Sören Kierkegaard

 

L’estetismo : il culto della bellezza

Tesina Esame di Stato di Roberto Garavaglia – Esame di Maturità 2002

Sören Kierkegaard

Un singolo nell’esistenza

Sulla vicenda biografica di Kierkegaard abbiamo solo le migliaia di pagine del Diario, che non rappresentano una spiegazione del suo pensiero, ma solo un’autobiografia in cui s’intrecciano le linee della sua filosofia. Il padre di Kierkegaard, Michael, era un commerciante che aveva raggiunto il benessere dopo una fanciullezza solitaria sui pascoli dello Jutland. Era un uomo severo, profondamente religioso. Aveva sposato, dopo la morte della prima moglie, la cameriera da cui aveva avuto sette figli.

Soren Kierkegaard era l’ultimo (1813), e descrive la sua infanzia come infelice, perché non si sentiva uguale agli altri: fragile fisicamente e acuto mentalmente; sproporzionato dunque. Nascondeva questa sua infelicità al mondo e al padre, l’uomo che più amava, ma che meno l’aveva capito, impartendogli un’educazione cristiana che sfiorava la pazzia e trattandolo

come un vecchio. Nonostante ciò, Kierkegaard non odiò – mai il

cristianesimo, ma si propose di difenderlo ed esporlo nella sua vera figura.

Nel 1830 Kierkegaard si iscrive alla facoltà di teologia di Copenaghen e concluderà gli studi in 10 anni. Anche questo periodo è segnato dalla malinconia: intorno al 1832 muoiono sua madre e tre fratelli, mentre il padre se ne addossa la colpa considerandola una punizione divina forse per una bestemmia pronunciata tempo prima o forse per la relazione con la cameriera conosciuta prima della morte della prima moglie.

Da queste rivelazioni del padre segue il “grande terremoto” interiore di Kierkegaard (1835), a seguito del quale si allontanerà dal padre e cadrà in una grande crisi di sfiducia religiosa. Da allora Kierkegaard farà esperienza del mondo della sensualità, del dubbio, della disperazione. Dopo un rapporto con, forse, una prostituta, Kierkegaard sentirà crescere dentro di sé questa colpa inconfessabile al punto da ritenersi precluso ad una vita normale: la famiglia e la carriera di pastore.

Il Diario dì Kierkegaard inizia nel 1833. Oltre alla sua biografia da esso possiamo scoprire le letture del filosofo. Insieme ad un’immensa mole di testi religiosi, Kierkegaard lesse la letteratura romantica (amò molto Goethe), l’idealismo tedesco, ma soprattutto Socrate, con il suo “conosci te stesso”. Nel frattempo, i suoi maestri gli insegnano il bisogno dì conciliare religione e filosofia, citando esempi illustri, ma Kierkegaard è convinto che ciò non è possibile. Nel 1838 Michael, suo padre, muore. Kierkegaard si convince allora a finire gli studi, si laurea ed entra nel Seminario pastorale. Ottiene un titolo nella facoltà di Filosofia e si fidanza con lamatissima Regine Olsen, una borghese.

Sembra che la prospettiva di una buona carriera e del matrimonio abbiano aperto a Kierkegaard la via della riconciliazione con l’universale, ma è il filosofo stesso che la impedisce. Rifiuta di sposarsi con Regine, anche se lama moltissimo. Kierkegaard è ancora legato all’idea di non essere degno di adempiere ai doveri matrimoniali e sente ancora l’oppressione della colpa patema gravare su di lui.

Riceve l’eredità paterna, grazie alla quale può dedicarsi esclusivamente alla scrittura delle sue maggiori opere. I suoi scritti sono una testimonianza del cristianesimo. Ma il filosofo non si limita a testimoniare la sua fede attraverso le opere scritte ed inizia così una lunga serie di battaglie pubbliche, che lo amareggia molto, in cui viene più volte schernito per le sue idee e per l’aspetto fisico. Kierkegaard sostiene la monarchia, attacca l’esaltazione del suffragio universale (è molto pessimista rispetto alla politica) e del concetto di folla, pericolosissima in quanto tende ad eliminare il concetto d’individuo.

