L’Etruria dei metalli

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classe IC – a.s. 2001-2002

 

Il territorio dell’Etruria nord-occidentale rappresentò per gli Etruschi una vera e propria fonte di risorse minerarie.

L’Isola d’Elba con le sue riserve di ematite (un minerale molto ricco di ferro), il Campigliese, (miniere di rame e stagno) e le Colline Metallifere (pirite, rame, piombo, allume e galena argentifera fecero di Populonia, già alla fine dell’Età del bronzo, il centro siderurgico più importante di tutta la regione.

nella foto a destra Resti di un forno etrusco

Proprio dalle ricchezze minerarie della Civiltà di Villanova nacque e si sviluppò, secondo molti, la civiltà etrusca. Qualche secolo dopo fu Velathri, l’odierna Volterra, ad assumere un ruolo preminente, capoluogo di una vasta area che aveva possibilità di sbocchi sul mare e di espansione commerciale verso il nord.

 

Mentre a Populonia e Vetulonia, subito dopo l’estrazione dei minerali, si provvedeva ad un primo passaggio nei forni per “decantare” i metalli, altri centri si assumevano il compito di lavorarli per ottenere manufatti diversi, destinati sia alla vita civile (suppellettili, monili, fibule ecc…) sia alla guerra (armi, elmi, scudi, corazze): Perugia era nota per le lavorazioni del bronzo e del ferro battuto, Vulci e Arezzo per la lavorazione delle armi non solo di bronzo e ferro ma anche di metalli pregiati, come, per esempio, l’argento…

nella cartina a sinistra Risorse minerarie in Etruria

La testimonianza più evidente dell’intensa attività mineraria etrusca e delle attività metallurgiche ad essa connessa sono, oltre ai forni trovati in prossimità delle città minerarie, le scorie, i prodotti di scarto di scarto dei minerali.

Tali scorie occupano numerose aree dell’Etruria di oggi: nella sola zona di Populonia, per esempio, i residui della lavorazione del ferro, che hanno dato origine a vere e proprio colline, sono stati quantificati in circa 20 milioni di tonnellate. Le tombe più antiche della stessa zona sono coperte da strati di scorie ferrose che l’erosione marina ha in parte cancellato, mentre una notevole quantità di reperti in pietra mostra i segni del calore del fuoco che permetteva la lavorazione del ferro e del rame.

In quale modo gli Etruschi estraevano i metalli dai minerali? Quasi certamente l’estrazione del rame da minerali solforosi era già nota nel corso dell’Età del bronzo; l’estrazione del ferro , in epoca successiva, veniva realizzata con tecniche del tutto simili.

Casella di testo: I minerali, una volta raccolti nelle miniere, venivano sminuzzati e selezionati da mani esperte e subito dopo inseriti in forni di pietra riscaldati con carbone e legna. Il metallo veniva così separato dalle scorie, che fuoriuscivano da un’apposita apertura, e si depositava sul fondo.

Perché il processo di “decantazione” del metallo fosse efficace era necessario che la temperatura nel forno raggiungesse i 1250°. Una temperatura superiore aumentava la presenza di metallo nelle scorie, ma anche una temperatura inferiore, che rendeva più lento il processo, non poteva che produrre effetti negativi.

L’abilità degli “addetti ai lavori” dunque era decisamente importante. L’analisi delle scorie e la possibilità della loro datazione ha fornito la misura dell’attività tecnica degli Etruschi, che furono in grado di produrre metalli di qualità fin dai tempi più remoti e che nel corso dei secoli aumentarono via via la produzione.

