Relazione di narrativa su Il Gattopardo

L’ultimo viaggio di don Fabrizio dal Gattopardo di Tomasi di Lampedusa

RELAZIONE SUL ROMANZO “IL GATTOPARDO” DI GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA

alunno Pietro Tivelli – classe IVF – anno scolastico 2000-2001

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

 

IL GATTOPARDO

Anno di pubblicazione: Novembre 1958

AUTORE

Giuseppe Tomasi nacque a Palermo il 23 dicembre 1896, da Beatrice Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò e da Giulio Maria Tomasi, erede del titolo di “principe di Lampedusa”. Ebbe l’infanzia vezzeggiata e solitaria del figlio unico (la sorella Stefania, nata nel 1894, era morta pochi giorni dopo la sua nascita), di un ragazzo “cui piaceva di più stare con le cose che con le persone”. La madre, donna dal carattere forte e dalla cultura vasta e non conformistica (per i criteri palermitani di allora) ebbe un ruolo decisivo nella sua vita. Nei tatti, fin quasi alla morte di lei, il figlio non se ne separò mai. Fu lei a dare a Giuseppe il gusto vasto e cosmopolita della cultura e la tendenza a estraniarsi da un ambiente palermitano ritenuto troppo angusto e provinciale: fu lei, anche, a insegnargli il francese. Il tedesco. Tomasi lo apprese dalle nurses tedesche; l’ inglese – la lingua che forse meglio conobbe e più amò – lo apprese, per proprio gusto, più tardi. Certo è che la gran parte di quelle vastissime letture che dovevano valergli presso i cugini Piccolo l’appellativo di “mostro” furono condotte direttamente in queste lingue. I genitori di Tomasi conducevano, all’ombra dei Florio, un’esistenza mondana assai brillante nella Palermo della belle époque: Tomasi ricorda un soggiorno a Favignana, nella villa dei Florio, in cui bambino fu costretto a svegliarsi all’alba per rendere omaggio alla vecchissima ex imperatrice francese Eugenia. L’idillio di un’infanzia che lo scrittore ricordò successivamente come “un paradiso” termina col processo che seguì, nel 1912, all’uccisione della sorella della madre, Giulia Trigona, da parte del suo amante. Lo scandalo costrinse i Tomasi a ‘ritirarsi a vita privata. Giuseppe conseguì nel 1914 la maturità classica al Liceo Garibaldi di Palermo. L’anno successivo si iscrisse alla Facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma, probabilmente per avviarsi alla carriera diplomatica come lo zio Pietro Tomasi. Dei suoi studi universitari, interrotti e ripresi presso diverse università, si sa pochissimo. Sembra che Lampedusa abbia affrontato un unico esame, a Roma, nel 1919. Nel frattempo, con lo scoppio della guerra, venne chiamato alle armi. Divenuto nel 1917 ufficiale di artiglieria, fu inviato al fronte in tempo per assistere alla disfatta di Caporetto e per esser fatto prigioniero, l’I 1 novembre, dagli austriaci. Dopo un primo tentativo di fuga che si interruppe alla frontiera con la Svizzera, Tomasi riuscì a scappare dal campo di prigionia ungherese nel novembre 1918. Continuerà a prestare servizio nell’esercito fino al febbraio 1920. Negli anni ’20 il futuro scrittore (che pare abbia sofferto allora di un esaurimento nervoso) viaggiò molto, in Italia e in Europa, per lo più in compagnia della madre. Risiedette anche a Genova e in Piemonte, presso quegli amici che – ancora negli anni ’50 – ricordava come i suoi migliori: Bruno Revel, Guido Lajolo, Massimo Erede. A Londra, nel 1925, Giuseppe Tomasi conobbe quella che sarebbe stata sua moglie, Alessandra (Licy) Wolff Stomersee. Licy, di due anni più grande di lui, era figlia di una cantante italiana. Alice Barbi, e di un barone lèttone di lingua tedesca, Boris Wolff Stomersee. La madre, rimasta vedova, aveva sposato lo zio di Giuseppe, Pietro Tomasi, allora ambasciatore a Londra (sarebbe stato messo a riposo anticipato nel 1926 perché non gradito al regime fascista). Licy e Giuseppe avevano in comune la vastità della cultura, il gusto della lettura, F amore per i cani; erano entrambi poliglotti (Licy parlava anche il russo) e la loro corrispondenza mescolò sempre diverse lingue. Tra il 1926 e il 1927, sulla rivista genovese Le opere e i giorni, compaiono tre saggi di Giuseppe Tomasi (su Morand, Yeats e Gundolf), gli unici scritti da lui pubblicati in vita. Negli ultimi anni e stata avanzata l’ipotesi che possano essere suoi gli elzeviri comparsi tra il 1922 e il 1924 sul Giornale di Sicilia e firmati Giuseppe Aromatisi. Dopo due visite nel castello di Stomersee, nel 1927 e nel 1931, e vari altri incontri, a Roma e altrove, Giuseppe e Licy decidono di sposarsi. II matrimonio avverrà il 24 agosto 1932 a Riga. Tomasi ne informò i genitori solo a cose fatte Pesava su di lui il timore che essi non approvassero il fatto di sposare