Maraviglioso Boccaccio


di Paolo e Vittorio Taviani

I LUOGHI DEL FILM
Maraviglioso Boccaccio è stato girato tra la Toscana e il Lazio, in alcuni dei luoghi più suggestivi del Centro Italia. In Toscana spiccano il Castello di Spedaletto e Torre Tarugi a Pienza, i millenari Castello del Potentino nel grossetano, Badia a Settimo nel comune di Scandicci, Castello Romitorio a Montalcino e Palazzo Nobili-Tarugi (attribuito a Antonio da Sangallo il Vecchio) a Montepulciano, fino alla Villa La Sfacciata che si erge, sopra Firenze, con una vista unica al mondo.
Nel Lazio sono state scelte location come il celeberrimo Castello Odescalchi a Bassano Romano, il Castello di Montecalvello, costruito dal longobardo Re Desiderio e reso famoso da Balthus, l’Abbazia di Sant’Andrea in Flumine, la benedettina Basilica di S. Elia.

5 DOMANDE A PAOLO E VITTORIO TAVIANI

Vi siete confrontati con una grande opera, composta da cento novelle raccolte in una cornice. Qual è l’attualità di questa cornice?
Avevamo voglia di avvicinarci ai nostri giovani e a questo presente brutale che li esaspera – li conosciamo nelle nostre famiglie, li incontriamo nelle nostre strade o in giro per il mondo. Improvvisamente e con violenza sono riemerse immagini, suoni di un progetto lontano e mai abbandonato: nella Firenze del milletrecento, sfigurata dalla peste, dieci giovani, sette donne e tre uomini, non vogliono cedere all’oscurità che li sta minando dentro e che toglie loro la voglia di vivere. Lasciano la città e si affidano alle forze della natura e della fantasia, con ostinazione, spavento, passione e allegria…
Ieri come oggi, ecco. La peste può presentarsi con mille facce. Ma oggi per noi due in particolare – ne siamo stati subito convinti – si è maturato finalmente il momento dell’incontro con Boccaccio e il suo Decamerone. Un incontro che ci emoziona e di cui gli siamo grati.
Ma ora è il nostro Maraviglioso Boccaccio che deve essere raccontato agli altri, in un linguaggio diverso che rende diverse opere nate da una stessa storia. Alla vostra domanda non sappiamo rispondere più di questo: la peste, i giovani che si ribellano, le vicende favolose che vengono evocate, hanno lo stesso battito di cuore.

Quanto avete tenuto conto di precedenti versioni del Decamerone, in particolare di quella di Pasolini? Di quanto Maraviglioso Boccaccio se ne discosta, qual è la sua identità?
L’abbiamo detto: un’opera letteraria può offrire al cinema le sue storie. Ci sono registi che trovano piacere a illustrarle e chi no. Noi no. Amiamo – certo – le opere a cui ci ispiriamo, ma le consideriamo soggetti per parlare di noi: angosce e desideri. Boccaccio ci ha prestato le sue novelle e la sua inesauribile ricchezza inventiva.
Le ha prestate a tanti registi. Anche a Pasolini. Il suo film è una poetica, violenta rappresentazione dell’eros, di corpi e di sesso. I personaggi si esprimono in un colorito napoletano. Il film fu perseguitato dalla censura anche perché corrispondeva alle battaglie di quegli anni per la liberalizzazione sessuale.
Degli altri Decameroni preferiamo non parlare.
Maraviglioso Boccaccio è figlio dei nostri giorni e, ne siamo toscanamente sicuri, assomiglia solo a se stesso. In tutto: anche nella sensualità che è dappertutto: nei personaggi delle novelle, come nei rapporti tra i giovani, non gridata, spesso sotterranea.

Quali novelle avete scelto di raccontare?
Quali novelle? Non lo riveliamo. Il pubblico, noi lo amiamo, deve entrare in sala ignaro, abbandonarsi all’emozione della scoperta.
Possiamo solo ricordare che, durante le riprese del film, ci siamo commossi nel raccontare i contrastati casi d’amore e a quelli piacevoli, abbiamo riso ai casi grotteschi di “ree femmine” o di sprovveduti creduloni. Una varietà di emozioni che ha stimolato il piacere di narrare.

