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Ci sono scrittori che appartengono alla letteratura, e poi ci sono scrittori che appartengono alla terra.
Beppe Fenoglio appartiene a entrambi, ma soprattutto appartiene a un posto preciso del mondo: le Langhe piemontesi, quelle colline dolci e aspre che si estendono tra Alba e l’Appennino tosco-emiliano, con i loro vigneti, i loro inverni di nebbia, i loro contadini taciturni e le loro strade che in certi periodi della storia recente si sono trasformate in teatro di guerra. Fenoglio non ha mai davvero lasciato quel paesaggio, nemmeno quando scriveva. Lo portava dentro, come un destino geografico da cui non ci si libera e a cui, in fondo, non si vuole liberarsi.
Giuseppe Fenoglio — detto Beppe — nacque ad Alba il primo marzo 1922, e le sue opere presentano due direttrici principali: il mondo rurale delle Langhe e il movimento di Resistenza italiana, entrambi ampiamente ispirati dalle proprie esperienze personali. Questa coincidenza tra vita vissuta e materia letteraria non è un semplice dato biografico: è la chiave che spiega tutto, la ragione per cui i suoi libri hanno una densità e un’autenticità che pochi altri scrittori del Novecento italiano hanno raggiunto.
Un ragazzo di Alba tra le colline e i libri inglesi
La famiglia Fenoglio gestiva una macelleria in Piazza del Duomo ad Alba, e Beppe crebbe in quella città di provincia con una doppia tensione: da un lato le radici contadine del padre, originario di San Benedetto Belbo, in quella Langa profonda che avrebbe continuato ad alimentare la sua immaginazione per tutta la vita; dall’altro una passione letteraria precocissima, che si orientò in una direzione insolita per un ragazzo piemontese degli anni Trenta.
Si era fatto una profonda cultura letteraria sui poeti e sugli scrittori inglesi, e sulla civiltà anglosassone nel suo complesso, che ammirava come antidoto e rivalsa sulla meschina realtà provinciale del fascismo. Fu un’insegnante di liceo a innescare quella passione — Maria Lucia Marchiaro, la professoressa di lingua e letteratura inglese che gli aprì un mondo alternativo, un universo fatto di Shakespeare e di romanzi vittoriani, di poesia romantica e di prosa anglosassone, che Fenoglio assorbì con un’avidità fuori dal comune e che avrebbe lasciato tracce profonde e durature nel suo stile.
Quella cultura inglese non fu per lui un ornamento erudito né una fuga dall’italiano. Fu piuttosto uno strumento per guardare la propria realtà da un’angolazione insolita, per trovare una lingua diversa da quella del regime — una lingua capace di dire cose vere senza i gerghi dell’ideologia, senza la retorica ufficiale, con la precisione fredda e la concretezza che caratterizzano la migliore tradizione anglosassone.
L’8 settembre e la scelta delle colline
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la fuga di Pietro Badoglio e del Re, l’esercito era allo sbando. Fenoglio riscoprì i valori della libertà e riuscì a raggiungere la città di Alba, rifugiandosi con il fratello Walter in una casa presa in affitto dalla sua famiglia oltre il fiume Tanaro. Poi prese una decisione che avrebbe segnato tutta la sua opera: salì sulle colline. Andò coi partigiani.
A settembre riprese la strada delle colline con le formazioni autonome, i cosiddetti “azzurri” badogliani, presso il presidio di Mango. Il 10 ottobre 1944 fu con le forze che liberarono Alba, che venne difesa fino al 2 novembre. Quei ventitrè giorni di Alba libera — troppo brevi, troppo precari, troppo belli per durare — sarebbero diventati il titolo del suo primo libro.
Nell’ultimo periodo della sua azione partigiana, grazie alla sua ottima conoscenza dell’inglese, fu impiegato come ufficiale di collegamento presso la missione inglese, che operava nel Monferrato, nel Vercellese e in Lomellina. È un dettaglio che dice molto su chi era: un uomo che aveva trasformato la sua passione letteraria in una competenza concreta, utile in guerra, capace di fare la differenza sul campo.
Lo scrittore che la guerra non aveva finito di fare
Dopo la Liberazione, Fenoglio tornò ad Alba. Dal 1947 lavorò presso l’azienda vinicola Marengo di Alba come corrispondente estero, incarico che gli fu assegnato per la sua conoscenza dell’inglese, dedicando nel frattempo le energie alla scrittura di racconti e romanzi per realizzare il suo sogno di diventare scrittore. È un’immagine potente nella sua quotidianità: l’uomo che di giorno scriveva lettere commerciali in inglese per un’azienda vinicola delle Langhe, e di notte cercava di trasformare in letteratura l’esperienza più intensa e devastante della sua vita.
Il primo volume pubblicato da Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba del 1952, comprende dodici racconti centrati in parte su momenti ed episodi di vita partigiana, in parte sulla vita contadina nelle Langhe. Fu un esordio che sconcertò sia la critica di sinistra — che si aspettava una narrativa partigiana più celebrativa e ideologicamente ortodossa — sia quella di destra, che non sapeva come classificare uno scrittore così difficile da imbrigliare. Fenoglio non era né un comunista celebrativo né un anticomunista reazionario: era semplicemente uno che aveva guardato la guerra senza abbassare gli occhi, e che la raccontava con una precisione quasi anatomica, senza abbellimenti e senza sconti.
Nella maggior parte delle opere di Fenoglio l’esperienza della lotta partigiana rappresenta un punto di riferimento imprescindibile, ma ciò non significa che i suoi romanzi siano riconducibili al neorealismo. Lontano dagli ambienti mondani e intellettuali, raccontò la Resistenza senza alcun intento documentario o celebrativo: nelle sue opere, la lotta al nazifascismo si pone su un piano assoluto e diventa esempio di una condizione metafisica.