La battaglia più violenta è contro la Chiesa luterana danese. Muore un vescovo ed il suo successore, durante l’encomio, lo chiama “testimone della verità”. In un articolo, Kierkegaard attacca violentemente questaffermazione e la polemica diventa molto aspra. Il filosofo decide persino di fondare una rivista che redige tutto da solo in cui polemizza contro la burocratizzazione e la mondanizzazione della Chiesa che tradisce l’autentico spirito cristiano.

È l’ultima battaglia della sua vita: nell’ottobre 1855 è colpito da paralisi e muore il 18 novembre

La COMUNICAZIONE D’ESISTENZA TRA SCRITTURA E NOIA

Il rapporto con la scrittura è fondamentale per Kierkegaard. Non è un fatto immediato, ma meditato e ricercato fin nei minimi termini. È come se cercasse di ridare vita alla morta filosofia con le parole, come se volesse mostrare il nesso incredibile fra la vita e i dialoghi socratici.

La comunicazione è fondamentale. Kierkegaard stesso divide le sue opere in rapporto ai metodi di comunicazione:

·        comunicazione diretta, a cui appartengono gli scritti religiosi (sono le opere firmate).

·        comunicazione indiretta a cui appartengono le opere pseudonime (firmate con pseudonimi)

·        il Diario

La pseudonimia, tipica del romanticismo, è la maschera di Kierkegaard, rappresentata da nomi bizzarri o allusivi che spesso dialogano da un’opera all’altra, in un gioco di scatole cinesi. Scopo della maschera è di poter realizzare la comunicazione indiretta. Attraverso di essa si attua la comunicazione d’esistenza, che dovrebbe attivare nell’interlocutore l’idea di poter fare.

Il cristianesimo è comunicazione d’esistenza, che trasforma. Dunque la pseudonimia e anche l’ironia sono i mezzi per raggiungere questa comunicazione. Con queste maschere Sören non vuole proteggersi dal giudizio dei suoi oppositori, ma vuole distanziare il suo punto di vista da quello espresso dalle maschere. Così ogni maschera rappresenta una possibilità di esistenza, ma in nessuna di queste il filosofo si identifica.

Naturalmente non manca la critica verso la comunicazione del tempo, giudicata radicalmente falsa. La falsità non deriva dal contenuto della comunicazione ma dal rapporto fra gli interlocutori. I pensatori, coloro che comunicano il loro pensiero, sono distaccati da esso; propongono modelli di vita che non seguirebbero mai. Gli esempi da seguire sono Cristo e Socrate, pensatori cosiddetti “esistenti”. Esiste un rapporto di anonimità  fra gli interlocutori, per cui il ricevente non si chiama più “io”, ma “pubblico”.

Quindi per attuare una comunicazione d’esistenza non si può usare la forma diretta che è propria del sapere oggettivo che genera la dimenticanza, ma la forma indiretta.

Lestensione deve essere ridotta a favore dell’intensità della comunicazione perché si parla ad un Singolo, non ad un Pubblico.

La funzione della comunicazione è costringere gli uomini a diventare attenti alla realtà. La funzione della comunicazione religiosa è rompere l’illusione che tuffi hanno di essere cristiani mentre in realtà non lo sono affatto.

LE POSSIBILITà DELLA SCELTA: VITA ESTETICA E VITA ETICA

Esistano tre stadi nella vita: estetico, etico, religioso. L’opera Aut-Aut esprime il bisogno di scelta fra le prime due possibilità: l’esteta vive immediatamente il suo rapporto con la vita e la sua sfera è il gioco.

