Lettera a una professoressa


di Don Lorenzo Milani

di Maria Paola Viale

Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. […] Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola. 
Don Lorenzo Milani

Il libro Lettera a una professoressa”, scritto nel 1967 da un gruppo di ex alunni della scuola di Barbiana di Don Milani, apre la prima parte con una frase molto forte muovendo proprio su uno dei più grandi problemi della scuola, forse il più incisivo ed allarmante: La scuola dell’obbligo non può bocciare”.

Questa frase contiene un significato e una riflessione profonda riguardante l’uomo e la sua educazione. In effetti, l’essere umano, in generale, e, in particolar modo, i giovani, che cominciano ad intraprendere il cammino verso la scolarizzazione, cercano nella scuola un punto di riferimento fondamentale per la propria formazione.

Appunto per questo il  libro ha trovato una sua influenza tra i giovani e gli studenti sia per il linguaggio, che appare semplice ma denso di significato,  sia per l’esperienza che ha fatto crescere i ragazzi prima del tempo”. Le difficoltà e le continue incomprensioni, derivate anche dalla sentita stratificazione sociale tra alunno e insegnante, portarono a rivedere i propri punti di vista solo nel momento in cui questi otto studenti si trovarono di fronte ad un netto cambiamento scolastico trovando pertanto anche una ritrovata” e persa autostima.

Qui, si fa avanti una protesta che riguardava ( e riguarda tuttora) sia il funzionamento della scuola dal punto di vista sociale, sia il modo con cui si faceva scuola e sia il senso del fare scuola. I ragazzi di Barbiana, che fecero la loro prima esperienza scolastica nella scuola pubblica” si sentirono rivestiti da una timidezza”, una malattia familiare” e sociale che non fa alzare gli occhi da terra”. Da questa forte condizione emotiva e patologica” purtroppo molti di essi, che avevano frequentato appunto la scuola pubblica, vennero bocciati durante il loro iniziale percorso scolastico.

Da questa deludente esperienza, gli studenti, considerati montanari” dalla famigerata professoressa, mossero delle forti critiche a tutto il sistema scolastico evidenziando un aspetto peculiare della scuola statale: il diritto allo studio nella scuola dell’obbligo, nonostante pochi anni prima la scuola italiana visse proprio una delicata riforma strutturale con lapplicazione dell’articolo 34 della Costituzione Italiana che garantiva la frequenza obbligatoria per otto anni.

Proprio da quella riforma nasceva la scuola media unificata che, in qualche modo, avrebbe dovuto eliminare tutte le differenze sociali con l’accesso a qualsiasi scuola superiore, ma tuttavia la scuola dell’obbligo continuava a perdere per strada molti studenti e questa situazione era fortemente sentita dai ragazzi di Don Milani.

Nella scuola toscana di Barbiana i giovani trovarono sia gli stimoli pedagogici, sia gli incoraggiamenti giusti per riprendere in mano la propria vita da studente. Infatti lì ebbero l’opportunità di vivere la nuova esperienza scolastica con grande intensità perché erano accomunati dall’esperienza della bocciatura.

Nella nuova scuola i ragazzi si resero conto di quanto si sarebbe potuto dare agli altri lasciando da parte la propria timidezza”. I più piccoli allora divenivano alunni dei più grandi imparando ciò che la vita aveva insegnato loro. La quotidianità diventerà l’argomento più caratterizzante della scuola di Don Milani: dove le conversazioni in lingua francese servivano concretamente a ciò che i ragazzi avrebbero trovato nella loro esperienza di vita, a differenza della scuola pubblica dove la professoressa” introduceva argomenti più aulici ma senza dubbio lontani dall’utilità immediata del mezzo linguistico nel Paese straniero. Infatti, la cultura che lei ambiva a insegnare era proprio quella che non sarebbe mai servita per insegnare alla scuola primaria: il latino. 

Gli studenti la esortano ad essere umile” ma purtroppo sanno che lei non sa nulla delle persone perché non le comprende”. Anzi, al contrario, sono proprio gli alunni che capiscono il silenzio del montanaro”, che è ricco di significati e di semplicità. Inoltre, le contestano anche la sua preparazione che a quanto pare sembrerebbe più lacunosa di quella dei contadini perché non ha l’umiltà di riconoscere i propri limiti, comuni a tutti gli umani.

Questo però potrebbe derivare dal fatto che sia proprio l’impostazione della scuola italiana a voler riproporre insegnanti di quel calibro”e fare in modo che la scuola media si popoli di insegnanti che sono figli della casta” poiché tra i posti dell’insegnamento quello occupato alla scuola media richiede solo 18 ore di insegnamento a differenza del maestro della scuola primaria che rimane a scuola per 24 ore. A questo punto emerge un’altra problematica socio- educativa che si evidenzia  quando si vuole fare una comparazione tra il lavoro di professore con quello di un impiegato comunale.