La musica ha un ruolo determinante? Oltre a sottolineare e accompagnare le situazioni, ha una funzione narrativa?
I nostri dieci giovani chiedevano un loro spazio sonoro, dove potersi muovere e riconoscere: libertà di ritmi e di strumentazioni contemporanee, inquietudini elettroniche. Con i piedi ben piantati nel sound dei nostri giorni, è stata possibile la sfida: passare dalla loro dimensione quotidiana alla dimensione fantastica dei racconti, evocando un altro universo musicale, quello del melodramma. I due musicisti del film hanno puntato su questo scontro. Con la complicità di Rossini, Verdi, Puccini è stato emozionante per loro, e per noi, contrapporre, di volta in volta, asprezze acustiche a ondate melodiche, presente e passato: come da sempre, la musica è uno dei protagonisti del nostro film.

Un pensiero e un commento sugli attori…
Per un regista, si sa, parlar bene dei propri attori è un modo indiretto di farsi i complimenti, di parlare bene del film. Sarà cos’, meglio: noi siamo grati alla creatività dei nostri attori che sono tanti come in nessuno dei nostri precedenti film. Tanti attori e attrici, anzi: attrici e attori, s’, perché le femmine sono spesso le protagoniste, con inaspettate invenzioni. Sono le sette ragazze che decidono di lasciare Firenze appestata: “…lascio voi – dice una – a fare la conta la sera dei morti della giornata. Io salgo in collina, a cielo aperto… voglio ricominciare a respirare…”. È delle ragazze anche l’invenzione di raccontare le novelle. Che sono cinque. Gli interpreti, i più, sono già conosciuti e amati dal pubblico, altri ancora in divenire, alcuni alle prime armi.
Tutti hanno dato un personalissimo apporto ai personaggi, con professionalità, gaiezza, inquietudine e, talvolta, bizzarria.
Il caso ha fatto incontrare due generazioni assai lontane, la nostra e le loro. Eppure c’è stato un appassionato scambio, un dare e prendere reciproco.

Giovanni Boccaccio (1313-1375)
di L.D.F.

