Il cervo di Gabriele D’Annunzio

Dall’Alcyone di Gabriele D’Annunzio

Libro Terzo delle Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi

Il cervo

Non odi cupi bràmiti interrotti

di là del Serchio? Il cervo d’unghia nera

si sépara dal branco delle femmine

e si rinselva. Dormirà fra breve

nel letto verde, entro la macchia folta,

soffiando dalle crespe froge il fiato

violento che di mentastro odora.

Le vestigia ch’ei lascia hanno la forma,

sai tu?, del cor purpureo balzante.

Ei di tal forma stampa il terren grasso;

e la stampata zolla, ch’ei solleva

con ciascun piede, lascia poi cadere.

Ben questa chiama «gran sigillo» il cauto

cacciatore che lèggevi per entro

i segni; e mai giudizio non gli falla,

oh beato che capo di gran sangue

persegue al tramontare delle stelle,

e l’uccide in sul nascere del sole,

e vede palpitare il vasto corpo

azzannato dai cani e gli alti palchi

della fronte agitar l’estrema lite!

Ma invano invano udiamo i cupi bràmiti

noi tra le canne fluviali assisi.

Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto

per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo

fiume non solcherà duplice solco

del tuo braccio e del tuo predace riso,

fieri guizzando i muscoli nel gelo.

Inermi siamo e sazii di bellezza,

chini a spiare il cuor nostro ove rugge,

più lontano che il bràmito del cervo,

l’antico desiderio delle prede.

Or lascia quello il branco e si rinselva.

Forse è d’insigni lombi, e assai ramoso.

Ei più non vessa col nascente corno

le scorze. Già la sua corona è dura;

e il suo collo s’infosca e mette barba,

e fra breve sarà gonfio del molto

bramire. Udremo a notte le sue lunghe

muglia, udremo la voce sua di toro;

sorgere il grido della sua lussuria

udremo nei silenzii della Luna.

Audio Lezioni su Gabriele D’Annunzio del prof. Gaudio

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