L’ oleandro di Gabriele D’Annunzio

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Gabriele D’Annunzio

Libro Terzo delle Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi

L’ oleandro

I.

Erigone, Aretusa, Berenice,

quale di voi accompagnò la notte

d’estate con più dolce melodìa

tra gli oleandri lungo il bianco mare?

Sedean con noi le donne presso il mare

e avea ciascuna la sua melodìa

entro il suo cuore per l’amica notte;

e ciascuna di lor parea contenta.

E sedevamo su la riva, esciti

dalle chiare acque, con beato il sangue

del fresco sale; e gli oleandri ambigui

intrecciavan le rose al regio alloro

su ‘l nostro capo; e il giorno di sì grandi

beni ci avea ricolmi che noi paghi

sorridevamo di riconoscenza

indicibile al suo divin morire.

«Il giorno» disse pianamente Erigone

verso la luce «non potrà morire.

Mai la sua faccia parve tanto pura,

non ebbe mai tanta soavità.»

Era la sua parola come il vento

d’estate quando ci disseta a sorsi

e nella pausa noi pensiamo i fonti

dei remoti giardini ov’egli errò.

L’udii come s’io fossi ancor sommerso

e la sua voce avesse umido velo.

Ma reclinai la gota, e d’improvviso

tiepida come sangue dalla conca

dell’udito sgorgò l’acqua marina.

Pur, profondando nella sabbia i nudi

piedi, io sentia partirsi lentamente

il buon calor del tramontato sole.

E chi recise all’oleandro un ramo?

Io non mi volsi, ma l’amarulenta

fragranza della linfa della fresca

piaga mi giunse alle narici, vinse

l’odor muschiato dei vermigli fiori.

«O Glauco» disse Berenice «ho sete.»

Ed Aretusa disse: «O Derbe, quando

fiorì di rose il lauro trionfale?»

Ella ben sapea quando, ma non Derbe

inesperto in foggiar lucidi miti.

Ed il cuore profondo mi tremò,

tremò della divina poesia.

Ond’io pregava: «O desiderii miei,

stirpe vorace e vigile, dormite!

E voi lasciate che nel vostro sonno

io mi cinga del lauro trionfale!»

Tutto allora fu grande, anche il mio cuore.

Oh poesia, divina libertà!

Ergevasi con mille cime l’Alpe

grande, quasi con volo di mille aquile,

per il salir d’impetuosa forza

dalle sue dure viscere di marmo

onde l’uom che non volle umana prole

trasse i suoi muti figli imperituri.

E le curve propaggini dell’Alpe

si protendeano ad abbracciare il mare;

ed il mare splendeva di candore

meraviglioso nel l’unato golfo

con la bellezza delle donne nostre.

E quella luce un rinascente mito

fece di voi sull’irraggiato mondo,

Erigone, Aretusa, Berenice!

Così ci parve riudire il canto

delle Sirene, dalla nave concava

di prora azzurra, fornita di ponti,

veloce, in un doloroso ritorno

spinta dal vento al frangente del mare,

né ci difese Odisseo dal periglio

con la sua cera; ma il cuore, non più

libero, novellamente anelava.

II.

«O Glauco», disse Berenice «ho sete.

Dov’è la fonte? dove sono i frutti?

Dov’è Cyane azzurra come l’aria?

Dove coglierai tu con le tue mani

l’arancia aurata nella cupa fronda?

Come ci dissetammo! E tanto era soave

il dissetarsi che desiderammo

l’ardente sete. Al par di noi chi seppe

distinguere il sapore d’ogni frutto

e la maturità dal suo colore?

distinguere d’ogni acqua la freschezza

e ritrovar la sua più fredda vena?

e regolar le labbra al vario bere

e il sorso modular come una nota?

L’imagine di me nell’acque amavi.

Dell’amore di me arsi inclinata,

sì bella nel ninfale specchio fui.

Io fui Cyane azzurra come l’aria.

Tu mi ghermisti fra natanti foglie.

L’ombra divina mi trasfigurò.

Un fiore subitaneo s’aperse

tra i miei ginocchi. Vincolata fui

da verdi intrichi, fra radici pallide

come i miei piedi, con segreto gelo.

Il sol divino mi trasfigurò.