Pare che la nascita dello scrittore, dato alla luce dalla figlia di un re a Parigi, (notizia che egli amava diffondere), non corrisponda a verità. Più probabile che egli sia nato a Certaldo da un’unione illegittima di un mercante, Boccaccio di Chellino (o Boccaccino) con una donna, rimasta sconosciuta.
L’ Giovanni iniziò gli studi sotto Giovanni Da Strada.
Verso il 1323 venne mandato a Napoli dal padre alla marcatura (negozio all’ingrosso) dei Bardi cui il genitore aveva rapporti di lavoro, al fine di per imparare il mestiere paterno per il quale risultò subito inadatto. Per sei anni allora intraprese lo studio del diritto canonico che interruppe, con tanta pazienza da parte del genitore, dopo altri sei anni.
Intanto, seguendo la propria inclinazione, aveva cominciato a dedicarsi agli studi letterari con il fervore di un autodidatta spaziando dai classici, ai poeti romanzi, alla narrativa cortese, ai canti popolareschi e, nel frattempo, aveva iniziato a frequentare la corte Angioina e la società elegante di Napoli.
Furono per Boccaccio anni belli in cui visse intensi rapporti d’amore con varie dame da lui impersonate, nei ricordi e nelle narrazioni, in una sola: Fiammetta.
Sembra che la dama per lui più importante in quel suo periodo felice sia da identificarsi con Maria d’Aquino, figlia naturale di Roberto D’Angiò ma su di lei mancano notizie precise.
Maria è stato un sogno per Boccaccio o egli, nell’immaginare la “sua” Fiammetta ha dato a essa tutto quanto egli avrebbe voluto in una donna: intelligenza, bellezza e sensualità?
La sua esperienza di vita alla corte di Napoli, con la frequentazione delle gaie brigate cortesi, insieme al suo gusto romanzesco che trasfigurava in fiaba la realtà vissuta, si espresse nelle sue prime opere come “La caccia di Diana” che è un galante elenco delle belle dame napoletane.
Nello stesso periodo cominciò a stendere i primi nuclei delle rime: dal “Filocolo”, al “Filostrato” al “Teseida”. In esse si cominciano a rilevare, nello scrittore, alcuni suoi motivi fondamentali in uno sfogo autobiografico, talvolta confuso tra i suoi sogni e una realtà che, spesso, egli desiderava vivere e non vivere.
Alla fine del 1339 (o al massimo ai primi del 1340), Boccaccio dovette rientrare a Firenze, tenendo in cuore il felice soggiorno napoletano. A Firenze iniziò per lui un periodo difficile e tormentato che, però, non lo allontanò dai suoi studi letterari e dalle sue composizioni. E proprio in quel momento della sua vita egli scrisse “L’Ameto”, “L’amorosa visione”, “L’elegia di madonna Fiammetta” (era il rimpianto?) e il “Ninfale fiesolano”. In queste opere comincia ad apparire il vero Boccaccio, uomo, poeta e scrittore che vuole narrare la realtà nei suoi aspetti diversi in cui l’urgenza della passione cui egli accenna, appare, talvolta, come distaccata.
Dal 1345 al 1346 fu a Ravenna, ospite di Ortensio da Polenta; nel 1347 a Forl’, presso Francesco degli Ordelaffi, nel 1348, a Firenze, dove assistette all’epidemia di peste e nel 1349, morto il padre, assunse la conduzione degli affari di famiglia. Nel 1350 fu mandato in ambasceria presso i signori della Romagna e, nel 1351, come camerlengo del comune di Firenze, in Tirolo, alla corte di Ludovico di Baviera.
In questi anni nacque il Decamerone la cui stesura è tutta compresa in un breve lasso di tempo, dal 1349 al 1351, periodo che fu il momento più pieno della sua vita: dai ricordi giovanili felici alla consapevolezza della maturità che stava avanzando.
Data la sua notorietà, ebbe vari incarichi politici; nel 1354 fu inviato come ambasciatore, da Innocenzo X e, nel 1365 e nel 1367, presso la corte di Urbano V, prima ad Avignone e poi a Roma.
Aveva preso gli ordini minori e gli venne affidata la cura delle anime.
Il ricordo di Napoli però non abbandonava mai Boccaccio ed egli vi ritornò nel 1362 e poi tra il 1370 e il 1371, ma, ambedue le volte, ritornò dalla capitale angioina deluso e amareggiato al punto da lasciare anche Firenze e da rifugiarsi a Certaldo.
Nel 1350 aveva incontrato Francesco Petrarca, da lui ammiratissimo e tra i due era nata un’amichevole corrispondenza.
Ma le difficoltà economiche, legate al fatto che egli non seppe gestire il lavoro e l’eredità del padre, la stanchezza precoce, l’acuirsi di preoccupazioni religiose, creò in Boccaccio, dopo i cinquant’anni, una svolta nella sua vita spirituale che si indirizzò verso una maggiore austerità di studi, abbandonando i lieti ricordi giovanili.
La sua ultima opera narrativa, in volgare, “Il Corbaccio” è indicativa di questa sua situazione interiore, più seria, più matura e, sicuramente, più dolorosa.
Intanto, intorno allo scrittore, anche ad opera di Coluccio Salutati e Filippo Villani, si costituiva “in nuce” il primo circolo dell’Umanesimo fiorentino.
A sue spese, nel 1363, venne invitato a Firenze da Leonzio Pilato che gli affidò la traduzione dei poemi omerici. Ormai la maturità aveva cambiato Boccaccio che quasi smise di comporre opere in volgare e si dedicò esclusivamente allo studio delle lingue antiche e il “Bucolicum carmen”, il “De casibus virorum illustrium”, il “De genealogiis deorum gentilium” il “De montibus, silvis, fontibus, locubus fluminibus, stagnis seu padibus et de nominibus maris” dimostrano come, ormai, l’interesse dello scrittore volgesse in altre direzioni.
Pur tuttavia realizzò, in quest’ultimo periodo della sua vita, due opere in volgare dedicate a Dante di cui era un fervidissimo ammiratore: “Il trattatello in laude di Dante” e il “Commento della Commedia” che tenne pubblicamente presso la chiesa di Santo Stefano di Badia tra il 1373 e il1374 e che venne interrotto, al XVII canto dell’Inferno, per difficoltà diverse tra cui la sua salute ormai malferma.
Stanco e malato si ritirò a Certaldo dove morì il 21 dicembre 1375.

IL DECAMERONE
di L.D.F.

