La zattera della Medusa di Théodore Gericault

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Zattera della Medusa (1818, 1819):

    Storia: Gericault scelse di rappresentare un episodio tragico di cronaca. Nel 1816, al largo dell’Africa occidentale, naufragano 150 persone dalla nave Medusa: i reduci sono costretti a sopravvivere senza cibo né acqua su una zattera che andò alla deriva per alcune settimane, in un crescendo di orrori (si verificarono anche episodi di cannibalismo). La marina borbonica non agisce tempestivamente, e riesce a salvare solamente una quindicina di superstiti. Il pittore sceglie di raffigurare il momento più drammatico della vicenda: quello in cui i naufraghi avvistano la nave della salvezza all’orizzonte ma non riescono a farsi notare. Gericault decide di partecipare al concorso reale di Francia con questo dipinto.

    Reazioni dell’opinione: già il fatto di cronaca in sé scosse molto l’opinione pubblica per la gravità dei fatti e soprattutto per gli atti di cannibalismo. Quando fu presentato al Salon del 1819, suscitò reazioni contrastanti: il pubblico ammirò la potenza della rappresentazione, ma la critica restava perplessa davanti alla presunta mancanza di ordine della scena, e davanti alle tonalità sentite come eccessivamente cupe. La forza della reazione è dettata anche dal profondo intento di Gericault di richiamare l’attenzione all’abbandono di quelle persone da parte del governo francese, alla responsabilità della classe dirigente, che non era pronta ad accettare il proprio enorme errore. Tutto ciò genera un enorme scalpore: le critiche che gli furono mosse gettò il pittore in una depressione da cui non riuscì a sollevarsi.
    Dimensioni della tela: le dimensioni enormi (5×7 metri) sono una scelta rilevante e innovativa, perché sceglie uno stile epico, grandioso, allora solitamente dedicato ad opere con tema mitico, della storia antica e idealizzata, per rappresentare uno sconcertante fatto di cronaca che coinvolgeva solo gente comune. Gercault eleva quindi anche gli schiavi presenti a bordo alla dignità degli antichi idealizzati.
    Corpi: l’azione di denuncia sta soprattutto nella scelta di porre nella parte più prossima allo spettatore i corpi morti o agonizzanti, buttati in diagonale nella nostra direzione, al livello dell’occhio dell’osservatore. I corpi, seppur magri, non sono fedeli al racconto storico (per cui avrebbero dovuto essere scarnificati), e mantengono una plasticità (non sembrano corpi che hanno subito settimane di digiuno). La loro condizione è però suggerita dalla tonalità verdastra e pallidissima della pelle. Alcune schiene sembrano citazioni della tradizione, come quella dello schiavetto nero, che ricalca a tratti la muscolatura michelangiolesca. In questa scelta della plasticità è evidente come Gericault, pur volendo esprimere il dramma, non rinuncia a far trasparire una bellezza ideale, questo perché il tema ultimo del dipinto non è la distruzione dell’uomo, ma esso è un’indagine sulla possibilità di sopravvivenza dell’uomo, che anche in situazioni disumane ha un fortissimo attaccamento alla vita. sono corpi abbruttiti dalla sofferenza, ma non vinti da essa.
    Gestualità: i gesti dei sopravvissuti sono assolutamente enfatici, espressivi, quasi teatrali, e dicono della drammaticità della situazione. Sono proprio essi a suscitare di più nello spettatore il sentimento guidandolo nella vera comprensione dell’immagine, che passa attraverso l’immedesimazione.
    Impostazione della scena: tutta l’immagine si concentra sulla zattera, che occupa tutto lo spazio compositivo ed è posizionata in primo piano (novità). La scena è costruita su un sistema di diagonali che convergono vero due apici (l’albero della zattera e lo schiavo nero che si erge sventolando il panno rosso) che vanno così a definire una doppia costruzione piramidale. La scelta di posizionare uno schiavo nero, all’epoca considerato un oggetto più che un uomo, proprio nella posizione principale del dipinto è impressionante. Due ed opposti sono le direzioni di movimento che dominano nella scena: quello del vento e quello del protendersi di tutte le figure all’orizzonte, verso quella indistinguibile macchiolina che potrebbe essere la loro salvezza.
    Colore: Gericault sceglie una gamma di tonalità scurissima, e stende con il colore anche la pece. È forte la contrapposizione tra le ombre del mare, di un punto della zattera e del cielo e l’orizzonte luminoso della salvezza. I corpi sono illuminati come da un riflettore, per metterli ancora più in evidenza. Per il paesaggio Gericault usa un colore estremamente liquido, anche se, pur essendo indefinito, lo sfondo rimane distinguibile.
    Studio: Gericault va a documentarsi in modo accurato e storico sulla vicenda. Interroga i sopravvissuti e visita gli obitori per osservare i corpi morti nel naufragio.  Inoltre ci sono arrivati una cinquantina di studi preparatori: disegni e abbozzi ad olio o acquarello.
    Commento: Gericault chiama in causa lo spettatore attraverso il sentimento che questa immagine suscita in lui. Il suo intento non era quello di ricostruire l’avvenimento in maniera fedele, ma di dare alla vicenda un’impronta più universale, andando così a rappresentare tutte le sfumature del dolore umano. Quello fisico e quello spirituale, come dimostra il padre in primo piano, inebetito dalla perdita del figlio che regge con la mano. È la metafora romantica della vita dell’uomo che lotta con tutte le sue forze contro le avversità del destino, diviso tra disperazione e speranza, vita e morte.