Vecchie e nuove paure: ricerca di un mondo perfetto e nuove forme di autoritarismo – di Francesco Lorusso (dirigente scolastico)

Dal dissolversi dei legami e della fiducia è possibile ripartire dalla scuola con una creativa responsabilità educativa

L’aspettativa di un mondo perfetto ha sempre generato orrori.
Perché adesso, da uomo di scuola,
affermo questo? La quotidianità delle relazioni in un istituto complesso, con
diversi ordini di scuola, con più di 200 lavoratori, con una variegata utenza
espone a dirimere innumerevoli problemi e a interagire con un’umanità e
situazioni personali familiari varie.

Che cosa sta accadendo nel comune
sentire, nello spirito del tempo qui e ora, nel microcosmo costituito
dalla scuola, in cui per molti aspetti si riverberano tensioni del sentire
generale e planetario, attraversato oggi da antiche e vecchie paure dell’altro
e del diverso, da chiusure mentali e di frontiere, dall’ancestrale timore di
perdere la propria identità, i propri vantaggi, i propri beni?
Sovvengono periodi storici, specie il
secolo scorso, analoghi a questo per la presenza di tensioni e contraddizioni,
per la carica di inquietudine e paura, e per l’attesa (quasi escatologica) e la
pretesa di garanzie, di sicurezza, di certezze e (antico virus) di individuare
un colpevole su cui scaricare le responsabilità del disagio contemporaneo. Si
affermano così il desiderio e la ricerca di una società che governi ed elimini
ogni infezione dal male che turbi una presunta quiete e armonia (forse
mai esistita). E’ questa un’antica aspirazione dell’uomo che ha generato la
stagione delle utopie come esplicitato da diversi autori, basti pensare alla Città
del Sole
di Campanella.
E tuttavia, in queste situazioni che
potrebbero essere feconde e foriere di soluzioni e di equilibri innovativi e
originali, spesso si affacciano idee e ideologie semplificatrici, che devono
individuare subito un colpevole del male e del conseguente malessere,
rassicurando gli animi e depurandoli da sensi di colpa e responsabilità rispetto
alle normali aporie del vivere.
Non c’è niente, ancora una volta, di
più rassicurante di un nemico su cui proiettare ogni responsabilità del
dilagante disagio.
Erano colpevoli gli ebrei e i
comunisti al sorgere del Nazismo, acclamato perfino nelle elezioni democratiche.
Sono colpevoli oggi gli immigrati africani. La malasanità. Le istituzioni che
non funzionano. I preti pedofili, le forze dell’ordine che massacrano un povero
tossico e violentano la sprovveduta turista americana: casi particolari,
talvolta isolati, sapientemente gonfiati da mass media e programmi
in TV, che fanno di tali circostanze la propria merce esclusiva, in una sorta
di tribunale popolare. Scompaiono le dimensioni della speranza, del possibile
recupero, del dialogo e della cura, deflagra la possibilità di riporre
fiducia nell’altro e nelle istituzioni, e forse anche in se stessi.
Ne deriva pericolosamente il bisogno
dell’uomo forte e dispensatore di certezze, il veltro dantesco, cui affidarsi,
cedendo la propria libertà e le farraginose regole e procedure garantiste, pur
di non guardare la realtà, pur di non rimboccarsi le maniche assumendosi le
dovute responsabilità nei propri ambiti di competenza.
Si scivola perciò verso la ricerca e
il concomitante linciaggio del presunto colpevole. Quasi che infierire su
questo garantisca la palingenesi e la riconquista dell’armonia
perduta.
Giace nel sottofondo della coscienza
una diffusa pretesa di perfezione e un fanatismo giustizialista. Pretesa di un
mondo privo di problemi, di una scuola di una societ
à e di un ambiente privi del Male.
Pretesa di tenere sotto controllo ogni aspetto del reale, illusione fomentata
dalla tecnologia. P
aradossalmente e inconsapevolmente tutto questo
diventa preludio di raffinate e subdole forme di
autoritarismo
e di
violenza, che si insinuano nelle istituzioni in modalità aggressive di presunta
partecipazione popolare in cui risuona una manichea divisione tra il bene e il
male, tra i giusti e gli ingiusti. Si sconvolgono in tal modo le regole e gli
equilibri del vivere civile e democratico sorti dagli orrori delle guerre