Il libro è basato sul dialogo di 4 figure: il giudice Wilhelm; Don Giovanni, Faust e il seduttore Johannes (tutti e tre vita estetica): il primo è il potere e il piacere della seduzione immediata; Faust incarna il gioco della conoscenza e seduce una sola donna; Johannes è la seduzione estetica, che conquista e abbandona. Johannes evita il possesso, perché la riuscita della seduzione mette fine al piacere. Egli vive nella categoria dell’interessante, in cui non ci si appaga della cosa in sé, ma del modo in cui si raggiunge. Da esteta, Johannes vive.nell’orizzonte della possibilità infinita La sua personalità è quindi dispersa nella molteplicità, ha sempre una maschera. La sua vita non ha durata perché si riduce a vivere attimi fissi. Questo è quello che pensa il giudice Wilhelm, che

esprime l’ottica della vita etica.

Appare ora un’altra categoria che caratterizza l’esteta: la disperazione, nata dal fatto che l’esteta è sempre al vertice delle infinite possibilità, può essere tutto ma non è niente.

La disperazione può essere eliminata dalla distrazione, ma può anche essere assunta, cioè scelta, e allora si rientra nel campo dell’etica: ciò che caratterizza l’etica è infatti la scelta. Nell’atto della scelta l’Io passa dal piano della possibilità a quello della realtà. Chi sceglie diventa trasparente a se stesso, si conosce.

Non è possibile dunque parlare di scelta estetica, perché l’estetico consiste proprio nel non scegliere. L’esteta non ha libertà, perché mentre rimanda la sua scelta altri hanno scelto per lui.

Oltre a questo, è diverso anche il rapporto con il tempo: la vita etica ha sviluppo, ha storia, perché la scelta è un punto fissato nel passato; l’esteta non ha memoria perché non ha storia.

La differenza tra vita etica ed estetica si vede nel matrimonio questo è sintesi dell’immediatezza sensuale del primo amore e della riflessione.

Kierkegaard condanna apertamente lautoesclusione dalla comunità (ascesi compresa) perché è nella comunità che si manifesta la scelta etica.

Lo stadio della vita estetica in Aut -Aut. Edonismo. Dimensione del presente.

Tale stadio è caratterizzato dalla dimensione del presente, dal lasciarsi vivere attimo per attimo, senza farsi condizionare né dal passato né dal futuro, sfuggendo ogni scelta, disperdendo la propria esperienza nel molteplice, senza uno scopo, un programma, senza legarsi a nulla. Vita tipica dell’esteta, del seduttore, impersonato dalle figure di Don Giovanni, Faust, Joahannes.

A Don Giovanni non interessa la donna in quanto specifico individuo, ma ama romanticamente un essere unico al mondo; don Giovanni ama la femminilità in generale. La vita dell’esteta non ha storia “Tutto per lui è solo questione del momento… ” ma è inevitabile che il momento sia vissuto in modo sempre più sbiadito. Perciò per Don Giovanni è indispensabile mutare continuamente le occasioni di godimento, senza rimorsi a rimpianti. La soddisfazione dell’esteta dipende dal fatto che non aspira a nulla di diverso da ciò che gli offre il presente: godi la vita e vivi il tuo desiderio”. Ma occorre una straordinaria potenza fantastica per saper ballare il valzer dell’istante. Immediatezza, esteriorità, istante, esperienza sempre nuova, irripetibile, eccezionale, disdegno per l’esperienza banale e il volgare calcolo.

Ma l’eccezionalità del godimento diventa sempre più difficile da conseguire, la qualità dell’appagamento scade in ripetizione. Egli non sceglie automaticamente, poiché lascia che le circostanze scelgano per lui; non sceglie liberamente perché lascia al caso la scelta della sua vita. E alla fine sopravviene l’indifferenza di tutto. La noia accompagna ogni piacere. La disperazione è il punto di arrivo di chi vive nella dimensione estetica. Disperazione per la vanità del tutto, per la mancanza di senso, per il bisogno di vita autentica, bisogno di scegliere se stessi e non l’apparenza molteplice. E’ la disperazione di Don Giovanni che pur avendo posseduto infinite donne sente di non averne avuta realmente nessuna. La dimensione estetica consiste appunto nel rifiutare o rimandare la scelta, nella non scelta, nell’abbandonarsi alla corrente, nel lasciare agli altri tale incombenza.

