Bocca di Serchio di Gabriele D’Annunzio

Dall’Alcyone di Gabriele D’Annunzio

Libro Terzo delle Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi

Bocca di Serchio

ARDI: Glauco, Glauco, ove sei? Più non ti veggo.

Ho perduto il sentiere, e il mio cavallo

s’arresta. I Pini, i pini d’ogni parte

mi serrano. Agrio affonda nella massa

degli aghi, come nella sabbia, fino

ai garetti. Ove sei, Glauco? Mi vedi?

Ho le gambe che sanguinano. Folli

fummo entrando nel bosco ignudi come

nel mare. I rovi, le schegge, le scaglie

feriscono, e i ginepri aspri. Non sanguini

anche tu? Oh profumo! Sale a un tratto

come una vampa. Il vino dell’Estate!

N’ho bevuto una piena coppa, e un’altra

ne bevo, e un’altra anche più calda, e un’altra

bollente che mi brucia il cuore e fino

alla gola mi sazia, fino agli occhi.

O Glauco, Glauco, il vino dell’Estate

misto di oro di rèsina e di miele!

GLAUCO: Io ti veggo, ti veggo, Ardi. Sei bello

sul tuo cavallo bianco. Tu non puoi

portar clamide, come i cavalieri

d’Atene, ma ti giova essere ignudo.

Su, spingi Agrio! Non v’è sentiere. I fusti

sono fragili come aride canne.

Odi? Folo li rompe col suo petto.

Dunque or teme le scaglie e i rovi il marmo

delle tue gambe? È splendido il tuo sangue,

Ardi. Poiché ciascuna cosa in torno

le più ricche virtudi e più segrete

esprime per farti ebro, non ti dolga

di sanguinare come il pino stilla,

come il ginepro odora. Avanti, avanti

per la boscaglia che rosseggia e cede!

Vedesti mai più fulva chioma e spessa?

I bei sogni vi restano come api

prese nella criniera d’un leone.

ARDI: Preso per i capegli sono. Ah, il ramo

si rompe e gli aghi piovonmi sul collo,

su gli omeri, già coprono la groppa

d’Agrio. Vedi? A miriadi, a miriadi!

Carichi tutti i rami biforcuti.

In ogni congiuntura accumulati

a fasci gli aghi morti. Morta sembra

tutta la selva, inaridita e cieca.

Rompesi come vetro. Il verde è al sommo,

invisibile, e fa prigione i raggi

nell’intrico; ma l’ombra sua mi cuoce

la fronte e mi dissecca la narice.

Entreremo nel fiume coi cavalli!

Diguazzeremo in mezzo alla corrente!

E ancor lontano il Serchio? Tutta l’ombra

respira aridità. L’acqua è lontana.

E sento che lo zòccolo a traverso

gli aghi morti non trova se non sabbia

torrida. I coni vacui son neri

come carboni spenti, come tizzi

consunti. O Glauco, dove mi conduci?

GLAUCO: Chiudi gli occhi. Odi il vento? Navigare

ti sembra, veleggiar per il deserto

mare. Odi il vento tra le sàrtie? Odi

il gemito degli alberi allo sforzo

delle vele? Si naviga per acque

infide verso l’isola di Circe.

Negli orciuoli d’argilla non rimane

goccia di fonte. Beveremo il sale.

Apri gli occhi! Ecco l’atrio della maga

tutto riscintillante di prodigi.

Larve di stelle adornano la reggia

della donna solare, vedi?, simili

a foglie macerate dagli autunni

che serban lor sottili nervature

con la tenuità dei bissi intesti

d’aria e di lume. Fili palpitanti

le congiungono, l’iride le cangia,

indicibile tremito le muove.

Circe incantò le stelle eccelse, e l’ebbe,

e le votò di lor sostanza ign’ta;

e qui raduna le lor dolci larve.

ARDI: Opre di ragni, arte divina, tele

stellari! O Glauco, io n’ho già lacerata

una col viso, e un’altra ancà³ra. Guarda!

Per ovunque tessute son le stelle.

Siam presi in una rete innumerevole.

Férmati! Non distruggere l’incanto.

GLAUCO: La radura è vicina. Il sole pènetra

fra i rami. Tutto tremola e scintilla.

La résina sul tronco è come l’ambra.

Di polito metallo è il mirto chiuso.

La tamerice sembra quasi azzurra

tra i rossi pini. E il tuo volto s’imperla.

ARDI: Oh com’è bello Folo che dall’ombra

trapassa, maculato di sudore,

nella banda del sole! Anche tu sànguini.

Non vedesti le vipere fuggire?

Qual nome hanno quei lunghi fili d’erba

che portano una spiga nera in cima?

GLAUCO: Il nome che le labbra ti diletta.

Abbandona le rèdini sul collo

d’Agrio. Ascolta il cavallo nel silenzio

sbuffare. Vola la sua bava e imbianca

il mentastro. Perché, Ardi, sol questo

empie il mio petto di felicità?

ARDI: Forse già fummo i figli della Nuvola.

Già l’erba calpestammo con gli zòccoli,

cogliemmo il fiore con le dita umane.

Un d’, volgendo indietro il torso ignudo,

con la concava scorza detergemmo

dal pelo della groppa calorosa

il sudore che in rivoli colava.

Lo spazio immenso era la nostra ebrezza.