mondiali, in una societ
à oggi tecnologicamente regolata e
prevedibile nelle attese, nei gusti, nelle ansie e nelle paure.
Soffiare sulla paura del male è in
effetti già diventata autentica strategia di potere.
La sfiducia nelle istituzioni e nelle procedure
democratiche non soddisfano nell’immediato l’ansiosa sete di giustizia genera i
frequenti linciaggi mediatici e fisici (le risse contro il chirurgo e il medico
del Pronto Soccorso o contro la maestra). La ricerca e l’individuazione dei
nuovi untori, causa assoluta del male assoluto (oggi gli immigrati, i politici,
i funzionari assenteisti, gli ispettori, i poliziotti corrotti ecc.) diventano
così percorsi privilegiati per ottenere consenso a facili soluzioni che
preludono a nuove forme di autoritarismi.
Ad esempio nella scuola, con il
propagarsi, della giusta prevenzione dei fenomeni di bullismo, che in qualche
modo sono sempre esistiti anche se oggi in forme forse più aggressive e
tecnologiche, si rischia, se non si agisce con accortezza, di ingenerare un’esagerata
attenzione a ogni minimo atteggiamento che possa ledere l’altro, anche in
dispute più o meno normali tra pari. In tali situazioni sempre più diffuse, con
l’esclusione di casi di autentica prepotenza e delinquenza individuale o di
gruppo, esplodono sensi di colpa dei genitori, che proiettano sugli aggressori
la mancanza della propria presenza educativa e affettiva o la paura di essere
inadeguati rispetto alla crescita e protezione del figlio.
In modo analogo si estendono tali
modalità di percezione e di vissuto nei diversi contesti del vivere civile,
quali la sanità, la giustizia, la politica, la vita di quartiere. Comune
denominatore di tali processi: il venir meno della fiducia, linfa vitale dei
legami intersoggettivi e fondativi della personalità.
Le classi dirigenti e alcune lobbies
dell’informazione interpretano queste ansie e angosce collettive e ne
cavalcano demagogicamente i contenuti per
assicurarsi il consenso ad un potere fine a se stesso, rinunciando all’idea di
un’azione di governo e di leadership finalizzate a educare e temperare
tensioni comprensibili ma irrazionali, che danneggiano la convivenza civile e
la ricerca del bene comune.
A fronte di tali complessi fenomeni
sociali e rischi di degenerazione della vita democratica e del tessuto sociale
che fare come gente di scuola?
“Quando i legami intersoggettivi si
incrinano in tali forme diffuse è necessario sperare ragionevolmente nelle
nostre capacità creative, analizzando i processi che fabbricano le attuali
scordature con noi stessi, con gli altri, col mondo e approfondire con sapienza
e competenze più evolute
le buone pratiche di ricucitura e riaccordatura
che sostengano il riappropriarsi della soggettività.
E ciò:
• con la chiara percezione della
propria responsabilità di fronte ai bisogni soffocati dal malessere delle
famiglie e dei giovani
• con una creatività attenta che, pur
condividendo i disagi del presente, proponga un io presente, anche
autorevole nelle forme istituzionali, che mette a disposizione memoria, umanità
e creatività utili per scoprire nel caos le forze di germinazione di altre
forme di civiltà.
La ricerca della felicità e di un
bene comune diventa centrale: essa non è più solo una sfida individuale, ma
una sorta di impresa comunitaria, in un lavoro di civiltà, che ora più
che mai diventa necessità vitale per ciascuno e per il mantenimento delle
istituzioni essenziali per vivere insieme.
Al fondo di tale ricerca si rintraccia
la questione dell’amore e della tenerezza, che va oltre e fonda il lavoro di
civiltà per realizzare un’autentica cura dell’io e del noi delle
e nelle comunità. E consiste in un’esigenza di lavoro psichico e comunitario
attento a interpretare e rispondere alle nuove dimensioni in cui si esprime il
desiderio di vita, di benessere di relazione: con l’orgoglio di porsi come
istituzioni rispondenti, fatte di persone che si mettano in gioco, che
accolgano la sfida di realizzare una creativa responsabilità educativa.”
           Dicembre
2018
Francesco Lorusso

con la collaborazione di Cristina
Macina