Ditirambo IV dall’Alcyone di Gabriele D’Annunzio

Dall’Alcyone di Gabriele D’Annunzio

Libro Terzo delle Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi

Ditirambo IV

Icaro disse: «La figlia del Sole

a me poggiata come ad un virgulto

sul limite dei paschi

guatava il candido armento dei buoi

pascere lungo il C’èrato rupestro.

Mi si piegava il destro

òmero sotto la mano regale

umida di sudor gelido; e, dentro

me, tremavano tutte le midolle,

negli orecchi fragore

sonavami sì forte ch’io temeva

udir dal sacro Dicte i Coribanti

atroci e il rombo del bronzo percosso.

E la città di Cnosso

splendea di mura còttili e di blocchi

oltre l’irto canneto atto a far dardi.

“O Pasife, che guardi?”

chiese il Re sopraggiunto. Ed anelava

nella sua barba violetta come

l’uva cidònia; ché membruto egli era

e gravato di giallo adipe il fianco.

“Io guardo il toro bianco,

quello che tu non désti a Posidone”

la figlia di Perseide rispose.

E le vette nevose

dell’Ida biancheggiavan men del toro

niveo diniegato al dio profondo.

“Perché sì tremebondo

sei tu, figlio di Dedalo?” il Re chiese.

E allor Pasife: “Questo ateniese

giovinetto somiglia ad Androgèo

che non torna d’Atene;

e per ciò mi sostiene,

il cor triste mi folce;

per ciò tanto m’è dolce

le dita porre nel suo crin prolisso”.

Io rividi l’Ilisso,

i platani gli allori gli oleandri

che l’ad’ombrano, e il bosco degli ulivi

presso Colono caro all’usignuolo.

Rividi il patrio suolo

entro l’anima mia subitamente,

come colui ch’è presso alla sua fine;

perocché nel mio crine

ponea le dita la donna solare,

e l’ossa mie flagrare

parean nel suo sorriso accosto accosto

siccome rami cui fiamma s’appicchi

quando i legni sien ricchi

d’aroma e inariditi dall’Estate.

E le navi l’unate

coi rematori seduti agli scalmi

in fila a battere il flutto diviso,

e l’Eracleo, l’Amniso,

i due porti ricurvi, e il fiume, e i monti

e tutta quanta l’isola selvosa

con le vigne col dìttamo e col miele

ardere in quel sorriso

vidi per mezzo ai cigli miei morenti.

E il sire degli armenti

udii mugghiare in quel foco sonoro,

mugghiare il bianco toro

diniegato al gran Padre enosigèo».

Icaro disse: «Poi che l’ombra cadde

(il vertice dell’Ida solitario

nell’etra rosseggiava

come il fiore del dìttamo crinito)

nascostamente ritornai su’ paschi,

gonfio d’odio il cuor tacito; e scagliai

contra il toro le selci acuminate

dell’àlveo del C’èrato divulse

e imposte alla mia frombola cretese.

Il boaro m’intese

e mi rincorse ratto su per l’erbe

con la verga di còrilo a minaccia.

Ma perse la mia traccia

nell’ombra che cadea; né mi conobbe,

né l’erbe verdi tenner le vestigia.

L’infanda cupidigia

per ovunque era sparsa! Palpitare

parea pur anco nelle stelle vaghe!

Il vento perea piaghe

sùbite aprire nel mio corpo nudo

acerbe sì che non sarìami valso

a medicarle il dìttamo dell’Ida.

E piena era di grida

compresse la mia gola nell’arsura,

quando giunsi alle mura

del Labirinto ove il mio padre aveva

ambage innumerevole di vie

riempiuta d’error laborioso.

Quivi ristetti ascoso

perocché vidi il duro fabro alzato

su la soglia difficile in silenzio

e la figlia del Sole in gran segreto

favellare con lui senza sorriso,

marmorea nel viso,

come chi chieda all’arte del mortale

una cosa tremenda e non ne tremi».

Icaro disse: «L’officina arcana

era in un orto a vista del recurvo

porto Eracleo frequente

di ben costrutte navi dalla prora

dipinta; e gli utensìli erano acuti,

e la fronte del fabbro era contratta.