una donna divorziata. Alla fine del 1932, Tomasi e la moglie si stabilirono a Palermo. Ma la convivenza tra Licy e Beatrice Tasca nel Palazzo Lampedusa si rivelo infelice. Dopo pochi mesi Licy decise di tornare in Lettonia. Dal 1933 alla guerra, lei e il manto vissero separati, incontrandosi d’estate a Stomersee e a Natale a Roma, dove risiedeva ora la madre di lei, ed ebbero un lunghissimo rapporto epistolare, affettuoso ma anche assai diplomatico. Nel 1934, alla morte del padre, Giuseppe Tomasi eredita, col titolo di principe di Lampedusa, le infinite, intricatissime liti giudiziarie per l’eredita Lampedusa, liti di cui si libererà solo dopo la guerra. Nel 1940, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’antico ufficiale d’artiglieria viene dapprima mobilitato, ma successivamente congedato in quanto capo d’azienda agricola Licy, per parte sua, si divide fra Stomersee e Roma, secondo gli spostamenti del fronte russo-tedesco, e lascia definitivamente il Baltico solo alla fine del 1942. Raggiungerà il manto e la suocera, che si erano li trasferiti nel 1942 a causa dei bombardamenti, a Capo d’Orlando, dopo lo sbarco in Sicilia degli alleati. La guerra segna due separazioni fondamentali nella vita di Lampedusa quella dalla propria casa, distrutta nei bombardamenti del porto di Palermo il 5 aprile 1943, e quella dalla madre Rimasta dalla fine del 1943 a Capo d’Orlando (figlio e moglie erano rientrati nel frattempo a Palermo), Beatrice Tasca tornerà nel 1946 nel palazzo semidistrutto, per morirvi dopo pochi mesi. Per qualche tempo, sotto il governo alleato, Giuseppe Tomasi è presidente, prima provinciale poi regionale, della Croce rossa Nel 1947 acquista due piani di una casa in Via Butera 28 e ne inizia il restauro. Sarà la casa degli ultimi anni della sua vita. Conduce una vita appartata e abitudinaria, segnata dalla frequentazione di pochi luoghi (il Circolo Bellini, alcuni caffè, alcune librerie) e di poche persone (Corrado Fatta, Virgilio Titone, Gaetano Falzone e soprattutto “Bebbuzzo” Sgadari di Lo Monaco e i cugini Giovanna, Lucio e Casimiro Piccolo, che visita periodicamente, con gran diletto, nella loro villa di Capo d’Orlando). Gli anni tra il 1953 e il 1957 segnano una svolta brusca nella vita di Tomasi Nella casa di Sgadari di Lo Monaco, critico musicale, nota figura della vita culturale palermitana di quel tempo, egli conosce un gruppo di giovani intellettuali (Francesco Orlando, Gioacchino Lanza, Francesco Agnello, Antonio Pasqualino, Ubaldo Mirabelli ed altri ancora) e ne diventa amico Nel novembre 1953 propone a Francesco Orlando di tenere per lui solo un corso di lingua e letteratura inglese (a parte delle lezioni assisterà però anche il piccolo circolo che si è detto). Dall’inizio di quelle lezioni fino a poco prima della morte, quest’uomo sterminatamente colto e terribilmente schivo, che ha pubblicato solo qualche saggio quasi trent’anni prima, non cesserà di scrivere. Comincerà proprio con la Letteratura inglese (cui seguiranno dal 1955 la Letteratura francese) il testo delle lezioni viene consegnato manoscritto all’allievo e da questi letto ad alta voce Seguirà, alla fine del 1954, l’inizio del lavoro al Gattopardo. L’idea di un romanzo dedicato ad una giornata nella vita di un suo antenato, al momento dello sbarco dei Mille, riposava nella mente di Lampedusa, pare, da molti anni. Uno stimolo decisivo alla sua stesura venne da un desiderio d’emulazione nei confronti del cugino Lucio Piccolo, che egli aveva – in quello stesso 1954 – visto consacrare poeta in un convegno letterario a San Pellegrino. La stesura del Gattopardo venne interrotta da quella del frammento dei Ricordi d infanzia, e intervallata o seguita da quella degli altri Racconti (La gioia e la legge La sirena, l’abbozzo di romanzo / gattini ciechi). Nel 1956 Lampedusa comincio a far dattiloscrivere il romanzo a Francesco Orlando, e lo sottopose per la pubblicazione prima alla Mondadori, poi -tramite Fausto Flaccovio – ad Elio Vittorini per l’Einaudi. Ne ricevette due rifiuti. Com’e noto, egli non era destinato a vedere il successo del libro. Nell’aprile del 1957 gli venne diagnosticato un tumore al polmone, del quale morirà a Roma il 23 luglio del 1957. II dattiloscritto del romanzo giunse tra le mani di Giorgio Bassani (cui lo invio Elena Croce) e Bassani si fece promotore e curatore della sua edizione. Il Gattopardo usci 1’ 11 novembre 1958 da Feltrinelli, incontrando un immediato, vastissimo successo e suscitando anche violente polemiche. La fama postuma del libro tu consacrata dal premio Strega del 1959, dalle numerosissime traduzioni straniere e infine dalla versione cinematografica giratane nel 1963 da Luchino Visconti.