È questa la chiave di volta di tutto Fenoglio. La guerra partigiana nelle sue pagine non è un evento storico da commemorare: è una prova dell’esistenza umana, una situazione limite in cui emerge la vera sostanza delle persone. Come nella tragedia greca — e lui la conosceva bene — i suoi personaggi non scelgono davvero la storia in cui si trovano: la storia li sceglie, e loro devono trovare il modo di starci dentro con dignità.
Radici dell’anima: La malora e la Langa contadina
Accanto alla vena partigiana, l’altra grande miniera tematica di Fenoglio è la vita contadina delle Langhe, quella dura, arcaica, spietata nei confronti dei più deboli. La malora del 1954 descrive, con un linguaggio duro, la vita dei contadini delle Langhe, segnata dal dolore e dalla violenza. È un romanzo breve che ha la densità di un romanzo di formazione: un ragazzo che cresce in una cascina di collina, la terra che consuma le persone come consuma gli strumenti, la povertà come orizzonte senza scampo.
In questo Fenoglio si mostra erede di una tradizione che in Piemonte aveva radici profonde — quella della letteratura verista che guarda i vinti senza sentimentalismi — ma la trasforma con una lingua tutta sua, asciutta e musicale al tempo stesso, capace di far sentire il peso fisico delle cose, il freddo dell’inverno nelle case senza riscaldamento, la fatica di una vita che non concede niente.
Il capolavoro doppio: Una questione privata e Il partigiano Johnny
Le due opere per cui Fenoglio è letto e studiato ancora oggi sono entrambe postume. Una questione privata, pubblicato postumo nel 1963 a due mesi dalla morte dell’autore, consegna ai lettori un’immagine intensa di quella che fu, per Fenoglio, la Resistenza partigiana, fatta di ipocrisie e contraddizioni, ma anche di un’umanità nobile e autentica.
Il protagonista si chiama Milton, e quello che lo muove non è un’ideologia ma un tormento privato, amoroso: vuole sapere se Fulvia, la ragazza che ama, ha avuto una storia con il suo migliore amico partigiano. Questa domanda — apparentemente piccola, personale, irrilevante rispetto alla guerra che imperversa — diventa il motore di un’avventura tragica tra le colline delle Langhe. Il motivo sentimentale si trasforma ben presto in un’angoscia di sapere che fa di Milton un eroe romantico e tormentato: tutte le imprese rischiate o compiute, per sé e per gli altri, hanno come unico movente e scopo una “verità privata” che affonda nell’intimo della personalità del partigiano.
È qui che Fenoglio compie il suo gesto letterario più originale e più coraggioso: separare la Resistenza dall’eroismo collettivo e restituirla alla sfera dell’individuo, con le sue ossessioni e i suoi amori e le sue piccole domande senza risposta. La guerra non annulla il privato — semmai lo amplifica, lo rende più urgente, più disperato.
Il partigiano Johnny, pubblicato postumo nel 1968, eleva il racconto della Resistenza nelle Langhe a livello epico. Johnny è un giovane studente con la passione per la poesia inglese, che dopo l’8 settembre 1943 decide di andare in montagna con i partigiani per assecondare la propria utopia di lotta per la libertà contro i nazifascisti. In lui Fenoglio mette molto di sé — la formazione letteraria inglese, la scelta badogliana, la guerra vissuta nelle sue contraddizioni quotidiane — ma lo proietta su una scala epica, quasi omerica.
Lo stile di questi romanzi si basa su una scrittura secca e “mossa”, ricca di immagini inedite e di squarci metaforici, come si vede bene nella descrizione dello spazio naturale delle campagne, pervase dalla nebbia e battute dalla pioggia; lo stile fenogliano deforma espressionisticamente la realtà, facendola diventare qualcosa di più. E quella lingua ibrida — dove l’italiano convive con calchi dall’inglese, con il dialetto piemontese sottotraccia, con neologismi inventati sul momento — non è una mancanza di stile ma è uno stile preciso, inconfondibile, che ha fatto scuola senza essere imitabile.
Una vita troppo breve, un’opera troppo grande
Nell’estate del 1962 Fenoglio fu colto dal male inguaribile che lo spense a Torino il 18 febbraio 1963, e che sopportò con stoica fermezza. Aveva quarantuno anni. Quando era sul punto di diventare famoso — di fare il botto — il cancro lo fermò. Per cui il suo successo è arrivato quasi interamente postumo.
C’è qualcosa di profondamente fenogliano in questa sorte: come i suoi personaggi, anche lui si è trovato a fare i conti con un destino che non aveva scelto, in un momento in cui l’opera era ancora incompiuta. I suoi due capolavori erano sul tavolo, abbozzati, non del tutto finiti. Il mondo li avrebbe letti dopo, avrebbe capito dopo quanto pesavano.
Ma la letteratura vera funziona così: non aspetta il tempo degli editori o dei premi. Aspetta il tempo dei lettori. E i lettori di Fenoglio sono ancora qui, dopo decenni, a scoprire nelle sue pagine qualcosa che riguarda loro — la guerra come prova esistenziale, la terra come identità, l’amore come ragione sufficiente per rischiare la vita, la dignità come scelta che si fa ogni giorno, anche quando è difficile, anche quando è inutile.
Le Langhe sono ancora lì. E lui le abita ancora, in ogni riga.
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Grazie per quest’ottima analisi di Una questione privata di Beppe Fenoglio !!!
Sergio -
Grazie, mi sei stato stra-utile con Una questione privata di Beppe Fenoglio
Matteo Gervasi
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