Anelli innumerevoli alle dita

furommi i raggi, pettini ai capelli,

monili al collo, e veste tutta d’oro.

O Aretusa, perché non ho il tuo nome?

Nascesti tu nell’isola di Ortigia

come l’amor del violento fiume?

La sirena scagliosa abbeveravi,

già fatto il vespero, al tacer dei flauti.

Diedi io le canne ai flauti dei pastori.

Io fui Cyane azzurra come l’aria.

L’acqua sorgiva mi resto negli occhi;

la lenta correntìa mi levigò.

O Glauco, ti sovvien della Sicilia

bella?» Ed io più non vidi la grande Alpe,

il bianco mare. Io dissi: «Andiamo, andiamo!»

«Ti sovvien della bella Doriese

nomata Siracusa nell’effigie

d’oro co’ suoi delfini e i suoi cavalli,

serto del mare? Noi scoprimmo un giorno,

stando su l’Acradina, la triere

che recava da Ceo l’Ode novella

di Bacchilide al re vittorioso.

Udivasi nel vento il suon del flauto

che regolava l’impeto dei remi,

or sì or no s’udiva il canto roco

del celeùste; ma silenziosa

l’Ode, foggiata di parole eterne,

più lieve che corona d’oleastro,

onerava di gloria la carena.

Scendemmo al porto. Ti sovvien dell’ora?

Un rogo era l’Acropoli in Ortigia;

ardevano le nubi sul Plemmirio

belle come le statue sul fronte

dei templi; parea teso dalla forza

di Siracusa il grande arco marino.

E noi gridammo, e un sùbito cl’amore

corse lungo le stoe quando la nave

piena d’eternità giunse all’approdo.

Portatrice di gloria, ella vivea

magnanima, sublime. Giù pe’ trasti

anelava l’anelito servile;

s’intravedean su’ banchi sovrapposti

i remiganti ignudi unti d’oliva:

la lor fatica ansava dai portelli;

il giglione del remo ai raggi obliqui

lucea come la scapula; un ferigno

odore si spandea, quasi di belve.

E non di quell’anelito servile

era viva la nave, non del sangue

e dell’ossa pesanti ne’ suoi fianchi;

ma sì vivea divinamente d’una

cosa ch’ella recava d’oltremare,

più lieve che corona d’oleastro:

l’Ode, foggiata di parole eterne».

«È vero, è vero!» io dissi. «Mi sovviene».

Ed il cuore profondo mi tremò,

tremò della divina poesia.

«Mi sovviene. Era l’Ode trionfale:

“Canta Demetra che regna i feraci

campi siciliani, e la sua figlia

cinta di violette! Canto, o Cl’io,

dispensatrice della dolce fama,

la corsa dei cavalli di Ierone!

Nike ed Aglaia eran con essi quando

trasvolavano…” E l’anima invelata

di sogni andava per le lontananze

dei tempi verso i gloriosi approdi

piena d’eternità come la nave

di Ceo. Passammo gli ellesponti, i golfi,

l’isole, gli arcipelaghi, le sirti:

riverimmo le foci dei paterni

fiumi, pregammo i promontorii sacri,

salutammo le bianche cittadelle

custodite da Pallade rupestri;

varcammo l’Istmo pel diolco. Quivi

eroi vedemmo e Pindaro con loro.

Ed obliammo l’usignuol di Ceo

per l’aquila tebana. Era la tua

mitica luce sul Tirreno, o madre

Ellade, ed era bella come i tuoi

monti la nuda Alpe di Luni, o madre

Ellade, come i tuoi monti bellissima

era, onde a te discesero le stirpi

degli Immortali che incedeano al fianco

degli Efimeri sopra il dominato

dolore, e quelli e questi erano eguali,

e tutti erano Ellèni ed una lingua

parlavano divina, uomini e iddii.

In silenzio guardammo i grandi miti

come le nubi sorgere dall’Alpe

ed inclinarsi verso il bianco mare.

Io vidi allora Pègaso pontare

su gli altissimi marmi i piè di vento

e balzar nell’azzurro con aperte

le immense penne, senza cavaliere;

e per il petto e per il ventre vasti

trasparia come fiamma palpitante

la potenza del sangue gorgonéo.