Decameron (cioè libro delle dieci giornate) è un titolo analogo ai tanti trattati medioevali come quello intorno alla creazione del mondo: l'”Exameron”.
Nella forma tradizionale il Decameron o Decamerone è conosciuto come una raccolta di novelle e anche se, sicuramente, alcuni di questi racconti vennero scritti (espressione delle opere giovanili) prima, si fa risalire la stesura del libro agli anni 1349-1351.
Il Decamerone si compone di un Proemio, di un’introduzione e di cento novelle, divise in dieci giornate, intercalate da dieci ballate e collegate da una cornice narrativa.
Il Boccaccio immagina che, durante la peste del 1348, si incontrino a Santa Maria Novella sette fanciulle e tre giovani che per sfuggire al contagio, decidono di andare a rifugiarsi in una villa nei dintorni di Firenze.
Qui, tra gli altri passatempi, sotto la regia di un re o di una regina, ogni giorno, debbono raccontare una novella per uno.
Nel primo e il nono giorno il tema può essere libero; negli altri bisogna riferirsi all’argomento dato dal sovrano o dalla sovrana.
I temi trattati dai novellieri si compongono in un vasto affresco che coglie i più vari aspetti della vita umana: la conquista dei beni desiderati, i casi della fortuna, gli amori tristi, come la novella in cui una fanciulla conserva in un vaso la testa dell’amato o felici come quando si narra l’amore innocente di due ragazzi. E poi affermazioni sociali, ottenute con prontezza di ingegno, motti arguti, beffe, burle, magnanime imprese cavalleresche e inganni (come quello di Ciappelletto, il furfante che riesce a morire in odore di santità).
E tutto viene narrato con una notevole ricchezza di toni, al punto da creare un mondo multiforme e diverso, tenuto insieme solo dalla salda architettura della cornice (i dieci giovani novellatori e le loro regole).
E i giovani narrano le loro storie come estraniati da ogni problema, (la peste è a pochi passi da loro!), tanto che sembrano vivere in uno straordinario stato di grazia mentre tutto ciò che raccontano è narrato con franca spregiudicatezza e le più disparate esperienze umane vengono da loro osservate con pacata serenità.
La larga comprensione con cui il Boccaccio guarda alle vicende e ai personaggi delle sue novelle riflettono le aspirazioni e le tendenze della società borghese della seconda metà del ‘300 che stava assumendo le idealità e le norme di gentilezza e di decoro della civiltà cavalleresca e cortese, adattandole alla necessità della vita comunale e mercantile.
Le novelle del Decamerone sono state scritte (e raccolte) dal Boccaccio, tra il 1349 e il 1351, quando l’autore, ormai affacciato alle soglie della maturità, “ricorda” (Napoli è indimenticabile!) e, nello stesso tempo, “guarda” la società che lo circonda, con acutezza, bonomia e, talvolta, con grande tristezza.

Alla fine dei dieci giorni i giovani si separano e si salutano, scherzando e ridendo con la malinconia nel cuore, legata alla certezza che alcuni di loro non si rivedranno più.

La struttura del Decamerone

– Nella prima giornata, regina Pampinea, non viene dato un tema specifico e si può spaziare in ogni tipo di racconto: dalla storia dell’ebreo Melchisedech e del Saladino o di quanto la malvagia ipocrisia di religiosi può confondere un onest’uomo.

– Nella seconda giornata, regina è Filomena e sceglie il tema delle avventure a lieto fine come quella di Rinaldo d’Asti o di Andreuccio da Perugia.

– Il terzo giorno è domenica, dopo una interruzione per le preghiere il venerd’ e il sabato, la regina Neifile impone, per tema che si narri di chi ottenga o ritrovi una cosa desiderata da tempo come nelle storie che hanno per protagonisti Tebaldo e Ferondo.

– Nella quarta giornata il re Filostrato dà agli altri il tema degli amori infelici come la vicenda di Ghismunda, Guiscardo e del crudele Tancredi, principe di Salerno o come Gerbino che, quando vede sua figlia uccisa dai rapitori, uccide tutti coloro che l’avevano rapita, per poi morire, condannato a morte dal re.