Gli altri hanno scelto per lui, perché lui ha perduto se stesso”. Ne deriva che “ogni concezione estetica della vita è [infine consciamente o inconsciamente] disperazione”.

Faust seduce una sola donna, Margherita, che lo attrae per la sua purezza e innocenza, e sulla quale vuole esercitare un dominio assoluto grazie alla sua superiorità intellettuale.

Johannes, infine, il protagonista del Diario di un seduttore, è la vera e propria figura dell’esteta, neppure interessato al possesso effettivo della donna, quanto al gioco di vederla soccombere alle sue trame. Mentre a Don Giovanni interessa solo il possesso, a Johannes interessa solo far sì che Cordelia si innamori di lui. Ma il piacere dell’esteta è precario: subentra la noia, cui fa seguito la disperazione. Il saggio assessore Wilhelm gli pone davanti il suo destino: “la stessa cosa si ripeterà all’infinito .. la tua vita si disfa in una serie incoerente di episodi senza che tu possa spiegarla non sai che giungerà lora della mezzanotte in cui ognuno dovrà smascherarsi? Credi che si possa sempre scherzare con la vita? Credi che si possa di nascosto sgattaiolare via un po prima della mezzanotte per sfuggirla?”

Stadio della vita etica. Dovere (Aut-Aut). Il passato, l’abitudine

Con il salto nella dimensione etica (la figura dell’assessore Wilhelm) l’uomo sceglie non la varietà delle cose intorno a lui, ma se stesso, -la trasparenza, la continuità, dominata dalla fedeltà al passato (ripetitività). Sceglie il suo ruolo, si impegna nella e per la società col lavoro, formandosi una famiglia, stabilendo delle relazioni stabilì di amicizia e mantenendo fede a questo impegno, in cui l’individuo ha in se stesso il suo fine”, “sceglie se stesso”.

Figura tipica di questo stadio è quella del marito. Kierkegaard in Aut-Aut ritiene ancora possibile e valida questa prospettiva. Ma nelle opere successive analizza lo smacco cui il singolo va incontro anche nella dimensione etica, lo smacco del pentimento che accompagna anche l’esistenza fondata sui valori etici: chi non intende sfuggire alle proprie responsabilità matura una duplice insoddisfazione derivante

  1. dalla costante subordinazione ad una norma generale, che mette a repentaglio l’autonomia dei singolo;

  2. dal senso di inadeguatezza nei confronti del proprio compito.

Ma pentirsi vuol dire sentire il proprio limite, negare valore alla propria personalità, denunciarne l’insufficienza. Neppure la dimensione etica della vita sfugge all’angoscia. La ripetizione (amare la stessa donna, svolgere la stessa professione, riconfermare il passato), il dovere di conformarsi alla legge morale, minacciano costantemente l’autonomia dell’individuo, la sua singolarità, che rischia di dissolversi nell’universalità e nell’anonimato.

LO SCACCO DELL’ETICA: IL PECCATO E L’ANGOSCIA

E’ necessaria una riflessione: ciò che è scelto esiste già, altrimenti non potrebbe essere scelto. Quindi io non creo me stesso, ma mi scelgo. Questo è lo scacco dell’etica: presuppone che l’uomo sia in grado di raggiungere l’idealità.

Ma l’uomo sarà sempre gravato dal peccato e perciò non potrà mai raggiungere l’idealità.