Gli etruschi e la lavorazione del ferro

 

“Vicino alla città chiamata Populonia vi è una famosa isola chiamata Aithalia (Isola d’Elba). Questa,distante dalla riva 100 stadi, prese il nome dalla quantità di fuliggine presente su di essa. Difatti contiene minerale di ferro in gran quantità e di alto tenore, che viene riprodotto in pezzi per essere fuso  e per ottenere il ferro. I lavoratori spezzavano le pietre e bruciavano i vari pezzi in fornaci costruite a regola d’arte: fondendoli in queste con una grande quantità di fuoco ripartiscono le pietre a seconda della grandezza e ne fanno pezzi simili a grandi spugne… Alcuni, acquistando la merce e riunendo una moltitudine di fabbri, la  lavorano e ne fanno svariati oggetti di ferro.

Foggiano delle armi, e anche zappe, falci e altri attrezzi .

Siccome queste cose sono diffuse dai mercanti dappertutto, molte parti del

mondo ne traggono vantaggio”

 

Questo brano di Diodoro Siculo, uno scrittore greco del I sec. a.C., descrive la lavorazione del ferro praticata anticamente all’isola d’Elba. In realtà sappiamo che almeno dal VI sec. a.C., la lavorazione del minerale  si svolgeva anche a Populonia.

Riccardo Rottino mentre forgia l’ascia.

La prof e Igor mentre preparano uno stampo.

Ricostruzione di un antico forno usato dagli etruschi

Marco Colombo mentre versa il metallo fuso negli stampi preparati con della terra  rossa.

Le abitazioni

Resti di abitazioni a Veio

 

I materiali con cui erano costruite le case del ceto popolare non differivano molto da quelli che erano utilizzati per le dimore delle classi gentilizie: quindi uno zoccolo in pietra su cui venivano alzati muri in argilla o mattoni crudi, sorretti da intelaiature in legno.

Le case erano affiancate e raggruppate in isolati, gli ambienti erano piccoli e con uno scarso sviluppo in altezza.

Secondo i precetti religiosi le strade dovevano incrociarsi ad angolo retto. Nella realtà, siccome spesso le città venivano edificate su alture, ciò era impossibile, e gli abitati si formavano adeguandosi alle caratteristiche del luogo, dando vita ad un tortuoso dipanarsi di stretti vicoli.

L’architettura civile

 

 

 

La forma più tipica delle abitazioni del ceto dominante era caratterizzata da un ampio cortile centrale da cui si accedeva ai vari ambienti, un’altra tipologia di abitazione era composta da stanze adiacenti che davano su un vestibolo di ingresso.

Gli edifici non si sviluppavano in altezza ed erano realizzati con uno zoccolo in blocchi squadrati di pietra o ciottoli, su di esso i muri erano costruiti con filari in pani d’argilla o mattoni crudi oppure da pietrisco tra intelaiature di legno e intonacatura d’argilla.

La forma tipica del tetto era a spiovente ricoperto da tegole, ma erano presenti anche tetti a terrazza. L’esterno delle case era riccamente decorato da terrecotte policrome, all’interno le pareti delle stanze erano affrescate a motivi geometrici o con scene figurate.

 

 

 

Casella di testo: Le attività agricole

Gli etruschi furono inizialmente agricoltori e pastori, e non abbandonarono mai, anche quando si dedicarono alle altre attività, questa loro vocazione ‘contadina’.

Inizialmente, nei secoli dello sviluppo della Civiltà di Villanova, gli abitanti dell’Italia centrale potevano contare su coltivazioni di ceci, che fornivano loro proteine vegetali, sull’orzo e sul triticum dococcum, una qualità di frumento non particolarmente pregiata, ma facilmente coltivabile nelle zone umide.

Col passare del tempo tuttavia, e soprattutto con lo sviluppo delle tecniche agricole, le stesse che suscitarono l’ammirazione dei Romani, gli Etruschi riuscirono a coltivare prodotti di qualità superiore, in quantità maggiore di quella per il consumo interno. (Nella foto a destra un Modellino di carro agricolo degli Etruschi

)

L’Etruria, la pianura padana e quella campana erano terre fertili, nelle quali il clima e l’abbondanza di acque consentivano produzioni abbondanti di creali e di vite.

