarda al futuro ma che non dimentica.
Può così capitare in questa città ad una triestina “di ritorno”, come chi
scrive, giudice nel bel palazzo di giustizia asburgico di essersi sentita dire
alla fine di una delle sue prime udienze da un collega: “…sai dove sei
stata seduta? Ti faccio vedere una vecchia foto: ecco eri lì, vedi? …
proprio lì, in quel punto…allora non vi era questo mobilio e, in luogo di
questo austero ed imponente banco d’udienza, solo un semplice tavolo a
cui sedeva la Gestapo per interrogare quanti erano arrestati e detenuti
nella carceri del Coroneo…” ad esso contigue, probabilmente come
avvenne nel gennaio 1944 allo scrittore dissidente Boris Pahor… o può
ancora capitarle una mattina d’estate, lo scorso 4.8.2019 scorso, di leggere
sul Piccolo, il quotidiano locale triestino, che un edificio, ora in fase di
ristrutturazione, nel cui cortile decenni prima aveva da bimba giocato, nel
’44 – ’45 vi fosse l’Ispettorato P.S. ove aveva operato la ‘banda Collotti’
(nota con il nome del suo Commissario) e che nei sotterranei vi fosse il
luogo nascosto ‘delle torture’ di tanti partigiani, slavi, ebrei ed oppositori
del nazismo prima di finire nei campi di concentramento, un edificio le cui
‘celle’ a piano terra sono state ora regalate all’A.N.P.I. ed ove sulla
facciata è stata collocata una targa a ricordo degli orrori dell’epoca.
Trieste, città che ricorda il suo tragico passato tragico in modi
diversi, tra questi anche la sua Università, che organizza annualmente un importante incontro di studi intitolato “Convivere con Auschwitz” oramai giunto alla sua settima edizione (di cui poi pubblica un libro con gli atti)
per non dimenticare, nella speranza conservandone la memoria che tutto
ciò non si ripeta mai più.

Un evento di forte spessore durante il quale ogni docente dei dieci
dicasteri universitari presenta fatti diversi, talora noti e talora scoperti
dopo approfonditi studi tematici.
L’incontro di questo anno si è svolto nell’Ateneo assieme agli
studenti, il nostro futuro e per questo anno ancora in un’aula dell’edificio
centralissimo in cui un tempo vi era il ‘Narodni dom’ (Casa del Popolo
slovena), edificio incendiato il 13 luglio 1920 dai fascisti, un rogo definito

Il Convegno si è svolto presso l’Università di Trieste il 22 gennaio 2020:

https://www.units.it/news/convivere-con-auschwitz-1

dallo storico Renzo De Felice “…il vero battesimo dello squadrismo
organizzato” nel suo libro ‘Mussolini il rivoluzionario 1883-1920’. Il
palazzo venne poi ricostruito e in questi anni è stato utilizzato
dall’Università ma il prossimo 13 luglio 2020, a cento anni dal tragico
incendio, verrà restituito alla comunità slovena alla presenza dei due Capi
di Stato di entrambi i Paesi confinanti.
Ho partecipato all’incontro di studi “Convivere con Auschwitz”
invitata da una amica, docente presso l’Ateneo, una scienziata, pensavo di
andare subito via dopo averla ascoltata, non vi sono riuscita.
Sono rimasta ad ascoltare sino alla fine.
Ha detto Hannah Arendt che “…le azioni erano mostruose, ma chi
le fece era pressoché normale, non aveva nulla né di demoniaco né e né di
mostruoso…” e Primo Levi, a sua volta, ha ricordato che “…Meditare su
quanto è avvenuto è un dovere di tutti. Tutti devono sapere, o ricordare,
che Hitler e Mussolini, quando parlavano pubblicamente, venivano
creduti, applauditi, ammirati, adorati come dèi…”.
Ho capito, ancora di più, all’incontro accademico triestino quanto
profondamente tutto ciò fosse vero e come fosse stato banalmente
possibile che fosse allora avvenuto ovunque in questa nostra Italia, anche
in una città come Trieste.
Nel silenzio, grave partecipe, dell’affollata sala universitaria ho
ascoltato le narrazioni che si sono susseguite per voce dei tanti relatori
meditando al contempo sulle loro parole e sul fatto che il loro racconto
così intenso, variegato e corale provenisse da ambiti apparentemente così diversi e lontani, da quello della matematica alla fisica, dal diritto a
medicina, dall’economia ad architettura od alla psicologia, dalla letteratura
all’arte… le parole ascoltate hanno tratteggiato bene il mondo quotidiano
di allora e quanto di tremendo vi si è accompagnato e poi hanno lasciato
all’ascoltatore trarre le conclusioni sul presente e futuro. Sono parole che
mi sono rimaste dentro, che porto con me. E che non dimenticherò.

Riflessioni – Carla Lendaro

Peteani – Convivere con Auschwitz

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