Personaggi

Medio Oriente

Abdullah, re di Giordania

Abdullah II è diventato re di Giordania nel febbraio 1999 in seguito alla morte di re Hussein, suo padre, il cui regno era durato ben 47 anni. Hussein è stato uno dei leader più popolari del Medio Oriente, rispettato dagli arabi e dalla comunità internazionale, ha stipulato un trattato di pace con Israele nel 1994.
Il trentottenne re Abdullah, da sempre attivo nelle Forze armate del suo Paese, è salito al trono dopo una sola settimana dalla sua nomina a principe ereditario di Giordania (precedentemente il fratello di Hussein era destinato a succedergli). Una madre inglese, un’educazione anglosassone coltivata fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, Abdullah non è di madrelingua araba. Ha promesso di portare la Giordania verso un sistema di libero mercato e una monarchia costituzionale. 
Nonostante le buone relazioni che intercorrono fra Israele e la Giordania, Abdullah deve fare i conti con una popolazione per il 70 percento palestinese, dalla quale proviene anche sua moglie, la regina Rania. 
Abdullah insiste affinché Gerusalemme venga dichiarata “città aperta”, capitale dello Stato ebraico e del futuro Stato palestinese. Israele sostiene invece che la città deve e dovrà rimanere interamente israelita. 
Sulle orme del padre, Abdullah sembrerebbe aver giocato un ruolo fondamentale in qualità di mediatore su altre questioni aperte nella regione, come la riapertura del dialogo fra Israele e Siria per il quale il giovane re si è adoperato dietro le quinte.

