Sulla scuola e sui precari la sinistra e i sindacati sono in malafede

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di Giuliano Cazzola – L’occidentale – 28 Settembre 2009

Se un operaio metalmeccanico perde il lavoro o non riesce, insieme ai suoi compagni, a rinnovare il contratto, se la prende con il suo padrone o, più in generale, con la Confindustria. Non pensa di essere vittima di un disegno perverso della Spectre rivolto a smantellare l’apparato industriale del Paese, cominciando proprio dal suo posto di lavoro. Se vicende analoghe capitano ad un medico ospedaliero o ad un insegnante, ambedue sindacalizzati, la loro reazione è una sola: è in atto un attacco al Servizio sanitario nazionale o alla scuola pubblica. Sono dei maestri nello scomodare le riforme per giustificare i loro normali problemi sindacali.

Prendiamo il caso della scuola: l’inizio dell’anno scolastico ha visto riemergere la protesta degli insegnanti contro il ministro Gelmini e le leggi votate dal Parlamento. Come sempre accade in queste vertenze si danno dei numeri a casaccio e si denunciano vessazioni di ogni tipo. E naturalmente si snobbano i provvedimenti che il governo ha assunto (per la prima volta) a favore dei docenti precari che non hanno potuto ottenere un incarico annuale. A parte il fatto che dai dati risulta come procede molto a rilento l’assegnazione delle supplenze di durata annuale perché molte vengono rifiutate, è il caso di compiere un check up del personale scolastico (ricordando che le “risorse umane” della scuola pubblica assorbono più del 90% degli stanziamenti destinati al settore). Ci aiuta in tale ricerca uno studio della Fondazione Agnelli, ampiamente commentato dal Corriere della Sera di giovedì 24 settembre. E’ interessante notare, in primo luogo, nel campione, il numero degli insegnanti laureati per ogni tipo di scuola. Nella scuola materna è in possesso di un diploma di laurea meno del 25% degli insegnanti. Nella scuola elementare appena un terzo. Ovviamente la situazione si inverte – ci mancherebbe altro – nella scuola media inferiore (solo l’8% non è laureato) e superiore (solo il 6,9% non ha la laurea). In totale, soltanto il 59,3% ha la laurea, mentre ne è privo poco più del 40%.
Ma in quali materie sono laureati i professori ? Il 42,1% in letteratura, storia e filosofia. Quanto alle altre materie, soprattutto scientifiche, il panorama è desolante: il 4% è laureato in matematica, il 12,2% in scienze, il 3,8% in ingegneria, il 3% in economia, il 2,9% in giurisprudenza, il 7,1% in architettura. E via di questo passo. Come se non bastasse la metà dei docenti si sente inadeguata ad insegnare in classi diversificate e pluriculturali (alla faccia della sinistra che giudica come razziste le proposte di predisporre corsi preparatori prima dell’inserimento dei piccoli immigrati nelle classi). Una percentuale di poco inferiore confessa il proprio imbarazzo nell’utilizzare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Non si può dire che da questi dati esca uno scenario confortante per la nostra scuola pubblica. Si dirà che il numero degli insegnanti intervistati (15mila) è troppo modesta per ottenere valutazioni credibili. A questa obiezione la Fondazione Agnelli risponde che si tratta comunque della più ampia analisi degli insegnanti mai realizzata in Italia. Ma le sorprese non finiscono qui. E’ opportuno, infatti, riportare quanto dichiara al Corsera Stefano Molina, coordinatore della ricerca:”In questi tempi di vacche magre, di assunzioni a tempo indeterminato se ne sentono poche. Qui invece parliamo di 50mila ingressi in ruolo nel 2008, 25mila nel 2009: stiamo parlando – aggiunge – del più grande fenomeno italiano di immissione in ruolo a tempo indeterminato nel mondo del lavoro. E il paradosso è che finora non si sapeva bene chi fossero queste persone: il meccanismo di reclutamento è un po’ opaco, lo stesso ministero ne conosce la classe di abilitazione, non i titoli di studio…”. Che cosa dire di tutto ciò in rapporto ai tanti luoghi comuni del dibattito? Forse che la sinistra sindacal-democratica è in malafede ?

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