TRAMA

Il protagonista del romanzo è Don Fabrizio Corbera, principe Salina, un casato in decadenza durante lo sbarco dei mille in Sicilia e gli avvenimenti contornanti l’unione del Regno d’Italia.

Il principe vive con quattro figli, Paolo, Carolina, Caterina e Concetta, la moglie Stella, il nipote Tancredi e Padre Pirrone. Don Fabrizio con la sua famiglia decide di partire per Donnafugata un piccolo paesino di provincia dove si trovava anche la residenza estiva dei Corbera. Qui la famiglia rincontra le vecchie conoscenze di un tempo tra cui Don Caloggero e sua figlia Angelica, di cui Tancredi si innamora. Il Plebiscito intanto, indetto per l’annessione del regno d’Italia risulta positivo. Successivamente Tancredi parte perché chiamato dall’esercito e manda allo zio Don Fabrizio una lettera affidandogli il compito di chiedere la mano della signorina Angelica. Intanto il giovane torna insieme a Cavriaghi un milanese suo compagno d’armi, segretamente innamorato di Concetta, che il realtà prova delle simpatie per il cugino. Intanto Angelica e Tancredi vivono alcuni mesi di fidanzamento alla riscoperta delle stanze disabitate del palazzo. Successivamente Padre Pirrone, andato a trovare la sua famiglia, risolve un complicato enigma amoroso ed ereditario. Al suo ritorno il ballo dai Pontaleone è l’avvenimento mondano della stagione. Qui il principe annoiato riflette sulla vita e su quella dei due giovani innamorati.