– Il quinto giorno, regna Fiammetta e l’oggetto dei racconti deve essere legato alla felicità raggiunta dagli amanti dopo avventure e sventure, come la storia di Ricciardo Manardi e della figlia di messer Lizio o la romantica vicenda di Federico degli Alberighi che sacrifica il suo falcone per offrire un pranzo alla donna che ama.

– Elissa è la regina della sesta giornata e il tema che propone è quella delle domande pronte e argute che possono salvare da situazioni pericolose come fa Chichibio, il cuoco di Currado Gianfigliazzi che riesce, con una battuta, a volgere in riso l’ira del suo padrone o come Monna Nonna de’ Pulci che, anch’essa, con una battuta, riesce ad azzittire il vescovo di Firenze.

– La settima giornata è retta da Dioneo che è l’unico che, negli altri giorni, non viene condizionato dalle trame scelte dai sovrani. Il soggetto che egli pone narra delle beffe fatte dalle donne, per amore o per paura dei loro mariti, come la vicenda di Madonna Isabella, di suo marito Lionello e dell’uomo da lei amato, Lambertuccio o come la storia di Tofano che chiude di notte, fuor di casa, monna Ghita sua moglie e cade poi nell’inganno della donna.

– Nell’ottava giornata, gestita da Lauretta, si deve narrare di ogni tipo di beffa come nella storia di Calandrino, Bruno, Buffalmacco e dell’elitropia, la pietra che rende invisibili o quella in cui Buffalmacco e Bruno ingannano Calandrino, dandogli la speranza di aver trovato, per caso, un maiale.

– Il nono giorno (come il primo) in cui regna Emilia, ciascuno racconta ciò che più gli piace come la storia della monaca Isabetta e della sua badessa Usimbalda, narrata da Elissa o l’incontro-scontro di Cecco di messer di Fortarrigo, raccontato da Neifile che, giocando, usa anche i soldi di messer Cecco degli Angiolieri il quale, inseguendolo, dopo che egli ha vinto, gli toglie gli abiti e il cavallo e lo lascia in camicia.

– Nella decima e ultima giornata, sotto il regno di Panfilo, si devono narrare storie buone e serene come quando Ghino di Tacco, il bandito, grazie all’abate di Clign’, viene perdonato da papa Bonifacio VIII, come quando l’anziano Carlo d’Angiò, vergognandosi di amare una giovanissima fanciulla, dà a lei e alla sorella di lei due degni e giovani mariti e infine non si può non parlare della novella di cui sono protagonisti Gentil de’ Garisendi e madonna Catalina, per l’onesta del nobile felsineo.

 

Spunti di riflessione di L.D.F.

1) Nel 1348 scoppiò, in Europa un’epidemia di peste nera che decimò gli abitanti di ogni paese. Anche l’Italia ne venne colpita e cos’ Firenze. Secondo voi perché Giovanni Boccaccio, per raccontare la storia di base del Decamerone (dieci giovani che lasciano la città, rifugiandosi in campagna per sfuggire all’epidemia e si raccontano storie allegre e tristi, divertenti e malinconiche) la inserisce in un luogo ameno mentre a Firenze la tragedia incombe? Dov’era Boccaccio nel 1348? E perché, pur narrando una storia, e in essa, tante storie, sembra provare a dimenticare ciò che è diventato, ricordando, in molte sue novelle, tempi felici ormai passati?

2) Boccaccio scrisse il Decamerone tra il 1349 e il 1351. Essendo nato nel 1313, egli aveva trentacinque anni, era ormai quindi nell’età matura, di dantesca memoria. Perché, pur avendo incarichi importanti ed essendo ricoperto di onori, si dedicò allora quasi completamente al Decamerone e, tempo due anni, lo terminò?

3) Nel Decamerone, i giovani di cui parliamo nella domanda 1) si dedicano a narrare e a narrarsi novelle diversissime tra loro: alcune divertenti come quella in cui “Guglielmo Borsiere, con leggiadre parole, trafigge l’avarizia di messer Erminio de’ Grimaldi” o tragiche e tristi come quella di Guiscardo e Ghismunda? Dovrebbero distrarsi e non pensare. Allora perché il Boccaccio fa narrare loro anche storie in cui il dolore è protagonista?