Sorgea la forma esatta

della falsa giovenca nella luce

del dì, quasi che sazia di pastura

spirasse dalle froge il fiato olente

di cìtiso, tranquilla su’ piè fessi.

Con tale arte commessi

eran gli sculti legni e ricoperti

di fresca pelle, che parean felici

d’ubertà non fallibile i bei fianchi

e le mamme in sul punto di gonfiarsi

all’affluir d’un latte repentino.

Furtiva nel giardino

venìa Pasife senza le sue donne

a rimirar l’opera fabrile

ch’ella infiammava della sua lussuria

impaziente; e seco avea l’irsuto

boaro come giudice perfetto.

Costui rise: il difetto

scorse nella giogaia. Il grande artiere

fu docile al consiglio dell’uom rude.

Pasife con le nude

braccia premette gli òmeri miei nudi,

s’abbandonò su me come su fulcro

insensibile, assorta nel suo sogno

inumano, perduta nel portento.

Saliva un violento

foco dal suolo ov’eran le radici

della mia forza, e tutto m’avvolgea,

e tutto come arbusto resinoso

parea vi crepitassi e vi splendessi.

Oh giardino di spessi

aromi, carco di cera e di miele,

carco di gomma e d’ambra,

ove s’udìa scoppiar la melagrana

come un riso che scrosci e quasi mosto

si liquefaccia in una bocca d’oro!

Recava l’Austro il coro

delle femmine ancelle dal palagio

remoto, che sedevano ai telai

o tingevan di porpora le lane

o i semplici isceglieano al beveraggio

o di carni ammannivan la vivanda

per la figlia del Sole,

ignare ch’ella fosse innanzi al Sole

preda schiumosa d’Afrodite infanda».

Icaro disse: «La figlia del Sole

amai, che per libidine soggiacque

alla bestia di nerbo più potente.

Splendea divinamente

la sua carne quand’ella penetrava

nel simulacro per imbestiarsi.

Io chiuso in me riarsi.

Io, quando vidi il callido boaro

la prima volta addurre

alla falsa giovenca il toro bianco

che si batteva il fianco

sonoro con la fersa della coda

adorno i corni brevi d’una lista

di porpora, balzai gridando: «O Sole,

a te consacrerò, sopra la rupe

inconcussa, oggi un’aquila sublime!»

E andai verso le cime

con la bipenne l’arco e le saette,

ben coturnato, a far le mie vendette».

Disse: «Da prima vidi l’ombra vasta

palpitar su la torrida petraia.

Fulvo il macigno, cerula era l’ombra.

E dopo udii la romba

delle penne per l’aer verberato.

Gridò verso il suo fato

ella repente, ferma su le penne;

la corda mia nel tendersi stridette;

il grido parve lacerare il cielo

e lo stridor fu lieve qual garrito

di rondine ma il tèlo

che si partì fu forte e fu cruento.

Sentii sul viso il vento

del volo che fece impeto a salire,

poi si fiaccò, girò come in un turbo,

piombò verso lo scrìmolo del monte.

Mi cadde su la fronte

una goccia di sangue larga e calda

come goccia di nuvolo d’agosto

quando lampeggia e tuona.

L’aquila s’abbattè sul sasso prona

il petto, aperta l’ali

crude che strepitarono sul sasso,

erta sùbito il rostro alla difesa.

La roccia discoscesa

ardeva nel meriggio come il ferro

nella fucina, sotto i miei coturni.

La fronda dei viburni

era come la scoria dei metalli

liquefatti, e la fronda degli avorni.

S’udìano i capricorni

belare in mezzo al dìttamo crinito,

e l’odore dell’erba vulneraria

mescevasi nell’aria

tremula con l’odor dell’aquilino

sangue che d’ogni sangue è più vermiglio.

Col rostro e con l’artiglio

fu pronta la satellite di Giove

a combattere contra il feditore

su la rupe inconcussa.

Allora io dissi: “Augusta,

se tu sei senza volo, io sia senz’armi”.

E disdegnai ritrarmi

qual uomo a saettarla di lontano.

Ma gittai l’arco; e mi fasciai la mano

con il corame della mia faretra,

mi fascia la man destra

a difesa degli occhi minacciati

dal becco adunco. Feci impeto, entrai

in un selvaggio fremito di penne;

in un orrendo strepito di penne

come in un nembo fulvo preso fui

dalla possa grifagna;

sentii fuggirmi sotto le calcagna

la rupe e gridai forte.