Una prolessi porta la narrazione a molti anni dopo e presenta la morte di don Fabrizio Corbera. Un altro salto nel tempo porta alla vita delle tre anziane figlie del principe Caterina, Carolina e Concetta. Una visita del prelato locale deve accertare l’autenticità delle molte reliquie possedute e della piccola cappella allestita. La visita non è molto felice infatti del centinaio di reliquie se ne salvano cinque o sei, e la cappella va riconsacrata. Il libro termina con la presa di coscienza di Concetta, che butta via Benidicò, il cane imbalsamato del padre, per chiudere definitivamente la porta del passato.

GENERE LETTERARIO

Questo libro può essere considerato un romanzo storico.

DIVISIONE INTERNA

Il libro è composto da otto capitoli e all’inizio di ogni capitolo Tomasi riassume gli avvenimenti più importanti.

CAP. I: Il rosario e la presentazione del principe – il giardino e il soldato morto – le udienze reali – la cena – in vettura per Palermo – l’andata da Mariannina – il ritorno a San Lorenzo – la conversazione con Tancredi – in Amministrazione: i feudi e i ragionamenti politici – in osservatorio con padre Pirrone – distensione al pranzo – Don Fabrizio e i contadini – Don Fabrizio e il figlio Paolo – la notizia dello sbarco e di nuovo il rosario.

CAP. II: il viaggio per Donnafugata – precedenti e svolgimento del viaggio – l’arrivo a Donnafugata – in chiesa – Don Onofrio Rotolo – la conversazione nel bagno – la fontana di Anfitride – la sorpresa prima del pranzo – il pranzo e le varie reazioni – Don Fabrizio e le stelle – la visita al monastero – ciò che si vede da una finestra.

CAP III: la partenza per la caccia – i fastidi di Don Fabrizio – la lettera di Tancredi – la caccia e il Plebiscito – Don Ciccio Tumeo inveisce – come si mangia un rospo – epiloghetto.

CAP IV: Don Fabrizio e Don Calogero – la prima visita di Angelica – l’arrivo di Tancredi e Caviraghi – l’arrivo di Angelica – il ciclone amoroso – il rilassamento dopo il ciclone – un piemontese arriva a Donnafugata – un giretto in paese – Chevalley e Don Fabrizio – la partenza all’alba.

CAP. V: L’arrivo di padre Pirrone a S. Cono – la conversazione con gli amici e l’erbario – i guai familiari di un gesuita – la risoluzione dei guai – la conversazione con “l’uomo d’onore” – Il ritorno a Palermo.

CAP VI: Andando al ballo – il ballo: ingresso di Pallavicino e dei Sedàra – il malcontento di Don Fabrizio – in biblioteca – Don Fabrizio balla con Angelica – la cena; la conversazione con Pallavicino – il ballo appassisce, si ritorna a casa.

CAP VII: La morte del principe.

CAP VIII: La visita di Monsignor Vicario – il quadro e le reliquie – la camera di Concetta – la visita di Angelica e del senatore Tassoni – il Cardinale: la fine delle reliquie – Fine di tutto.

PERSONAGGI

1) Il personaggio più importante di tutto il romanzo è Don Fabrizio Corbera Principe di Salina. Non è un uomo grasso ma soltanto immenso e fortissimo; è un quarantacinquenne molto alto, dalla pelle bianchissima e dai capelli biondi, caratteristiche legate alle sue origini tedesche. I suoi occhi sono chiari ed è proprio dal suo sguardo che trapela l’orgoglio del Principe, orgoglio dell’ “effimera conferma del proprio signoreggiare su uomini e fabbricati”.