Ardi gridò: “Ecco il teschio d’Orfeo,

che vien dall’Ebro!”. Ed il solenne lido

parve attendere il fato dopo il grido.

La sua bellezza s’aggrandì d’orrore.

Il flutto nell’insolito splendore

era meravigliosamente puro.

Splendea sul mondo un giorno imperituro.»

III.

Ma non sostenne il nostro cuor mortale

quel silenzio sublime. Si piegò

verso il sorriso delle donne nostre.

E Derbe disse ad Aretusa: «Quando

fiorì di rose il lauro trionfale?».

Era la donna giovinetta alzata,

mutevole onda con un viso d’oro,

tra gli oleandri; ed il reciso ramo

per la capellatura umida effusa,

che fingevale intorno al chiaro viso

l’avvolgimento dell’antica fonte,

intrecciava le rose al regio alloro.

Disse Aretusa: «Bene io te ‘l dirò»

mutevole onda con un viso d’oro.

Disse: «Inseguiva il re Apollo Dafne

l’ungh’esso il fiume, come si racconta.

La figlia di Penéo correva ansante

chiamando il padre suo dall’erma sponda.

Correva, e ad ora ad or le snelle gambe

le s’intricavan nella chioma bionda.

Ben così la poledra di Tessaglia

galoppa nella sua criniera falba

che fino a terra la corsa le ingombra.

Rapido il re Apollo più l’incalza,

infiammato desìo, per lei predare.

All’alito del dio doventa fiamma

la chioma della ninfa fluvïale.

“O padre, o padre” grida “tu mi scampa!”

Chiama ella il padre suo con grida vane.

“Padre, un veloce fuoco mi ghermisce!”

E corre, ed ansa, e le sue gambe lisce

crescon la furia del desìo predace.

“O gran padre Penéo, perduta sono,

ché mi si rompono i ginocchi. Salva-

mi dalla brama del veloce fuoco

che ora mi giunge, ecco, ecco, ora m’abbranca!”

Ma il dolce sangue suo in altro suono,

la sua bellezza in altro suono parla.

Balzale il cuor, si piegano i ginocchi.

Ed ecco ella s’arresta, chiude gli occhi

e trema e dice: “Or ecco m’abbandono”.

Una gioia s’aggiunge al suo terrore

ignota che il divin periglio affretta.

Tremante e nuda dentro la chioma ode

la vergine il tinnir della faretra,

sente la forza del perseguitore,

vede l’ardor pe’ chiusi cigli e aspetta

d’esser ghermita, e più non chiama il padre.

Ma il dio la chiama: “Dafne, Dafne, Dafne!”.

Ed ella non udì voce più bella.

Il dio la chiama: “Dafne, Dafne!” Ed osa

ella aprir gli occhi: la rutila faccia

vede da presso e la bocca bramosa

mentre il dio con le due braccia l’allaccia.

Rapita dalla forza luminosa

gitta ella un grido che per la selvaggia

sponda ultimo risuona, e l’ode il padre.

Avido il dio districa la soave

nudità dalla chioma che la fascia.

Bianca midolla in còrtice lucente,

in folti pampini uva delicata!

Tenera e nuda il dio la piega, e sente

ch’ella resiste come se combatta.

Tenera cede il seno; ma dal ventre

in giuso, quasi fosse radicata,

ella sta rigida ed immota in terra.

Attonito, l’amante la disserra.

“Ahi lassa, Dafne, ch’arbore sei fatta!”

Subitamente Dafne s’impaura:

le copre il vólto e il seno un pallor verde.

Ella sembra cader, ma la giuntura

dei ginocchi riman dura ed inerte.

S’agita invano. L’atto della fuga

invan le torce il fianco. Si disperde

il senso di sua vita nella terra.

E l’amante del’uso ancor la serra.

“Ahi lassa, Dafne, chi ti trasfigura?”

Ma non il suo melodioso duolo

giova a trarre colei dalla sua sorte.

Nell’umidore del selvaggio suolo

i piedi farsi radiche contorte

ella sente e da lor sorgere un tronco

che le gambe su fino alle cosce

include e della pelle scorza fa

e dov’è il fiore di verginità

un nodo inviolabile compone.

“O Apollo” geme tal novo dolore

“prendimi! Dov’è dunque il tuo desìo?

