L’ossessione della privacy a scuola – di Luigi Gaudio

Sembra che a scuola ci sia davvero l’incubo di violare la privacy. Intendiamoci, è sacrosanto rispettare la sfera personale, ma la scuola non può basare su questa asetticità la propria azione educativa.
Certamente, soprattutto nei confronti degli alunni minorenni, l’attenzione deve essere costante, ma, portando alle estreme conseguenze il discorso, se prevale la privacy sull’intento educativo, la scuola non ha più senso di esistere.
La scuola vera, quella che vuole educare e formare i ragazzi, intende spaccare la crosta di difesa che l’individuo della società moderna innalza per difendersi dall’altro. La scuola si basa sulle relazioni, e  le relazioni sono il contrario della privacy, sono per eccellenza “violazione” della privacy. La scuola è anzitutto relazione fra persone, creazione di legami, che entrano nel nostro spazio personale per modificarlo.
Siamo in un mondo di narcisi autoreferenziali, in cui ognuno vuole stare da solo e basta a se stesso, perché non vogliamo rischiare.
Sappiamo infatti che stare con gli altri, lavorare e creare con gli altri, potrebbe far bene, ma potrebbe farci anche tanto male,  e preferiamo non essere feriti, anche se questo vuol dire accontentarsi e chiudersi a riccio. Abbiamo paura del conflitto. Il conflitto, certo, è qualcosa di ineliminabile. Le persone sono differenti e portano dentro di loro una storia, un vissuto, una visione, che non è spesso compatibile con la visione di un altro.
Ma il conflitto, se gestito in anticipo, non è un’obiezione, e da ostacolo può diventare un’occasione.
Il conflitto viene meno, infatti, se c’è il riconoscimento reciproco del bene comune.
In questa prospettiva l’apertura ad un altro costituisce una possibilità di crescita, e quindi di cambiamento, per tutti, per me stesso, alla faccia della privacy.


Luigi Gaudio
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