Arafat, leader dell’OLP

La creazione di uno Stato palestinese è stata il sogno di Yasser Arafat sin dai tempi in cui faceva contrabbando di armi dall’Egitto verso la Palestina. E’ stato questo sogno a sostenerlo durante gli anni di guerriglia trascorsi con una pistola sul fianco, è stato questo sogno a guidarlo nel corso della sua leadership nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
Arafat non ha mai rinunciato a questo progetto. Anche nei mesi che hanno preceduto gli accordi raggiunti durante il summit tenutosi al Wye River Conference Center in Maryland alla fine di ottobre del 1998, Arafat ha ribadito l’intenzione e la volontà dei palestinesi di creare un proprio Stato anche qualora l’accordo con Israele non dovesse rivelarsi possibile. Tuttavia, a dispetto delle pressioni interne, finora ha sempre rinunciato a dichiarare unilateralmente la creazione dello stato palestinese.
Arafat, il cui nome è in realtà Mohammed Abdel-Raouf Arafat al Quadra al-Hussein, è nato in Egitto, al Cairo, il 24 agosto 1929. Suo padre era un commerciante di successo, sua madre morì prematuramente lasciandolo all’età di 4 anni. Il piccolo Arafat ha vissuto l’infanzia con uno zio a Gerusalemme, una città che sin dal primo dopoguerra era sotto il governo inglese secondo un mandato della Lega delle Nazioni.
Quelli sono anni decisivi per Arafat che vede nascere il conflitto fra arabi ed ebrei, in particolare per gli ebrei immigrati che arrivavano in Palestina con l’idea creare in quel territorio la propria madrepatria. 
Mentre compie i suoi studi per diventare ingegnere civile all’università del Cairo, Arafat intraprende uno studio sulla cultura ebraica, cominciando a frequentare persone di credo ebraico e leggendo le opere di sionisti quali Theodor Herzl. Ma già dal 1946 è un nazionalista palestinese che fa contrabbando di armi dall’Egitto verso la Palestina.
Quando nel 1948 scoppia il primo conflitto arabo-israeliano, si dice che Arafat riesca ad entrare in Isreaele per combattere il neonato stato ebraico. Più tardi però dichiarerà che lui ed i suoi compatrioti vennero disarmati e rispediti indietro da altri arabi che non volevano l’aiuto di forse irregolari palestinesi. In seguito alla vittoria di Israele, i palestinesi subiscono un’ulteriore umiliazione: 750.000 arabi palestinesi vengono lasciati senza un loro Stato, nonostante in origine (nel ’47) le Nazioni Unite avessero previsto in Palestina la creazione di uno stato ebraico e di uno arabo.
A metà degli anni ’50, Arafat diventa ufficiale dell’esercito egiziano e nel 1956 combatte nella campagna di Suez. 
Dopo aver lasciato le file dell’esercito, Arafat lavora come ingegnere in Kuwait. Proprio in questo periodo, insieme ad alcuni altri arabi palestinesi, forma un movimento noto col nome di Al Fatah, un’organizzazione che lotta per restituire la Palestina ai palestinesi. Questo ed altri movimenti si raggruppano nel 1964 nell’organizzazione Olp. 
Il movimento di Al Fatah diviene a poco a poco per Arafat un’occupazione a tempo pieno e alla fine del 1965 l’organizzazione comincia raid e attacchi terroristici verso Israele. 
Nel 1967 Israele vince la guerra dei Sei giorni, conquista le alture di Golan, la Cisgiordania, Gaza e gran parte della penisola del Sinai in Egitto.
Re Hussein scaccia l’Olp
Nel 1968 Arafat e Al Fatah ottengono l’attenzione della comunità internazionale in seguito alla sconfitta inflitta alle truppe israeliane che penetravano in Giordania. Le attività dell’Olp preoccupano però re Hussein di Giordania e nel 1971, dopo una sanguinosa guerra civile, Hussein obbliga i palestinesi a lasciare i territori della Giordania. Sarà, per ironia della sorte, proprio re Hussein che partecipando agli incontri di Wye riuscirà a spingere Arafat e Netanyahu a firmare una accordo.
Dopo aver lasciato la Giordania l’Olp stabilisce il proprio quartier generale in Libano e continua a promuovere raid contro Israele. Le azioni terroristiche (la piu’ celebre delle quali, nel 1972, e’ l’irruzione nel villaggio olimpico di Monaco di Baviera da parte di un commando di “Settembre Nero”, che si conclude con il sequestro e l’uccisione di 11 atleti israeliani) portano la questione palestinese alla ribalta, ma costano all’Olp un prezzo molto alto in termini di isolamento politico.
Nel 1974 ad Arafat viene concesso un intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che votano per accordare all’Olp lo status di osservatore. Otto anni più tardi, precisamente nel giugno 1982, Israele ripaga con la stessa moneta la serie di attentati terroristici dell’Olp lanciandosi in attacchi che distruggono il quartier generale dell’Olp a Beirut.
Arafat ristabilisce la sede dell’organizzazione in Tunisia e dà il suo sostegno ai palestinesi della Cisgiordania e degli altri territori occupati che iniziano ad insorgere contro Israele. 
La stretta di mano con Rabin 
Nel 1988 Arafat annuncia l’indipendenza della Cisgiordania e della striscia di Gaza e informa le Nazioni Unite che l’Olp non intende procedere nella sua attività terroristica. Dichiara che l’Olp sposa il diritto di tutte le parti a vivere in pace. Alla fine di quello stesso anno, 70 paesi riconoscono l’Olp, la cui credibilità viene però nuovamente indebolita nel 1990 quando l’organizzazione favorisce l’Iraq durante la guerra del Golfo. Sempre nel 1990 l’Olp riconosce ufficialmente Israele e nel 1993 Arafat e Yitzhak Rabin firmano gli accordi della pace di Oslo e stabiliscono un’intesa di base su cui fondare una pace più duratura.
Gli accordi prevedono un graduale ritiro delle truppe israeliane da Gaza e dalla Cisgiordania nonché la creazione di un’autorità palestinese come ente governativo dei territori occupati. 
Rabin e Arafat vincono il Premio Nobel per la pace insieme al ministro degli Esteri israeliano, Shimon Peres. 
Nel gennaio 1996, con una vittoria schiacciante Arafat diventa presidente dell’Autorità palestinese.

