
La metrica
28 Dicembre 2019
Garota de Ipanema di Vinicius De Moraes
28 Dicembre 2019🎵 “Ugolino – Inferno XXXIII” è un brano tra i più tragici e commoventi della Divina Commedia, qui trasformato in canzone didattica dal prof. Luigi Gaudio. 🎶📖
1️⃣ Testo poetico e significato 🕯️
Nel canto XXXIII dell’Inferno, Dante racconta la vicenda orrenda e profondamente umana del conte Ugolino della Gherardesca, rinchiuso nella “Torre della Fame” con i suoi figli (in realtà, nipoti), accusato di tradimento e condannato a morire di fame insieme a loro. I versi citati sono un monologo di dolore in cui Ugolino rievoca il momento della morte dei figli e la propria lenta agonia.
❝ Io non piangea, sì dentro impetrai… ❞
❝ Padre mio, ché non m’aiuti?… ❞
🔥 Il nucleo tragico del testo è il conflitto tra paternità e disperazione, l’atroce dubbio se Ugolino, alla fine, abbia ceduto al cannibalismo, oppure no. La reticenza poetica nel verso finale — “Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno” — lascia volutamente l’ambiguità, che rende la scena ancora più potente.
🎶 La musica accompagna con toni gravi, solenni, cupi, perfettamente in linea con la profondità emotiva e la sofferenza inesorabile del racconto.

2️⃣ Analisi narrativa in tre parti 🎭
🔹 PRIMA PARTE – Il risveglio nella prigione e l’angoscia paterna
“Quando fui desto innanzi la dimane…”
“…e dimandar del pane.”
Ugolino si sveglia e sente i figli che piangono, chiedendo cibo. La fame si è già impadronita di loro. La musica inizia lenta, con accordi minori (LAm, SOL, FA), trasmettendo tensione e desolazione.
“Io non piangea, sì dentro impetrai…”
Ugolino è talmente disperato da non riuscire a piangere: si è pietrificato nel dolore.
🔹 SECONDA PARTE – La visione della morte imminente e l’illusione
“Come un poco di raggio si fu messo…”
“…per quattro visi il mio aspetto stesso.”
La luce del nuovo giorno illumina il carcere, e Ugolino vede nei volti dei figli il riflesso della propria sofferenza.
“Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi…”
💔 Momento centrale e più struggente: i figli, credendo che il padre li morda per fame, si offrono a lui per amore. Un sacrificio tremendo, che sottolinea la dignità tragica e la carica simbolica cristologica della scena.
La musica qui cresce d’intensità, toccando un pathos drammatico nel punto in cui si evocano le morti successive dei figli.
🔹 TERZA PARTE – La discesa nella disperazione e la fame finale
“Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi…”
Ugolino assiste impotente alla morte dei figli, uno dopo l’altro. L’ultimo a morire lo implora d’aiutarlo. Ugolino rimane cieco dal dolore, e nei due giorni successivi li chiama anche dopo la morte.
“Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno.”
🎭 Il verso finale è uno dei più discussi e sinistri di tutto Dante. La musica qui si spegne in un accordo doloroso, lasciando un senso di abisso.
🎯 Conclusione
“Ugolino – Inferno XXXIII” è un esempio magistrale di come la poesia dantesca possa essere trasformata in musica senza perdere nulla della sua potenza emotiva.
La composizione del prof. Gaudio rende questa pagina tremenda di poesia ancora più accessibile, vibrante, umana. Ideale per un progetto scolastico, una lettura drammatizzata, o per insegnare a sentire Dante, non solo a capirlo.
🎵 Testi e accordi di una canzone del “Canto di Dante” del prof. Gaudio
www.atuttascuola.it/divina – [email protected] – 347-8318450
Ugolino
Inferno XXXIII
| Intro: LAm SOL FA MI LAm
LAm SOL Quando fui desto innanzi la dimane, pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli ch’eran con meco, e dimandar del pane. REm LAm Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava e se non piangi, di che pianger suoli? 42 LAm SOL Già eran desti, e l’ora s’appressava che ’l cibo ne solëa essere addotto, e per suo sogno ciascun dubitava; 45 REm LAm e io senti’ chiavar l’uscio di sotto a l’orribile torre; ond’io guardai nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. Intro LAm SOL Io non piangëa, sì dentro impetrai: piangevan elli; e Anselmuccio mio disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”. 51 REm LAm Perciò non lagrimai né rispuos’io tutto quel giorno né la notte appresso, infin che l’altro sol nel mondo uscìo. 54 LAm SOL Come un poco di raggio si fu messo nel doloroso carcere, e io scorsi |
SIb LAm
per quattro visi il mio aspetto stesso, 57 REm LAm ambo le man per lo dolor mi morsi; ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia di manicar, di sùbito levorsi 60 ↑ SIm LA e disser: “Padre, assai ci fia men doglia se tu mangi di noi: tu ne vestisti queste misere carni, e tu le spoglia”. 63 MIm SIm Queta’ mi allor per non farli più tristi; lo dì e l’altro stemmo tutti muti; ahi dura terra, perché non t’apristi? 66 strum. SIm LA SOL RE DO SIm MIm SIm Poscia che fummo al quarto dì venuti, Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. SIm LA Quivi morì; e come tu mi vedi, vid’io cascar li tre ad uno ad uno MIm SIm già cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due dì li chiamai, poi che fur morti. Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno”. |


🔹 TERZA PARTE – La discesa nella disperazione e la fame finale