Combattemmo nel rombo della morte.

Io con la destra le afferrai la strozza

robusta come tronco di serpente,

e strinsi e strinsi; e con la manca trassi

dalla ferita fresca il dardo primo,

più volte e più nell’imo

fegato lo confissi.

Combattemmo sul ciglio degli abissi,

in cospetto del Sole, a mezzo il giorno.

Gloria d’Icaro! Intorno

alla zuffa ogni bàttito di penne

sprizzava mille stille

di sangue come porpora in faville

accesa ed isvolata via per festa.

A gloria la mia testa

pareva di faville incoronarsi.

E le piume dei tarsi

e del petto e del collo e delle ascelle

isvolavan su l’Ostro.

E un rivolo purpureo dal rostro

colava sul mio braccio imporporato

fino al cùbito. E làcera dai colpi

delle rampe la destra coscia m’era

sì che la messaggera

Nike, se mai sostò sul solitario

vertice andando verso Atene mia

a recar le corone

dell’oleastro, fece il paragone

tra l’aquilino sangue e il sangue icario.

Ah, non temetti il suo giudicio, o Sole.

Parvemi, quando apersi il pugno ostile

e la nemica ricoprì la rupe

alfine spenta, parvemi che tutta

la sua virtute aligera mi fosse

nelle braccia e negli òmeri trasfusa

e m’agitasse i fragili precordii

una immortale avidità di volo.

L’alto vertice solo

e l’esanime preda eran con meco,

e il dio della lucifera quadriga.

Pregai: “Divino auriga,

questa vittima t’offro in olocausto

perché tu mi sii fausto

se dato mi sarà tentar le vie

dove agiti le tue criniere bianche.

Il torace le viscere le branche

e il gran capo rostrato

in un fuoco di sterpi e d’erbe io t’ardo

e la canna del dardo.

Concedi, o dio magnifico, se m’odi,

concedimi che immuni dalla brace

io dell’aquila serbi l’ali forti

e con meco le porti

perché le veda entrambe il padre mio

Dedalo d’Eupalàmo

ateniese, artefice sagace,

perché due me ne foggi a simiglianza

l’uomo di molti ingegni, ma più forti,

ma con più grande numero di penne”.

E tolsi la bipenne

che al cinto appesa avea dietro le reni:

con ella diedi nelle congiunture,

di muscoli e di tendini gagliarde

così che resisteano al doppio taglio.

“Ahi che l’incudine e il maglio

e l’industria paterna non varranno

a radicarmi la virtù dell’ala

nella scapula somma” io mi pensai

considerando, come il citarista

inchino su le corde,

la tenacia del nesso tendinoso

che biancheggiava di color di perla

nel cruore. E la mente ne fu trista.

E trista fu la mozza ala, a vederla.

E, nel fuoco di sterpi fumigando

la residua carne offerta al Sole,

io mi pensai: “Si duole

il dio solingo sul suo carro ardente

e non cura l’insolito libame.

La figlia sua nel simulacro infame

ei vide, onniveggente;

e dell’arte di Dedalo si cruccia

e mi scopre nel cor la piaga acerba,

nel cor che non si lagna,

cui dìttamo né stebe non mi vale”.

Mi gravai d’ambo l’ale

congiunte con la stringa del mio cinto;

e l’alta volontà fu la compagna

della doglia fatale

quando, scorto dal dio, di sangue tinto,

scesi dal monte verso il Labirinto».

Icaro disse: «L’officina arcana

era in una caverna del dirupo,

dietro il porto d’Amniso

a levante di Cnosso, erma sul mare.

S’udiva starnazzare

e stridere d’uccelli senza tregua,

pe’ fóri dello scoglio ferrugigno.

Il suolo di macigno

consparso era d’antichi dolii rotti

e di fimo biancastro.

Rimbombavano al Giàpice salmastro

le concave pareti

come le curve targhe dei Cureti

all’urto delle picche furibonde.

Sotto, il fragor dell’onde

avea lunga eco per ambagi ignote

quando l’Apeliote

enfiava i verdazzurri otri del sale.

