
Idem e ipse
28 Dicembre 2019
La particella italiana “si” come si esprime in latino
28 Dicembre 2019Analizziamo la prima parte dell’incontro tra Enea e Venere nel Canto I dell’Eneide, basandoci sul testo, corrispondente, in traduzioni standard, ai versi I, 327-355 circa, dopo l’introduzione del narratore.
Testo (I, 325-355):
Così Venere e così il figlio di Venere in risposta cominciò:
“Nessuna delle tue sorelle fu da me vista nè sentita,
oh, come parlarti, ragazza? Infatti non hai volto
mortale, nè la voce richiama una creatura, oh, dea davvero
o sorella di Febo? oppure una della famiglia delle Ninfe?
Sii favorevole, qualunque (tu sia) e allevia il nostro affanno
e rivela finalmente sotto che cielo, in quali spiagge del mondo
siamo gettati: ignari sia delle persone che dei luoghi
erriamo spinti qui dal vento e dai vasti flutti.
Molta vittima cadrà per te davanti agli altari per nostra mano”
Allora Venere: “Veramente non mi degno di tale onore;
per ragazze tirie è costume portar la faretra
e legare col purpureo coturno le gambe.
Vedi regni punici, Tirii e la città di Agenore;
ma territori libici, razza indomabile in guerra.
Tiene il potere la tiria Didone partita dalla città
fuggendo il fratello. E’ un oltraggio lungo, lunghi
gli intrighi; ma seguirò i sommi capi delle vicende.
A costei era marito Sicheo, il più ricco d’oro
dei Punici, e amato dal grande amore della misera,
a lui il padre l’aveva data intatta e l’aveva unita
in prime nozze. Ma teneva i regni di Tiro il fratello
Pigmalione, per malvagità più feroce di tutti gli altri.
Tra essi venne in mezzo il furore. Egli empio
cieco per amore dell’oro abbatte con l’arma Sicheo
di nascosto che non temeva davanti agli altari; sicuro degli affetti
della sorella; ed a lungo nascose il fatto e fingendo molto
il malvagio illuse con vana speranza l’afflitta amante.
Parafrasi del passo scelto:
[Il narratore introduce la risposta di Enea a Venere, apparsagli in vesti camuffate]: Allora Enea, figlio di Venere, cominciò a rispondere: “Non ho visto né udito nessuna delle tue sorelle, oh, come dovrei rivolgermi a te, fanciulla? Infatti il tuo volto non è quello di una mortale, né la tua voce è quella di una creatura umana. Oh, sei davvero una dea, o una sorella di Apollo (Febo), o una delle Ninfe? Sii benevola, chiunque tu sia, e allevia la nostra sofferenza. Rivelaci finalmente sotto quale cielo, su quali spiagge del mondo siamo stati gettati. Ignoriamo sia le persone che i luoghi; vaghiamo spinti qui dal vento e dalle grandi onde. Molte vittime [sacrificali] cadranno per te davanti ai nostri altari, per mano nostra.”
Allora Venere [rispose]: “Veramente non mi ritengo degna di tale onore [di ricevere sacrifici ora]. È costume per le fanciulle di Tiro portare la faretra e legare le gambe con alti stivali color porpora. Vi trovate nei regni punici, di Tiro, e nella città di Agenore (cioè Tiro stessa, menzionata come origine mitica); questi sono territori libici, abitati da una gente indomabile in guerra. Qui detiene il potere la tiria Didone, arrivata da Tiro fuggendo il fratello. La sua storia è fatta di una lunga ingiustizia e di lunghi intrighi; ma vi racconterò i punti essenziali delle vicende. Il marito di Didone era Sicheo, il più ricco d’oro tra i Fenici (Punici), e amato con grande amore dalla povera donna. Suo padre glielo aveva dato illibato e unito in prime nozze. Ma il fratello di lei, Pigmalione, teneva i regni di Tiro, più feroce di tutti gli altri per malvagità. Tra loro si frappose la furia [dell’odio/avidità]. Egli, empio, accecato dall’amore per l’oro, uccise Sicheo di nascosto con un’arma – Sicheo che non aveva paura, nemmeno davanti agli altari, sicuro dell’amore di sua sorella. E per lungo tempo Pigmalione tenne nascosto il fatto, e fingendo molto, il malvagio ingannò la sua afflitta amante [Didone] con vana speranza.”
