ALCYONE

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GABRIELE D’ANNUNZIO

Libro Terzo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

L’ ippocampo

Vimine svelto,

pieghevole Musa

furtivamente

fuggita del Coro

lasciando l’alloro

pel leandro crinale,

mutevole Aretusa

dal viso d’oro,

offri in ristoro

il tuo sal lucente

al mio cavallo Folo

dagli occhi d’elettro,

dal ventre di veltro,

ch’è solo l’eguale

del sangue di Medusa

ahi, ma senz’ale!

Offrigli il sale,

sonoro al dente,

o Aretusa,

nella palma dischiusa

e nuda, senza spavento

ché, per prendere il dono,

ha labbra più leggiere

delle sue gambe

di vento.

Appena ti lambe,

come per bere!

Del suo piacere

ti bagna; e la tua palma

appena sente, dietro

le labbra, il fresco

suo dente di puledro,

che brucar l’erba calma

può sì dolcemente

e rodere il ferro

difficile quando serro

la rapidità focace

pe’ solitarii

lidi io senza pace.

Come per te, furace

fauna dei pomarii,

un bugno

di miel redolente

non vale

simiana acerba,

così per lui biada opima

non vale un pugno

di sale mordace.

Troppo gli piace,

Aretusa. Ingordo

n’è come capra sima.

Forse ha un ricordo

marino il sangue di Folo.

Egli è forse figliuolo

degli Ippocampi

dalla coda di squamme.

Ora è fiamme e lampi,

ma prima

era forse argentino

o cerulo o verdastro

come il flutto, gagliardo

come il flutto decumano.

E nel vespero tardo,

all’apparir dell’astro

che cresce,

al levar della brezza,

tutto acquoso e salmastro

venuto in su la proda,

mansuefatto,

battendo con la coda

di pesce l’arena

per la dolcezza,

sogguardando in atto

d’amore, gocciando bava,

prono la schiena,

mangiava piano

l’aliga nella mano

cava della Sirena.

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