Quivi all’innaturale

opera intento era il mio padre, quivi

i congegni del volo

oprava senza incude e senza maglio.

Ben gli diedi travaglio

e affanno, ché pareami troppo tarda

la sua fatica per il mio desìo

e sempre poche mi parean le penne

adunate dinanzi a lui che oprava.

Per lui la cera flava,

stretta in pani, col pollice e col fiato

ammollii; dispennai la copiosa

cacciagione; sollecito le penne

separai dalle piume.

Il sangue onde imperlavasi l’acume

d’ogni fusto divulso

vertudioso parvemi; e mi piacque

a stilla a stilla suggerlo, accosciato

presso il fabro mirabile che oprava

seduto su la pietra.

Quante volte votai la mia faretra,

infaticato sagittario errante

per le rupi lontane!

I falchi gli sparvieri e le poiane

caddero, e gli avvoltoi

calvi gravati di carni lugùbri,

e gli astori co’ resti dei colùbri,

ancor ne’ becchi adunchi, e i gru strimonii

gambuti dai lunghi ossi

accòmodi al tibìcine, ogni specie

pennipotente altivolante cadde

per la forza degli archi miei cidonii

e de’ miei dardi gnossi.

E mi tornava io carico di preda

celeste alla caverna;

e pur sempre pareva al mio desìo

che fosse tarda l’opera paterna.

Era quivi l’odore della cera

e della ragia, ché l’operatore

mescolava le lacrime del pino

chiare al dono trattabile dell’ape,

acciocché questo fosse più tegnente.

Escl’uso avea dall’opera i metalli

come gravi ch’ei sono, e l’armatura

composto avea con le vergelle ferme

del còrilo e pieghevoli, congiunte

da bene intorto stame in ciechi nodi,

e sópravi disteso avea l’omento,

la grassa rete che le interiora

degli animali include, ben dissecco.

E sul congegno solido e leggero

ei disponea per ordine le penne,

dalla più breve alla più lunga elette

acutamente, come nella fistola

di Pan le avene dìspari digradano

per la natura dei diversi numeri.

E lino e cera usava a collegarle,

cera immista di ragia, come dissi.

E le sapeva inflettere con tanta

arte, per imitar la curvatura

della vita, che l’ala su la pietra

inerte parea trepida e tepente

e penetrata d’aere, ventosa

come fosse per rompere dal nido

o per posarsi dopo lungo volo».

Icaro disse: «Non veduto, vidi.

Misi gli occhi per entro ad un rosaio,

ove all’alito mio silentemente

si sfogliarono due tre rose passe.

Parve che si sfogliasse

con elle e si sfacesse il cuor mio caro.

E senza fine amaro

mi fu tutto che vidi non veduto,

in quel giardino muto

ove non più s’udìa la pingue gomma

gemere né scoppiar pomo granato

come riso puniceo che scrosci.

Fracidi i frutti, flosci

erano, grinzi come cuoi risecchi

gli arbori, crudi stecchi;

le cellette soavi, aride spugne,

senza la melodìa laboriosa.

Rotta al suolo, corrosa,

informe fatta come vil carcame

era la vacca infame

offerta dalla frode al toro bianco

perché l’inclito fianco

alla figlia del Sole

empiesse di semenza bestiale.

E la donna regale,

figlia del Sole e dell’Oceanina,

Pasife di Perseide, il cui vólto

m’era apparito come il penetrale

della luce nel tempio dell’iddio

splendido, la reina

dell’isola che fu cuna al Cronìde

ricca in dìttamo in uve in miele e in dardi,

l’adultera dei pascoli era quivi

sola col suo spavento.

Bocca anelante, nari acri, occhio intento

avea, pallido volto come l’erbe

aride, consumato dai sudori

e dalle schiume della sua lussuria.

Discinta era, e l’incuria

della sua chioma la facea selvaggia

qual femmina del Tìaso tebano

che defessa dall’orgia ansi in un botro

del Citerone, esangue

fra il tirso spoglio della fronda e l’otro

voto del vino, al gelo antelucano.

Sentiva nel suo ventre, abbrividendo,

vivere il mostro orrendo,

fremere il figlio suo bovino e umano».

Icaro disse: «Era stellato il cielo,

era pacato il mare,

nella vigilia mia meravigliosa.