Analisi del passo scelto:
Questo estratto avviene in un momento cruciale del primo libro, subito dopo che Enea e un piccolo gruppo di compagni sono sopravvissuti alla terribile tempesta scatenata da Giunone e sono sbarcati, completamente disorientati, sulla costa africana. L’incontro con Venere (travestita da giovane cacciatrice) serve a diversi scopi narrativi e tematici.
- Lo Stato d’Animo di Enea e la sua Pietas: Il passo scelto inizia con Enea che, smarrito e angosciato (“allevia il nostro affanno”, “ignari erriamo”, “spinti qui dal vento e dai vasti flutti”), incontra questa figura apparentemente umana ma dalla bellezza e portamento sovrumani (“non hai volto mortale”). Nonostante la sua disperazione e il suo disorientamento, la prima reazione di Enea di fronte a ciò che percepisce come una potenziale divinità è di profondo rispetto e devozione (“Sii favorevole, qualunque tu sia”, “Molta vittima cadrà per te davanti agli altari”). Questa immediatezza nell’offrire sacrifici dimostra la sua pietas, la sua innata religiosità e il rispetto per il divino, una qualità fondamentale del suo carattere di eroe romano. Tuttavia, l’incapacità di riconoscere la propria madre sottolinea l’efficacia del travestimento divino e forse una certa “cecità” o concentrazione sui suoi problemi che impedisce a Enea di vedere oltre le apparenze.
- Il Ruolo di Venere e il Travestimento: Venere appare per soccorrere il figlio in difficoltà, dimostrando il suo amore materno e il suo ruolo di protettrice della stirpe troiana. Sceglie di apparire camuffata da fanciulla locale (una cacciatrice tiria, descritta con faretra e coturni) per potersi avvicinare a Enea senza rivelare subito la sua natura divina. Questo travestimento le permette di interagire con lui in modo apparentemente naturale e di fornirgli le informazioni essenziali sul luogo in cui si trova, legandosi fin da subito al contesto africano e, in particolare, a Cartagine e Didone. Il rifiuto dell’onore immediato (“Veramente non mi degno di tale onore”) è parte della finzione.
- L’Introduzione di Didone e il suo Tragico Passato: La parte più estesa del discorso di Venere è dedicata a presentare Didone e a riassumere la sua dolorosa storia. Questa è un’informazione cruciale per Enea, poiché Didone sarà la regina che lo accoglierà e con la quale vivrà un’intensa e fatale storia d’amore. Il racconto del tradimento di Pigmalione (“malvagità più feroce”, “cieco per amore dell’oro”), dell’omicidio di Sicheo (“empio”, “di nascosto”) e della conseguente fuga di Didone (“afflitta amante”) stabilisce immediatamente la figura di Didone come una figura tragica, vittima di ingiustizia e dolore, esule come Enea. Questo crea una parallela tra le sofferenze e l’esilio di Enea e quelle di Didone, stabilendo un legame empatico prima ancora che si incontrino. La menzione della “razza indomabile in guerra” in Libia introduce un elemento di potenziale conflitto nel nuovo territorio.
In sintesi, questo passo scelto è fondamentale perché segna il primo orientamento di Enea in una terra sconosciuta grazie all’intervento divino, rivela aspetti importanti della pietas dell’eroe troiano, introduce la figura centrale di Didone con il suo retroscena tragico (che prefigura il dramma amoroso del Libro IV) e pone le premesse per l’arrivo di Enea a Cartagine. L’uso del travestimento da parte di Venere permette una transizione più fluida tra il mondo mitico e quello umano nel racconto.