O Febo, non sei tu figlio di Giove?

Arco-d’-argento, non sei dunque un dio?

Prendimi, strappami alla terra atroce

che mi prende e beve il sangue mio!

Tutto furente m’hai perseguitata

ed or più non mi vuoi? Me sciagurata!

Salva mio grembo per lo tuo desìo!

Salvami, Cintio, per la tua pietà!

Se i miei capelli, che m’avvinsero, ami,

de’ miei capelli corda all’arco fa!

Prendimi, Apollo!” E tendegli le mani,

che son fogliute; e il verde sale; e già

le braccia sino ai cubiti son rami;

e il verde e il bruno salgon per la pelle;

e su per l’ombelico alle mammelle

già il duro tronco arriva; e i lai son vani.

“Aita, aita! Il cuore mi si serra.

Vedi atra scorza che il petto m’opprime!

O Apollo Febo, strappami da terra!

Tanto furente, non sia più ghermire?

Nuda mi prenderai su la dolce erba,

su la dolce erba e su ‘l mio dolce crine.

Ardo di te come tu di me ardi.

O Apollo, o re Apollo, perché tardi?

Già tutta quanta sentomi inverdire.”

Il dolce crine è già novella fronda

intorno al viso che si trascolora.

La figlia di Penéo non è più bionda;

non è più ninfa e non è lauro ancora.

Sola è rossa la bocca gemebonda

che del novello aroma s’insapora.

Escon parole e lacrime odorate

dall’ultima doglianza. O fior d’estate,

prima rosa del lauro che s’infiora!

Tutto è gia verde linfa, e sola è sangue

la bocca che querelasi interrotta-

mente. In pallide fibre il cor si sface

ma il suo rossore è in sommo della bocca.

Desioso dolor preme l’amante.

Guarda ei l’arbore sua ma non la tocca;

l’ode implorare ma non ha virtù.

E chiama: “Dafne, Dafne!” Ella non più

implora, non più geme. “Dafne, Dafne!”

Ella non più risponde: è senza voce.

Pur la gola sonora è fatta legno.

Le palpebre son due tremule foglie;

li occhi gocciole son d’umor silvestro;

bruni margini inasprano le gote;

delle tenui nari è appena il segno.

Ma nell’ombra la bocca è ancora sangue,

sola nel lauro la bocca di Dafne

arde e al dio s’offre, virginal mistero.

Curvasi Apollo verso quella ardente,

la bacia con impetuosa brama.

Ne freme tutta l’arbore; s’accende

l’ombra intorno alla fronte sovrana;

ogni ramo in corona si protende,

e la fronte d’Apollo è laureata.

Pean! O gloria! Ma sotto i suoi baci

or più non sente che foglie vivaci,

amare bacche. E Dafne Dafne chiama.

“Ahi lassa, Dafne, ch’arbore sei tutta!

Ahi chi ti fece al mio desìo diversa?

In durissimo tronco e in fronda cupa

la dolce carne tua or s’è conversa.

La tua bocca vermiglia s’è distrutta,

che pareva di fiamma ardere eterna.

Come leggieri i piedi tuoi su l’erba,

or radicati nella negra terra!

M’odi tu? M’odi tu? Dafne, sei muta?

Rispondi!” Abbrividiscono le frondi

sino alla vetta. Nel silenzio un breve

murmure spira. “M’odi tu? Rispondi!”

Move la vetta un fremito più lieve.

Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi

cieli le rive alto silenzio tiene.

Il bellissimo lauro è senza pianto;

il dolore del dio s’inalza in canto.

Odono i monti e le valli serene.

Odono i monti e le valli e le selve

e i fonti e i fiumi e l’isole del mare.

Spandesi il canto dall’anima ardente

e per tutte le cose generare.

La bellezza di Dafne ecco riveste

la terra; le sue membra delicate

son monti e valli e selve e fiumi e fonti,

il suo sguardo inzaffira gli orizzonti,

la sua chioma fa l’oro dell’estate.

O Dafne, sempre il dio e l’uom cantando

non vorranno altro onor che un ramoscello

di te! Così l’Arco-d’-argento, quando

ha placato il suo cuore nell’immenso

inno, pago si giace sotto il sacro

lauro ad attendere il suo dì novello.