Bashar Hassad, presidente siriano

La morte del presidente siriano Hafez Hassad, avvenuta lo scorso giugno 2000, con l’accessione al potere di suo figlio Bashar, è stata l’ultima di una serie di successioni politiche che hanno cambiato il volto dei gruppi dirigenti in Medio Oriente. 
Il giovane trentaquattrenne, oculista formato in Gran Bretagna, ha iniziato la sua carriera di leader siriano solo pochi anni fa in seguito alla morte di suo fratello Basil, il primogenito prematuramente scomparso in un tragico incidente automobilistico. Il dispotismo con cui Hafez Hassad ha governato la Siria è durato 30 anni. Suo figlio Bashar entra ora nell’arena politica senza una base ferma, dovendo gestire un’economia stagnante dalle misere infrastrutture. 
Pur essendo un appassionato di internet e delle nuove tecnologie, non è ancora ben chiaro se e in che modo il giovane leader tradurrà la sua moderna sensibilità informatica in una politica di maggiore apertura e democrazia per la Siria. 
Così come è ancora tutta da chiarire la posizione di Bashar Hassad per ciò che riguarda i negoziati con Israele: continuerà la linea dura del padre, contrario a ogni tipo di compromesso con Israele, o adotterà un approccio più pragmatico sulla lunga questione fra i due paesi? 

Bill Clinton, ex presidente Usa 

Negli gli ultimi mesi del suo secondo mandato, il presidente americano Bill Clinton ha cercato disperatamente ma senza successo di convincere il leader palestinese Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Ehud Barak a firmare un accordo di pace definitivo. Nel corso della sua amministrazione, Clinton e’ stato piu’ volte in prima fila nell’attività di mediatore tra le parti. Nell’ottobre 1998 a Wye Mills in Maryland, Clinton ha ospitato il summit fra Arafat e l’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dal quale uscì un accordo provvisorio. Ma attuare completamente quegli accordi stipulati in territorio americano, incluso la liberazione dei prigionieri palestinesi e il ritiro delle truppe israeliane dal territorio palestinese, è stato certamente più difficile e complicato di quanto si pensasse. Il presidente Clinton, il segretario di Stato Madeleine Albright e il consigliere per il Medio Oriente Dennis Ross si sono recati più volte nella regione nell’inutile tentativo di far avanzare il processo di pace. Clinton è tuttavia riuscito a segnare alcuni punti “simbolici”: come la celebre stretta di mano fra Rabin e Arafat, o la visita ufficiale nel dicembre 1998 nella striscia di Gaza governata dai palestinesi, primo presidente americano a fare una cosa del genere. Ora, l’onere delle future mediazioni passa a George Bush. Ma il terreno, a partire dalla bozza di mediazione avanzata alla fine del 2000, e’ quello stabilito da Clinton.