La personalità del Principe è caratterizzata da un temperamento autoritario, da una rigidità morale e da propensione alle idee astratte: tutti i suoi comportamenti sono un po’ in antitesi con quelli di una società che pecca di scarsa coerenza morale. Contrariamente ai suoi antenati, Don Fabrizio possiede forti e reali inclinazioni alle scienze matematiche che applica all’astronomia traendone sufficienti riconoscimenti pubblici e grandi gioie private.

Don Fabrizio ha sette figli, ma a loro preferisce il nipote Tancredi del quale è tutore. La sua predilezione lo porta non solo a difendere la reputazione del nipote, mediante l’appoggio di alte autorità borboniche, ma lo porta anche a negare che il giovane possa avere delle vere colpe.

La vita del principe è caratterizzata da un continuo quasi perpetuo scontento che lo porta ad osservare la rovina del proprio ceto, che tuttavia non fa nulla per evitare. Questa coscienza della realtà in dissoluzione lo rende scettico, ed il suo è uno scetticismo che si manifesta in un gusto dissacratore delle cose, capace tuttavia di “compassione”: “il suo disgusto cedeva il posto alla compassione per tutti questi effimeri esseri che cercavano di godere dell’esiguo raggio di luce accordato loro fra le due tenebre, prima della culla, dopo gli ultimi strattoni. Come era possibile infierire contro chi, se ne è sicuri, dovrà morire?”.

Tra i pensieri più ricorrenti del Principe c’è la morte, che viene considerata come desiderio di staccarsi dalle noie, dalle angosce e dalle inquietudini della vita e di trasferirsi in un mondo più puro e più sereno.

2) Un altro personaggio rilevante è Maria Stella Corbera, la moglie del Principe Fabrizio Corbera di Salina.

Tomasi di Lampedusa la descrive all’inizio del romanzo: “La prepotenza ansiosa della principessa fece cadere seccamente il rosario nella borsa trapunta di jais, mentre gli occhi belli e maniaci sogguardavano i figli, servi e il marito tiranno, verso il quale il corpo minuscolo si protendeva in una vana ansia di dominio amoroso”.

Il marito l’accusa di non soddisfarlo nella sua vitalità. Afferma Don Fabrizio: “Sono un uomo vigoroso ancora; e come fo ad accontentarmi di una donna che a letto si fa il segno della croce prima di ogni abbraccio, e che, dopo, nei momenti di maggiore emozione, non sa dire che: Gesummaria !”

Ha un carattere a volte isterico ed è proprio per questa caratteristica che il principe spesso la critica.

3) Concetta Corbera, figlia del principe Fabrizio ci appare come una signorinetta orgogliosa e innamorata del cugino.

Nei confronti del padre ha una “perpetua sottomissione”, piegandosi ad ogni manifestazione della volontà paterna. Ma un “bagliore ferrigno” brilla nei suoi occhi quando le bizzarrie alle quali ubbidisce sono davvero troppo vessatorie.

Non osa confessare al padre il proprio innamoramento per Tancredi e ne incarica padre Pirrone: le attenzioni, gli sguardi, le mezze parole del cugino l’hanno convinta a tale decisione. Non è lieto della notizia Don Fabrizio a cui sembra stare più a cuore il destino di Tancredi di quello della figlia: “timida, riservata, ritrosa, con tante virtù passive, sarebbe stata sempre la bella educanda che era adesso, una palla di piombo ai piedi del marito”.

Alla morte del padre è l’unica a non versare alcuna lacrima, risentita ancora di essere stata da lui sacrificata per il “bene” del “suo” Tancredi.

Assieme alle sorelle Caterina e Carolina diviene proprietaria della villa Salina e, dopo aspre lotte per l’egemonia della famiglia, assume il rango di padrona di casa.

Fino alla fine del libro Concetta incontrerà grandi difficoltà e delusioni, due caratteristiche che hanno sempre caratterizzato questo personaggio.