Qui nascerebbe un’altra disparità nel caso in cui entrambi producessero un errore: l’insegnante rimedierebbe, nonostante la responsabilità morale ed educativa, consigliando di mandare l’alunno a ripetizioni; il lavoratore comunale incorrerebbe a punizioni” dirette e riconosciute dal proprio contesto socio –lavorativo e dall’utenza stessa. Legato a questa problematica sarebbe anche l’uso del voto che rende ancora più classista la scuola dell’obbligo quando non dovrebbe. Infatti, l’insegnante solo quando pronuncia un’espressione tipo: Per questa materia non sei tagliato” è chiaro che non considera l’alunno Eguale” agli altri. Il concetto del voto e l’utilizzo di esso, con il fine di evidenziare ancora di più le disparità, diventa lacerante per la crescita armoniosa dell’individuo che riservava, poco prima di questa immensa delusione, grandi speranze” sulla formazione scolastica ma che via via si sono affievolite e spente.

Allora il concetto di scuola non è più quello che dovrebbe essere: un luogo di formazione e di educazione, ma un ospedale” che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile, sempre più esteso poiché, a quell’epoca, la maggior parte della popolazione italiana viveva in condizioni di povertà materiale e culturale.

E proprio la scuola potrebbe essere la mossa risolutiva per il reinserimento delle classi più povere nel contesto sociale, poiché l’impegno e la capacità di apprendere non sono riservati a pochi privilegiati” ma a chiunque voglia con umiltà” affrontare percorsi di studio ulteriori a quello che lo Stato sancisce gratuitamente. Sì, perché comunque questa lettera” potrebbe essere associata a qualsiasi ordine di scuola e pertanto è necessario far emergere i problemi che dilaniano l’impianto educativo di Stato perché linfezione” della professoressa  attacca gli alunni più deboli” socialmente ma più consapevoli sull’esperienza di vita degli altri.

L’esito è comunque catastrofico: la scuola perde un considerevole numero di ragazzi. In modo accusatorio gli scrittori” denunciano in tal modo questo problema: La vostra scuola dell’obbligo ne perde per strada 462.000 l’anno”. A questo punto gli unici incompetenti di scuola siete voi che li perdete e non tornate a cercarli”. Non noi che li troviamo nei campi e nelle fabbriche e li conosciamo da vicino. I problemi della scuola li vede la mamma di Gianni, lei che non sa leggere. Li capisce chi ha un cuore, come un ragazzo bocciato che ha la pazienza di metter gli occhi sulle statistiche”.

La sofferenza prodotta dallinfezione della professoressa è tale che chiunque fosse catturato dal contagio avrebbe avuto la sensazione che il cuore si fosse fermato nel momento in cui la professoressa avrebbe fatto sentire il peso della sua autorità scolastica”, rendendo apatico lo studente durante le lezioni, generando così uno stato psichico instabile ed insicuro. Nella seconda parte infatti il titolo che racchiude un importante significato è: Alle magistrali bocciate pure, ma”.

Esso lascia intendere che nonostante ci sia un consenso parziale alla bocciatura nella scuola superiore, restano comunque dubbi sulla validità di questo atto, considerato sempre discriminatorio. Fortunatamente però la scuola di Barbiana si era rivelata una scuola determinante per quei ragazzi che oramai erano considerati persi” dalla professoressa e dalle statistiche emergenti di quegli anni.

Nell’età in cui i ragazzini degli strati sociali più ricchi avrebbero trascorso serenamente le loro vacanze estive, quelli di Barbiana facevano esperienza all’estero mettendo in atto tutte le strategie di sopravvivenza sociale svolgendo così un esame di vita fondamentale: il sapere stare al mondo e nel mondo.

Questesperienza, unica e irripetibile, cambiava totalmente i ragazzi timidi” infondendo a loro un maggiore senso di sicurezza in se stessi  anche se alle spalle avevano vissuto l’esperienza della scuola italiana come un colpo contro al muro. Il danno che era stato prodotto agli scartati” era enorme tanto che la professoressa non ricordava neanche più gli alunni che nel frattempo aveva perso nel susseguirsi degli anni scolastici. Ma ora, al contrario di quello che si sarebbe potuto trarre facilmente delle conclusioni, i ragazzi di Barbiana hanno sfondato” dappertutto inserendosi con successo nel contesto socio-lavorativo.

Lettera a una professoressa” è pertanto un invito di questi studenti alla professoressa affinché spieghi e  risolvi” i loro dubbi e le loro richieste sapendo già che non otterranno mai una risposta poiché alla professoressa manca l’arte dello scrivere”.

Questo libro, secondo me racchiude, tutti i punti fondamentali su cui la scuola italiana del passato e anche del presente deve riflettere affinché venga rispecchiato il famigerato diritto allo studio”  che  ancor oggi, la maggior parte delle volte non viene applicato nella sua interezza e praticità perché la generazione di insegnanti è ancora radicata sulle convinzioni della professoressa”, che determinano generali situazioni di disagio e di emarginazione non solo sociale e scolastico ma psichico e affettivo.