 Ehud Barak, ex premier israeliano

L’ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha guidato una fragile coalizione di governo impegnata a raggiungere un accordo definitivo con i palestinesi nonostante la dura opposizione dei gruppi e dei partiti di destra. Alle elezioni di febbraio e’ stato sconfitto dal leader del partito conservatore, l’ex generale Ariel Sharon. Molti hanno giudicato le elezioni un referendum sul piano di pace mediato da Washington. Un piano di pace, tuttavia, che ha spaventato la maggioranza degli israeliani. Prima di dedicarsi alla politica, Barak è stato il militare israeliano più decorato della storia e, come tale, appare una ben strana scelta come guida del partito laburista. Ma con lui al timone i laburisti hanno assunto posizioni più moderate e, in fondo, anche Yitzhak Rabin, il premier che per primo diede la mano a Yasser Arafat, era un ex generale e capo di Stato maggiore. Durante la campagna elettorale del 1999 Barak è riuscito a riequilibrare sotto la bandiera dello slogan “Un Israele” le tradizionali politiche laburiste. La strategia funzionò e gli israeliani lo elessero con una maggioranza amplissima, del 56 per cento e mandarono a casa il primo ministro in carica Benjamin Netanyahu. Sostenendo che la sua vittoria con ampio margine gli dava mandato per porre termine al conflitto israelo-palestinese, Barak riprese i negoziati con il leader palestinese Yasser Arafat. In precedenza Netanyahu aveva congelato le trattative con i palestinesi e aveva imposto alcune condizioni perché fossero riprese. Nel maggio del 2000 Barak ha ordinato il ritiro delle truppe israeliane dal Libano del Sud. L’esercito israeliano occupava quel territorio dal 1982, anno in cui Israele aveva invaso il Libano nel tentativo di scacciare dalla striscia lungo il confine i guerriglieri. In un’intervista televisiva Barak disse che era talmente emozionato a vedere il rientro dei soldati israeliani dal Libano da sentire “un brivido lungo la schiena”. Una sensazione che rendeva giustizia della decisione di ritirarsi. Nonostante la sua maggioranza si sia disintegrata in Parlamento, Barak continua a cercare di fare passi in avanti per diminuire le tensioni con i vicini arabi di Israele. Barak è nato nel 1942 nel kibbutz Mishmar Hasharon. Si è diplomato in fisica e matematica all’università ebraica di Gerusalemme e si è laureato in ingegneria economica alla Stanford University, in California. Arruolato nelle forze armate a 17 anni, nel 1959, Barak ha combattuto in molte importanti battaglie della storia di Israele, compresa la guerra dei Sei giorni del 1967 e quella del Kippur, nel 1973. Ma la sua fama militare è legata soprattutto alle sue imprese come capo di una unità di elite dell’esercito, Sayeret Matkal. Si sa che nel 1973 si travestì da donna per penetrare a Beirut e assassinare con una squadra di compagni tre leader dell’Olp. Nel 1988 ha partecipato alla pianificazione dell’assassinio del numero due dell’Olp Abu Jihad, che si trovava a Tunisi. Fu anche il comandante di un gruppo di assalto che liberò un aereo sequestrato dai palestinesi all’aeroporto di Tel Aviv nel 1972, mentre nel 1976 comandò la famosa operazione che liberò gli ostaggi all’aeroporto di Entebbe, in Uganda. Nel 1991 fu nominato capo di Stato maggiore e promosso a tenente generale, il più alto grado delle forze armate israeliane. Come capo di Stato magigore ebbe un ruolo importante nell’accordo di pace del 1994 con la Giordania e nelle trattative con la Siria. All’inizio Barak aveva criticato gli accordi di Oslo del 1993 con i palestinesi, ma da allora sostiene che Israele deve andare avanti, in modo realistico sulla strada della pace. Nel 1995 Barak lasciò la carriera militare ed entrò nel governo di Yitzhak Rabin come ministro dell’Interno. Prima della sua nomina era stato accusato di aver abbandonato dei soldati feriti durante una esercitazione militare segreta nel 1992. Una inchiesta, tuttavia, lo assolse. Dopo che Rabin fu assassinato, Barak divenne ministro degli Esteri nel governo guidato da Shimon Peres. Peres aveva indicato Barak come suo possibile erede politico. Ma quando Barak fu eletto leader del partito laburista nel 1997, Peres si dichiarò contrario. Nonostante la sua opposizione, la presa di Barak sul partito si solidificò dopo la convocazione di elezioni anticipate. Dopo le elezioni del 6 febbraio, Barak ha dichiarato di volersi ritirare dalla scena pubblica. Ma subito dopo ha avviato il negoziato con Ariel Sharon per la costituzione di un governo di coalizione. The Associated Press contributed to this report. 

Hosni Mubarak, presidente egiziano

Hosni Mubarak è salito al potere nel 1981, due anni dopo la pace fra Egitto e Israele. Mubarak, fra i più stretti alleati di Washington, ha giocato un ruolo fondamentale come mediatore nei negoziati di Israele con i palestinesi, la Siria e il Libano. A lungo importante sostenitore del leader palestinese Yasser Arafat, Mubarak fu anche fra i primi ad appoggiare il primo ministro israeliano Ehud Barak dopo la sua vittoria nel maggio del 1999. I bombardamenti in Libano da parte di Israele nel febbraio 2000 hanno però indotto Mubarak a prendere le parti del presidente libanese Emile Lahoud nella questione concernente il diritto dei guerriglieri Hezbollah ad attaccare le forze israeliane nel Libano del sud. Da allora le truppe israeliane si sono ritirate da quella zona che era rimasta occupata dal 1978. Ma nel suo ruolo di mediazione, Mubarak corre non pochi rischi: è infatti già scampato a molti attentati alla sua persona. Militare di carriera, il suo governo è stato accusato di governare con un rigido controllo delle Forza armate. Nel settembre 1999 un referendum gli ha consentito di farsi attribuire il suo quarto mandato da presidente. L’opposizione ha boicottato il voto, chiedendo a Mubarak di indire elezioni democratiche: dirette e multipartitiche. 