La vera scelta etica è quella che passa attraverso il pentimento, cioè la consapevolezza di aver peccato. Il peccato si presenta come scelta e a volte come assurdo: è il caso di Abramo che, spinto da Dio a sacrificare Isacco, peccherebbe sia se lo uccidesse (contro le leggi morali del suo popolo) sia se non lo facesse (contro un ordine di Dio). Questa situazione genera angoscia: peccato e angoscia sono costitutivi dell’essenza dell’uomo.

li peccato è una rottura da una situazione d’innocenza. L’innocenza è ignoranza. perché nell’innocenza l’uomo non è consapevole né del bene né del male. Kierkegaard non sa allora come si passa dall’innocenza al peccato, ma sa che il suo presupposto è l’angoscia. Langoscia è il sentimento che prova l’uomo quando ha la libertà di potere, è al vertice della libertà.

Da quando inizia la storia, l’angoscia è presente ovunque, visibile o meno. Comunque l’angoscia riesce ad aprirci alla libertà perché ci libera dalle illusioni: più profonda è l’angoscia e più grande è l’uomo.

IL PENSATORE SOGGETTIVO E LA DIALETTICA DELL’ESISTENZA

Nelle sue opere, Kierkegaard traccia una nuova filosofia, ponendo la religione come la più alta sfera dell’esistenza. Di queste ultime quattro opere, le prime due sono firmate da Johannes Climacus, le ultime due da Anticlimacus.

Climacus era il soprannome del monaco bizantino Johannes: lo pseudonimo indica dunque un’aspirazione all’ascesa Climacus non è cristiano ma si pone il problema della verità e del cristianesimo. Anticlimacus è il cristiano straordinario, che ha compiuto già l’ascesa.

Kierkegaard si pone a metà fra le due figure (si firma come editore): egli ha compreso che la verità è nel rapporto con il trascendente, ma ancora non ha compiuto il passaggio.

In questi ultimi scritti Kierkegaard polemizza contro il sistema hegeliano, che vuole comprendere razionalmente tutta la realtà: un sistema logico è possibile, ma non è possibile estenderlo a tutta la realtà. La logica è infatti priva di movimento, mentre l’esistenza è continuo divenire.

L’essere poi, dice Kierkegaard, non può venire dedotto dal pensiero, perché all’interno del pensiero astratto l’esistenza non esiste: l’esistenza è una realtà singola, mentre l’astratto è universale. Il Sistema di Hegel è unità di pensiero ed essere, mentre questi devono essere necessariamente separati. Questo non vuol dire che l’esistenza includa il pensiero: anche Kierkegaard sente il bisogno di superate l’immediatezza dell’essere ma si accorge che per conoscere la verità è necessario un essere concreto che la pensi. La verità è dunque soggettività, appropriazione dell’interiorità.

Come avviene questo movimento verso la verità? Intanto, il fatto che l’esistenza ponga la questione della verità indica che egli è la non-verità. Al contrario di quello che pensa Socrate, per Kierkegaard il Singolo è fuori della verità. Lappropriazione richiede dunque un salto dall’immanenza.

Vi è una differenza assoluta fra uomo e Dio, perché l’uomo pensa, mentre Dio crea, l’uomo esiste e Dio è eterno. L’esistenza separa pensiero ed essere. Se sì trattasse di un altro tipo di differenza si potrebbe mediare, ma sì tratta dì una differenza assoluta. L’errore di Hegel sta nel voler assorbire il finito nell’infinito, l’uomo relativo in dio Assoluto, secondo una dialettica quantitativa. La dialettica di Kierkegaard è invece qualitativa: il Singolo è in una posizione di rottura rispetto a tutto il resto, perché l’Assoluto è necessariamente altro.

Categorie fondamentali dì questa dialettica sono la decisione e la ripresa. Nella decisione il singolo compie il salto, la scelta verso l’infinito che è in lui; nella ripresa egli ricorda il passato procedendo nell’avvenire.