La roggia stella ascosa

nel mio cor vigile era la più grande.

Le cose miserande

eran lungi da me come da un dio

beverato di néttare novello.

Parea dal corpo snello

dileguarmisi il triste peso come

dal cielo eòo si dileguava l’ombra,

e nella carne sgombra

un aereo sangue irradiarsi.

Nel cielo eòo comparsi

i pallidi crepuscoli, il messaggio

della Titània fece su per l’acque

un infinito tremito tremare.

Subitamente il giubilo del mare

si converse in desìo tumultuoso,

irto le innumerevoli sue squamme.

Allor tutte le fiamme

del giorno dal mio cor parvero nate,

per sempre tramontate

dietro di me le stelle della notte,

l’ali della mia sorte

già nel periglio glorioso aperte.

Ahi, su la pietra inerte

si giacevan gli esànimi congegni,

e le mie braccia umane erano spoglie

della virtù pennata

che la mia scure avea tronca sul monte

in giorno di vittoria.

E sùbito mi fu nella memoria

la tenacia del nesso tendinoso

che biancheggiava di color di perla

nel cruore vermiglio.

“Aquila vinta” dissi “Icaro, figlio

di Dedalo d’Atene,

ai tuoi mani consacra i ligamenti

arteficiati e fragili dell’ali

che sono opera d’uomo;

perché, come ti vinse combattendo

lungi e presso, così nel tuo dominio

vincerti vuole d’impeto e d’ardire”.

E il mio padre destai dal sonno. Dissi:

“Padre, è l’ora”. Non altro dissi. Muto

stetti mentr’ei m’accomodava l’ali

agli òmeri, mentr’ei gli ammonimenti

iterava con voce mal sicura.

“Giova nel medio limite volare;

ché, se tu voli basso, l’acqua aggreva

le penne, se alto voli, te le incende

il fuoco. Tieni sempre il giusto mezzo.

Abbimi duce, séguita il mio solco.

Deh, figliuol mio, non esser tropp’oso.

Io ti segno la via. Sii buon seguace”.

E le mani perite gli tremavano.

Il mirabile artiere ebbi in dispregio

silenziosamente. “Al primo volo

io con te lotterò, per superarti.

Fin dal battito primo, io sarò l’emulo

tuo, la mia forza intenderò per vincerti.

E la mia via sarà dovunque, ad imo,

a sommo, in acqua, in fuoco, in gorgo, in nuvola,

sarà dovunque e non nel medio limite,

non nel tuo solco, s’io pur debba perdermi”

risposegli il mio cor silenzioso.

E gli sovvenne della grande frode

(difficile all’oblìo questo mio cuore

sì che l’acqua del Lete non ci valse:

furon pur tre le tazze tracannate)

e del dolo fabrile gli sovvenne.

Fra le mani perite che tremavano

riveder seppe gli utensìli acuti

intesi a compiacer la trista voglia.

“Icaro figlio, m’odi? Io m’alzo primo.

Volerò senza foga, e tu mi segui”.

Ma con l’arte dell’aquila io spiccai

dal limitar della caverna un volo

sì veemente che diseparato

fui sùbito. Gli stormi isbigottirono

su per le rosse rupi, in fuga striduli

temendo la rapina dileguarono.

Oh libertà! Pel corpo nudo l’aere

matutino sentii crosciarmi, gelido

tutto rigarmi di chiarezza irrigua:

non i torrenti ove uso fui detergere

dopo le cacce la sanguigna polvere

m’avean rigato di sì grande giòlito.

Oh nel cor mio rapidità del palpito

ond’era impulso il volo, in egual numero!

Pareami già gli intaversati bàltei

esser conversi in vincoli tendìnei,

tutto l’azzurro entrar per gli spiracoli

del mio pulmone, il firmamento splendere

sul mio torace come sul terribile

petto di Pan. Gridava “Icaro! Icaro!”

il mio padre lontano. “Icaro! Icaro!”

Nel vento e nella romba or sì or no

mi giungeva il suo grido, or sì or no

il mio nome nomato dal timore

giungeva alla mia gioia impetuosa.

“Icaro!” E fu più fievole il richiamo.

“Icaro!” E fu l’estrema volta. Solo

fui, solo e alato nell’immensità.

