Versilia di Gabriele D’Annunzio

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dall’Alcyone di Gabriele D’Annunzio

Libro Terzo delle Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi

Versilia

Non temere, o uomo dagli occhi

glauchi! Erompo dalla corteccia

fragile io ninfa boschereccia

Versilia, perché tu mi tocchi.

Tu mondi la persica dolce

e della sua polpa ti godi.

Passò per le scaglie e pe’ nodi

l’odore che il cuore ti molce.

Mi giunse alle nari; e la mia

lingua come tenera foglia,

bagnata di sùbita voglia,

contra i denti forti languìa.

Sapevi tu tanto sagaci

nari, o uomo, in legno sì grezzo?

Inconsapevole eri, e del rezzo

gioivi e de’ frutti spiccaci

e dell’ombre cui fànnoti gli aghi

del pino, seguendo il piacere

de’ v’ènti, su gli occhi leggiere

come ombre di voli su laghi.

Io ti spiava dal mio fusto

scaglioso; ma tu non sentivi,

o uomo, battere i miei vivi

cigli presso il tuo collo adusto.

Talora la scaglia del pino

è come una palpebra rude

che subitamente si schiude,

nell’ombra, a uno sguardo divino.

Io sono divina; e tu forse

mi piaci. Non piacquemi l’irto

Satiro sul letto di mirto,

e il panisco in van mi rincorse.

Ma tu forse mi piaci. Aulisce

d’acqua marina la tua pelle

che il Sol feceti fosca. Snelle

hai gambe come bronzo lisce.

Offrimi il canestro di giunco

ricolmo di persiche bionde!

Poiché non mi giovano monde,

riponi il tuo coltello adunco.

Io so come si morda il pomo

senza perdere stilla di suco.

Poi co’ miei labbri umidi induco

il miele nel cuore dell’uomo.

Riponi il ferro acre che attosca

ogni sapore. Tu non pregi

i tuoi frutti. I peschi, i ciriegi,

i peri, i fichi in terra tosca

son di dolcezza carchi, e i meli,

gli albricocchi, i nespoli ancora!

E tu li spogli in su l’aurora

velati dei notturni geli.

Da tempo in cuor mio non è gaudio

di tal copia. Ahimè, sono scarsi

i doni. E tu vedi curvarsi

i rami del susino claudio!

Ma io non ho se non la terra

pigna dal suggellato seme.

E a romper la scaglia che il preme

non giovami pur una pietra.

O uomo occhic’èrulo, m’odi!

Lascia che alfine io mi satolli

di queste tue persiche molli

che hai nel cesto intesto di biodi.

Ti priego! La pigna malvagia

mi vale sol per iscagliarla

contro la ghiandaia che ciarla

rauca. Non s’inghiotte la ragia.

Ma se le mastichi negli ozii,

quantunque ha sapore amarogno,

allor che il tuo cuore nel sogno

si bea lungi ai vili negozii,

certo ti piace, o uomo; ed io

te ne darò della più ricca.

Tu la persica che si spicca,

e ne cola il suco giulìo,

dammi, ch’io mi muoio di voglia

e da tempo non ebbi a provarne.

Non temere! Io sono di carne,

se ben fresca come una foglia.

Toccami. Non vello, non ugne

ricurve han le tue mani come

quelle ch’io so. Guarda: ho le chiome

violette come le prugne.

Guarda: ho i denti eguali, più bianchi

che appena sbucciati pinocchi.

Non temere, o uomo dagli occhi

glauchi! Rido, se tu m’abbranchi.

Abbrancami come il bicorne

villoso. La frasca ci copra,

i mirti sien letto, di sopra

ci pendano l’albe viorne.

Ma come, Occhiazzurro, sei cauto!

Forse amico sei di Diana?

Ora scende da Pietrapana

il lesto Settembre col flauto,

se cruenta nel corniolo

rosseggi la cornia afra e lazza.

Odo tra il gridìo della gazza

il richiamo del cavriuolo.

Sei tu cacciatore? Sei destro

ad arco, esperto a cerbottana?

Ora scende da Pietrapana

Settembre. Tu dammi il canestro.

Eh, veduto n’ho del pél baio

verso il Serchio correre il bosco!

Tu dammi il canestro. Conosco

la pesta se ben non abbaio.

Accomanda il nervo alla cocca.

Ne avrai della preda, s’io t’amo!

Imito qualunque richiamo

con un filo d’erba alla bocca.

Audio Lezioni su Gabriele D’Annunzio del prof. Gaudio

Ascolta “Gabriele D’Annunzio” su Spreaker.

 

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