Ariel Sharon, premier israeliano

Lo chiamano “bulldozer”, perché ha fama di abbattere ogni ostacolo che gli si pone davanti. Ex generale, l’aggressivo leader del partito di centro-destra Likud neo eletto premier al posto di Ehud Barak ancora una volta ha in mano il futuro politico di Israele e il processo di pace in Medio Oriente. Sharon è un uomo che ispira forti reazioni da ogni parte dello spettro politico. Per i suoi sostenitori di destra, è un eroe di guerra in grado di tutelare con mano salda gli interessi di Israele di fronte all’ostilità dei vicini arabi. “E’ un uomo coraggioso, molto acuto, un eccellente stratega furbo, competente, pieno di esperienza”, dice Sharon Uzi Landau, suo compagno di partito ed ex compagno d’armi. Per i palestinesi e per gli israeliani pacifisti, è un elefante in un negozio di porcellane cinesi, che metterà a repentaglio le già scarse possibilità di successo del processo di pace. “E’ un uomo di guerra. E’ un uomo di espansione. E’ un uomo di occupazione – dice il ministro dell’Autorità palestinese Ziad Abu-Zayyad – Non è in grado di entrare nella forma mentis necessaria alla costruzione di una pace tra palestinesi e israeliani”. Dal suo canto, Sharon ama descriversi come un pragmatico. “Credo nella pace, ma in una pace che possa garantire ad Israele una sicurezza reale per la sua sopravvivenza”, ha dichiarato una volta alla CNN. Quando fu ministro degli Esteri con il primo ministro Benjamin Netanyahu, rifiutò categoricamente di stringere la mano o persino di parlare col leader palestinese Yasser Arafat, con la sola eccezione dei colloqui di Wye River, nel 1998. Sharon ha proposto di concedere ai palestinesi la metà appena dei territori offerti da Ehud Barak, che ha guidato un governo capeggiato dal partito laburista. Nella sua ottica, questo piano garantirebbe la salvaguardia di Israele. Sharon ha ripetuto che Gerusalemme – città contesa e sulla quale Barak sembrava disposta a fare concessioni – resterà unita e resterà israeliana. Sharon, descritto da un recente articolo della rivista on line “Slate” come “un terzo Douglas MacArthur, un terzo Richard Nixon, un terzo bomba a mano”, potrebbe incontrare difficoltà ad ottenere il rispetto dei suoi avversari. “Il problema e’ che e’ divenuto un’icona negativa nel mondo arabo, agli occhi dei palestinesi e dell’intera comunità internazionale”, dice di lui Akiva Eldar, del giornale israeliano “Ha’aretz”. “Credo che in un certo senso Sharon abbia contribuito a demonizzarsi. Si è guadagnato questa immagine proprio con le sue azioni”. Come ministro della Difesa, nel 1982, Sharon orchestrò l’invasione israeliana del Libano, un’operazione militare che ha causò la morte di centinaia di civili libanesi – e negli anni a seguire anche di centinaia di soldati israeliani – mentre le forze israeliane erano impegnate nel tentativo di sopprimere in quella regione i militanti della Organizzazione per la Liberazione della Palestina. A Sharon viene anche imputata la mancata prevenzione del massacro di almeno 2000 palestinesi presso i campi profughi di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut, compiuto delle milizie cristiane alleate di Israele. Un’indagine ufficiale di Israele riconobbe Sharon quale indiretto responsabile della strage, in quanto non avrebbe impedito l’accesso ai campi da parte delle milizie, nonostante fondati timori secondo cui le stesse milizie intendessero vendicare l’omicidio del loro leader avvenuto il giorno prima. Sharon fu costretto a dimettersi. La sua precedente carriera militare non è stata meno controversa. Nato nel 1928 in una Palestina dominata dagli inglesi, Sharon si arruolò nella resistenza ad appena 14 anni, facendosi ben presto notare per le sue doti di leadership nei diversi conflitti arabo-israeliani. In seguito conquistò una fama di competenza militare e rudezza come comandante nell’attacco israeliano in Giordania nel 1953, la crisi di Suez nel 1956, la guerra dei Sei Giorni nel 1967 e la guerra dello Yom Kippur nel 1973. A capo della speciale Unità 101, affrontò con estrema durezza le infiltrazioni arabe dalla Cisgiordania e da Gaza negli anni ’50 e la guerriglia palestinese a Gaza del ’70. Sharon raggiunse i vertici della scala gerarchica militare a metà degli anni ’60. Diede le dimissioni dalla milizia nel 1972, ma venne richiamato quando la guerra si riaccese l’anno successivo. In quell’occasione venne promosso generale e messo al comando di una divisione armata. Questa catturò la Terza Armata egiziana, ponendo fine alla guerra. Sharon contribuì alla creazione del Likud nel 1973 e venne eletto alla Knesset, ma nel ’74 si dimise per assumere la carica di speciale consigliere per la sicurezza del primo ministro Yitzhak Rabin. Partecipò al governo di Menachem Begin nel 1977 come ministro dell’Agricoltura e capo del comitato ministeriale per gli insediamenti, incoraggiando la costruzione di una rete di postazioni ebraiche nei territori occupati. Assunse una posizione di grande rispetto tra i coloni e da allora si batte strenuamente contro il ritorno dei territori alla sovranità araba. In seguito al ritiro di Netanayahu da leader del Likud, nel maggio 1999, Sharon ha preso le redini del partito. Barak ha tentato di raggiungere un trattato di pace con i palestinesi, ma Sharon ha criticato il piano di Barak e le concessioni che Israele era pronta a fare durante il secondo vertice di Camp David. Il 28 dicembre del 2000 si e’ recato in visita alla Spianata delle moschee, nella parte araba di Gerusalemme. I palestinesi hanno considerato il gesto una provocazione e hanno scatenano la rivolta che ha preso il nome di seconda Intifada. Nelle settimane successive, quando Barak – travolto dalla crisi del suo governo – ha rassegnato le dimissioni, Sharon si e’ candidato (grazie anche alla rinuncia di Benjamin Netanyahu) alla carica di premier. In febbraio ha stravinto le elezioni, chiedendo a Barak di formare un governo di coalizione.