4) Nelle cento novelle ci sono racconti legati all'”amor cortese”, alle allegre comitive di nobili di cui Boccaccio da giovane, a Napoli, fece parte. Sono passati molti anni dalla sua permanenza a Napoli quando lo scrittore inizia il Decamerone ma a voi non sembra (se avete letto l’opera) che, in molte novelle, traspaia, in lui, la nostalgia di quel tempo felice?

5) Boccaccio amò tante donne ma per lui esistette solo un nome: Fiammetta. In essa c’è il ricordo di tutte le donne da lui amate o Fiammetta, forse celata dietro un nome non suo, fu l’unico vero amore della sua vita?

6) Riferendoci alla domanda n. 4) vogliamo citare le novelle in cui il ricordo diventa nostalgia e la nostalgia si trasforma in una delicata capacità di narrare: la storia che ha, come protagonista, Federico degli Alberighi, oppure la vicenda di Costanza e di Martuccio, oppure l’incontro-scontro di Guido Cavalcanti con un gruppo di nobili tra cui la villania impera. Alcuni di queste novelle non possono non essere legate al periodo della felicità e della giovinezza quando Boccaccio, giovane a Napoli, amava, giocava e si divertiva? Se avete letto almeno una di queste novelle trovate sia giusta l’osservazione che noi abbiamo fatto in merito?

7) Nonostante per ben tre volte, Giovanni Boccaccio fosse inviato, come ambasciatore di Firenze, da papa Innocenzo X a Roma e poi da Urbano V, prima ad Avignone e dopo alla corte romana e nonostante avesse preso gli ordini minori, egli non fu mai tenero nei riguardi della Chiesa e molte delle sue novelle (alcune tra le più divertenti) hanno per protagonisti frati, preti e monache. Perché secondo voi?

8) Rispetto alla domanda precedente, citiamo tre novelle che vi pregheremo di leggere (ove non l’abbiate già fatto) in cui le situazioni sono talmente ridicole che, spesso, capita al lettore di dimenticare che si svolgono in una chiesa o in un convento come nella “Novella della badessa e delle brache” o nella storia della confessione di una donna “di purissima coscienza” a un solenne frate o nella vicenda di Ferondo, della sua morte apparente, dell’abate e della moglie di lui. Le novelle di questo genere sono, forse, le più piccanti del novelliere boccaccesco e quelle che, più di tutte le altre, hanno dato all’oggettivo “boccaccesco” il senso in base al quale, da sempre, viene usato. Siete d’accordo? Commentate.

9) Perché, secondo voi, ove fosse vera la nostra affermazione nella domanda precedente, lo scrittore si dedicò maggiormente a prendere in giro, pesantemente, i rappresentanti del clero e le monache chiuse (sic!) nei conventi?

10) Riferendoci alla constatazione inserita nelle domande 7 e 9, appare evidente quanto poco il Boccaccio amasse coloro che, con il loro comportamento avrebbero dovuto rappresentare degnamente la Chiesa. Anzi, in tutte le novelle di cui sono protagonisti abati e preti, frati e monache, si coglie sempre una nota di divertita malignità. Dopo aver visto il film e letto alcune storie sull’argomento, siete d’accordo con noi? Commentate.

11) Un quarto gruppo di novelle nel Decamerone si potrebbe definire costruito su azioni e personaggi buffi. Basti citare Calandrino, preso in giro dagli amici Bruno e Buffalmacco, alla ricerca dell’elitropia, la pietra nera che lo renda invisibile oppure il cuoco Chichibio e come egli si salvi dall’ira del padrone, facendolo ridere, oppure ser Ciappelletto, il furfante che, giunto in una città dove non è conosciuto, ammalatosi e in procinto di terminare la sua disonesta vita, raccontando un sacco di frottole, muore in odore di santità. In ognuna di queste novelle sopraccitate si ride e si scherza senza cattiveria come se il Boccaccio dicesse: ” Il mondo è spesso buffo e cos’ io ve lo racconto”! Qual è la vostra opinione in merito?

12) Nel Decamerone esiste, infine, un altro gruppo di novelle, intrise di una tristezza senza speranza: parlano di amori contesi, di sacrifici per amore fino alla morte e di dolori senza fine, come la storia di Andreola e di Gabriotto oppure la novella di Guiscardo, Ghismunda e del crudele principe di Salerno oppure la vicenda di Isabetta che vede morire il suo amore, ucciso dai suoi fratelli, ne dissotterra il corpo, prende la sua testa e la mette in un vaso di basilico davanti al quale piange e piange tanto che i fratelli glielo tolgono ed ella muore di dolore. A noi sembra che, in questi racconti, il Boccaccio prenda le distanze dai protagonisti. Perché ha sofferto per amore o perché la paura di dover soffrire ancora?

