Utopia di Tommaso Moro – di Teresa Vecchio

Tommaso Moro quando nel 1516 pubblica il suo libro intitolato “Utopia” conia allo stesso tempo una nuova parola pregnante di significato; andava a definire una volta per sempre l’aspirazione dell’uomo di ogni epoca: quella di una società giusta e perfetta. La parola infatti nasce dal gioco di un umanista che la inventa nuova e moderna unendone due dal greco antico “topos” e “ou” rispettivamente “luogo” e “non”.
Ma a cosa si riferisce questo “luogo che non c’è”? si tratta di un ’ isola fantastica nella quale Tommaso Moro, che conosce sia la politica che l ’animo dell’uomo, propone uno stile di vita che vede la natura umana ricondotta alla sua innocenza e la repubblica alla sua purezza e giustizia. Utopia è quindi il sogno di un uomo che, ritrovatosi a servire una politica avvelenata ormai dall’abuso di potere, dalla violenza e dalla corruzione, non può che criticare e deridere il presente (l’Europa e in particolare l’Inghilterra di Enrico VIII) e desiderare qualcosa di più dal futuro. Chi sono dunque gli utopisti? Dice Luigi Firpo, uno dei massimi interpreti italiani di Tommaso Moro: “Sono quei lucidi realisti che fanno l’unica cosa che ad essi è data : come naufraghi sulle sponde di remote  isole inospitali, gettano ai posteri un messaggio in una bottiglia” e ancora sostiene invece Mario Trombino: “Essi si rifugiano allora nella speranza di un mondo che non c’è, mantenendo viva la speranza contro ogni speranza”. Utopia non esiste e mai esisterà, ma nonostante Tommaso Moro sappia che perderà al momento, ha fiducia che vincerà in un’altra vita e affronta la morte pur di rifiutare di mettere a tacere la propria voce. Un messaggio nella bottiglia appunto,  nella speranza che qualcuno possa accoglierlo; e anche se in disaccordo con quest’ultimo, che costa leggerlo?
Personalmente, durante la lettura,  non mi sono trovata sempre e  pienamente in comune accordo che ciò che era scritto (“Con leggi del genere possono anche essere mitigati i mali di cui ho parlato, ma solo nella stessa misura in cui cure assidue e continue possono alleviare le sofferenze di un corpo prossimo alla morte. Di curarli a fondo non se ne parla nemmeno, finché esiste la proprietà privata”), ma è stato possibile constatare che certe osservazioni da lui affermate sono senza dubbio senza tempo e riguardano più che mai la realtà odierna (“Poi penso alle tante nazioni che creano ogni giorno una nuova legge senza riuscire mai ad averne di abbastanza giuste” e ancora: “A che cosa servono, si chiedono, i trattati? Come se la natura non avesse accumunato abbastanza l’umanità! Ma come può credersi capace di rispettare delle parole uno che non ha rispetto per il vincolo naturale che unisce gli uomini?”).
È interessante ad esempio le considerazioni che fa sull’oro e l’argento e le ricchezze in generale, apparentemente banali ma estremamente realistiche : “La natura ha dotato oro e argento di virtù che ce li farebbero mancare ben poco se non fosse per il valore che l’umana follia assegna loro a causa della rarità. D’altro canto la natura, la più dolce di tutte le madri, ci ha fornito di grande abbondanza tutto ciò che è di primaria necessità, nascondendoci quello che è vano e inutile”. E di nuovo: “Questi infatti si meravigliano che un adulto possa compiacersi del dubbio splendore d’una gemma o perla quando potrebbe contemplare quello tanto più grandioso del sole e delle stelle.”
“Ma perché non dovresti ricavare altrettanto piacere da una pietra falsa, se i tuoi occhi non riescono a distinguerla da quella vera? Entrambe dovrebbero avere lo stesso valore per te, come per un cieco!”
Interessanti e attuali anche le osservazioni riguardo la libertà di professare la propria religione, senza la paura di cruente persecuzioni, quali quelle che tormentano sempre di più non solo l’oriente ma ora anche l’occidente e minacciano il resto del mondo: “ Inoltre (Utopo, fondatore di Utopia) giudicò che se esisteva una religione sola superiore a tutte le altre, prima o poi, se la cosa si fosse soppesata con modestia e razionalità, la verità sarebbe venuta alla luce per la sua stessa forza! Se invece si fosse continuato a discutere azzuffandosi con le armi in pugno, dato che le persone peggiori sono anche le più ostinate, questa religione veritiera sarebbe stata soffocata dalle superstizioni più vane, come un campo invaso dagli sterpi e dai rovi”. E ancora: “Non pensano che la pietosa clemenza divina possa compiacersi del sangue e della strage”. (…) “Se quella forma di repubblica e la sua religione sono le migliori, Dio conceda la fermezza per non abbandonarla mai, e conduca gli altri mortali alle stesse istituzioni e alla medesima religione, a meno che la Sua imperscrutabile volontà tragga piacere da una tale varietà di credi”.
Concludo infine con un’ultima citazione, più che mai vera e contemporanea di un uomo che già aveva potuto constatare e criticare la violenza e la crudeltà della società del tempo  e sperava,  come tutt’ora ancora si spera,  potessero attenuarsi: “Garzoni, cocchieri, falegnami e contadini sono costretti a lavorare ininterrottamente come bestie da soma. Sono lavoratori senza i quali lo stato non sopravvivrebbe più di un anno, eppure conducono una vita così misera e povera da far sembrare preferibile quella delle bestie. (…) Quei poveracci invece sono tormentati dall’inutilità e infruttuosità del lavoro del presente e uccisi dall’idea della miseria in futuro. Infatti il salario quotidiano è così misero da non bastare a sostenerli una giornata, figurarsi se può dar loro una riserva da accantonare per le necessità della vecchiaia! ( …) Quello stesso stato dimentico di tante veglie penose e dei tanti benefici che gli hanno procurato, li ricompensa ingratamente con una morte miserabile.( …) Tanto facilmente gli uomini avrebbero di che vivere se sua maestà il denaro, che pure si dice inventato per dar da vivere alle persone, non fosse loro, solo lui, d’impedimento! (…) Non dubito poi che il calcolo dell’interesse di ognuno o l’autorità di Cristo Salvatore (che per via della sua grande saggezza non poteva conoscere che ciò ch’è migliore e, per la sua inestimabile bontà, non poteva che consigliare il meglio) avrebbe da lungo tempo condotto tutto il mondo alle leggi di quella repubblica (utopiana), se la superbia, questa belva malvagia, regina e madre di ogni altra peste, non l’avesse trattenuto. Essa misura la sua ricchezza e prosperità non sul proprio benessere, ma sul disagio altrui.(…)      L’ indigenza dei poveracci le fa credere più fulgida la propria felicità, ed essa si serve delle proprie capacità per accrescere e aumentare il numero di miseri. Questo serpente degli Inferi s’insinua nel cuore degli uomini e come la Remora, quel pesce di cui si dice che ha il potere di arrestare le navi, li trattiene e devia dal cammino verso una vita migliore. È talmente radicata nel loro petto che pare impossibile estirparla.”