Cade la notte. Sul sonno divino

l’arbore luce d’un baglior sanguigno,

qual bronzo che si vada arroventando.

Scorre la notte. Tra l’Olimpo e l’Ossa

una stella tramonta e l’altra sale.

Misteriosa l’arbore s’arrossa

ma sul suo fuoco piovon le rugiade.

Sogna il Cintio la desiata bocca

di Dafne, e balza il suo cuore immortale.

È l’alba, è l’alba. Il dio si desta: un grido

di meraviglia irraggia tutti il lido.

Brilla di rose il lauro trionfale!»

IV.

E così della rosa e dell’alloro

parlò quell’Aretusa fiorentina,

mutevole onda con un viso d’oro.

la sua voce era come acqua argentina

che recasse lavandula o pur menta

o salvia o altra fresca erba mattutina.

Tutto rigato dalla schietta vena

«Sol d’oleandro voglio laurearmi»

io dissi. Ed Aretusa era contenta;

e recise per me altri due rami

e fe’ l’atto di cingermi le tempie

dicendomi: «Pe’ tuoi novelli carmi!

Che la cerula e fulva Estate sempre

abbia tu nel tuo cuore e in te le rime

nascano come le sue rose scempie!»

E il giorno estivo non potea morire,

ma sorrideva sopra il bianco mare

silenziosamente senza fine;

e la notte, che avea parte ineguale,

spiava il bel nemico dalle chiostre

dei monti azzurra come te, Cyane.

Ebri e tristi d’aver bevuto a troppe

fonti e incantato il cor per tutte guise,

cercammo il grembo delle donne nostre.

Ma la Melancolìa venne e s’assise

in mezzo a noi tra gli oleandri, muta

guatando noi con le pupille fise.

Ed Erigone, ch’ebbe conosciuta

la taciturna amica del pensiero,

chinò la fronte come chi saluta.

E poi disse la Notte e il suo mistero.

V.

«Il Giorno» disse «non potrà morire.

Il suo sangue non tinge il bianco mare.

Mai la sua faccia parve tanto pura,

non ebbe mai tanta soavità.

Giace supino sopra il bianco mare,

sorride al cielo ch’ei regnava, attende

ei non sa quale morte o voluttà.

Pur tanto è dolce che la Notte oscura

non già lo spegne ma di lui s’accende,

e lui aurato nelle braccia prende,

lui cela nella sua capellatura,

ma non così che quelle membra d’oro

non veggansi pel fosco trasparire

e illuminare la serenità.

Caldi soffiano i venti al bianco mare,

calde passano e lente le riviere

in cuore alle terribili città,

passano e vanno per ignoti piani,

cingono ignoti boschi: i cervi a bere

scendono ansanti nella gran caldura;

lunghi bràmiti ascoltano lontani;

bevono: in qualche tacita radura

poi fino a morte si combatterà.

O Notte, o Notte, invano tu nascondi

ne’ tuoi capelli il dolce tuo nemico!

Non sono i tuoi capelli sì profondi

che non veggasi dai nostri occhi umani

fiammeggiarvi per entro il tuo piacere.

La terra oppressa respiro non ha.

Arde l’ombra. La vigna è come il vino:

il grappolo sul tralcio si matura

poi che il raggio nell’uva è prigioniere.

La terra soffre nell’ebrietà.

Arde come una glauca vampa l’ombra.

Aduna e vita e morte il bianco mare,

immensa cuna il mare, immensa tomba.

A lui dal monte la sorgente va.

Impallidisce sotto il pianto il coro

delle Pleiadi e l’una d’elle è occulta,

l’una che seppe la felicità.

Orione si slaccia l’armatura,

e Boote si volge, e Cinosura

vacilla; e l’Orsa anche impallidirà.

Oblìa la Notte tutte le sue stelle

e il duolo antico degli amanti umani.

Che con lei piangeremo ella non sa.

O Notte, piangi tutte le tue stelle!

il grido dell’allodola domani

dall’amor nostro ci disgiungerà».

Un’altra era con noi, ma restò muta,

tra gli oleandri lungo il bianco mare.

Audio Lezioni su Gabriele D’Annunzio del prof. Gaudio

Ascolta “Gabriele D’Annunzio” su Spreaker.

 

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