Arezzo era nota per il suo frumento di prima qualità; il farro di Chiusi era particolarmente apprezzato dai Romani i quali, prima di conquistare la Sicilia e l’Egitto, si rivolgevano spesso agli Etruschi per ottenere derrate alimentari. Lo documenta l’annalistica romana che fa riferimento al 492, al 440, al 431 ed al 411 a.C. come ad anni di carestia nel corso dei quali era stato indispensabile rivolgersi ai confinanti.

 

Casella di testo: Anche nel 205 a.C., durante la guerra punica, Scipione l’Africano scelse l’Etruria per approvvigionarsi di grano prima di partire per la sua spedizione contro Cartagine. Orvieto, le colline del Chianti e quelle preappenniniche erano coperte, anche allora, da filari di viti, i cui frutti permettevano la produzione di un vino particolarmente apprezzato soprattutto in Oriente, dai Greci. A partire dai primi decenni del VII secolo a.C. nell’Etruria  meridionale iniziò una produzione massiccia di anfore usate prevalentemente per il trasporto del vino; dalla produzione per il consumo si passò a quella per la commercializzazione e ciò senza alcun dubbio mutò il paesaggio agrario dell’intera regione. (Nella foto a sinistra Le colline del chianti oggi

)

Un relitto trovato all’Isola del Giglio e dei contenitori in bronzo rinvenuti in due tombe a Caere testimoniano invece una buona produzione di olive, che venivano in parte consumate ed in parte commercializzate. Solo una parte veniva trasformata in olio che veniva utilizzato soprattutto per la produzione di balsami e unguenti e, raramente, illuminare.

Non sembra invece che gli Etruschi si occupassero con particolare successo alla coltura degli ortaggi, forse anche perché questi ultimi non potevano essere facilmente conservati e diventare merce di scambio, come avveniva invece per le granaglie ed il vino, ma dedicavano molta attenzione all’aspetto dei loro giardini. Plinio il Giovane, nella sua descrizione della Valle del Tevere, descrive una notevole varietà di piante da giardino come l’acanto, il convolvolo, il croco, i narcisi, i gigli…

         Dell’abilità etrusca nelle attività agricole rimangono le testimonianze di Varrone e di Plinio, i quali ammiravano le tecniche utilizzate, soprattutto quelle di carattere idraulico che consentivano di irrigare al momento opportuno le campagne e di incanalare l’acqua in eccesso verso le zone più aride.

Particolare di un affresco di una tomba della caccia e della pesca di Tarquinia

Casella di testo: Particolare di un affresco di una tomba della caccia e della pesca di Tarquinia 
Plinio il Vecchio racconta che gli etruschi si occuparono con successo della bonifica di numerose zone della Pianura Padana; attraverso opere di idraulica inoltre regolarono il corso del Po e misero il collegamento il ramo di Adria con quello di Spina. Anche Polibio riconobbe che il territorio etrusco intorno al Po godeva, nel II sec. a.C., di una floridezza che aveva origini lontane.

L’agricoltore etrusco, che possedeva in genere un appezzamento di una cinquantina di ettari circa, era in grado di zappare un ettaro di terreno in poco più di un mese. La sua attrezzatura comprendeva aratri semplicissimi e leggeri dotati di vomeri in ferro, zappe, falci, vanghe e strumenti diversi, qualche volta anche in bronzo. L’aratro, con il passare del tempo, venne via via trascinato sempre più da buoi che, secondo le testimonianze di Ovidio e di Plinio il Vecchio, erano conosciuti ovunque per la loro straordinaria forza.

Varrone inoltre considerava originaria dell’Etruria l’arte dei rabdomanti, capaci di individuare le sorgenti e lodava le abilità degli Etruschi nell’allevamento del bestiame, da carne e da latte. Interi branchi di suini venivano portati al pascolo, in prossimità dei querceti di cui il territorio era ricco, da esperti pastori che, sempre secondo lo storico romano, guidavano senza problemi gli animali con il suono della bucina, una specie di tromba che emetteva un suono particolarmente gradevole per le orecchie dei famelici animali.

