ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS


Ugo Foscolo

Frammento della Storia di Lauretta
«Non so se il cielo badi alla terra. Pur se ci ha qualche volta badato (o almeno il primo giorno che la umana razza ha incominciato a formicolare) io credo che il Destino abbia scritto negli eterni libri:

L’uomo sarà infelice

Né oso appellarmi di questa sentenza, perché non s’aprei forse a che tribunale, tanto più che mi giova crederla utile alle tante altre razze viventi ne’ mondi innumerabili. Ringrazio nondimeno quella Mente che mescendosi all’universo degli enti, li fa sempre rivivere distruggendoli; perché con le miserie, ci ha dato almeno il dono del pianto, ed ha punito coloro che con una insolente filosofia si vogliono ribellare dalla umana sorte, negando loro gl’inesausti piaceri della compassione – Se vedi alcuno addolorato e piangente non piangere. Stoico! or non sai tu che le lagrime di un uomo compassionevole sono per l’infelice più dolci della rugiada su l’erbe appassite?
O Lauretta! io piansi con te sulla bara del tuo povero amante, e mi ricordo che la mia compassione disacerbava l’amarezza del tuo dolore. T’abbandonavi sovra il mio seno, e i tuoi biondi capelli mi coprivano il volto, e il tuo pianto bagnava le mie guance; poi col tuo fazzoletto mi rasciugavi, e rasciugavi le tue lagrime che tornavano a sgorgarti dagli occhi e scorrerti sulle labbra. – Abbandonata da tutti! – ma io no; non ti ho abbandonata mai.
Quando tu erravi fuor di te stessa per le romite spiagge del mare, io seguiva furtivamente i tuoi passi per poterti salvare dalla disperazione del tuo dolore. Poi ti chiamava a nome, e tu mi stendevi la mano, e sedevi al mio fianco. Saliva in cielo la Luna, e tu guardandola cantavi pietosamente – tal’uno avrebbe osato deriderti: ma il Consolatore de’ disgraziati che guarda con un occhio stesso e la pazzia e la saviezza degli uomini, e che compiange e i loro delitti e le loro virtù – udiva forse le tue meste voci, e ti spirava qualche conforto: le preci del mio cuore t’accompagnavano: e a Dio sono accetti i voti e i sacrificj delle anime addolorate. – I flutti gemeano con flebile fiotto, e i venti che gl’increspavano gli spingeano a lambir quasi la riva dove noi stavamo seduti. E tu alzandoti appoggiata al mio braccio t’indirizzavi a quel sasso ove parevati di vedere ancora il tuo Eugenio, e sentir la sua voce, e la sua mano, e i suoi baci. – Or che mi resta? esclamavi; la guerra mi allontana i fratelli, e la morte mi ha rapito il padre e l’amante; abbandonata da tutti!
O Bellezza, genio benefico della natura! Ove mostri l’amabile tuo sorriso scherza la gioja, e si diffonde la voluttà per eternare la vita dell’universo: chi non ti conosce e non ti sente incresca al mondo e a se stesso. Ma quando la virtù ti rende più cara, e le sventure, togliendoti la baldanza e la invidia della felicità, ti mostrano ai mortali co’ crini sparsi e privi delle allegre ghirlande – chi è colui che può passarti davanti e non altro offerirti che un’inutile occhiata di compassione?
Ma io t’offeriva, o Lauretta, le mie lagrime, e questo mio romitorio dove tu avresti mangiato del mio pane, e bevuto nella mia tazza, e ti saresti addormentata sovra il mio petto. Tutto quello ch’io aveva! e meco forse la tua vita sebbene non lieta, sarebbe stata libera almeno e pacifica. Il cuore nella solitudine e nella pace va a poco a poco obbliando i suoi affanni; perché la pace e la libertà si compiacciono della semplice e solitaria natura.