4) Un’altra figura di sicura importanza è Tancredi Falconeri, nipote e pupillo del Principe di Salina.

Suo padre, che aveva sposato la sorella di Don Fabrizio, aveva sperperato quasi tutto il suo patrimonio e poi era morto. Successivamente morì anche la madre, cos’ all’età di 14 anni, Tancredi rimase orfano e il Re confer’ al Principe la tutela del nipote. A 21 anni Tancredi è un giovane dal volto magro, dagli occhi azzurro-grigio, dalla voce leggermente nasale che porta una carica di brio giovanile.

Il giovane Falconeri è un ragazzo dal temperamento frivolo, a momenti interrotto da improvvise crisi di serietà; è descritto come un giovane dalla condotta poco esemplare; mostra simpatie per i liberali che a quel tempo si organizzavano segretamente.

E’ un ragazzo intelligente che fa uso dell’arte di accattivarsi il favore del popolo per meglio dominarlo ed è capace dei più gustosi giochi di parole.

Tancredi si distingue subito da tutti gli altri protagonisti che ruotano attorno a Don Fabrizio, per la sua decisione di schierarsi tra i garibaldini, pur appartenendo all’aristocrazia palermitana. Il giovane spiega di voler partire perché teme di venire imprigionato al primo scoppio di un’insurrezione, tuttavia il vero motivo è un altro: lui stesso dice che “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Tancredi ha capito che la rovina più grande per gli aristocratici non è la conquista dei Savoia, ma la caduta della monarchia e l’instaurazione della repubblica, che verrebbe accompagnata da un profondo cambiamento sociale. Per questo motivo decide di partecipare al movimento rivoluzionario. In breve tempo Tancredi viene promosso, anzi “creato capitano sul campo”, e il giovane ottiene una licenza di un mese grazie alla quale parte con gli zii per Donnafugata. In questo paesino si innamora della bella Angelica Sedara, dimenticando i sentimenti che provava per la cara cugina Concetta. Tancredi riparte dopo pochi giorni per l’esercito. Quando scrive allo zio per chiedergli di domandare la mano di Angelica, si comporta con presuntuosa sicurezza di sé, considerando già accettato, da Angelica, il suo desiderio. Da questo momento in poi, Tancredi sembra divenire un bravo ragazzo legato ad Angelica da profondo amore e non particolarmente preoccupato della classe sociale a cui appartiene la sua futura moglie.

5) Altri personaggi sono molto importanti nel racconto come per esempio padre Pirrone, il gesuita che ha la direzione spirituale generale di casa Salina; Don Calogero Sedara, il sindaco di Donnafugata; Angelica Sedara, la figlia del sindaco di Donnafugata che viene descritta dal narratore “alta, ben fatta, con occhi verdi un po’ crudeli.”; Don Ciccio Tumeo, l’organista della Chiesa Madre di Donnafugata.

NARRATORE

Il narratore in questo libro è esterno, onnisciente e coincide con l’autore.

TEMPO E SPAZIO

Il periodo dell’unificazione del Regno d’Italia e quello immediatamente successivo fanno da sfondo alla vicenda. Lo spazio è ambientato nei poderi e nel palazzo dei Salina che si trovavano in Sicilia, nella campagna circondante Palermo.

TEMPO DELLA STORIA E TEMPO DEL RACCONTO

Tempo della storia e tempo del racconto non coincidono. Tomasi inserisce nel suo romanzo lunghe descrizioni che interrompono la narrazione ed inoltre sono presenti due salti nel tempo che portano a periodi di anni successivi.

TEMA CENTRALE

Il tema centrale del romanzo è l’unificazione del Regno d’Italia, visto come declino della società nobile del sud del paese, infatti un aspetto molto presente è quello dell’ottusità ai cambiamenti. Solo il giovane Tancredi capisce l’importanza del cambiare.

Un altro tema è quello dell’amore tra Concetta e Tancredi (e di quest’ultimo con Angelica) e quello della religiosità portata all’esasperazione.