 

Casella di testo:  


La vocazione marinara

nella foto sopra il Golfo di Baratti con il promontorio di Populonia, la più grande città etrusca.

Gli Etruschi furono valenti marinai e dimostrarono eccellenti abilità nella costruzione delle navi per uso commerciale e militare; sia nell’affrontare quotidianamente le acque del Tirreno, dell’Adriatico e dell’Egeo, tanto da dare vita a una vera e propria talassocrazia  su buona parte del Mediterraneo, durata diversi secoli.

Veloci navi da guerra dotate di rostri per agganciare le navi nemiche, trireme, galee, barconi destinati la trasporto delle merci oppure alla pesca, solcavano le acque alla ricerca di nuovi mercati oppure alla conquista di scali merci ancora alla difesa delle proprie postazioni sulle isole o sulle coste.

Pirati, così vennero definiti dagli etruschi, sia per la loro abilità sul mare sia perché, nei momenti di crisi economica, divennero predoni per assicurarsi le scorte accumulate in scali altrui, e furono protagonisti di numerose rappresaglie.

 

I reperti relativi alla Civiltà di Villanova, da cui discese direttamente quella etrusca, dimostrano già l’abilità degli abitanti dell’Etruria nella costruzione di navi, il cui scafo veniva realizzato utilizzando un unico grande tronco di legno opportunamente scavato.

Scafo rotondo, prua aguzza, poppa curva rientrante, castello per il timoniere, albero al centro dello scafo predisposto per reggere la vela, postazioni per una decina di rematori… queste le caratteristiche essenziali di un’imbarcazione del VII secolo che poteva solcate con facilità le acque del Tirreno.

 

I resti di una nave naufragata in prossimità della Costa Azzurra intorno al 570 a.C. documentano la presenza di passeggeri e di guerrieri, a testimonianza di una duplice funzione della marina: quella militare e quella commerciale.

Un relitto individuato presso l’isola  del Giglio e risalente allo stesso periodo testimonia le stesse funzioni.

Al suo interno infatti sono state ritrovate armi e anfore per il trasporto del vino.

 

Le rotte spesso prevedevano il passaggio dalle isole dell’arcipelago toscano oppure delle soste lungo le coste della Sardegna o della Corsica.

Successivamente i traffici marittimi ebbero come meta anche le regioni dell’Italia meridionale, la Sicilia e gli altri arcipelaghi dello Ionio nonché i lidi orientali.

Da lì in poi, quando i porti del Tirreno persero in parte la loro importanza, erano raggiunti dalle imbarcazioni che partivano dal porto di Spina, nelle valli del Comacchio, sulla foce del Po.

 


La guerra sul mare

Le navi da guerra, lunghe e affusolate, erano spinte dallo sforzo di rematori posti su una o due file, e usavano il vento come forza motrice ausiliaria.

Lunghe fino ad una trentina di metri, nei tempi più antichi erano prive di ponte; in seguito furono dotate di un ponte superiore dove prendevano posto i marinai e i soldati.

Sulla prua andava ad inserirsi un rostro che affiorava a pelo d’acqua, usato in combattimento per speronare le navi nemiche.

Sul mare la tecnica del combattimento era quella della manovra e dello speronamento. Il successo dipendeva perciò dall’abilità degli equipaggi e dalla vigoria dei rematori.

Nell’avvicinamento veniva effettuato un fitto lancio di proiettili, anche infuocati; quando le navi erano accostate gli equipaggi cercavano di colpirsi utilizzando lunghe lance.

Si ricorreva all’abbordaggio ed al combattimento corpo a corpo quando erano imbarcati contingenti di fanteria, e nel caso in cui si mirasse alla cattura della nave nemica e del suo carico.