Per l’esteta, che non conosce la decisione, la ripresa è impossibile. Nella vita etica invece vi sono sia scelta che ripresa.

Esistenza come peccato, sentimento del possibile, angoscia

Esistere (ex-sistere = venir fuori) vuol dire emergere da un oscuro infinito – infinito, dal nulla. Vuol dire affermare la propria individualità distinta; far scaturire l’individualità finita dall’essere infinito; staccarsi da DIO = peccato. Essendo creatura di Dio non appartengo a me stesso. da tale punto di vista l’individuo non è che impotenza e nullità. Derivo dal nulla, sono nulla, eppure mi riconosco come qualcosa. Ma non posso esistere se non come peccatore, se non come paradosso e contraddizione vivente. Esistere è peccato, perdita dell’originaria innocenza Il divieto divino pone innanzi ad Adamo la possibilità della scelta, la possibilità di affermare se stesso come volontà individuale staccandosi di Dio.

Pertanto scegliere, qualunque sia la scelta, è peccato. Vivere la propria vita vuol dire peccare. Il peccato originale consiste nella traduzione in atto di tale possibilità di scelta, nella volontà di conoscere il bene e il male. Ha inizio l’angoscia del possibile. Il possibile induce l’angoscia. “La possibilità è la più pesante delle categorie… nella possibilità tutto è egualmente possibile.. chi esce dalle scuole della possibilità” apprende che “dalla vita non può pretendere assolutamente nulla e che il lato terribile, la perdizione, l’annientamento abita con ogni uomo a porta a porta”.

Langoscia non è generata da un timore specifico, come il sentimento della paura, ma da un pericolo indefinito, e tuttavia minacciosamente incombente nell’orizzonte delle possibilità. Sentimento del possibile. nel possibile tutto è possibile. E tuttavia l’angoscia “è un’avventura che deve essere attraversata da ogni uomo, affinché non vada a perdizione, o per non averla mai conosciuta o per essersi definitivamente fissato in essa; chi invece ha appreso a sentire l’angoscia giustamente ha raggiunto il grado più alto”.

LA DIALETTICA DELLA DISPERAZIONE, IL PARADOSSO, LA FEDE

Nella dialettica qualitativa ogni passaggio è dovuto ad una scelta, non è necessario. La scelta fa sì che l’io prenda coscienza del rapporto che ha con sé stesso.

La disperazione è la condizione esistenziale dell’uomo, non più solo una parte della vita estetica. Essa vive all’interno dell’uomo sempre. Anche se ci può sembrare di disperarci per un fatto determinato, in realtà la disperazione si rivolge sempre al proprio io, che non riesce ad essere l’io che vogliamo che fosse.

Per uscire dalla disperazione (e dal peccato), bisogna prendere una decisione eterna: credere. In questo modo l’io riesce a trovare la sua infinità in Dio. Per questo tanto più la disperazione cresce, quanto più l’uomo si avvicina all’infinità.

La soglia della decisione infinita avviene con l’accettazione del paradosso: Cristo, che è l’eterno venuto nel tempo. Se non si accetta il paradosso si cade nello scandalo: Cristo è allora possibilità di salvezza e insieme scandalo, è un segno di contraddizione. Scandalizzarsi vuol dire non accettare lassurdo che il peccato dell’uomo interessi a Dio. La cristianità, elevandosi a dottrina, cerca di eliminare la possibilità dello scandalo.

La fede come paradosso e scandalo

Solo la fede, cioè la convinzione che a Dio tutto è possibile, fornisce la possibilità di uscire dalla disperazione e dall’angoscia tramite la preghiera. Ma si richiede un salto decisivo: il Cristianesimo consiste appunto in TIMORE e TREMORE, le categorie del salto e del paradosso.