13) I dieci giovani novellatori nominano ogni giornata, un re o una regina che ha il compito (tranne il primo e il nono giorno in cui il tema è libero) di scegliere l’argomento che sarà di base alle novelle.
– Il mercoled’, regina è Pampinea e il tema in piena libertà. Non vi sembra che in questa libertà i giovani sembrino dimenticare la tragedia che li circonda?
– Il gioved’, regnando Filomena, il tema è quello delle avventure a lieto fine. Anche in questo caso, come nel precedente, vale la serenità per dimenticare?
– La domenica pomeriggio, (esclusi il venerd’ e il sabato dedicate alle preghiere e alle penitenze), la regina Neifile impone, come tema, il cercare o il ritrovare una cosa desiderata da tempo. E cosa a voi sembra desiderino i giovani novellatori?
– Nella quarta giornata, re Filostrato vuole che si narri di amori infelici. E’ una scelta di Filostrato per non dimenticare e non far dimenticare quali fatti tragici accadano vicino a loro?
– Nella quinta giornata, Fiammetta è la regina e desidera che si racconti della felicità raggiunta dagli amanti dopo innumerevoli difficoltà. Protagonista è l’amore quel sentimento che loro, forse, tornando a Firenze pensano che non potranno mai provare nei disastri e nelle morti procurati dalla peste. E in questa nostalgia, (per loro futura), quanto vi è del Boccaccio uomo che vive e “ricorda”?
– La sesta giornata, cade di mercoled’ e la regina è Elissa che pone il tema di come, dando risposte pronte e argute, sia possibile togliersi di impaccio in una situazione di difficoltà. Dopo le tragedie della quinta giornata non vi sembra che i giovani sembrano voler tornare a vivere?
– La settima giornata ha come re Dioneo (l’unico che, in qualsiasi giorno, può scegliere da solo l’argomento del novellatore) che pone, come base delle storie, le beffe fatte dalle donne per amore o per paura, ai loro mariti. E’ un altro giorno in cui le novelle aiutano a dimenticare?
– L’ottavo giorno riguarda Lauretta che vuole che si parli di qualsiasi tipo di beffa (Calandrino insegna!). Ognuno dei giovani racconta e gli altri ridono. Basta a non ricordare il disastro e le pene che sono loro accanto?
– Il nono giorno, regna Emilia che dà a ciascuno la possibilità di narrare ciò che più gli piace. Non si può non notare come, a parte la storia di Talano d’Imolese e della moglie, tutte le altre sono allegre, buffe e divertenti. I dieci giorni stanno per finire e ciò condiziona i giovani nel non voler rammentare la realtà che li attende quando usciranno dal loro eremo?
– La decima e ultima giornata ha, come re, Panfilo che chiede ai suoi amici di narrare storie di uomini e donne che si siano comportati con cortesia e magnanimità, sia in avventure d’amore, sia in ogni altro tipo di avventura. I novellatori ormai sanno di dover lasciare il loro rifugio. E’ per questo che Panfilo con l’argomento che dà, vuole ricordare loro come si dovranno sempre comportare quando torneranno nel mondo reale?

14) Ogni giornata, secondo la nostra opinione, per gli argomenti trattati risponde a spicchi della vita del Boccaccio. Ad esempio le novelle della terza e della quinta giornata non possono non avere, come base dei racconti, i ricordi giovanili dello scrittore in quel di Napoli e cos’ i racconti della VI, della VII e della VIII giornata servono, forse, ai giovani, tra risate e sberleffi, a provare a dimenticare la tragedia che è a loro intorno, mentre il IV giorno, in cui si parla di amori infelici, non vi sembra sia stato scelto da re Filostrato per dire e far dire ai suoi amici che s’ la peste è un male tremendo ma che si può anche morire per amore e che questo, rispetto all’epidemia, vuol dire aver vissuto, comunque, momenti felici?

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Paola Viale

Insegnante di scuola primaria in Liguria