Una sera d’autunno la Luna appena si mostrava alla terra rifrangendo i suoi raggi su le nuvole trasparenti, che accompagnandola l’andavano ad ora ad ora coprendo, e che sparse per l’ampiezza del cielo rapivano al mondo le stelle. Noi stavamo intenti a’ lontani fuochi dei pescatori, e al canto del gondoliere che col suo remo rompea il silenzio e la calma dell’oscura laguna. Ma Lauretta volgendosi cercò con gli occhi intorno il suo innamorato; e si rizzò, e ramingò un pezzo chiamandolo; poi stanca tornò dov’io sedeva, e s’assise quasi spaventata della sua solitudine. Guardandomi parea che volesse dirmi: Io sarò abbandonata anche da te! – e chiamò il suo cagnuolino.
Io? – Chi l’avrebbe mai detto che quella dovesse essere l’ultima sera ch’io la vedeva! Era vestita di bianco; un nastro cilestro raccogliea le sue chiome, e tre mammole appassite spuntavano in mezzo al lino che velava il suo seno. – Io l’ho accompagnata fino all’uscio della sua casa; e sua madre che venne ad aprirci mi ringraziava della cura ch’io mi prendeva per la sua disgraziata figliuola. Quando fui solo m’accorsi che m’era rimasto fra le mani il suo fazzoletto: – gliel ridarò domani, diss’io.
I suoi mali incominciavano già a mitigarsi, ed io forse – è vero; io non poteva darti il tuo Eugenio; ma ti sarei stato sposo, padre, fratello. I miei concittadini persecutori, giovandosi de’ manigoldi stranieri, proscrissero improvvisamente il mio nome; né ho potuto, o Lauretta, lasciarti neppure l’ultimo addio.
Quand’io penso all’avvenire e mi chiudo gli occhi per non conoscerlo e tremo e mi abbandono con la memoria a’ giorni passati, io vo per lungo tratto vagando sotto gli alberi di queste valli, e mi ricordo le sponde del mare, e i fuochi lontani, e il canto del gondoliere. M’appoggio ad un tronco – sto pensando – il cielo me l’avea conceduta; ma l’avversa fortuna me l’ha rapita! traggo il suo fazzoIetto – infelice chi ama per ambizione! ma il tuo cuore, o Lauretta, è fatto per la schietta natura: m’ascugo gli occhi, e torno sul far della notte alla mia casa.
Che fai tu frattanto? torni errando lungo le spiagge e mandando preghiere e lagrime a Dio? – Vieni! tu corrai le frutta del mio giardino; tu berrai nella mia tazza, tu mangerai del mio pane, e ti poserai sovra il mio seno e sentirai come batte, come oggi batte assai diversamente il mio cuore. Quando si risveglierà il tuo martirio, e lo spirito sarà vinto dalla passione, io ti verrò dietro per sostenerti in mezzo al cammino, e per guidarti, se ti smarrissi, alla mia casa; mai ti verrò dietro tacitamente per lasciarti libero almeno il conforto del pianto. Io ti sarò padre, fratello – ma, il mio cuore – se tu vedessi il mio cuore! – una lagrima bagna la carta e cancella ciò che vado scrivendo.
Io la ho veduta tutta fiorita di gioventù e di bellezza; e poi impazzita, raminga, orfana; e la ho veduta baciare le labbra morenti del suo unico consolatore – e poscia inginocchiarsi con pietosa superstizione davanti a sua madre lagrimando e pregandola acciocché ritirasse la maledizione che quella madre infelice aveva fulminata contro la sua figliuola. – Cos’ la povera Lauretta mi lasciò nel cuore per sempre la compassione delle sue sventure. Preziosa eredità ch’io vorrei pur dividere con voi tutti a’ quali non resta altro conforto che di amare la virtù e di compiangerla. Voi non mi conoscete; ma noi, chiunque voi siate, noi siamo amici. Non odiate gli uomini prosperi; solamente fuggiteli.»