Cristo è il segno di questo paradosso. È colui che soffre e muore come uomo, mentre parla e agisce come Dio; è colui che è e si deve riconoscere come Dio, mentre soffre e muore come un misero uomo. L’uomo è posto di fronte  al bivio: credere o non credere. Da un lato è lui che deve scegliere, dall’altro ogni sua iniziativa è esclusa perché Dio è tutto e da lui deriva anche la fede. La vita religiosa è nelle maglie di questa contraddizione inesplicabile; ma questa contraddizione è quella stessa dell’esistenza umana” (N. Abbagnano)

Stadio della vita religiosa (Timore e Tremore). Disperazione, fede e speranza.

Il Cristianesimo non è religione consolante: è paradosso e scandalo. Il paradosso del Dio che si fa uomo può essere solo testimoniato, non compreso dalla filosofia. È un atto di fede incommensurabile alla ragione. Lo scandalo della fede è nella sua irriducibilità alla legge morale. La fede è al dì là dì ogni ragione; non chiede né da spiegazioni: crede nonostante tutto Se l’esistenza è precarietà, contraddizione, angoscia e disperazione, la fede è rovesciamento dell’esistenza nell’immutabile; speranza, per quanto assurda, di colmare la distanza tra uomo e Dio, tra finito e infinito. La fede di Kierkegaard è ben diversa dalla “scommessa pascaliana” in cui, scegliendo Dio, c’è tutto da guadagnare e ben poco da perdere. il prezzo della fede è il mondo, la famiglia, forse la vita.

In un mondo dove tutto è possibile, Dio potrebbe anche non sceglierlo, Dio potrebbe non esistere. Dunque la scelta più rischiosa dell’esistenza è il “salto morale” oltre la ragione, decisivo nell’esperienza religiosa, dove l’individuo si trova a tu per tu con Dio nel proprio isolamento, e col senso del proprio peccato. “Vi sono molto, qualità di amore … ma appena amo liberamente, e amo Dio, non posso far altro che pentirmi”. Il rapporto con Dio non può essere che pentimento (disgusto di sé), poiché l’uomo non può esistere se non peccando: “amar Dio odiando se stesso, e quindi odiando gli altri uomini, anche il padre, la madre, la moglie e il figlio”. L’uomo esiste solo con un atto di ribellione a Dio: la trasgressione al divieto di non mangiare all’albero della scienza del bene e del male col peccato originale, gli hanno fatto perdere l’innocenza, in cui pure Adamo era stretto dall’angoscia non del peccato, ma del nulla. Nello stadio religioso l’uomo sperimenta l’angoscia nella forma più lacerante. fede contro legge morale.

La forma più radicale di Aut – Aut. Dio comanda ad Abramo, vissuto nel rispetto della legge morale, di sacrificare Isacco e di contravvenire scandalosamente alla legge, senza garanzia alcuna di non ingannarsi scegliendo la fede e non la morale. (il comando divino poteva anche voler mettere alla prova il buon senso di Abramo, poteva provenire dal Maligno sotto mentite spoglie, ecc). Abramo è solo, nel silenzio, a differenza dell’eroe tragico Agamennone, che pure sacrifica lfigenia, ma col consenso e il cordoglio dì tutti i greci. La fede gli impone un atteggiamento di rottura nei confronti del mondo umano e dei suoi valori.

Aut – Aut, possibilità di scelta, libertà come infinita indeterminazione, apertura a tutte le possibilità, anche alla possibilità della salvezza. Il salto nella fede non fornisce alcuna certezza duratura: nulla garantisce che l’abbandono della legge sia premiato. Nessun saldo criterio distingue la fede dalla follia.

L’uomo afferma se stesso contro il conformismo della legge, ponendosi solo dì fronte a Dio, e nello stesso tempo annullandosi in Dio. La fede è scandalo e paradosso. Timore e tremore. Mentre nella vita etica l’uomo sceglie se stesso, l’oggetto della fede è la realtà di un Altro”, l’uomo sceglie la trascendenza, l’infinito.