Senz’ansia il nostro fianco infaticato

vinse in numero i palpiti del vento.

Tanto di terra in un sol d’ varcammo

quanto varcava Pègaso di cielo.

GLAUCO: Rapidità, Rapidità, gioiosa

vittoria sopra il triste peso, aerea

febbre, sete di vento e di splendore,

moltiplicato spirito nell’òssea

mole, Rapidità, la prima nata

dall’arco teso che si chiama Vita!

Vivere noi vogliamo, Ardi, correndo:

passare tutti i fiumi, discoprirli

dalle fonti alle foci, lungo i lidi

marini l’orma imprimere nel segno

sinuoso, nell’argentina traccia

che di sé lascia il flutto più recente.

ARDI: Dato ci fosse correre senz’ansia

l’Universo! Ma troppo il nostro petto

è angusto pel respiro della nostra

anima. O Glauco, a chi t’ascolta, sei

come l’estro implacabile che inc’ta

i tori. E l’orizzonte è come anello

vitreo che tu spezzi per disdegno.

GLAUCO: Taci, Beviamo il vino dell’Estate,

sol dediti all’amore del bel fiume.

Verso tutte le selve della Terra

sospiro; ma, se in una solitario

viver dovessi, in questa, Ardi, vorrei

vivere, in questa calda selva australe,

in quest’aridità d’ombre estuose.

ARDI: È come un rogo pronto a conflagrare.

La potenza del fuoco in lei si chiude.

Soavemente mormora nell’aura,

ma la sua voce vera in lei si tace.

Parlerà con le lingue dell’incendio

quando la nube nata dal Tirreno

le scaglierà la folgore notturna.

GLAUCO: Il respiro non passa per le fauci

ma per tutte le membra, fino al pollice

del piede scalzo; e passano gli aromi

per tutti i pori. E sento respirare

il mio cavallo, e sento la ferina

sua allegrezza, come se nel duplice

corpo fervesse l’unico mio cuore.

ARDI: Ecco l’erba, ecco il verde, ecco una canna.

Ecco un sentiere erboso. Guarda, al fondo,

guarda i monti Pisani corrucciati

sotto le vaste nuvole di nembo.

GLAUCO: Ardi, non odi gracid’o di corvi

là verso il mare? Scendono alla foce

del Serchio a branchi, e tesa v’è la rete,

dissemi il cacciatore di Vecchiano.

ARDI: Il Serchio è presso? Volgiti all’indizio.

Ecco la sabbia tra i ginepri rari,

vergine d’orme come nei deserti.

Si nasconde la foce intra i canneti?

La scopriremo forse all’improvviso?

Ci parrà bella? No, non t’affrettare!

Lascia il cavallo al passo. È dolce l’ansia,

e viene a noi dal più remoto obl’o,

vien dall’antica santità dell’acque.

Liberi siamo nella selva, ignudi

su i corsieri pieghevoli, in attesa

che il dio ci sveli una bellezza eterna.

Non t’affrettare, poi che il cuore è colmo.

GLAUCO: Bocche delle fiumane venerande!

Lungo le pietre d’Ostia è più divino

il Tevere. Soave è nei miei modi

l’Arno. Il natale Aterno, imporporato

di vele, splende come sangue ostile.

E l’Er’dano vidi, e l’Achelòo,

e il gran Delta, e le foci senza nome

ove attardarsi volle invano il sogno

del pellegrino. Ma che questa, o Ardi,

sia la più bella mi conceda il dio;

perché non mai fu tanto armonioso

il mio petto, né mai tanto fu degno

di rispecchiare una bellezza eterna.

ARDI: Oh, mistero! La verde chiostra accoglie

i và³ti, qual vestibolo di tempio

silvano. I pini alzan colonne d’ombra

intorno al sacro stagno liminare

che ha per suo letto un prato di smeraldi.

Nel silenzio l’imagine del cielo

si profonda: non ride né sorride,

ma dal profondo intentamente guarda.

GLAUCO: Odi la melod’a del Mar Tirreno?

Tra le voci dei più lontani mari,

nell’estrema vecchiezza, nell’orrore

del gelo, il sangue mio l’imiterà.

E la cerula e fulva Estate sempre

io m’avrò nel mio cuore. Odi sommesso

carme che ci accompagna per l’esiguo

istmo sembiante al giogo d’una lira.

ARDI: Tutto è divina musica e strumento

docile all’infinito soffio. Guarda

per la sabbia le rotte canne, guarda

le radici divelte, ancor frementi

di labbra curve e di leggiere dita!

I musici fuggevoli con elle

modulavano il carme fluviale.

GLAUCO: Scendi dal tuo cavallo, Ardi. Ecco il fiume,

ecco il nato dei monti. Oh meraviglia!

Ei porta in bocca l’adunata sabbia

fatta come la foglia dell’alloro.

T’offriamo questi giovani cavalli,

o Serchio, anche t’offriamo i nostri corpi

ov’è chiuso il calor meridiano.

ARDI: Anelammo d’amore per trovarti!

Sgorgar parea che tu dovessi, o fiume,

dal nostro petto come un sùbito inno.

GLAUCO: Dio tu sei, dio tu sei; noi siam mortali.

Ma fenderemo la tua forza pura.

La più gran gioia è sempre all’altra riva.

Audio Lezioni su Gabriele D’Annunzio del prof. Gaudio

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