Sceicco Ahmed Yassin, leader di Hamas

Lo sceicco Ahmed Yassin ha fondato il movimento islamico di Hamas a Gaza nel 1987, all’inizio dell’Intifada, il più grande movimento palestinese di protesta non violenta contro l’occupazione israeliana. Hamas che significa “zelo, ardore, entusiasmo”, è un’organizzazione palestinese nota in tutta Gaza per le sue imprese umanitarie. Ma la frangia militare di Hamas, Izzedine al Quassam, è accusata di attacchi e attentati suicidi contro obiettivi israeliani Israele in cui hanno perso la vita decine di persone. Yassin ha circa 65 anni e da più di venti è tetraplegico. Nel 1989 un tribunale israeliano lo giudicò colpevole di aver ordinato ai membri di Hamas il rapimento e l’uccisione di due soldati israeliani. Yassin fu in quell’occasione condannato all’ergastolo. In seguito però, nel 1997, fu rilasciato in base a un accordo ottenuto da re Hussein di Giordania, il quale chiese ad Israele il rilascio di Yassin in cambio di due agenti Mossad israeliani. Yassin è considerato il principale rivale del leader delle autorità palestinesi Yasser Arafat. Nel 1988, l’organizzazione di Hamas ha pubblicato una dichiarazione ufficiale in cui si asseriva che Israele voleva la distruzione dell’Islam e che lottare contro Israele era pertanto un dovere religioso. Il movimento di Hamas si è sempre opposto ai precedenti accordi fra israeliani e palestinesi

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le biografie e le foto sono tratte da www.cnnitalia.it [dossier medio oriente]