Per la pericolosità della navigazione durante la stagione invernale le operazioni navali venivano interrotte, ma il disastro di intere flotte distrutte da una tempesta non era infrequente anche durante la stagione estiva.

 

 

 

Esperti ceramisti

 

 

Già a partire dal VII sec. a.C. a Caere gli abitanti dell’Etruria avevano raggiunto un elevato sviluppo tecnico nella produzione di suppellettili in ceramica erano infatti in grado di produrre qualsiasi tipo di ceramica tra le quali quella di colore nero. Inoltre alcune ceramiche presentavano alcune decorazioni di forma geometrica.

Anche a Veio, Tarquinia, Vulci e in seguito in tutti centri dell’Etruria settentrionale questa tecnica si sviluppò e si affinò . Nella foto a destra Bucchero per la conservazione di ungenti

In questo momento le ceramiche erano prodotte in un numero di esemplari piuttosto limitato e avevano uno spessore sottile; con il passare del tempo sia lo spessore sia la produzione aumentarono; le forme e i decori si differenziavano a causa delle diverse civiltà con cui gli Etruschi venivano in contatto.

Chiusi divenne famosa perla produzione di Buccheri pesanti di notevoli dimensioni l’aumento di produzione, che dipendeva da un aumento di richieste portò all’insediamento, nelle zone costiere non solo dell’Etruria ma del Lazio e della Campania di vere e proprie fabbriche destinate alla produzione di manufatti in ceramica destinati sia all’interno sia agli altri paesi.

Materia prima per la produzione dei buccheri è l’argilla.

 

nella foto a sinistra Vari tipi di buccheri, i tradizionali vasi etruschi in ceramica nera

Tale ossido rossastro dopo la cottura si trasforma in ossido ferroso, di colore nero.

Anche le produzioni di ceramica, come quella di tipo attico, oppure quella a figure rosse e ancora quella a vernice nera, realizzate soprattutto in Campania, utilizzavano la stessa materia prima ma i risultati raggiunti erano diversi sia per il colore di fondo sia per i decori.

Numerosi esemplari di ceramiche attiche, soprattutto anfore di notevoli dimensioni, decorate con soggetti mitologici, con scene di matrimoni o con figure di atleti, dipinte in nero su fondo bianco e viceversa, oppure su fondo rosso, sono stati rinvenuti prevalentemente nelle necropoli di Caere, Tarquinia e Vulci.

Le ceramiche a vernice nera, definite dai più come etrusco-campane, ma realizzate in località diverse e quindi anche nei centri etruschi del Lazio oppure a Populonia e Pyrgi o ancora a Volterra, e quelle a decorazione rossa erano caratterizzate da una pasta fine di colore chiaro, qualche volta grigia o ancora beige coperta da uno strato sottile di vernice nera oppure rossa, decorata a rilievo oppure con incisioni.

Le mille varianti degli impasti, delle forme e dei colori erano determinate non solo dal periodo di produzione (dal sec VII al I sec a.C.) ma anche dalla località o ancora dalla fabbrica, che spesso portava avanti in modo del tutto originale una propria tecnica. Vasellame da tavola, vasi votivi di piccole dimensioni, anfore oinochoai (un particolare tipo di anfora), crateri, coppe,colini, piatti sono solo una parte dell’elenco di oggetti ritrovati nelle necropoli che hanno consentito agli studiosi di conoscere sia le tecniche di lavorazione sia la società etrusca nel suo complesso.

Molte delle informazioni sui modi di vivere e di pensare degli antichi abitatori dell’etruria sono infatti rappresentate con grande vivacità nelle decorazioni di cui sono ricchi tutti i manufatti in ceramica degli Etruschi.

 

Lavoro eseguito da: Cairati Andrea, Ceriotti Gianluca, Stefani Giorgio, Pogliani Giuseppe

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