Passai per entro al grembo d’una nuvola:

un tepore un odore dolce e strano

eravi, quasi l’alito di Néfele

madre d’Elle che diede nome al ponto.

Il vento del remeggio i veli tenui

sconvolse, un che di roseo svelò,

un che di biondo. Odore dolce e strano

m’illanguidiva, inumidiva l’ali.

Il vol decadde. Vidi undici navi

di prora azzurra fornite di tolda,

che flagellavano il mar con la palma

dei remi in lunga eguaglianza concordi,

andando a impresa lontana. Sul ponte

pelte l’unate luceano e di bronzo

clìpei tondi, aste lunghe. Mi giunse

l’urlo dei nàuti. Veloce volai,

oltre passai. Qual fu dunque la mente

dei nàuti rudi mirando il prodigio?

Come di me favellarono? Dissero

forse: “In un campo di strage la màscula

Nike, nell’ombra d’un cumulo grande

dai carri estrutto riversi e dirotti,

o a piè d’un grande trofeo d’armi illustri,

sul suol cruento cedette all’eroe

che l’afferrò per la chioma; e fu pregna.

E quei che rema lassù con tant’ala

è certo il figlio di lei giovinetto”.

Di queste l’alto cor mio si compiacque

imaginate parole, ché stirpe

di Nike avrebbe ei voluto infierire.

E vidi poi sotto fulgere in Paro

iscalpellata il candor del Marpesso.

E vidi poi dall’erratica Delo

salir vapore di caste ecatombi.

Poi non vidi altro più, se non il Sole.

Poi non volli altro più, se non da presso

mirarlo eretto sul suo carro ignìto,

giugnerlo, farmi ardito

di prendere pei freni il suo cavallo

sinistro, Etonte dalle rosse nari.

Il pètaso e i talari

d’Erme Cillenio avea conquisi il mio

sogno meridiano, il mio delirio.

Congiunto era con Sirio

altissimo nel medio orbe, nell’arce

somma dei cieli Elio d’Eurifaessa.

E l’altezza inaccessa

e l’ardore terribile agognai

ed offerirgli l’ali che sul monte

crètico escluse avea dall’olocausto.

Mi sembrava inesausto

il valor mio ché l’animo agitava

le morte penne, l’animo immortale

e non il braccio breve.

Ed ecco, vidi come un’ombra lieve

sotto di me nella profonda luce

ove non appariva segno alcuno

del mare cieco e dell’opaca terra;

ancóra un’ombra vidi, un’altra ancóra.

E dissi: “Icaro, è l’ora”.

Ma il cor non mi mancò. Non misi grido

verso il mio fato, come la devota

alla saetta aquila moritura;

né rimpiansi il paterno ammonimento.

Guatai senza spavento

in giuso; e l’ombre lievi eran le penne

dell’ali, che cadeano tremolando

dalla cera ammollita.

Mi sollevai con impeto di vita

verso il Titano: udii rombar le ruote

del carro sul mio capo alzato; udii

lo scàlpito quadruplice; il baleno

scorsi dell’asse d’oro, il fuoco anelo

dei cavalli. Piròe dalla criniera

sublime, Etonte dalle rosse nari.

E i cavalli solari

annitrirono. Il ventre di Flegonte

brillò come crisòlito; la bava

d’Eòo fu come il velo d’Iri effuso.

E vidi il pugno chiuso

che teneva le rèdini, la fersa

garrir sul fuoco udii. Tesi le braccia.

“O Titano!” E la faccia

indicibile, sotto la gran chioma

ambrosia, verso me si volse china;

e i raggi le cingean mille corone.

“Elio d’Iperione,

t’offre quest’ali d’uomo Icaro, t’offre

quest’ali d’uomo ignote

che seppero salire fino a Te!”

Si disperse nel rombo delle ruote

la mia voce che non chiedea mercè

al dio ma lode eterna.

E roteando per la luce eterna

precipitai nel mio profondo Mare».

Icaro, Icaro, anch’io nel profondo

Mare precipitai, anch’io v’inabissi

la mia virtù, ma in eterno in eterno

il nome mio resti al Mare profondo!

Audio Lezioni su Gabriele D’Annunzio del prof. Gaudio

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